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Saturday, September 26, 2020 ..:: Una sfida (non pianistica) con Francesco Libetta ::..   Login
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 Una sfida (non pianistica) con Francesco Libetta Minimize

UNA SFIDA (NON PIANISTICA) CON FRANCESCO LIBETTA - FRA IL SERIO E IL FACETO

Ormai i Social sono diventati sempre più i depositari di quei pensieri e di quelle emozioni che ogni giorno ci attraversano. Da quando ho scelto Facebook come mio specchio quotidiano, ho moltiplicato (ben selezionandole) le mie amicizie e i gruppi ai quali partecipare, questi ultimi prevalentemente di Hi Fi. Un aiuto non indifferente per un timido introverso come me che, pur desiderando i rapporti umani, non è caratterialmente dotato per incrementarli. Tra le reali prospettive che può offrire un Social Network c'è anche quella, molto meno individualistica, di aprire un sondaggio o ingarellarsi in "sfide" come quella che mi è stata proposta. Leggendo il nome di Francesco Libetta, uno dei più grandi pianisti sulla scena mondiale, sommo virtuoso della tastiera, si potrebbe pensare a una tenzone tipo quella che avvenne tra Beethoven e Steibelt o Mozart e Clementi. Nulla di tutto questo, non essendo io un pianista ma solo un appassionato un po' grafomane, come amo definirmi. Di sfida in realtà non si tratta ma di una proposta, l'invito a una specie di "Amarcord" sui dieci dischi che sono stati, per un verso o per l'altro, i più significativi della nostra vita. In un post su FB del 26 aprile U. S. leggo l'invito del caro amico Francesco, di cui sono un sincero ammiratore:

"Da quando Luca Chierici mi ha dato l'opportunità di scegliere i dieci dischi che hanno influenzato la mia vita musicale, mi sono accorto che non me ne vengono in mente per via della loro qualità interpretativa, ma per la loro funzione. Forse "l'interpretazione musicale" è una attività talmente equivocabile (la musica come podio per sfoggiare una propria eccellenza mi sembra una sciocchezza. Questo detto da uno che suona molta musica forte e veloce) che preferirei riuscire a pensarla come "capacità di attirare l'attenzione su un brano", piuttosto che "realizzazione di una partitura".
Sia come sia, vada per tentare UNA spiegazione (il Cielo mi aiuta nei limiti della Sua capacità di arginare quella che i miei amici più sbrigativi chiamano "tendenza a parlare"), nessun consiglio, solo la copertina dell'album. Ogni giorno nominerò qualcuno per fare lo stesso.
Oggi nomino Alfredo Di Pietro - con preghiera di ricostruire il testo URTEXT della catena, ché ormai io l'ho sommerso di interpolazioni come una edizione scarlattiana di Tausig."


Ed ecco, di seguito, la risposta al suo invito, regolarmente pubblicata su Facebook.

Raccolgo molto volentieri la sfida lanciata da Francesco Libetta di condensare in dieci dischi i miei affetti musicali, da melomane non musicista o, per meglio dire, semimusicista, visto che da ragazzo ho studiato clarinetto e percussioni, con buone (a detta dei miei insegnanti di allora) capacità di lettura. Impresa al limite dell'improbo, per il semplice motivo che la mia frequentazione ultracinquantennale non riguarda solo la musica classica, ma anche diversi altri generi (uno inconfessabile, ma ve lo confesserò) come il Progressive anni '70 - '80, il Jazz, l'Etnico, e molto altro ancora, con il solo limite del rigetto di quanto non rientri nel sistema tonale; escluse quindi atonalità, dodecafonia e avanguardia. Un'eccezione però esiste, quella di Karlheinz Stockhausen, per la sua particolarissima ricerca timbrica che provoca in me sconvolgimenti ancestrali e belluine reminiscenze. Chi si scorda più la notte quando, in preda a febbre influenzale, ebbi la malsana idea d'indossare la cuffia e ascoltare il suo "Oktophonie": salii su un'astronave che mi condusse negli anfratti più nascosti della mia sensorialità, quasi meglio di un francobollo di LSD. Accetto quindi questa simpatica sfida, sperando che dopo la pubblicazione della mia scaletta l'ottimo Francesco non mi tolga l'amicizia, bloccandomi e privandomi financo del suo saluto. Non sembrerebbe, ma a me piace molto scherzare, qui però non è il caso di farlo. Mi faccio allora bambino prendendo questo come un gioco, che per un infante è un'attività molto seria, a differenza dello scherzare dell'adulto, che è tutt'altra cosa. Disse Sigmund Freud: "Nel gioco ci sono i semi di ciò che l'individuo sarà in futuro". La scelta è molto ardua perchè mi obbliga a un richiamo mnemonico di un parco dischi sterminato. Mi muoverò tra qualche caposaldo e altre opzioni casuali, confidando nel fatto che, per qualche imperscrutabile meccanismo psicologico, talvolta queste sono le più azzeccate. Disclaimer: stilerò le mie riflessioni in forma di didascalia; lo so che mi risulta difficile, ma cercherò di essere breve e conciso. Bando quindi alle ciance e via alla mia personale rassegna, tra il serio e il faceto:

