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martedì 18 dicembre 2018 ..:: Recital di Luca Ciammarughi a Barletta ::..   Login
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 RECITAL LUCA CIAMMARUGHI - PALAZZO DELLA MARRA - BARLETTA - 21/07/2018 Riduci

INTRO


Imperscrutabili casualità della vita. Ci eravamo incontrati il 5 luglio a Milano per la presentazione del suo libro "Soviet Piano", ci ritroviamo sabato 21 luglio a Barletta, in Puglia, a distanza di pochissimi chilometri dal mio paese natale di Andria. In modo del tutto fortuito ero venuto a sapere, su Facebook, del recital che Luca Ciammarughi avrebbe tenuto nel rinascimentale Palazzo Della Marra. Sfogliando le pagine online di Wikipedia apprendo qualcosa di più su questo luogo incantato, recante vestigia del nitore che circonfonde quei luoghi. Il concerto rientrava nell'ambito della manifestazione "Barletta Piano Festival 2018", evento a me ignoto ma che conferma la vitalità artistica del nostro paese, in qualche caso sorprendente. Da Milano a Barletta il salto è enorme, non solo in termini chilometrici. Il comune che si affaccia sul mare, come tutta la regione è un crocevia di civiltà mediterranee, si avverte nell'aria una forte aura di oriente. Si sente nel pulviscolare via vai umano dei lungomare, nel profumo intenso dei cibi e della natura. Il protagonista è lui, Luca Ciammarughi. Nonostante la sua autorevole posizione d'intellettuale e musicista nell'odierno panorama culturale, questo irrequieto giovane non sembra essersi montato la testa, avendo conservato l'aria semplice e spontanea del ragazzo della porta accanto. Potremmo definirlo di fatto un "superman"? Non saprei, ma non dev'essere per niente facile, se non altro per ragioni di tempo, rivestire i ruoli di pianista concertista, divulgatore, giornalista, scrittore di saggi, conduttore radiofonico e instancabile giramondo.

Arrivo con buon anticipo nel luogo eletto ad auditorium per l'occasione, trovo Luca in maniche di camicia (fa un caldo terribile...) mentre prova alcuni passaggi dei brani che di lì a poco suonerà. Ci salutiamo, scambiamo qualche parola poi lui all'improvviso si allontana rapido e leggero: "devo provare qualche passaggio prima del concerto", mi dice. Purtroppo non avevo con me la fotocamera compagna di tante avventure, la mia Panasonic Lumix DMC-FZ28, un'assenza forse ribaltatasi in una fortuna. Non si addicevano a una serata dal sapore mediterraneo come questa delle immagini troppo ricche di dettaglio, dai colori troppo fedeli, più opportune mi sono invece sembrate le immagini carpite dal mio modestissimo Smartphone Wiko Sunset 2 (che recentemente ho sostituito). Non nitidissime, dai colori cromaticamente virati nell'illuminazione artificiale. Anche il genio di Carmelo Bene dovette avere un'intuizione simile quando giro il film "Nostra signora dei Turchi". La pellicola subì un singolare "editing": fu calpestata, violentata, bruciacchiata, perse gli originari connotati per conquistare un evocativo effetto "flou", atto a esaltare l'intenso effetto luce di un assolato paese mediterraneo. È mia ferma convinzione che ogni concerto rappresenti un "unicum" non ripetibile, dove il mero dato esecutivo non è che uno dei suoi aspetti. Ce ne sono di altrettanto importanti che contribuiscono alla nostra percezione del momento: il luogo, il clima, lo strumento e l'acustica ambientale, sinanco il numero di persone che a quell'esibizione assistono.


