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UNA FAMIGLIA MUSICALE



"Come in ogni famiglia, ognuno di noi ha la sua peculiare storia e personalità, il suo modo di stare "in famiglia".  E ognuno è anche musicista, ciascuno con la sua propria "grana" vocale, come la chiamava suggestivamente Roland Barthes. I legami familiari che ci uniscono ci hanno fatto scivolare, fin dalla nascita o fin dal primo incontro, all'interno di un organico e variabile labirinto di specchi, stanze, sentimenti, finestre, ponti e memorie che costantemente ci stimola al dialogo e al confronto reciproco, multilaterale.

Intorno alla tavola da pranzo come intorno al pianoforte, negli anni abbiamo condiviso esperienze di vita e innumerevoli conversazioni. Oltre il versante della parola, la musica da camera è un universo dove continuiamo naturalmente il nostro dialogo a quattro. In questa dimensione sonora, la proposta e l'ascolto si aggrovigliano con un'intensità e una complicità che vanno ben oltre i termini della relazione "professionale".

Oggi i nostri quattro percorsi artistici ci portano a viaggiare molto, talvolta soli, talvolta in coppia. Abbiamo ormai stabilito residenza in tre paesi diversi e passano spesso mesi prima che possiamo ritrovarci e cenare tutti e quattro insieme. Siamo, nella vita e sul palcoscenico, una famiglia a geometria variabile.

L'odierna rarità impreziosisce il nostro stare insieme e ci ispira una progettualità condivisa e da condividere. È quel che già facciamo a Firenze nel nostro Kantoratelier, dove rendiamo labile e fluido il confine tra casa e palcoscenico, tra parola e musica, tra maieutica e interpretazione.

Sono queste nostre sintonie familiari, contrappunti da camera, che desideriamo portare a risuonare anche nella tradizionale sala da concerto.

Hausmusik
Tommaso Lonquich"


Il 14 gennaio 2019 e il 14 luglio 2020 sono due nudi riferimenti temporali che possono dire tutto o niente, forieri di tensioni emotive oppure vuoti di significato. Non così per me, poiché l'indefinitezza è destinata presto a dissolversi per lasciare posto a una valenza speciale, ai nitidi contorni di un'esperienza che porta il segno incancellabile della conoscenza di una bellissima famiglia musicale. Mentre mi sforzo di distillare da un folto brogliaccio uno scritto che proceda fluido, affiorano alla mia memoria i quattro volti che la compongono, quelli di Alexander Lonquich, Cristina Barbuti, Tommaso Lonquich e Irena Kavcic. Due date, due diversi momenti: la prima coglie questa famiglia nell'atto di esprimersi nel linguaggio che le è più congeniale: la musica, la seconda, molto più vicina nel tempo, riguarda la mia visita al loro Kantoratelier, luogo eletto dove arte, psiche, musica e teatro sembrano aver trovato il loro centro gravitazionale.