 



La copertina non è questa, ma purtroppo non sono riuscito a trovare quella vera, accontentatevi. Si trattava di un disco a 33 giri, allegato all'enciclopedia "I tesori della musica", di diametro ridotto e contenente la Sinfonia N. 3 in fa maggiore Op. 90 di Johannes Brahms. È il mio inizio, spesso ci penso con infinita tenerezza e maliconia. Lo acquistai in edicola con le 500 lire regalatemi per il mio undicesimo compleanno. Corsi subito a casa per ascoltarlo sulla fonovaligia Lesa di mia nonna (lei ci sentiva gli chansonnier francesi, aveva un'adorazione per Edith Piaf). Ne fui conquistato, lo sentii sino a ridurlo in polvere (citazione zappiana, ma lui si riferiva a Ionisation di Edgard Varèse). Sono 50 - 51 anni che ascolto questa sinfonia, che per me non ha ancora perso un grammo del suo grande fascino. A questo seguì a breve distanza un altro disco del genere, con inciso il Concerto per violino e orchestra in Re Minore Op. 64 di Felix Mendelssohn, che però non mi piacque molto. Lo trovai piuttosto lagnoso, melenso e non lo ridussi in polvere come l'altro.

 



Rappresenta il mio ingresso non solo nel mondo fatato e crudele di Gustav Mahler, ma anche in quello della riproduzione audio di "qualità". Di qualità è parola grossa perché il mio primo apparecchio "semiserio" fu un compatto Philips con diffusori largabanda biconici e testina piezoelettrica del peso di lettura di 10 grammi!!! Inutile dire che la mia discoteca dell'epoca, costretta a passare sotto questa sorta di aratro, ne fu irrimediabilmente segnata. Un disco enigmatico, che ha accompagnato le mie prime turbe adolescenziali, il passaggio da un tenero mondo infantile a quello dell'adolescenza, con i suoi dubbi, con i suoi piccoli e grandi drammi crescenziali. Bruno Walter, che conobbe personalmente Gustav Mahler e lavorò come suo assistente all'opera di Amburgo, è per me un insuperabile riferimento mahleriano, senza possibilità di paragoni (forse salverei Otto Klemperer e pochissimi altri), unica salvezza a mio parere contro certe derive hollywoodiane che hanno preso possesso di quest'incredibile musica.

 



Spesso i dischi che mi sono rimasti indelebilmente nel cuore hanno dei concreti riferimenti con tappe reali della mia vita. Le Goldberg di Gould rientrano sicuramente tra questi. Era il 1989, mi ero appena diplomato infermiere professionale a Barletta, a luglio feci fagotto e me ne andai a lavorare nella Casa di Cura convenzionata USL "Villa Chiara", a Casalecchio di Reno, pochi chilometri da Bologna. Lo acquistai in musicassetta, lo ascoltavo spesso di sera con il mio walkman della Saba, con degli auricolari da quattro soldi (che ho sempre trovato scomodissimi), e m'immergevo nell'universo bachiano. Un cosmo che ho apprezzato piuttosto tardi, grazie anche a questa mitica registrazione. Non è che J.S. Bach mi prendesse allora più di tanto, ero ancora immaturo per comprenderlo, per entrare nella sua magnetica circolarità. Vi confesso che a volte mi annoiava, ma continuavo comunque a frequentarlo, presago di un qualcosa di grande e imperdibile, che avrebbe poi condizionato il mio passaggio terreno. E alla fine lo trovai... Comprai dopo qualche tempo la sua raccolta di scritti "L'ala del turbine intelligente", straordinaria ed eccentrica come in fondo lo è stato questo grande pianista. Un libro che sarebbe valso la pena acquistare non fosse altro che per il meraviglioso saggio introduttivo di Mario Bortolotto: "Equivalenze puritane".