IL CONCERTO
SOGNO DI UNA NOTTE DI PIENA ESTATE

 




Jean-Philippe Rameau (1683 - 1764)
   - Gavotte et Doubles (da Nouvelles Suite de Pièces de Clavecin - La Livri - La Dauphine

Claude Debussy (1862 - 1918)
   - Hommage à Rameau (da Images, 1ere Série, L 105)

Jean Cras (1879 - 1932)
   - Récuillement (da Poèmes intimes)

Claude Debussy
   - Images oubliées L 94: Lent - Souvenir du Louvre - Quelques aspects de "Nous n'irons plus au bois"

Eric Satie (1866 - 1925)
   - Trois Gnossiennes

Manuel de Falla (1876 - 1946)
   - Homenaje "Pour le Tombeau de Debussy"

Alfredo Casella (1883 - 1947)
   - Á La Maniére de Debussy - Berceuse triste

Claude Debussy
   - Children's Corner L 119a

Igor Stravinsky (1882 - 1971)
   - Piano Rag Music

 




Se sognare un po' è pericoloso, il rimedio non è sognare di meno ma sognare di più, sognare tutto il tempo.
(Marcel Proust)


Jean-Philippe Rameau (1683 - 1764)
   - Gavotte et Doubles (da Nouvelles Suite de Pièces de Clavecin - La Livri - La Dauphine

Un concerto, dice Luca Ciammarughi, dedicato alla Francia e a Debussy, che è l'astro intorno al quale ruota questo programma. Soprattutto parigino perché non ci sono solo compositori francesi ma altri che, pur non essendo originari di quel Paese, trovarono nella capitale la gloria e gli stimoli per andare oltre le loro basi di partenza. Pensiamo a Manuel de Falla, Igor Stravinsky ma anche all'italiano Alfredo Casella. Una delle caratteristiche della musica d'oltralpe è quella di ricercare la profondità nella leggerezza. Questo in realtà lo diceva un viennese, Hugo von Hofmannsthal, riflessione sicuramente molto vera perché, per alcuni ascoltatori, questa musica era sin troppo leggera rispetto a quella del mondo austro-tedesco di Schubert, Schumann e Brahms. Il suo fascino risiede proprio in questa fuggevolezza, in uno charme tutto speciale che il pianista milanese è riuscito a portare alla luce aderendo a quella poetica che ben sa conciliare l'"Esprit de géométrie" con l'"Esprit de finesse". Siamo nel 2018, a cento anni dalla morte di Claude Debussy, una ricorrenza che forse ha aiutato Ciammarughi a entrare ancor più nello spirito di questa musica. Il primo brano dell'impaginato è di J.-P. Rameau, la Gavotte et Doubles, seguito da La Livri e La Dauphine. Si comincia quindi da Rameau, che è un po' il padre della musica francese come, per certi versi, lo è anche della moderna armonia. Basti pensare che scrisse a riguardo dei trattati che fondarono l'armonia tonale per come oggi la conosciamo. Per quale motivo la scelta dell'incipit è ricaduta su quest'autore? Perché venne preso come esempio da Debussy per l'eleganza, la finezza che lui ricercava in un illustre avo del passato, nell'intenzione di prendere le distanze dalle mode wagneriane.

Il compositore aveva amato moltissimo la musica di Richard Wagner, ma a un certo punto aveva sentito il bisogno di distaccarsi da un mondo che, soprattutto negli epigoni, negli imitatori, era diventato un po' pesante e troppo ipertrofico. Erano anni in cui la Francia aveva subito la disfatta di Sedan nella guerra franco-prussiana e la musica lì cercava una nuova via, quella individuata da Claude Debussy rappresenta una delle strade d'accesso al '900, secolo in cui le avanguardie rompono il rapporto con il passato. In lui questo strappo avvenne soprattutto con il rifiuto di quell'accademismo che pur aveva conosciuto così bene nelle aule del Conservatorio di Parigi. Le polverose aule che lui ricorderà come luogo per lui un po' infelice, importantissimo di formazione ma anche di eccessiva costrizione. In effetti, la sua rivoluzione inizierà ispirandosi alla musica dell'oriente, al Gamelan giavanese ascoltato all'Expo di Parigi nel 1889, con le sue sonorità del tutto particolari e così diverse dalle occidentali. Nacque in questo modo l'idea di una "musique en plein air" (musica all'aria aperta). Si usciva grazie a questa da un eccesso di accademismo per lasciarsi ispirare dalla natura. Una delle frasi provocatorie di Debussy era: "è più importante vedere sorgere il sole che ascoltare la Sinfonia Pastorale" (la sesta sinfonia di Beethoven). Era una provocazione, ma sino a un certo punto perchè in quel momento storico l'arte aveva bisogno di uscire da una sorta di eccesso di teorizzazioni e di accademismi per ritrovare il respiro della natura.