14 GENNAIO 2019



CONVIVIUM

C. Debussy - Petite piece (clarinetto e pianoforte)

I. Stravinsky - Tre pezzi per Quartetto d'archi (versione per pianoforte a quattro mani)

C. Saint-Saens - Tarantella Op. 6 (flauto, clarinetto, pianoforte)

C. Debussy - Prima Rapsodia per clarinetto e pianoforte

I. Stravinsky - La Sagra della Primavera (versione per pianoforte a quattro mani)

A. Jolivet - Sonatina per flauto e clarinetto

F. Martin - Ballade per flauto e pianoforte

G. Connesson - Techno-Parade per flauto, clarinetto, pianoforte

Irena Kavcic

L'evento si consuma in una rigida serata milanese, nella prestigiosa Sala Verdi dell'omonimo Conservatorio di Musica. Arrivo sul posto in largo anticipo, come sempre. Nell'attesa del concerto percorro in lungo e in largo il foyer antistante la sala, osservando dietro le spesse vetrate gli strumenti storici esposti, tra cui un illustre violino e una viola, una chitarra priva di manico e corde e una mandola, tutti oggetti appartenenti al Museo degli Strumenti Storici E. de' Guarinoni. Cammino nervosamente sino al momento in cui il personale di sala invita il pubblico a entrare. Per la prima volta assisto a un concerto in cui suona Alexander Lonquich, uno dei miei miti da ragazzo e che continua a esserlo anche oggi, che di anni ne ho 62 suonati. I concerti dal vivo non sono stati la strada maestra per conoscerlo, ma ho sempre attinto dalla sua produzione discografica, tallonata in ogni tappa con delle aspettative che non sono mai state deluse. Una fantastica carrellata di dischi, dal primo del 1981, Alexander Lonquich Piano, etichetta Deutsche Grammophon, sino al recente, ultimo e abissale Schubert 1828, un doppio album del 2018 edito da Alpha Classics in cui la capacità di scavo di Alexander mi ha lasciato sconcertato. Ho anche avuto l'idea di recensirlo, da appassionato di lunghissimo corso, ma il mio desiderio si è infranto contro una sorta di timore reverenziale. Entro in sala, dove mi hanno assegnato un posto piuttosto distante dal palcoscenico, "fa niente" mi dico, sono contento lo stesso perché l'Ufficio Stampa mi ha accordato il permesso di scattare delle fotografie.



Il potente zoom digitale della mia fotocamera e la libertà di muovermi nella sala sono stati dei buoni collaboratori, consentendomi d'immagazzinare tante belle immagini. Dopo qualche minuto di attesa la nostra famiglia musicale fa il suo ingresso, si accomoda sotto i riflettori che illuminano a giorno il prestigioso palcoscenico della Sala Verdi. A sorpresa, l'incipit è affidato a un brano non incluso nel programma, l'amabile Petite pièce di Claude Debussy, dove padre e figlio instaurano senza indugio quel clima di misteriosa eleganza che ci accompagnerà per tutta la durata del Convivium. Composto nel 1910, è una gemma il cui luccichio ha una durata molto breve, circa un minuto e mezzo. Poche note bastano per stabilire quella morbida eleganza tutta debussyana, dal carattere quasi improvvisativo per l'estemporaneo originarsi delle frasi, e l'inconfondibile colore tonale conferito dalla scala pentatonica, largamente utilizzata dall'autore francese. Florida di screziature, magistrale appare la gestione dell'agogica, come della dinamica; il rapimento, la capacità di trasportare l'ascoltatore verso territori lontani è favorito dall'avvincente amalgama pianoforte/clarinetto. L'ondeggiante alternanza tra piano e forte, inframmezzati da tinte dinamiche intermedie sapientemente olografate, sfuma in dissolvenza verso il finire del pezzo. Di tutt'altro stampo emozionale si rivelano i Tre pezzi per Quartetto d'archi di Stravinsky, nella versione per pianoforte a quattro mani.

Tommaso Lonquich

Composti un anno dopo la Sagra della Primavera, segnano un periodo nel percorso artistico dell'autore in cui, messa temporaneamente da parte la produzione orchestrale, si assiste a un'attività principalmente volta alla musica da camera e a composizioni per strumenti solisti. I Tre pezzi non sono di frequente apparizione negli impaginati di sala, probabilmente anche a causa della loro difficoltà esecutiva; richiedono una ferrea padronanza non solo della tecnica, ma anche del composito linguaggio stravinskyano. Il cimento della ricreazione di una certa suggestione timbrica, tra il martellare percussionistico dei primi due episodi e la misteriosa rarefazione sonora del terzo, è brillantemente superato dal duo Lonquich - Barbuti. Non sfugge a un attento ascolto una sottesa ricerca sul suono, condotta con ammirevole rigore, che non può non esitare in un'efficace reimpressione dei diversi modi di attacco della corda. Non si tratta d'imitare il suono degli archi sul pianoforte, cosa impraticabile a causa della loro differente natura, quanto di trasporre la loro identità originaria sullo strumento a percussione. Mi sembra un obiettivo raggiunto in scioltezza poiché gli estremi di un percussivismo quasi selvaggio e lo straniamento di una dialettica diradata sin quasi all'evanescenza sono potenti frecce all'arco dei nostri due pianisti. Effonde quindi nella grande Sala Verdi la Tarantella Op. 6 di C. Saint-Saens, dove fanno ingresso nella compagine familiare la bravissima Irena Kavcic e il suo compagno di vita Tommaso Lonquich. Irena è attualmente primo flauto nell'Orchestra della Radio Slovena, ha studiato con Maja Klanjšček e Alenka Zupan, diplomandosi poi presso l'Accademia di Musica di Lubiana sotto la guida di Carolina Šantl-Zupan.



