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jueves, 22 de agosto de 2019 ..:: Soul of Strings - Giuseppe Chiaramonte ::..   Entrar
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 Soul of Strings - Giuseppe Chiaramonte Minimizar

 

 

A Giuseppe Chiaramonte va innanzitutto tributato un applauso per il coraggio, che pare avere in se anche una componente d'immodestia, di aver intitolato questo album "Soul of Strings", dove per "Soul" (anima) s'intende comunemente quel principio immateriale sede dei sentimenti, agente in quella persona, l'artista appunto, colto nell'atto d'infondere vita, forza e sentimento alle proprie opere. Un elemento quindi che arriva all'essenza stessa della musica e di ciò che l'ha generata, muoventesi nell'ambito di un insopprimibile principio ancestrale. E nel processo di creazione/condivisione chi, se non l'interprete, oltre al compositore deve donare a chi ascolta la propria anima, strumento di vivificazione del segno scritto ed espressione della sua individuale sensibilità? Confesso la mia propensione a osservare attentamente la copertina di un CD prima di metterlo in "play" nel mio lettore digitale, nel tentativo di penetrare il messaggio condensato in un'immagine che è la prima ad arrivare, in anticipo sul contenuto musicale stesso. In questa copertina vediamo la figura del chitarrista catanzarese immersa nella penombra, risaltante sullo sfondo di una parete. Ha gli occhi chiusi, cosicché noi possiamo vedere solo le palpebre, le mani sono poggiate sul suo strumento in posizione di quiete, di attesa. Ecco che viene a cadere immediatamente quel senso di "presunzione" che si era affacciato in me alla lettura dell'intestazione, quell'anima che allora presagivo vestita di protagonismo può essere intesa in senso più benevolo come un verecondo, intimo aprirsi all'altrui sensibilità.

Il "Poeta della chitarra" viene considerato dalla critica Giuseppe Chiaramonte e questo per due sue spiccate prerogative: la qualità del timbro, straordinariamente caldo e corposo, che riesce a cavare dallo strumento e l'approccio particolarmente profondo verso la partitura, introspettivo, raffinatissimo e diversificato per ogni brano affrontato. Sono qualità che mettono pienamente in luce l'aspetto (forse nascosto) di uno strumento che nell'immaginario collettivo è visto come brillante e "leggero", comunque maggiormente propenso all'esternazione di una sensibilità alquanto epidermica, nell'allegria come nella malinconia, piuttosto che all'inabissamento verso oceaniche fosse. Ma è un luogo comune che questo CD vuole fortemente sconfessare. Giuseppe Chiaramonte nasce a Catanzaro nel 1985 e fa il suo debutto in concerto all'età di 15 anni. Da allora la sua attività spicca il volo divenendo quasi frenetica. Intraprende un programma di concerti particolarmente ricco che lo porta a esibirsi in importanti sale in Austria (Vienna), Germania (Berlino, Schweinfurt, Vaihingen an der Enz ), Svizzera (Zurigo), Spagna (Madrid, Leon), Italia (Milano, Venezia, Bologna e molte altre città), suscitando in ogni occasione dei lusinghieri apprezzamenti sia da parte del pubblico che della critica. Nel 2015 a Milano (Chiesa dell'Assunta in Vigentino) esegue l'inedito "Bosco Sacro", per chitarra e orchestra solista di Federico Biscione, un autore da lui amato e presente in questo album con la "Sarabanda e Giga" in prima registrazione mondiale. La risonanza del nostro strumentista nel tempo si accresce, anche grazie all'esecuzione di vari concerti dal vivo su programmi radiofonici a lui dedicati.

Risulta vincitore in diversi concorsi nazionali e internazionali di chitarra, un numero sempre maggiore di compositori contemporanei si accorge di lui e gli dedica diversi brani di musica per chitarra solista, poi presentati in anteprima durante i suoi concerti: oltre alla citata "Sarabanda e Giga", ci sono le "Variazioni notturne" di Paolo Coggiola, "Bacalabra" di Francesco Domenico Stumpo. Completa i suoi studi di chitarra classica con Angelo Capistrano e si perfeziona ulteriormente con Pavel Steidl, Giovanni Puddu, Emanuele Segre, Zoran Dukic, Stefano Grondona, Andrea Dieci e, presso l'Accademia Internazionale di Musica di Milano, con Aldo Minella. Molto benevole sono le parole che quest'ultimo gli rivolge: "Giuseppe Chiaramonte è un musicista raffinato, che combina la sua innata e altamente sviluppata sensibilità musicale con una tecnica impeccabile e per molti aspetti innovativa, in particolare per quanto riguarda la produzione di suoni. È davvero piacevole ascoltarlo". Ripenso a questo giudizio nel corso di una mia riflessione che riguarda proprio la stoffa timbrica che emerge all'ascolto, ravvisabile in tutti i dodici brani suonati. La grande ricerca che in tal senso lui ha condotto è degna del massimo rispetto, dominata dall'idea di un contatto realmente carnale tra corda e dito, più intimo di quello che può essere per un altro strumento, il pianoforte per esempio, dove tra i due elementi è interposto un complesso meccanismo cha fa da mediatore. Quest'intimo contatto tra mano e corda rende immediata la produzione del suono, di quelle "good vibration" che sono adeguatamente controllabili proprio in virtù di questa stretta vicinanza.