La sua arte ci parla del vento, del mare (nella composizione sinfonica "La Mer") e di tutti quegli elementi naturali che devono suggerire una musica fluida, orientata all'organicità della natura. Ciò avvenne pure con i pittori impressionisti, che fecero uscire la pittura dalle aule, dai luoghi confinati e anche dall'abitudine di dipingere al chiuso dei soggetti naturalistici per riscoprire l'aria aperta. Nella Gavotta un motivo semplice viene variato in modo virtuosistico, altamente in due episodi. In La Livri e La Dauphine avvertiamo una delle principali caratteristiche della musica francese, cioè l'unione dello spirito cartesiano di geometria e dello spirito di finezza, che si fa anche mistero e capacità visionaria nelle modulazioni. Sono brani scritti per il clavicembalo ma sembra che Rameau forzi la scrittura tastieristica portandola verso una dimensione orchestrale, con dei bassi di sostegno poderosi. Creò così una stesura molto ricca, che ai tempi fu accusata in Francia di lussuria italiana. Quest'ultima era considerata, soprattutto quella orchestrale di Vivaldi e Corelli, persino eccessiva, barocca nel senso più stravagante del termine. Nello stesso tempo l'autore francese fu accusato, in particolare dal filosofo e musicista Rousseau (non così straordinario come musicista) di comporre delle opere troppo complicate, dalle armonie peregrine, cui il filosofo opponeva la semplicità della musica italiana nella "Querelle des Bouffons".

Nell'ambito di questa Gavotta variata, le sgargianti quarta e quinta "double" sono di esecuzione molto difficile, costringendo l'esecutore a dei movimenti piccoli, che però devono essere della massima precisione e tempismo. Non si tratta di un virtuosismo spettacolare, alla Liszt o alla Alkan, ma cionondimeno in grado di mettere alla corda, in alcuni passaggi, le doti virtuosistiche del nostro concertista. Nella ripresa finale della Gavotte l'umore è cambiato, assume delle venature più malinconiche dell'esordio, quasi a voler suggerire il commiato dalla composizione. Stesso spirito muove il cuore e le dita di Ciammarughi nei brani La Livri e La Dauphine. Si prende qualche licenza ritmica, all'epoca d'altronde un modo di fare piuttosto comune, che sortisce il risultato di variare sottilmente il fraseggio, dando più elegante slancio a questo "Rondeau Gratieux". Le crome della quinta misura vengono modificate in croma puntata e semicroma, figurazione che nella ripresa, sempre alla quinta misura muterà in semicroma e croma puntata, con una sapida inversione. Ne La Dauphine il carattere improvvisativo viene reso con una grande libertà ritmica data dagli improvvisi accellerando e diminuendo che tolgono meccanicità e insufflano umana poesia in questo brano. A tratti implorante diventa il tono.