Nel suo percorso professionale si è perfezionata all'Università di Musica e Arti di Vienna con Gisela Mashayekhi-Beer e presso la Escuela Superior de Musica Reina Sofia a Madrid con Jacques Zoon e Aniela Frey. Non meno brillante è il curriculum artistico di Tommaso, figlio di Alexander, clarinetto solista nell'Ensemble MidtVest, un gruppo da camera che ha la sua base in Danimarca, nonché membro della prestigiosa Chamber Music Society of Lincoln Center a New York, in compagnia della quale si esibisce negli Stati Uniti e in tournèe. È regolarmente invitato a importanti festival sia nel Nord e Sud America che in Europa e Asia, proponendosi al lato di musicisti quali Carolin Widmann, Pekka Kuusisto, Enrico Bronzi, Umberto Clerici, Sergio Azzolini, Danusha Waskiewicz, Alexander Lonquich, Jeffrey Swann, Klaus Thunemann e i Quartetti Vertavo, Noûs e Zaïde. Qualche cenno biografico/curriculare non guasta mai. Brano orecchiabile questa Tarantella Op. 6, camaleontico nell'attraversare lo scanzonato, il battagliero e l'ironico, tutte sensazioni sorrette da un ben scandito tempo di 6/8, uno tra i canonici della Tarantella, danza tradizionale in tempo veloce del Sud Italia riconducibile al fenomeno del tarantismo pugliese. In realtà, la sua risonanza è stata tale da favorirne la declinazione in tanti tipi diversi, a seconda della provenienza geografica, ben dodici secondo alcuni testi di musicologia. La lettura di Tommaso e Irena è in grado di appagare l'ascoltatore più raffinato come quello più viscerale, basata com'è su elementi di effervescente spettacolarità e su quella felicità d'ispirazione che rende giustizia al polso compositivo di Saint-Saens.



È una buona occasione per mettere in campo il loro smagliante virtuosismo, unito a un infallibile istinto musicale. Ritorna Debussy nel quarto brano in programma, la celebre Prima Rapsodia per clarinetto e pianoforte. In origine concepita per clarinetto solista e un organico orchestrale, questa Première Rhapsodie L 124a ha una strana storia, occasionalmente pensata come pezzo da leggere a prima vista per il concorso di clarinetto del 1910 al Conservatorio di Parigi. Quel Conservatorio impietosamente definito dalla stesso autore come "... lo stesso luogo cupo e sudicio che abbiamo conosciuto, in cui ovunque uno tocchi sente sotto le dita la polvere delle cattive tradizioni." Questo pezzo dà ancora una volta il destro a Tommaso Lonquich di far valere la sua non comune classe di strumentista, il suo fascino di magistrale tessitore di trame sonore, forte di una completa padronanza dei propri mezzi espressivi. Il brano che segue, La Sagra della Primavera nella versione per pianoforte a quattro mani, occupa sicuramente un posto di speciale rilievo nel programma di questo Convivium, non fosse altro che per l'ampiezza delle sue proporzioni. Dev'essere un cimento da far davvero tremare le vene ai polsi trasportare su un pianoforte l'immane energia che questo capolavoro contiene. La sua storia è nota, come il titolo originale francese di "Le Sacre du printemps"; fu scritto fra il 1911 e il 1913 per la compagnia dei Balletti russi di Sergej Djagilev, con musica composta dal russo Igor' Fëdorovič Stravinskij. Altrettanto conosciuto è il putiferio che scatenò alla sua "première" la sera del 29 maggio 1913 al Théâtre des Champs-Élysées.