 



Altro disco indissolubilmente legato al mio vissuto, purtroppo richiamante un frangente doloroso. Era il 1981, fui operato al Policlinico di Padova per una brutta neoplasia (aspettativa di sopravvivenza del 5%). Sei ore d'intervento, ricordo la paura dei giorni precedenti, il liberatorio respiro per la fortuna di essere scampato alla morte, che in quel caso non era affatto una remota possibilità. Passata la tempesta i miei mi vollero fare un regalo, mi portarono alla Ricordi di Padova e mi dissero: "prendi il disco che desideri". In realtà ne presi due, scegliendo un box con due LP Deutsche Grammophon contenenti, oltre alla Quinta di Mahler anche i suoi sublimi "Kindertotenlieder". Tornato a casa, li ascoltai in religioso silenzio rivivendo come in un film i momenti di ansia, quelli drammatici nell'imminenza del lungo intervento e la liberazione finale, segnata dall'apoteosi del Rondo-Finale (Allegro). Allora si che avevo un impianto definibile Hi Fi, con le mitiche casse Infinity RSb, due gioielli con il woofer in carbonio e tweeter a nastro isodinamico "EMIT". Dopo Mahler, nulla fu più lo stesso. Sino a qualche tempo fa almeno, visto che oggi è Bruckner quello che mi suscita le emozioni più profonde.

 



Non sono un amante dell'opera, tranne rarissime eccezioni (La Carmen di Bizet), ma ho diversi vinili, perfettamente conservati, che comprai quando suonavo le percussioni nelle bande municipali di Andria e Ruvo di Puglia. Mi esercitavo con la partitura a casa, facevo partire il disco e ci suonavo su, con piccoli piatti e il Tom-Tom basso della batteria che fungeva da timpano. Vi lascio immaginare che né i famigliari né i vicini erano particolarmente contenti, tanto da indurmi più o meno "gentilmente" a desistere dopo qualche tempo. Ero costretto a farlo perché le prove di banda non erano propriamente al livello di quelle dei Berliner come numero. Pochissimi erano gli incontri, tra l'altro spesso interrotti dagli improperi del direttore e qualche bandista che coloritamente mandava tutti a quel paese (rigorosamente in dialetto). "Obtorto collo", mi esercitavo quindi da solo, nell'intenzione di non andare proprio allo sbaraglio. Amavo molto poco Verdi che, non so perché, mi ricorda fortemente il periodo e lo stile bandistico. La colpa è tutta mia, non lo amavo e non lo capivo, o meglio viceversa; a lui preferivo un compositore che alle mie orecchie suonava più raffinato: Giacomo Puccini.

 



Ho molto amato "Night Passage" dei Weather Report. Come ho amato il genere Progressive, il Fusion e autentici genii come il compianto Joe Zawinul e Lyle Mays (e molti altri ancora). Ho intere e intere discografie, che ormai non so più dove mettere perchè molte di esse sono in formato fisico e non liquido. Ma questo album ha per me un significato particolare non solo per il fascino notturno che emana, ma per il fatto di averlo lungamente utilizzato per testare all'ascolto i diffusori che recensivo. Lo conosco talmente bene che, ancora oggi, posso comprendere il comportamento in gamma alta, media e bassa di un sistema d'altoparlanti. L'indole di un tweeter nel riprodurre i piatti della batteria suonata da Peter Erskine, quella del midrange nell'olografare lo splendido suono del sax di Wayne Shorter o le geniali tastiere di Zawinul. Come un woofer riesce a trasmettere il senso del ritmo a la luciferina articolazione del basso "Fretless" del grande Jaco Pastorius. Mi dice anche un'altra cosa, avendo quest'incisione sia in formato analogico che digitale. Quanto un microsolco può ancora dire, ed è sorprendentemente molto, la sua fulminea reattività ai transienti e la matericità impareggiabile del suono, che si può tagliare con il coltello, a fronte di quello relativamente piatto e inconsistente del numerico.

