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giovedì 13 dicembre 2018 ..:: Quadrangolare d'interviste all'Amiata Music Master ::..   Login
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 Quadrangolare d'interviste all'Amiata Music Master Riduci

 

INTERVISTA A MAURIZIO BAGLINI


Alfredo Di Pietro: È davvero un'innovazione stimolante quella dell'Amiata Music Master, foriera del concetto di eredità come continuazione, mantenimento in vita di una grande arte come la pianistica.

Maurizio Baglini: Si, poi, di fatto, non sarà solo quella pianistica perché nell'Euterpe, il primo agosto, lo faremo addirittura con un laboratorio orchestrale di giovani, mentre il 27 agosto, nella tranche Dionisus saremo presenti con i due sestetti di Brahms, per gli strumenti ad arco. Ciò detto, dal mio punto di vista, senza nulla togliere alle star e ai grandissimi interpreti presenti in tutti gli altri concerti, è questa la parte più redditizia dal punto di vista dell'investimento sul futuro. È un po' come in politica, con le poltrone prese da persone che poi arrivano a occupare per tutta la vita dei posti per cui non possono mai governare i più giovani. Io nella musica non voglio subire quello che ho subito come interprete. Con tutto il rispetto, vedo che ci sono ancora persone le quali non è che non abbiano il diritto di suonare, se riescono ancora a farlo, dopo i settant'anni, però, sinceramente, non suonano più come una volta. Allora, se vogliamo dare un segnale dobbiamo darlo subito. Non voglio fare un discorso da rottamatore ma uno di buon senso perché la cultura è in generale un settore in contrazione, quindi se i giovani non li metti alla prova adesso, magari proprio con il confronto, quando sarà opportuno farlo? Ieri mi ha detto di non sentire differenze tra noi quattro, le diversità tra un pianista e un altro sono interpretative ma la validità esecutiva deve esserci. I giovani hanno diritto di suonare se sono già in grado di essere dei professionisti che suonano le note giuste al posto giusto.
Dopodiché, il fattore interpretativo è influenzato dal vissuto. Busoni diceva: "Colui per la cui anima non passa una vita non dominerà mai il linguaggio dell'arte". Far suonare un medesimo pianoforte in quattro modi diversi, tanti quanti sono gli interpreti, dà proprio la misura dell'individualità. Se non si riabitua il pubblico ad avere individualità, non riusciamo davvero a dare questo segnale. Perché non farlo con i giovani?

ADP: Secondo punto d'interesse è il fattore "imprevedibilità", insito nella scelta di eseguire un programma musicale a sorpresa. Questo può sollecitare la riflessione se conoscere in anticipo le opere suonate possa in qualche modo condizionare le aspettative del pubblico?

MB: Sicuramente condiziona il botteghino. Mi sono reso conto che ieri siamo stati eroici, credo sia stato un trionfo perché avere più di cento spettatori in sala con la partita di calcio, il Palio di Siena e la notte bianca può essere considerato un risultato eccezionale. Detto ciò, ritengo che la gente voglia sempre sapere cosa va a vedere (o ad ascoltare) e invece il mio obiettivo di operatore culturale è quello di creare luoghi in cui si ascolti la musica a prescindere da quello che c'è. Spero si riesca ad avere sempre più una civiltà in cui si entra in un luogo di teatro senza sceglierlo in base ai contenuti che propone. Troppo spesso si ragiona nei termini: "Si, ci vado perché c'è uno famoso". Questo comunque è un diritto, per carità! Io propongo poi spesso cose che non si sentono in maniera usuale, anche oggi abbiamo un quintetto di Schubert con due violoncelli di rara esecuzione.

ADP: Cosa ha cercato di trasmettere al suo allievo Axel Trolese? Quali ritiene siano i valori più importanti da inculcare al pianista in fiore, al di là della padronanza tecnica necessaria per suonare pagine che possono essere anche molto difficili.

MB: Come ha detto ieri il maestro Prosseda, sono allievi condivisi, nel senso che io ho fatto lezione anche a Gabriele Strata, e viceversa, però Axel diciamo che l'ho formato in modo continuativo. Il percorso richiama il concetto di educazione, all'inizio gli ho dovuto insegnare a livello quasi di palestra come si mettevano i muscoli giusti per suonare il pianoforte che è fatto di coordinazione, movimento e concentrazione. Dopodiché ho subito capito che non si può tuttavia scindere l'insegnamento tecnico dal fattore interpretativo. Quest'ultimo non è sufficiente se non considera quella che è la comunicazione, alla fine dobbiamo suonare per un pubblico, stando attenti a non devalorizzare la figura dell'interprete. Lui è necessario, altrimenti quello che vediamo scritto diventa carta straccia. Dopo l'interprete c'è l'esigenza di avere degli spettatori che non necessariamente devono essere degli addetti ai lavori, quindi bisogna dargli modo di capire. Ecco la comunicativa, che arriva quando ci sono collegamenti culturali a 360 gradi. Cosa insegno? Fondamentalmente a essere curiosi.

