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Degli otto album, stratificazione discografica del percorso collaborativo tra il violoncellista Mattia Zappa e il pianista Massimiliano Mainolfi, l'ultimo nato "Silent Woods" è accomunato a "Lux Nordica" dal gusto per la citazione paesaggistica. Per chi dà importanza alle immagini delle "cover", si tratta di due belle cartoline che portano l'ascoltatore nei suggestivi colori autunnali di un bosco di larici la prima, mentre la seconda nelle azzurrine e fredde tonalità di una spiaggia nordica. Ed è proprio "La calma del bosco", in ceco "Klid" e in inglese "Silent Woods", quinto dei sei brani del ciclo "Dalla foresta Boema" (Ze Šumavy) Op. 68 di Antonín Dvořák, a dare il titolo e insieme una possibile chiave di decifrazione di questo lavoro. Lungi dall'essere un "Concept Album", formula che è bene lasciare nell'ambito del rock progressivo, è piuttosto foriero di composizioni che non obbligano a un tracciato concettualmente stringente, quanto l'immersione in un clima ricchissimo di colori, sfumature e suggestioni di varia epoca che vedono nel "silenzio" la condizione ideale per poter essere godute. Nello scenario boschivo appaiono due figure umane, i nostri interpreti, in conversazione tra loro. Si potrebbe pensare a due schubertiani "wanderer" che, prendendo le distanze da rovelli esistenziali, sono lì per godersi una rilassante passeggiata. La distesa colloquialità che ispira l'immagine è molto distante da certe copertine patinate, tirate a lucido, dove il super eroe di turno, azzimatissimo, fa bella mostra del suo fascino ammaliatore.

 

Un "rewind" temporale ci dice che galeotta fu la Juilliard School di New York, dove nel 1995 i due poco più che ventenni musicisti s'incontrarono, decisi a perfezionare i loro studi dopo aver conseguito il diploma di Conservatorio. Mattia Zappa, violoncellista di Locarno, città della Svizzera italiana del Canton Ticino, fu destinato alla classe di Harvey Shapiro mentre l'italiano Massimiliano Mainolfi studiò con la pianista russa di livello internazionale Oxana Yablonskaya, coltivando il repertorio di musica da camera sotto la guida del grande violinista austriaco Felix Galimir. I due intrecciano così i loro destini umani e professionali. Non potevano certo dimenticare in quest'album la Sonata in la maggiore per violino e pianoforte di César Franck (in una versione arrangiata per violoncello dallo stesso compositore) perché è proprio lei che ha fatto scoccare la scintilla della felice collaborazione. Due uomini, due artisti quindi in conversazione durante una passeggiata nella foresta, con questo spirito va visto il susseguirsi delle nove godibili tracce di questo CD. "Dialogo" è un termine più spesso usato nell'ambito della comunicazione verbale, ma si ha pieno diritto di utilizzarlo anche in musica, la più grande delle arti, capace di suscitare forti emozioni come di legare le persone in duratura amicizia.

 

L'essenza stessa del camerismo si fonda su questo principio. Mattia e Massimiliano hanno iniziato a discorrere ventitre anni fa e ancora oggi lo fanno, muovendosi tra l'altro anche nell'orbita di una nobile attività divulgativa portata avanti nel Sudafrica con il progetto "Soweto", catalizzatore del genuino istinto musicale di ragazzi che vivono nei quartieri poveri della nota area urbana di Johannesburg. Un formidabile substrato umano brulicante di vita cui questo progetto dà voce. Anche a un primo superficiale ascolto appare evidente come la nostra formazione cameristica sia costituita da due forti personalità, non gregarie a nessun'altra nello screziato panorama concertistico attuale, che hanno costruito con le "unghie e i denti" la loro statura d'interpreti. Da un lato abbiamo un violoncellista che in anni recenti si è internazionalmente affermato come esperto camerista, pedagogo e improvvisatore, da diciassette anni membro dell'Orchestra della Tonhalle di Zurigo e dal 2012 docente di violoncello e musica da camera alla Scuola Universitaria di Musica della Svizzera Italiana, a Lugano. La sua affezione per l'Italia è ben simboleggiata dal diploma "Master" in musica da camera, conseguito nel 2004 all'Accademia "Incontri col Maestro" di Imola (quella da cui sono transitate eminenti personalità della musica) sotto la guida di Piernarciso Masi nel repertorio di Duo con Pianoforte. Esattamente tre anni prima, nel 2001, si è celebrata la nascita del duo Zappa-Mainolfi, che ha visto il suo debutto alla prestigiosa Carnegie Hall di New York e, un biennio dopo, alla Kammermusiksaal della Philharmonie di Berlino.