Cristina Barbuti

Parte del pubblico, inferocito da ciò che stava ascoltando, reagì ben presto con urla e insulti che generarono un frastuono incredibile. Un vero e proprio conflitto sorse tra le due opposte fazioni dei presenti, una legata alla tradizione e un'altra propensa all'avanguardia. Cenni storici a parte, la mia attenzione è tutta rivolta verso l'elettrizzante racconto di Alexander e Cristina, due grandi pianisti che ancora una volta hanno dimostrato di cosa sono capaci. A un certo punto noto che il voltapagine dimentica di girare il foglio, lo fa allora Alexander con moto stizzito, contrariato dalla disattenzione avvenuta nel corso di una partitura così lunga e difficile. Diverse sono le risorse messe da loro in campo per attivare al meglio quella formidabile macchina da guerra che è la Sagra della Primavera. L'indiscutibile abilità tecnica, la capacità di concentrazione, la grande sensibilità e cultura, un approccio percussionistico allo strumento di rimarchevole incisività e, non ultima, una personalità magnetica che ha pochi eguali in ambito pianistico. Si gioca su grandi contrasti, sull'estremizzazione della furia distruttiva. Il grandioso affresco è costituito dal sornione, e presago di drammatiche evoluzioni, risvegliarsi della primavera, con i campi ricoperti di fiori e il gioioso danzare degli uomini, dal gioco del rapimento e le danze primaverili, la conturbante stasi del corteo del saggio e l'episodio del saggio, preludenti al furibondo scatenarsi delle forze distruttive nella danza della terra in quel rito sacrificale che termina con la morte dell'adolescente predestinata. Ogni episodio è concatenato all'altro in uno stretto coinvolgimento.



Durante l'esecuzione mi sento percorso da forti correnti emotive, quasi coartato da un itinerario musicale che non lascia possibilità di scampo, tenuto incollato alla poltrona sino alla fine con il respiro sospeso. Succede quando la musica diventa furore tribale dall'impatto fisico e non soltanto piacevole melodia. Il memorabile concerto invernale prosegue con la Sonatina per flauto e clarinetto di A. Jolivet, un momento di relativo e parziale alleggerimento che favorire una pausa di riflessione negli animi, dopo un tempestare di tale violenza primordiale. Anche qui, tuttavia, non manca l'enigma di una scrittura misteriosa, dai toni però più distesi e meditativi. Sono ipotizzabili delle connessioni con il brano precedente. Come lo stesso compositore ebbe a dichiarare in un articolo: "La vera musica francese non deve niente a Stravinskij". André Jolivet nacque a Parigi in una famiglia di artisti e inizio a provare attrazione per l'atonalità dopo aver ascoltato in concerto musiche di Arnold Schönberg, rafforzò in seguito questa sua inclinazione studiando con Edgard Varèse. Nel 1936, insieme a Olivier Messiaen, Daniel Lesur e Yves Baudrier, diventò fondatore del gruppo "La jeune France". Tutta la sua vicenda artistica reca traccia di una ricerca volta alla valorizzazione del significato arcaico della musica, tesa a sottolinearne i legami con entità esoteriche e religiose. Tommaso Lonquich e Irena Kavcic ci offrono una lettura vigorosa, sanguigna, a nervi tesi ma anche sottilmente lirica nei momenti più cantabili, sbalordisce anche in questo frangente la loro perfetta intesa, pure negli episodi ritmicamente più intricati, dove il rischio del manifestarsi di dissincronie si fa reale. Seducono le spruzzature di colore strumentale, ora livide ora azzurrine, talvolta incandescenti.



Non si discosta molto da questa temperie la Ballade per flauto e pianoforte di Frank Martin, anch'essa intrisa di quella sensibilità che conduce in regioni arcane. Questo inobliabile "Convivium" termina con un brano moderno, forse atipico in una serata incentrata sulla progressione di suggestioni di un certo tipo. Si tratta dello sfavillante Techno-Parade per flauto, clarinetto, pianoforte di Guillaume Connesson. Vengo trascinato in un ludico rutilare dall'incredibile verve ritmica, scattante, elettrizzante e anche molto, molto divertente da ascoltare, come credo anche da eseguire. Sotto il pulsare di un pianoforte, anche preparato, svolazzano i ghirigori degli strumenti a fiato; un pezzo ideale per concludere un programma come questo, liberatorio, con il quale scrollarsi di dosso le molteplici tensioni che ci hanno percorso nella serata. La famiglia musicale ci concede un bis, con grande piacere riascoltiamo la fatata voce del flauto di Irena Kavcic, accompagnata al pianoforte da Alexander Lonquich, nel Prélude à l'Après-midi d'un faune di Claude Debussy.