ADP: Credo che educare all'arte sia un dare/avere. Quanto ha dato e quanto ha ricevuto dall'esperienza dell'insegnamento?

MB: Credo di poter dare ancora tanto. Io sono molto selettivo nella scelta degli allievi, questo non significa che seleziono quelli migliori. Secondo me è gratificante avere un discepolo, magari non dotato, ma che sia motivato e ti possa dare grandi soddisfazioni. Cosa penso di avere? Sinceramente in Italia non ho avuto niente. Io e Prosseda siamo due pianisti che vivono di concerti e siamo tra i pochissimi (si contano sulla punta delle dita) che possono farlo, quando nei conservatori arriva gente che ha fallito la carriera e insegna per ripiego. Questo mi dispiace dirlo ma è così. Io sono figlio d’insegnanti e mi sono trovato a essere strumentalizzato per questo come un antisindacalista, però è vero: trovo scandaloso che le nuove leggi abbiano fatto in modo che 44.000 studenti avessero un peso inferiore rispetto a 300 sindacalisti. Ribadisco quindi che in Italia non ricevuto nulla. All'estero invece con le masterclass ho avuto tanto e dovrò essere bravo a costruire la mia cornice didattica, visto che sono riuscito a farmi edificare un auditorium per fare concerti

ADP: Lei ama le sfide, lo ha chiaramente dimostrato nel corso della sua carriera. Si può parlare di competizione nel caso del confronto con un allievo, pur talentuoso? Quale atteggiamento deve prevalere: sfida o "paterna" collaborazione?

MB: A prescindere dal fatto che la competizione la vedono solo gli spettatori, noi volevamo solo suscitare una riflessione. I bilanci li dovete trarre voi come pubblico. La paterna collaborazione ce l'hai nel percorso, anche durante il concerto ma è una cosa che non deve essere protettiva. Io sono spesso tacciato di sano realismo che diventa cinismo, ma in realtà voglio far vedere quanto sia difficile e quanto sacrificio sia richiesto per affermarsi in un settore, ripeto, in contrazione. La cultura in generale e la musica d'arte sono in calo ma questo esempio dimostra che si può ricreare qualcosa di alternativo. Se siamo abbastanza coraggiosi, come imprenditori, da non aspettare a casa che cambi la società ma lavorare in modo tale che si convincano persone di sensibilità, di una certa ricchezza, a investire nel bello, si possono creare settori nuovi. In questo modo la contrazione si rovescia in espansione. La paterna collaborazione non deve comunque scadere nel coccolare l'allievo e non fargli vedere il realismo di quello che è la vita, altrimenti si diventerebbe il "pitoyable" (il pietoso), come dicono i francesi. La sfida probabilmente è stata più per noi maestri, per creare cose nuove che possano stimolare e dare anche agli allievi un'occasione nuova. Mi dispiace solo per chi non è venuto perché sarà un "format" che ci copieranno in molti e abbiamo già in mente di esportare questo progetto. Io ho trovato solo Prosseda disponibile a imbarcarsi in un'avventura di questo tipo perché troppe persone erano spaventate.


INTERVISTA A ROBERTO PROSSEDA

Alfredo Di Pietro: Maestro Prosseda, è davvero un'innovazione stimolante quella dell'Amiata Music Master, foriera del concetto di eredità come continuazione, mantenimento in vita dell'arte musicale.

Roberto Prosseda: L'idea è nata dall'amicizia ormai più che ventennale, con Maurizio Baglini: siamo coetanei, abbiamo fatto percorsi artistici paralleli e le nostre strade si sono spesso incontrate. Insieme abbiamo condiviso molte esperienze artistiche, non ultima quella di avere allievi comuni, come Axel Trolese e Gabriele Strata. Quando Maurizio mi ha proposto di prendere parte all'Amiata Music Master e di presentare i nostri migliori allievi in concerto al nostro fianco, ho subito aderito con entusiasmo. Mi è parsa un'ottima opportunità per far conoscere anche al pubblico il talento di due giovanissimi pianisti già pronti per il concertismo, e, per loro, una bella opportunità di suonare in un festival di prestigio, in un concerto che sarà anche ritrasmesso su Radiotre.