 




Gli uomini in stato di veglia hanno un solo mondo che è loro comune. Nel sonno, ognuno ritorna a un suo proprio mondo particolare.
(Eraclito)


Claude Debussy (1862 - 1918)
   - Hommage à Rameau (da Images, 1ere Série, L 105)

Facciamo un salto temporale dal '700 a Claude Debussy, uno di coloro i quali riprendono la musica di Rameau (un altro fu Camille Saint-Saëns) e ne fanno un emblema di eleganza ma anche di senso della visionarietà e del mistero. Debussy inserisce Hommage à Rameau nella prima serie di Images. Siamo all'inizio del '900 e il compositore è al massimo del suo fulgore, sono anni in cui scrive Pelléas et Mélisande. Questo non vuole essere un omaggio letterale, quindi un'imitazione dello stile di Rameau, quanto piuttosto uno dell'anima. Da quello screziato mondo il compositore prende a prestito proprio questa fascinazione per le armonie e per gli accostamenti armonici bizzarri, stati d'animo compiutamente espressi nella Sarabanda "Lent et grave (dans le style d'une Sarabande mais sans rigueur.)". È sicuramente uno dei brani più metafisici dell'autore, pieno di silenzi, di momenti astrali, trascendente nell'accostare i registri acuti ai gravi. È un musica che ricerca l'essenzialità con l'essenzialità e che nel corso del '900 sarà ancora più investigata dai compositori del gruppo dei sei. Tra questi Eric Satie che, ancor più di Debussy, cercò di mondare il più possibile gli elementi ipertrofici dalla musica per riportarla a una condizione di essenzialità. Un approccio che nel '900 diventerà il minimalismo o le sue radici.
L'Hommage si rivela come uno dei momenti più incantevoli dell'intero recital. Un vero maestro si è rivelato Luca Ciammarughi nel ricreare, in un sapiente gioco di colori, timbri e una mirabile gestione dinamico-agogica, quel clima esoterico che ricorda molto da vicino il quasi ermetismo delle Six épigraphes antiques per pianoforte a quattro mani L 139 di Debussy. La calcolata costruzione formale, il raffinato gioco dei ritenuti e più ritenuti, insieme a dinamiche che sfiorano l'evanescenza, come l'accordo finale in "pppp", contribuiscono a creare un clima che del sogno ha l'indefinitezza. Dipinge un affresco di segno impressionista, anche se l'autore si ritenne fermamente un simbolista più che un impressionista. Lo spirito arcaicizzante qui emerge come massimamente evocativo e sinuoso.

 




Siamo fatti anche noi della materia di cui sono fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita.
(William Shakespeare)


Jean Cras (1879 - 1932)
   - Récuillement (da Poèmes intimes)

Jean Cras, compositore bretone nato a Brest, fu di grande livello ma poco noto perchè la sua prima occupazione fu l'Ufficiale di marina. Inventò anche degli strumenti, tra cui il regolo Cras, che vengono utilizzati ancora oggi nelle scuole navali. Nei bastimenti dove svolgeva il suo lavoro si faceva mettere un pianoforte, sul quale componeva ispirandosi ai diversi posti del mondo in cui viaggiava. Per esempio l'Islanda o luoghi ancora più esotici. Spesso lo faceva di notte. Il brano Récuillement trasse ispirazione dai Fiori del Male di Charles Baudelaire; nel fluttuare delle quintine, sulle quali si staglia un canto piuttosto nostalgico, malinconico, si avverte il movimento del mare. Forse in questo personaggio, da certi punti di vista eccezionale, c'era anche la scontentezza di non aver potuto occuparsi a tempo pieno di musica, dovendo sacrificare questa sua immensa passione per quello che era stato il mestiere del padre. Nei suoi pezzi c'è grande ispirazione e l'idea che ci riporta alla natura del viaggiare, del rievocare nelle note le suggestioni del viaggio. È questo uno dei punti nodali che permettono oggi di riscoprire questo compositore di grande valore.
Jean Cras precursore di Lodovico Einaudi? Non saprei, ma ascoltando Récuillement e di seguito Le onde, mi rendo conto di come l'accostamento "a pelle" non sia affatto peregrino. Simile l'atmosfera meditativa, al limite dell'ipnotico, che attraversa le due composizioni in un minimalismo "ante litteram". Seguendo l'idea di questo parallelo, forse l'ispirazione naturalistica di Jean Cras non è molto diversa dalla piattaforma galleggiante tra i ghiacci del Mar Glaciale Artico, dove Einaudi nel 2016 ha suonato Elegy for the Arctic. Al di là di quella che può essere una mia fantasiosa congettura, tra le note e le armonie ci si rende però conto della maggior profondità e scavo armonico che contraddistingue Cras, insieme a una linea di canto ben definita. Ciammarughi dà impulso drammatico a certi passaggi, in una lettura quasi bachiana che evidenzia l'intreccio contrappuntistico. Evita così la facile banalizzazione di un brano che ha un notevole fascino, da ricercarsi perforando la superficie. Sofferti affiorano gli affondi espressivi, danno l'idea di una contemplazione che non porta però alla pace interiore. In questo modo, turbato da tante piccole tempeste, il brano arriva al "Retenez de plus en plus" che porta alla fine.