14 LUGLIO 2020
VISITA AL KANTORATELIER
ARTE - PSICHE - MUSICA - TEATRO




"... c'era invece una stanza distrutta, "truccata"...
al cui interno si trovavano sia gli spettatori sia gli attori."
(Tadeusz Kantor)




Il Kantoratelier è un multiforme spazio in casa, la dimora fiorentina di Alexander Lonquich e Cristina Barbuti. Una villa risalente ai primi del novecento, immersa tra i viali che portano a Bellosguardo e Piazzale Michelangelo, a pochi passi da Porta Romana e da San Frediano, il noto quartiere degli artigiani e degli artisti descritto da Vasco Pratolini. Una volta oltrepassato l'ingresso della bella palazzina liberty, salgo una rampa di scale, dove in cima c'è un pianerottolo. "È lì", mi dice Cristina, "che le persone si fermano per fare le loro sottoscrizioni all'associazione o il biglietto." Sino all'anno scorso era stata attuata la politica dell'ingresso responsabile, cioè ognuno dava quello che voleva, una formula che il violoncellista Mario Brunello aveva ideato per il suo spazio, in verità molto democratica, in cui ogni persona dava quello che poteva. A un certo punto però il Kantoratelier ha deciso di non attuarla più. In questa reception ci sono sempre due giovani, tirocinanti o persone di fiducia, regolarmente retribuiti. Spesso sono figli di cari amici di Alexander e Cristina. La quota di associazione ha cadenza annuale. Entriamo nel salone dove si tengono gli eventi, un locale di circa 90 mq che si trova al piano inferiore, molto luminoso, insonorizzato e dotato di parquet in rovere, ben rischiarato da potenti fari teatrali, al suo interno c'è un bellissimo pianoforte a coda Yamaha e un impianto stereofonico Sonus Faber/Naim (mi brillano gli occhi...), insieme a un videoproiettore. Uno spazio per lo più abitato, nello sventurato periodo del COVID-19, dai tre simpaticissimi cagnolini Kiki, una femmina chihuahua adulta di sette anni, e due cuccioli maschietti: Didier (chihuahua) e Jacques (papillon).



In questi mesi si saranno certamente divertiti un mondo a scorrazzare per ogni dove, in quegli spazi non occupati dai partecipanti agli eventi. Qualche piccolo guaio l'hanno combinato; le varie barriere che sono state allestite non gli hanno impedito di rosicchiare il collegamento con il dimmer, "piccolo" particolare che non consente l'accensione e la regolazione dell'intensità luminosa degli spot. Caratteristica del Kantoratelier è una luce blu, posta sul soffitto e orientata verso il centro del salone, "una specie di pianeta" dice Cristina, "ci sono varie altre luci dislocate nello spazio, intense, di gittata teatrale". Agli angoli della parete di fondo campeggiano i due diffusori Sonus Faber che fanno parte dell'impianto audio. Alexander mi mostra una grande lavagna di ardesia, posta sulla parete destra, dove molto spesso nel corso delle serate vengono scritte le tematiche, viene utilizzata anche durante i corsi-laboratorio per i ragazzi. Il pianoforte a coda Yamaha che ho davanti non è uno qualunque, poiché fatto a mano dalla grande casa giapponese. Alexander mi accompagna al piano superiore, "l'idea del Kantoratelier non è solo quella di fare dei concerti ma anche dei corsi, dei laboratori, e chi vi partecipa può essere ospitato nella camera posta al piano superiore. L'abitazione dei nostri amici è contigua allo spazio pubblico, separata da questo tramite una vetrata ornata con dei tendaggi. Vedo anche un piccolo ufficio, allestito con gusto e raffinatezza, a breve distanza dalla camera da letto dove può dormire l'ospite.



"Questo villino", mi racconta Alexander, "era un tempo l'appartamento di una signora anziana che poi è venuta a mancare, in seguito lo abbiamo ristrutturato, abbattuti i muri divisori per ricavare un vasto open space al piano inferiore, dove c'è il salone degli eventi. È stata pure aggiunta una stanza, prima inesistente, una specie di sottotetto adibito a camera da letto degli ospiti. Fuori c'è una bella terrazza con una vista splendida, si può vedere il Duomo." E l'azzurro di questa magnifica giornata estiva.