È un'anima scura quella che affiora nella trascrizione della Sarabanda dalla Partita N. 2 BWV 1004 di Johann Sebastian Bach, danza lenta in tempo ternario di origine araba o persiana dal carattere maestoso. Scritta originalmente per violino solo, sono persuaso che la sua esecuzione sulla chitarra esalti quel senso di rarefazione che induce alla meditazione, idea probabilmente presente nelle intenzioni dell'autore. Così pure la trama contrappuntistica pare emergere con maggior evidenza, favorita dall'impulso del pizzicato. La visione di Chiaramonte è eminentemente omnicomprensiva, parte dalla base di un assoluto rispetto per ogni parametro dell'esecuzione. Precisione tecnica, libertà agogica e cesello di ogni più piccolo particolare concorrono a una proiezione fuori dal tempo di questa gemma musicale. Nella sua interpretazione, non una lunga distanza sembra separare la sarabanda bachiana da quella di Francis Poulenc, nonostante siano state composte con un distacco temporale di duecentoquaranta anni. Questo foglio d'album, seppur d'esecuzione non difficile nella sua scarna scrittura, presta il fianco a valutazioni di altro tipo, segnatamente nella regione del puro suono, dove il nostro eccelle. Come brano lento dal carattere melismatico impone un'attenta calibrazione delle risonanze, che si riflettono sulla durata delle note, essendo la chitarra uno strumento armonico privo di smorzatore meccanico. Ritorniamo al discorso sul controllo delle sonorità, completamente affidato alla sensibilità/abilità dell'esecutore, che qui riesce a stabilire un clima di arcaica suggestione giocando proprio sul fascino del timbro nelle sue componenti di attacco, sostenimento e rilascio. E Chiaramonte mi è apparso in questo senso davvero magistrale.

Nella scaletta si avvicenda la terza traccia: Sarabanda e Giga di F. Biscione; si tratta di un pezzo dall'ampia articolazione che merita un'analisi più circostanziata. Esordisce con un Adagio iniziale in tempo 3/4 (60 alla semiminima) immero in un'atmosfera misteriosa, intessuta di note lunghe e arpeggi. Come in un colpo di teatro, preceduto da un "calando" il tempo cambia in 12/8 (poco a poco accelerando) che pare voglia scrollarsi di dosso la ieraticità iniziale per sfociare in un turbinoso Allegro agitato. Intervengono frequenti cambi di tempo che tradiscono una sotterranea inquietudine: dal 12/8 si passa al 9/8 poi ancora al 12/8, 9/8, due battute in 15/8 poi nuovamente si affaccia il 9/8 e finalmente ritorna stabile il 12/8 (mf ben cantato). L'interpretazione è caratterizzata da una gestione esemplare della dinamica, dal "p sottovoce" si transita al "pp", poi improvvisamente al "f", "p" e "pp" per risalire al "mf" e "f"; il serpeggiante canto si spegne progressivamente in eco lontane, segnato da un "trattenuto" che diventa in fine un "Ritenuto". Brano geniale, di sicura suggestione, che nelle mani di Giuseppe Chiaramonte acquista particolare intensità espressiva. Nel quadrittico che segue di "Le Carnaval de Venise Op. 6 - Le Gondolier Op. 65 N. 3 - Elegie - Tarantelle, from Bardenklänge Op. 13" a firma di Mertz, è la tempra virtuosistica quella che deve emergere e qui lo fa senza se e senza ma. Johann Kaspar Mertz (1806-1856) fu chitarrista e compositore slovacco attivo soprattutto a Vienna, rinomato per il suo grande virtuosismo esecutivo, che lo portò a esibirsi con successo in Moravia, Polonia, Russia e Germania.