 



Un gran bel disco questo "Travelogue" dell'angelica Joni Mitchell! Doppio CD pubblicato dall'etichetta discografica Nonesuch Records nel 2002. Prodotto dalla stessa Joni Mitchell e da Larry Klein, anche curatore della direzione artistica, mentre gli arrangiamenti e la direzione musicale sono di Vince Mendoza. Noto e importante per aver visto la partecipazione di prestigiosi musicisti come Wayne Shorter, Kenny Wheeler, Herbie Hancock, Billy Preston e Larry Klein, oltre ad un'imponente formazione orchestrale. Mi è rimasto nel cuore per le sue atmosfere inconfondibilmente americane, fatte di spazi immensi. Ogni volta che lo ascolto, il mio pensiero va al film "Zabriskie Point" di Michelangelo Antonioni. Esempio di integrazione tra arte musicale e immaginazione spaziale, due elementi che convivono tra stupende melodie e gli infiniti spazi del deserto californiano. "Zabriskie Point is everywhere", proprio come la bella musica, che sembra non invecchiare mai e attraversare le nostre vite come una lama nel burro.

 



La vita è fatta anche di piccole perversioni, che possono essere pure musicali. La mia è quella di ascoltare sino a star male dalle risate, o piangere di malinconia (gli estremi si toccano), il "Trash" declinato in dialetto tranese di Leone Di Lernia. Il mio interesse per questo cantante/showman pugliese si porta dietro un altro bel pezzo del mio vissuto. Ho brevemente abitato a Trani nei primi anni '90, un trilocale a pochi passi dal mare. Il mattino aprivo la finestra e osservavo incantato come un bambino la distesa argentea all'alba di fronte a me. Feci amicizia con un simpatico tranese, Nicola, ci riunivamo in un garage interrato e su un vecchio impianto ascoltavamo proprio le Hit del mitico Leone. Erano i tempi della mia affezione per un altro pugliese DOC: Lino Banfi. Canzonette e filmetti scollacciati, dall'improbabile valore, ma che per me ne hanno tantissimo poiché portano il fresco respiro della mia giovinezza. Tutto è relativo e ci si può commuovere anche di fronte a questi, non per il loro valore assoluto, ma per quello, tutto personale, del vissuto che hanno appiccicato addosso.

 



Ritorniamo nei canoni della grande musica, la cosiddetta classica, con gli ultimi due dischi feticcio. Il primo è la bellissima rivisitazione della produzione pianistica di Modest Musorgskij da parte di Maurizio Baglini (con la partecipazione di Roberto Prosseda). Interpretazione intensa come poche, con alla tastiera uno dei nostri migliori pianisti (imperdibile il suo Schumann!). Anche questa segna il mio inizio, in questo caso di recensore e critico musicale dilettante. Il momento in cui ho cominciato a scrivere di musica sulla spinta della mia grande passione. Oggi "Non solo audiofili" più che un sito personale è una creatura che ho visto nascere e amorevolmente fatta crescere, questo magazine online conta numerosi articoli riguardanti la musica, 129 per l'esattezza, mentre ho in canna l'ennesimo colpo pronto a partire. Segna altresì l'inizio della mia amicizia con il pianista toscano, nel 2013, cui hanno fatto seguito davvero tanti scritti, recensioni di CD, concerti, interviste, appuntamenti all'Amiata Piano Festival, con i quali ho voluto esternare tutta la mia ammirazione per lui. Stima per'altro estesa anche alla sua compagna, la violoncellista Silvia Chiesa.

 



Ricordate il programma "Le interviste impossibili", andato in onda nel 1974 sulla seconda rete radiofonica Rai? Una trasmissione in cui degli intellettuali viventi fingevano d'intervistare 82 fantasmi redivivi di persone appartenenti a un'altra epoca, impossibili da incontrare nella realtà? Di fronte alla Integrale delle Musiche per tastiera di Händel, interprete Francesco Libetta, mi verrebbe da inventare un nuovo filone recensorio, essendo tali registrazioni impossibili a trovarsi. Lo stesso Autore afferma: "... la mia registrazione di tutti i pezzi per tastiera di Händel (una dozzina di ore, in dieci CD) è la sola realizzata, stampata in due copie: una a casa di Battiato (che ne ha usato un paio di tracce per il suo documentario su Gesualdo Bufalino), l'altra è questa mia". In realtà non potrei nemmeno recensirla in quanto non ne ho mai ascoltata, mio malgrado, nemmeno una nota. Eppure metto questi dieci CD in uno solo, immaginario, come simbolo di tutto quello che avrei voluto ascoltare e recensire, ma non ne ho mai avuto l'opportunità. Forse avverrà in una seconda vita. Magari nell'al di là un caritatevole Santo mi recapiterà un pacco con questi CD.

 

Alfredo Di Pietro

Aprile 2020


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