METTI UNA SERA A CENA
LE SCATURIGINI DEL KANTORATELIER


Dopo aver rotto il ghiaccio, metto un po' da parte la mia timidezza e il timore reverenziale. Scopro due persone meravigliose, ospitali e molto brave nel mettermi a mio agio. Entrambe affabili, Alexander mi appare uomo mite, posato nel parlare, lo ascolto con attenzione senza però perdere di vista l'espressione che di volta in volta si disegna sul suo volto durante l'eloquio. Scopro che la sua parola, messaggera di un pensiero complesso, viaggia molto oltre le apparenze, è gravida di vissuto, cultura e significati tutti da scoprire. Cristina è una donna fiera, sicura di se, decisa sin quasi a rasentare in certi momenti la durezza. Il suo sguardo ti penetra in profondità, ti fa sentire nudo, disarmato. Eppure sa essere al contempo dolcissima, affettuosa, capace di cogliere con singolare acutezza le tue espressioni, i movimenti del corpo, con un'occhiata penetra la superficie scandagliando il tuo profondo. Andiamo a cena, ci fanno compagnia i tre cagnolini Kiki, Didier e Jacques, in un ristorante vicino a casa loro. Davanti a un bicchiere di ottimo vino bianco mi raccontano la storia della loro creatura. Il Kantoratelier trae spunto dalla figura di Tadeusz Kantor, polacco, prima artista e poi diventato creatore di pezzi teatrali con una compagnia di attori al suo seguito. A un certo punto della sua vita si è spostato a Firenze, lavorando proprio nella zona dove oggi c'è il Kantoratelier. Qui Tadeusz aprì il suo secondo spazio laboratoriale. Nel 1955 aveva fondato a Cracovia il gruppo "Cricot 2", un luogo di libero incontro di artisti e teatranti il cui nome derivava dall'anagramma delle parole "To circ".

A Firenze, invece,
tra il 1979 e il 1980 produsse una nuova creazione, il pezzo teatrale Wielopole-Wielopole. Lo spazio fiorentino di Kantor fu detto anche "La goldonetta" in quanto sorto vicino al Teatro Goldoni. La sua relazione con Firenze, durata parecchi anni, è stata molto intensa. Lui lavorava moltissimo sul passato, sulla rievocazione delle sue memorie infantili. "Al di là di questo", racconta Alexander, "in realtà noi eravamo entusiasti dei filmati di suoi spettacoli, i quali ci avevano colpito già prima che nascesse l'idea di fondare il Kantoratelier". Nella sua opera sono importanti le reminiscenze, ricordi remoti che affiorano ne "La classe morta", una rappresentazione dai connotati un po' macabri dove si parla di una classe scolastica composta da vecchi-bambini. Personaggi che vivono tra l'infanzia e la senescenza in una sorta di cerchio in cui gli estremi si toccano. Si crea così una zona di confine tra vita e morte, realtà e sogno. "Sia io che Cristina avevamo da sempre un forte interesse per il teatro. Già a vent'anni leggevo i libri di Stanislavskij sulla pedagogia teatrale. Trovavo che questo importante elemento mancava nell'insegnamento della musica ai ragazzi, era un aspetto che difettava, specialmente nell'approfondimento di quello che avevano fatto i grandi insegnanti di teatro, in gran parte russi." Così è sorta l'idea di creare questo spazio, che ha avuto sin dall'esordio l'ambizione di congiungere quelle discipline che di solito sono separate, come la musica, il teatro, l'esplorazione della psicologia e della psicanalisi. Un piccolo cosmo che, in buona sostanza, comprendesse varie sezioni artistiche ed estetiche.