 

Dal 2011 Mattia suona nel "Lucerne String Trio", con la violinista bulgara Ina Dimitrova e il violista Christoph Schiller, da quest'anno è membro del quintetto di violoncelli "Swiss Cellists". Ma la sua fame di musica non si ferma alla classica. Oltre alle numerose collaborazioni cameristiche con diversi importanti strumentisti, tra cui la sorella violinista Daria Zappa, Mattia perlustra l'universo parallelo del jazz, dove uno strumento come il violoncello può validamente dire la sua. In quest'ambito sta attualmente collaborando con il pianista bulgaro Ivo Kova, con il quale ha in lavorazione un CD. Ottimo interprete del ciclo completo delle sei Suites bachiane per violoncello solo, ha avuto in merito importanti riconoscimenti da critica e pubblico. Le ha in parte presentate al Lucerne Festival e in tournée in diversi teatri tedeschi in uno spettacolo con coreografia originale di Joachim Schlömer e una troupe di sei ballerini. Non meno ricco è il curriculum dell'italiano Massimiliano Mainolfi, diplomatosi presso il "Conservatorio S. Pietro a Majella" e impostosi all'attenzione come vincitore in numerosi concorsi pianistici nazionali e internazionali. Anche lui come il violoncellista locarnese si è trasferito negli Stati Uniti, dove nel 1992 ha avuto l'onore di essere ammesso alla Julliard School. Nell'influente istituzione americana si è diplomato nel 1996, debuttando pochi mesi dopo alla Carnegie Recital Hall in qualità di vincitore del "Young Concert Artist International Auditions". Si è successivamente trasferito a Londra, dove ha studiato per diversi anni con Maria Curcio, allieva di Arthur Schnabel.

 

Il suo perfezionamento è avvenuto grazie anche a numerose Masterclasses (dal 1996 al 2000) di grandi pianisti come Alexander Lonquich, presso l'Accademia di Firenze, Ferenc Rados, Andràs Schiff presso l'International Musicians Seminars in Cornovaglia, Inghilterra e Piernarciso Masi presso la prestigiosa "Accademia Pianistica" di Imola. Si è regolarmente esibito come solista e camerista in molti paesi, invitato al Festival di Montreux, al Festival "da Bach a Bartok" di Imola, al Festival de Lascours in Francia, ai "Giovani solisti europei a Bruxelles, all'IMS in Cornovaglia e al Festival di Davos in Svizzera. Altrettanto importante è la sua attività con diverse orchestre in tutta Europa, recentemente con acclamati recital nelle più importanti sale da concerto di Ginevra (Salle Ansermet), Berna (Radio Auditorium), Monaco (Residenz), Stoccarda (Teatro Wilhelma), Berlino (Philharmonie). Si è esibito in molte città europee come Amburgo, Kiel, Milano, Amsterdam, Copenaghen, Oslo, Bruxelles, Stoccolma, Colonia. Il duo Zappa-Mainolfi si esibisce nell'aprile del 2003 alla Berlin Philharmonie, in un concerto trasmesso in diretta in diversi paesi europei. La fama della formazione cameristica si consolida poi con il premio al "Concorso Internazionale Vittorio Gui" di Firenze, al "Concorso Internazionale G.B. Viotti" a Vercelli e al "Concorso Internazionale Trio di Trieste ". Mi accingo allora ad ascoltare questo CD sotto i migliori auspici, consapevole del valore di questo duo, che non conoscevo ma che ho "assaggiato" preventivamente in diverse clip dall'onnipresente "You Tube".