Tra le sue numerose opere per chitarra, nel CD troviamo questi quattro brani; il primo è costituito da una serie di variazioni di carattere burlesco sulla melodia popolare napoletana "Oh Mama, Mama Cara", resa popolare da N. Paganini con il il suo "Carnevale di Venezia in la maggiore Op. 10". In seguito diversi altri compositori si cimentarono con questo tema, tra cui anche Mertz. Nel secondo e terzo pezzo, Le Gondolier Op. 65 N. 3 ed Elegie, tinte più scure e melanconiche si fanno avanti, ad ogni modo in tutti e quattro all'esecutore è richiesto un armamentario tecnico di alto livello. La Tarantelle Op. 13, tratta dalla raccolta Bardenklänge (Canzoni dei Bardi), è quanto mai lontana dalle atmosfere dei famosi "Poems of Ossian" di James Macpherson (1736-1796) da cui il musicista trasse ispirazione, riferendosi alla tradizionale danza in tempo veloce del Sud Italia. Non sarà un miracolo di omogeneità stilistica, ma in questa si assiste a una singolare mutevolezza nei repentini cambi d'atmosfera; dalla tristezza si passa con irrisoria agevolezza alla gaiezza, dalla seriosità allo sberleffo in una fantastica girandola d'umori, a ricostruire una cangiante, viva e palpitante umanità. Si ritorna alla purezza di linee con la Sonata in la maggiore K 208 di Domenico Scarlatti, ulteriore esempio di come il chitarrista calabrese sia capace di coniugare in un sol fiato estro, fantasia, capriccio, malinconia, e un'incontenibile vitalità ritmica. Riesce addirittura a commuovermi in "Recuerdos de la Alhambra" di Francisco Tarrega, qui Chiaramonte tocca veramente il sublime declinato al nostalgico; il tappeto continuo di quartine di biscrome ribattute è privo di ogni qualsivoglia meccanicità, aquistando primaria pregnanza espressiva, un dolce cullio intimamente fusa con la melodia.

In coda alla "Track List" di questo bellissimo CD appaiono tre brani molto differenti tra loro, Preludio Saudade (da "La Catedral" di A.P. Barrios Mangoré), Tassilo in Himmel di Julia Malischnig, un vertice di sofferta malinconia con delle devastanti punte dinamiche nel finale, e Fado (da "Coin des guitaristes"). Tre piccole isole di magia sonora che concludono un percorso di suoni mirato a diventare espressione di un caleidoscopico mondo di colori, impressioni e intenso sentimento. Diversamente da quanto detto nelle note di copertina, mi piace pensare a questo lavoro di Giuseppe Chiaramonte come privo di scompartimenti stagni, non diviso nelle tre sezioni ipotizzate, ma percepibile nell'alveo di un'unica corrente sensoriale che non conosce soluzione di continuità. Certo, gli schemi aiutano ad avere una visione ordinata del materiale ma qui assistiamo a un piccolo "prodigio": i lassi temporali particolarmente ampi tra un autore e l'altro sembrano annullarsi grazie a un formidabile legante, quello della coerenza stilistica, l'attenzione al particolare nella visione generale e una meticolosità tecnica di stampo "gouldiano", che tutto rende geometricamente perfetto ma allo stesso tempo lucidamente espressivo. Siamo al cospetto di un perfezionista dotato di una calda anima. La sua poetica si nutre di questi elementi senza però rinunciare a una forte individualità. Per me questo bellissimo album è come uno scrigno di pietre preziose, un amabilissimo pot-pourri, una composizione di petali di fiori secchi e olii essenziali che aiuta a ritrovare il sorriso in un giorno di malinconia. "Soul of Strings" è la nostra anima riflessa nella musica.

Come ogni strumentista che non sia un mero riproduttore di note, Giuseppe Chiaramonte mette se stesso in quello che suona, il suo vissuto, la sua straordinaria sensibilità, dimostrando quanto sia importante quell'amalgama che deve formarsi tra due sensibilità. quella dell'interprete e dell'ascoltatore. Sempre chiarissime risultano le "texture" contrappuntistiche dei brani, sgorgano senza forzature, limpide come acqua di sorgente, testimoni del grande lavoro di chiarificazione svolto sulla partitura. Emerge una lettura analitica, mai tuttavia fredda ma sempre adornata di una superiore musicalità, la quale agevola la percezione della struttura sottesa a ogni brano. C'è la tendenza a dare particolare valore a ogni nota. Attenzione, non risalto, ché renderebbe tutto monotono, ma la volontà di riaffermare con forza il suo significato nel fluire del discorso musicale. Il rilievo, se vuole, verrà da se come naturale conseguenza. Nella notevole massa di musica odiernamente registrata, questo "Soul of Strings" risplende di luce propria come una gemma. Nel buio compare un uomo con la sua chitarra ma, dopo aver ascoltato le dodici tracce presenti nel dischetto in policarbonato, scopriremo che la tenebra circostante è solo un'illusione, un "escamotage" per far risaltare la sua immagine senza che un'annoiante bagliore circostante possa distrarci dagli scampoli di anima che con tanta grazia ci porge.


Alfredo Di Pietro

Agosto 2019


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