 




Un sogno che non viene interpretato è come una lettera che non viene letta.
(Talmud)


Claude Debussy
   - Images oubliées L 94: Lent - Souvenir du Louvre - Quelques aspects de "Nous n'irons plus au bois"

Composizione debussyana contenuta nelle Images oubliées, ciclo molto bello ma poco o per nulla frequentato poiché scoperto molto tardi, intorno al 1978, dopo le Images prima e seconda serie. Non era stato pubblicato, rimasto in qualche cassetto. Un raccolta che potremmo definire avveniristica, scritta dall'autore nel 1894, quindi molto prima di altri lavori che in qualche modo sembrano essere influenzati da questo. Debussy aveva visto nel 1889 una grande esposizione a Parigi, dove aveva potuto ascoltare della musica orientale che aveva completamente sconvolto la sua percezione, la sua ispirazione. Lui aveva tratto da queste musiche un qualcosa di nuovo, un mondo sonoro che lo aveva portato a rifuggire dall'eccessiva quadratura ritmica per ritrovare una musica che assumesse la pulsazione fluente della natura. È quello che possiamo sentire in queste tre immagini, dette "oubliées" appunto perché scoperte tardivamente. La prima è lenta e malinconica, sembra ispirarsi al ritmo fluttuante dell'acqua o del vento, la seconda "Souvenir du Louvre" invece è una Sarabanda, simile all'Hommage à Rameau ascoltato prima. Negli appunti Debussy scrive che il pianista deve ispirarsi ai ritratti di gentiluomini esposti nel Louvre, per questo è presente nella composizione una certa austera gravità, come un richiamo ai fantasmi del passato che ridiventano attuali. La terza immagine è molto più liberatoria, una specie di schizzo preparatorio sul geniale brano Jardins sous la pluie. In questo caso c'è una violenza ancora maggiore, dove si chiede all'esecutore di suonare fortissimo (fff), scatenando una sorta di uragano che richiama le ragioni della natura rispetto all'intelletto, il loro lato più selvaggio che ritroveremo nel poema sinfonico "La mer".
In "largement sonore", il pianista libera magnifiche sonorità dal tre quarti Yamaha. Il terzo episodio viene affrontato con piglio virtuosistico, in maniera molto sciolta e ironica, deliziosamente graffiante nella citazione della melodia infantile "Nous n'irons plus au bois". Impeccabile l'esecuzione, dato di fatto che porta a ritenere certi passaggi non proprio pulitissimi nella quarta e quinta variazione della Gavotte et Doubles di Rameau come imputabili a una "macchina" pianistica non ancora ben riscaldata.