 

Non ebbe fortuna l'arpeggione, strumento musicale escogitato dal liutaio viennese Johann Georg Staufer nel 1823, tanto che dopo i primi tre decenni dell'Ottocento era già stato dimenticato. Noto anche come chitarra-violoncello o chitarra d'amore, può essere considerato un ibrido tra il violoncello (si suona con l'arco e viene tenuto tra le ginocchia) e la chitarra, della quale mantiene il numero di corde (sei) e il manico munito di tasti. A Franz Schubert va il merito di averlo in qualche modo immortalato con la sonata in la minore per arpeggione e pianoforte D 821. Il suo repertorio è praticamente limitato a questa, a un "oscuro" concerto andato perduto di H. A. Birnbach e a un brano per strumento solo di Schmidt, entrambi del 1823, qualche anno prima che questo curioso incrocio si eclissasse. Dal 2002 in poi sembra, però, essersi rianimato poiché molti compositori hanno scritto per lui, principalmente su sollecitazione dell'arpeggionista belga Nicolas Deletaille. La sonata schubertiana può essere considerata un brano di circostanza e nei fatti lo è in quanto commissionata probabilmente da Vincenz Schuster, patrocinatore dello strumento. Oggi la D 821 è universalmente eseguita su violoncello, risalente al 1824 rimase lungamente allo stato di manoscritto e solo nel 1871 fu pubblicata a stampa, quando ormai l'arpeggione era scomparso da tempo. Per questo motivo l'editore Gotthard provvide a trascriverne la parte per violino e per violoncello, ma, in effetti, è quest'ultimo il più gettonato a causa della sua somiglianza timbrica con l'originale.

Un lavoro di occasione si è detto, ma assolutamente non privo di fascino: la liquida scorrevolezza della partitura, l'eleganza e l'inconfondibile limpidezza melodica erano doti che Schubert, vero re Mida, trasfuse anche in quest'opera. Il duo Zappa-Mainolfi amministra i tre movimenti di Allegro moderato, Adagio e Allegretto in cui si dipana la Sonata preservando con una lettura calligrafica la limpida vena malinconica che la pervade. Emerge palesemente la volontà di dare una visione rigorosa, aderente al testo ma non impersonale, dove l'intenso lirismo (e i frequenti cromatismi) non vengono mai stucchevolmente rimarcati. Se ne avvantaggia la fluidità del declamato e la coerenza dell'insieme, pur nell'accoglienza dei caratteristici sbalzi espressivi schubertiani. Avviene nel passaggio tra il primo tema e il secondo, in antitesi tra loro, nostalgico il primo, più solare e virtuosistico il secondo, affrontati entrambi con notevole libertà di respiro agogico. Tutto deve scorrere senza intoppi, senza eccessivi indugi romanticheggianti, come acqua sorgiva le note devono fluire ed è proprio ciò che traspare da quest'interpretazione. Dalla matrice liederistica dell'Adagio, elemento onnipresente nella produzione del genio viennese, si passa senza soluzione di continuità all'Allegretto finale in forma di rondò. Molto bello il legato espresso dal duo che, in ogni frangente, dimostra di sapersi ben destreggiare tra i frequenti sbalzi d'umore, qui comunque mediati nei limiti di un'ispirazione molto controllata.

 