La prova di questa multidisciplinarietà sta anche nei ruoli attribuiti nella gestione dell'istituzione. Così, Alexander Lonquich è Presidente, Tommaso Lonquich vicepresidente, Cristina Barbuti si occupa della Direzione Artistica e Mario Aiazzi Mancini della Psicanalisi e Poesia. Il termine Kantor (maestro di cappella) ha anche una franca attinenza con la figura di J.S. Bach. Tutte queste discipline sono messe in campo per fare esperienze condivise. "Erano idee che avevamo ancor prima di trovare una casa da poter adibire a quella che oggi è l'attuale sede dell'associazione e che hanno trovato una realizzazione quando abbiamo acquistato la villa di quest'anziana signora defunta. Così ci siamo detti: perché non comprare proprio questa? Anche come forma d'investimento?" Una coincidenza che ha quindi favorito l'avverarsi di un sogno a lungo maturato. Prosegue Alexander: "Con il nostro lavoro abbiamo messo in piedi anche un progetto pedagogico, chiamato Dedalus - L'artista da giovane." Si tratta di un percorso biennale di formazione interdisciplinare, nato per iniziativa delle associazioni culturali Musica Felix, di Prato, e il Kantoratelier, il quale propone ai musicisti di affiancare all'affinamento della propria crescita musicale una serie di laboratori dedicati ai campi artistici dei linguaggi che interagiscono profondamente con quello musicale, ma dei quali si hanno per ora poche conoscenze tecniche ed estetiche. "Il nome si rifà al noto romanzo di Joyce, Dedalus. Ritratto dell'artista da giovane." "Una persona", afferma Cristina, "che, artisticamente chiamata, cerca varie vie per poi trovare la sua."

Il progetto è rivolto ai pianisti, che colgono con il Kantoratelier l'occasione di avere, oltre che delle lezioni di musica, anche incontri con vari rami artistici. "Il nostro primo progetto in tal senso", dice Alexander, "sarebbe durato più di un anno e si sarebbe concluso con un evento, ma, purtroppo, tutto è stato sospeso a causa della pandemia da COVID-19". Potremmo altresì considerarlo come la messa in scena di un progetto interlinguistico, dove i pianisti scelgono loro le musiche da eseguire, delle opere che però sono proposte in maniera non tradizionale, con l'ausilio di mezzi multimediali come l'Home Video o anche di una semplice messa in scena teatrale. Alcuni hanno tentato di stilare una tesina, non un vero e proprio progetto di rappresentazione, con l'intenzione di trovare una maniera per mettere a nudo il proprio corpo e quindi essere loro gli oggetti della scena. "Riprenderemo", dice Alexander, "non appena ci sarà la possibilità di farlo". Tra gli interessi della realtà fiorentina, c'è quello per la psicologia della Gestalt, la quale ha delle notevoli connessioni con la musica, oltre a essere una terapia efferenziale di grande rilevanza che Cristina utilizza proprio con quest'arte. Dalle parole del sito ufficiale della realtà fiorentina si evince che questo coraggioso progetto scaturisce dalla constatazione che qualcosa è mutato con il tempo. "La figura del musicista classico è radicalmente cambiata negli ultimi vent'anni ed è divenuto necessario che si confronti in modo cosciente ed esteticamente competente con il mondo della comunicazione veloce e globale, delle immagini, dei video, dell'accessibilità praticamente totale a qualsiasi informazione.

Si propone al musicista di oggi e di domani l'occasione per impadronirsi di quegli strumenti, sia tecnici sia d'immaginario estetico, che permettano una più profonda indagine sull'interpretazione, la propriocettività in scena, lo stesso spazio scenico e il suo allestimento, la produzione di "self portrait" e molto altro in virtù di un futuro uso artistico e non solo pragmatico dei media a disposizione." È un argomento complesso, che ho già avuto occasione di sviscerare parzialmente nel corso dell'intervista che Alexander mi concesse nel settembre del 2017. Alexander e Cristina sono tutt'altro che due personaggi solitari persi nei meandri della propria mente, ma due artisti concreti, fiduciosi in un mondo migliore, dove l'allargamento delle esperienze è "conditio sine qua non" si possa conquistare un superiore grado di comprensione di quell'arte musicale che scorre nelle dita, nel cuore e nella mente di una persona. Emerge, dal Convivium e dalla mia visita al Kantoratelier, la figura di un musicista a tutto tondo, desideroso di uscire dall'intimo della propria cameretta di studio per prendere il largo verso maggiori orizzonti. Voglioso di ridefinire la propria vocazione al bello, integrandola con altre discipline. Sicuramente ritornerò a render visita alla magnifica realtà del Kantoratelier, magari in occasione di un concerto. E quell'appartamento sventrato per farne un "open space", dove teatro, danza, musica, filosofia, psicanalisi e le arti dell'immagine felicemente convivono, si riempirà di suoni e luminescenti colori, entrando ancora di più nel mio immaginario di appassionato.


Alfredo Di Pietro

Settembre 2020


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