 




A volte i sogni, al pari degli odori, rifiutano di cedere alle parole la loro essenza più profonda.
(Karen Blixen)


Eric Satie (1866 - 1925)
   - Trois Gnossiennes

Eric Satie, altro originale personaggio della Parigi d'inizio '900, famoso anche per il balletto "Parade", in cui collaborò con Pablo Picasso e il celebre letterato Jean Cocteau. Nel 1890 Satie compone queste Gnossiennes, brani decisamente rivoluzionari anche se in modo diverso rispetto a Debussy. Innanzitutto il compositore scrive sulla musica delle didascalie che sono spesso assai eccentriche, rappresentano una specie di surrealismo "ante litteram", come "in punta di pensiero" oppure "sulla lingua", cose veramente stravaganti che però, lette in un certo modo, possono dare degli stimoli d'immaginazione all'esecutore. Il titolo di Gnossiennes è piuttosto misterioso, forse si riferisce allo gnosticismo, in relazione al noto interesse che Satie aveva per l'esoterismo essendo anche un affiliato all'ordine segreto di Rosacroce. Secondo altri il titolo deriva da Cnosso e fa riferimento al mito di Teseo, Arianna e il Minotauro. Sono brani in cui l'elemento del mistero è comunque fondamentale, ma non è esente anche una certa sensualità. Non a caso questi pezzi sono stati molto utilizzati nei film o nella pubblicità proprio in virtù del loro "appeal" melodico immediato.
Accompagnato da un tappeto ritmico ostinato al basso (minima - semiminima), si snoda un canto misterioso, non rigido ma ben cadenzato, dall'effetto magnetico sull'ascoltatore. La seconda Gnossienne è più leggera, quasi aforismatica nella sua brevità nonché prodiga d'indicazioni espressive. Parte con "Avec étonnement", poi troviamo "Ne sortez pas", "Dans une grande bonté", "Plus intimement", "Avec une légère intimité" e "Sans orgueil", quasi a suggerire una grande mobilità d'espressione pur nell'incedere uniforme. Indicazioni eccentriche che proseguono intensificandosi nella terza e ultima Gnossienne, brano sognante dal sapore orientaleggiante, come d'altronde i precedenti.

 




I sogni cedono il posto alle impressioni di un nuovo giorno come lo splendore delle stelle cede alla luce del sole.
(Sigmund Freud)


Manuel de Falla (1876 - 1946)
   - Homenaje "Pour le Tombeau de Debussy"

Un altro autore con cui invece andiamo in Spagna è Manuel de Falla. Per la morte di Debussy scrisse questo "Homenaje" per chitarra, poi da lui stesso trascritto per il pianoforte. In effetti, nella scrittura pianistica sentiamo con chiarezza l'evocazione del pizzicato della chitarra. Questo brano è un "Tombeau", quindi un omaggio funebre, una trenodia, ma è allo stesso tempo anche affettuoso, con tanto di citazione di un brano dell'autore francese scomparso: la "Soirée dans Grenade". Pezzo di grande suggestione, contiene tutti i profumi della Spagna che si mischiano a un'atmosfera che ha certamente un qualcosa d'intimamente francese.
Il nostro interprete si rivela ancora abile e mai superficiale tessitore di fascinazioni sonore in questo Homenaje, l'unica composizione scritta da De Falla per chitarra. Il pianoforte, come strumento "plenipotenziario", nelle sue mani evoca non solo la tecnica ma anche lo spirito della chitarra. Lo fa nei suoi timbri seducenti, nell'avanzare di un tenebroso canto andaluso dal ritmo triste e inesorabile (alla stregua del destino umano) che ha il ritmo di un'Habanera. Il pianista milanese diventa stregone, alle prese con una pozione magica risultante dalla felice e singolare fusione tra la più squisita sensibilità francese e quella spagnola. La cellula ritmica incentrata sulle note fa e mi, il crudele e ineluttabile incedere nella figurazione puntata, evocano in maniera inquietante la staticità della morte. Tutti elementi colti alla perfezione dal nostro.