Non mancano gli episodi d'impatto virtuosistico, che sembrano embricarsi con naturalezza con quelli di più distesa cantabilità. Deliziosa interpretazione... Un lasso temporale di sessantasette anni separa la D 821 dal Rondò in sol minore per violoncello e pianoforte Op. 94 (B. 171) di Antonin Dvoràk, nei tempi di Allegretto grazioso - Più mosso. Allegro vivo - Meno mosso quasi Tempo I. Una raffinata "musique de salon" che deve impegnare non poco gli esecutori, costretti a trovare la giusta misura tra un andamento certamente brillante, ma al contempo ironico ed elegante. L'anno di composizione, il 1891, era stato particolarmente proficuo per il cinquantenne musicista boemo. A Praga ricevette una laurea Honoris Causa, come anche avvenne all'Università di Cambridge. Nel giugno dello stesso anno ci fu un'importante svolta nella sua vita: gli fu proposta la direzione del Conservatorio di New York. Nel 1892 Dvoràk dette l'addio alla sua terra con un giro di concerti in Boemia. Del suo malinconico stato d'animo per l'abbandono di una terra profondamente amata c'è testimonianza ancor più toccante nel brano che segue, il liricissimo "Silent Woods" il cui clima espressivo fa da biglietto di presentazione all'intero CD. Ma torniamo a bomba al nostro Rondò, scaturito dalla volontà di un corretto paritetismo tra le parti del violino e del violoncello nell'ambito del repertorio presentato in occasione della tournée d'addio. Il rapporto tra brani in cui figuravano i due strumenti, con riferimento ai Quattro Pezzi Romantici Op. 75 per violino e pianoforte, era sbilanciato a favore proprio del violino.

 

Il compositore boemo allora fu costretto a mettere un bel "tacòn" componendo il Rondò Op. 94, con ristabilimento dell'equilibrio tra il violinista Ferdinand Lachner e il violoncellista Hans Wihan (Antonin Dvoràk era al pianoforte), successivamente trascritto dallo stesso compositore per violoncello e orchestra, con dedica proprio a Wihan. Nel Rondò ci sono frequenti cambi di tempo, soprattutto nella parte centrale, che lo caratterizzano come tipo di brano a effetto tanto in voga nella seconda metà dell'Ottocento, attestazione della grande felicità inventiva e melodica del boemo. Anche in questo caso Mattia Zappa e Massimiliano Mainolfi mostrano una grande intesa, il raggiungimento di una non comune amalgama sia di suono che interpretativa, fedeltà al testo e l'insofferenza per l'aggiunta di un qualsiasi "esaltatore di sapidità" che renda più accattivanti queste pagine. Non ce n'è bisogno perché il rischio d'incorrere nella leziosità, se non nella stucchevolezza, in questi casi è sempre presente. Sembrano aver trovato la giusta misura allora tra pathos lirico e asciuttezza di lettura, il segno scritto è rispettato, con tutto il corteo d'indicazioni dinamico-espressive contenute nel testo. Quella che emerge, alla fine dei conti, è un'interpretazione coinvolgente ma limpida, di altissima fattura, dove la nitida chiarezza dell'eloquio musicale invoglia, questa sì, a un maggior godimento di quanto si ascolta. Brano spartiacque del CD, posto esattamente al centro del listato tracce (anche questo un segno della sua crucialità?) è Waldesruhe (Silent Woods) Op. 68 N° 5, quinto episodio del ciclo per pianoforte a quattro mani "Dalla foresta Boema" (Ze Šumavy) Op. 68 / B. 133, composto nel 1883.

 

Qui presente nella trascrizione del compositore per violoncello e pianoforte (B. 173). In questa calma boschiva torna a far capolino la nostalgia per la Boemia e l'annesso tour di commiato dell'artista dalla sua terra. Fu nel dicembre del 1891 che Dvořák arrangiò questo quinto pezzo per violoncello e pianoforte, da inserirsi nel memorabile giro di concerti. In virtù di un'ispirazione lirica particolarmente intensa e di quella felicità melodica tipica del compositore, soprattutto quando sollecitato da atmosfere schiettamente popolari, questo brano raggiunse un'enorme risonanza, tale da convincere l'autore a ricavarne un arrangiamento per violoncello e orchestra nel 1893. Fu poi Fritz Simrock, che nel 1894 pubblicò le varie versioni, a cambiare il titolo tedesco scelto da Antonin Dvořák da Die Ruhe (The Silence) in Waldesruhe (Silent Woods). Un pezzo che si muove in un tempo lento, meditativo e struggente, dove il tema onirico in re bemolle maggiore è magistralmente cantato dal duo in una pregevole aderenza alle indicazioni dinamiche, alle forcelle che dal piano conducono al mezzoforte per poi ritornare al piano, o dal forte al pianissimo. I crescendo-decrescendo dal "p" al "fz" e "p" rendono i sospiri sulle note lunghe davvero sofferti, palpitanti di vita. Penso alla magia che si sarebbe irrimediabilmente persa se l'esecuzione non fosse stata così accurata, quasi certosina nella sua nitidezza. Un sortilegio fatto di tinte sottili, di screziature coloristiche, proprio come quelle che possiamo apprezzare in copertina.

 

Nella parte centrale "un pochettino più mosso", scritta nel relativo minore della tonalità d'impianto, esordisce un dialogo più concitato tra i due strumenti, breve, subito seguito dal Lento (Tempo I) che ristabilisce l'incanto iniziale dopo l'accennato soprassalto drammatico. L'avventura di Silent Woods si conclude con quella composizione che per i nostri due interpreti ha rappresentato l'inizio di una lunga e fruttuosa collaborazione: la Sonata in la maggiore per violino e pianoforte di César Franck. Non siamo in presenza della tradizionale forma sonata ma della ciclica, con la ricorrenza in ognuno dei movimenti (Allegretto ben moderato - Allegro - Recitativo/Fantasia: Ben moderato. Largamente con fantasia - Allegretto poco mosso) di un tema o più temi dal vario sviluppo che contribuiscono alla riconoscibilità di una tensione emotiva di base, fatta si di diversi momenti ma che conduce alla percezione di una grande coerenza espressiva. Si potrebbe parlare, forse impropriamente, di quelle divine lunghezze che furono attribuite all'arte di Franz Schubert, lì raggiunte con la continua concatenazione di vari episodi. Non vorrei peccare di fantasia, ma credo ci sia in queste due manifestazioni artistiche un simile concetto di base. La Sonata in la maggiore è un caposaldo della musica cameristica francese, definito lavoro "cartesiano" per le sue infallibili geometrie e la chiarezza architettonica, mirabilmente sottolineata dal duo Zappa-Mainolfi. Si tratta di un grande capolavoro, in cui sono racchiusi, messi a frutto i principi strutturali ed estetici che contraddistinguono la musica dell'autore belga.

 

Grande sensualità venata di misticismo si sprigiona dal primo movimento, un ondeggiante 9/8 fatto di due temi privi di uno sviluppo ma che si rincorrono, appunto, ciclicamente. Si ha la sensazione di ascoltare una sorta d'implorante preghiera. Di differente temperie espressiva è il secondo movimento, un Allegro in 4/4 dove la diversità sta negli umori più sanguigni e tormentati, presentati nella cornice di un alto fervore drammatico che sconfessa in parte la placidità del 9/8 iniziale. Anche qui, come in tutti e quattro i tempi, viene adottata quella forma ciclica di cui parlavamo. Dopo un intenso e articolato terzo movimento, anch'esso in tempo di 4/4, si giunge al finale Allegretto poco mosso che ha le sembianze di un sereno rondò di squisita eleganza francese. Non mi spingo a dire che il duo cameristico qui raggiunge il suo apice, affermarlo sarebbe ingeneroso e anche ingiusto, ma si ha l'impressione che la loro solida complicità raggiunga in questo caso risultati di assoluto rilievo, nel senso che pare assommare i pregi già visti in una visione di estremo equilibrio. Suonano, si potrebbe dire, come un sol strumento, navigando come pesci in acque che conoscono alla perfezione, mai smarrendo il loro aplomb, anche nei frangenti più impegnativi della partitura. Si scopre un intimo mondo sentimenti in questo "Silent Woods", rara avis, a volte sussurrati, a volte declamati con enfasi, altre volte solo intuibili, dove il silenzio si fa viatico di ascolti assorti, che poi diventano in buona sostanza il sentire di noi stessi, al riparo dal frastuono di certa chiassosa civiltà metropolitana.

 

D'autunno, in uno splendido bosco di larici...

 

 

 

Alfredo Di Pietro

 

Gennaio 2018

 


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