 




Tutte le cose che abbiamo dimenticato, chiedono aiuto nei nostri sogni.
(Elias Canetti)


Alfredo Casella (1883 - 1947)
   - Á La Maniére de Debussy - Berceuse triste

Non trascura l'Italia questo recital, con la figura di Alfredo Casella, compositore che negli ultimi decenni è stato oggetto di una riscoperta piuttosto importante. Intorno a lui ha pesato per anni il pregiudizio di un artista legato al fascismo, il che fu vero. Come ben sappiamo a volte bisogna scindere il lato politico da quello artistico. Se dovessimo giudicare con questo criterio grandi direttori come Karajan o Furtwängler, i quali aderirono al nazismo, andremmo fuori strada dal punto di vista estetico. Casella ha scritto della musica molto bella, con una capacità di mantenere i suoi connotati di compositore italiano arricchendosi però anche dell'esperienza parigina. A dodici anni infatti andò a studiare nella capitale francese, fra gli altri anche con Faurè, Ravel e fu molto influenzato da Claude Debussy. Á La Maniére de Debussy fa parte di una raccolta di brani composti "alla maniera di" (Wagner, Debussy e altri autori). Secondo brano, giovanile, è la Berceuse Triste Op. 14, una specie di ninna nanna che utilizza la cosiddetta "blue note", vale a dire l'alternanza di maggiore e minore sulla terza che richiama il blues e il jazz.
Sottotitolato "Entr'acte pour un drame en préparation",  Á La Maniére de Debussy richiede un portamento "Avec une sonorité molle et diffuse". Dalla tredicesima misura esordisce un "presque imperceptible", dove sotto il tappeto di un tremolo in pianissimo sulle note di sol e re appaiono lampi di luce debussyani. Brano intriso di una forte tensione sotterranea che Ciammarughi restituisce con grande abilità coloristica e avvincente calibratura tempistica. Molto diversa è la Berceuse, dedicato a "Mademoiselle Adèle Fanta". In tempo di 6/8 e anch'essa composta per arpa cromatica ma eseguibile anche sul pianoforte. L'andamento misterioso, con qualche passaggio evocativo della Spagna.

 




Un sogno è un microscopio attraverso il quale osserviamo gli avvenimenti nascosti nella nostra anima.
(Erich Fromm)

Claude Debussy
   - Children's Corner L 119a

Al mondo del jazz veniamo con Claude Debussy e la sua suite per pianoforte Children's Corner, in particolare nell'ultimo brano: Golliwogg's cake-walk. L'angolo dei bambini è un ciclo piuttosto famoso, composto nel 1908 e dedicato alla piccola figlia Emma-Claude, detta affettuosamente Chouchou. Significativa è la dicitura scritta all'inizio della partitura "Alla mia cara piccola Chouchou, con le più tenere scuse di suo padre per quel che segue". È una specie di galleria dei giocattoli della bambina che prendono vita nell'universo infantile, visti comunque dall'occhio di un adulto, nostalgico e onirico. In realtà non sono brani affatto infantili, sia dal punto di vista dell'esecutore che dell'ascoltatore. Si tratta di uno dei capolavori dell'autore francese. Il primo dei sei pezzi è intitolato "Doctor Gradus ad Parnassum", parodia degli esercizi per pianoforte dove si fa il verso alla raccolta didattica di Muzio Clementi. Il secondo brano, Jimbo's lullaby, si riferisce all'elefantino di pezza della bimba, segue Serenade for the Doll (Serenata per la bambola). In The snow is dancing appare una nevicata dove i fiocchi danzano, vista probabilmente dal calore di un interno domestico. Ultimi due pezzi della suite sono The little shepherd e la citata Golliwogg's cake-walk, il primo ispirato alla pastorella, ancora una volta un bambolotto della figlia, dal forte sapore pastorale. Il finale è un gesto liberatorio in stile jazz ma che ha al suo interno una curiosa e ironica citazione wagneriana, un tema dall'opera Tristano e Isotta.
Tecnicamente impeccabile mi è parsa l'esecuzione dell'artista milanese, il quale ha dimostrato una notevole scioltezza e uguaglianza nell'esposizione delle veloci quartine di semicrome in Doctor Gradus ad Parnassum. Una costante in ogni brano è il delizioso trattamento delle gradazioni di colore, unito a un'attenta calibrazione della dinamica, degli accellerando e ritardando che rivelano, oltre a un gusto sopraffino, anche l'attitudine a familiarizzare con musiche di ogni epoca. Adeguatamente sottolineato il lato ironico con una notevole verve ritmica, come l'incanto della neve con delle veloci venature malinconiche. Pieno di forza, energia positiva il finale.

 




I sogni sono desideri che l’uomo tiene nascosti anche a sé stesso.
(Anonimo)


Igor Stravinsky (1882 - 1971)
   - Piano Rag Music

Dopo Children's Corner ci ricolleghiamo al tema del jazz con un brano che invece prende spunto da un'altra danza, rappresentante un qualcosa di estremamente innovativo venuto dall'America, il ragtime. Stravinsky venne a conoscenza di questo nuovo genere intorno al 1917-18, proprio negli anni in cui nella sua Russia scoppiava la Rivoluzione d'ottobre. Fu un celebre direttore d'orchestra, Ernest Ansermet, a fargli vedere alcuni spartiti che aveva portato dall'America, con il ragtime, jazz e altro e il compositore russo subito se ne innamorò. La sua Piano Rag Music in realtà arrivò dieci anni dopo il cake-walk di Debussy (1908), essendo stata composta nel 1919. Si tratta di un Ragtime un po' strano, molto russo; c'è l'elemento americano ma anche uno spirito grottesco, quasi di un umorismo surreale che forse solo i russi conoscono. Contiene tutte le dissimmetrie tipiche della musica di Stravinsky. Qualcuno forse si chiederà cosa c'entri un autore russo con la Francia... C'entra perché lui coltivò molte delle sue rivoluzioni proprio a Parigi, a contatto con i celebri balletti russi di Sergej Djagilev, da cui trasse ispirazione per L'uccello di fuoco, Petruška e La sagra della primavera. Questo pezzo fu dedicato ad Anton Rubinstein che però si rifiutò di eseguirlo.
Alla fine del concerto, Luca Ciammarughi concede un bis, Il primo improvviso di Fryderyk Chopin. Ogni cosa si sente sulla tastiera, forse ancor prima di poggiarci le mani sopra. Nel caso di questa sera l'apertura mentale del protagonista, la sua grande cultura si estendono prospettando vasti orizzonti. A vantaggio di un uditorio, composto purtroppo da pochi "intimi", è apparso particolarmente ispirato, favorito anche da un'acustica ariosa e priva di risonanze. Tra gli ingredienti dell'incantevole serata non va dimenticata la ricchezza armonica del tre quarti Yamaha. Sarà una mia fissa, da audiofilo di lungo corso, ma ritengo importante la qualità del suono, una non all'altezza può "rovinare" l'opera che in quel momento si sta eseguendo ma anche l'immagine che del pianista riceviamo. Va da sé che l'impresa di scollegare il valore di un concertista da quello che arriva alle nostre orecchie è tutt'altro che facile, spesso impossibile. In Luca Ciammarughi si agitano diverse anime, non solo quella dell'interprete ma anche del divulgatore, dello storico e finissimo uomo di cultura. In tal senso, ogni sua esibizione si rivela come spettacolo totale. Possiamo considerare quella di stasera come una "musique en plein air"? Quasi completamente dal punto di vista logistico, visto che gli spazi dell'elegante corte interna con loggiato e colonne del Palazzo della Marra avevano delle aperture verso l'esterno, pienamente invece da quello artistico, con una trasvolata di generi e stili diversi che ha abbracciato quasi tre secoli di storia della musica.


Alfredo Di Pietro

Agosto 2018


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