ADP: Secondo punto d'interesse è il fattore "imprevedibilità", insito nella scelta di eseguire un programma musicale a sorpresa. Questo può sollecitare la riflessione se conoscere in anticipo le opere suonate possa in qualche modo condizionare le aspettative del pubblico?

RP: Secondo me, per il pubblico il concerto dal vivo deve essere anche un'occasione per lasciarsi sorprendere. Ascoltare con orecchie tese e reattive, e non rigidamente fissate su schemi preesistenti, è senza dubbio un approccio positivo per apprezzare al meglio la bellezza della musica. In tal senso, il fatto di non rivelare in anticipo il programma può essere un aiuto. Mi piace anche l'idea che il pubblico voglia fidarsi degli interpreti, e lasciarsi prendere per mano dalle loro scelte musicali.

ADP: Cosa ha cercato di trasmettere al suo allievo Gabriele Strata? Quali ritiene siano i valori più importanti da inculcare al pianista in fiore, al di là della padronanza tecnica necessaria per suonare pagine che possono essere anche molto difficili.

RB: La padronanza tecnica è una naturale conseguenza di altri risultati, non certo un obiettivo principale da porsi. A volte s’insegna la tecnica come qualcosa di fine a se stesso, e così si rischia di avere pianisti che hanno imparato il "come", ma non il "cosa" e il "perché". Viceversa, i valori artistici che ritengo prioritari sono l'approfondimento degli stati emotivi di ogni brano musicale: ciò è possibile solo partendo da una lettura consapevole della partitura, che consideri le convenzioni di ciascuno stile e che sappia leggere e decodificare le indicazioni di articolazione e le tensioni armoniche. Conseguentemente, una volta acquisita la “mappa” emotiva di un brano, bisogna saper rendere al meglio le sfumature di ciascuno stato d'animo, attraverso il controllo del suono, del fraseggio, del discorso musicale. Un bravo interprete è come un regista e un attore insieme: deve sapere immedesimarsi in ciascun carattere, ma anche gestire i rapporti tra i vari caratteri (ora in armonia, ora in contrasto) che animano ciascuna composizione.
È soprattutto su questo che abbiamo lavorato con Gabriele Strata. L'ho conosciuto tre anni fa, quando aveva 14 anni ed era già un talento notevole. È stato bello poter accompagnare la sua naturale evoluzione: vedere i suoi eccezionali progressi in soli tre anni è per me una grandissima soddisfazione. Ciò che ammiro in Gabriele è anche la sua indipendenza nelle scelte musicali, cosa che ho cercato di incoraggiare. Gioisco quando vedo che, in autonomia, un allievo ha acquisito nuove idee interpretative o ha scoperto ulteriori possibilità tecniche ed espressive. Credo che un vero insegnante debba consentire all'allievo di essere presto indipendente da lui: e, se da un lato mi fa piacere notare come alcune mie idee e approcci pianistici siano stati tramandati nel modo di suonare dei miei allievi, dall'altro sono ancor più soddisfatto quando un allievo trova una sua strada che sia solo sua, e che lo renda riconoscibile e distinguibile dagli altri.

ADP: Credo che educare all'arte sia un dare-avere. Quanto ha dato e quanto ha ricevuto dall'esperienza dell'insegnamento?

RP: Sono convinto che l'insegnamento sia una parte fondamentale della crescita artistica di un musicista. Personalmente, ho potuto approfondire molti aspetti interpretativi e anche puramente pianistici proprio grazie alle lezioni con gli allievi, in cui si è quasi "costretti" a prendere coscienza di cose che troppe volte si danno per scontate.
L'insegnamento è certamente uno scambio alla pari, un dare-avere: in fin dei conti, l'obiettivo della didattica, in campo artistico, è di aiutare ciascun talento a svilupparsi in modo autentico, originale e libero da condizionamenti. Mi piace in tale contesto citare Daniel Pennac, secondo cui l'insegnante è come un fusibile, che si infiamma-entusiasma per l'arte e la cultura che gli sta a cuore, e la condivide, tramandandola, agli allievi. Lungi da noi, quindi, il concetto d’insegnante come colui che esercita un potere o un possesso sul "sapere", e che lo dispensa dall'alto. Preferisco pensare che siamo tutti, allievi e insegnanti, dentro la musica, e poiché la musica ci piace tantissimo, siamo entusiasti di "contagiare" gli allievi dello stesso entusiasmo. Cultura e sfera affettiva, in musica, è dunque un binomio inscindibile, e per questo è impensabile dividere la tecnica dall'interpretazione.

ADP: Lei ama le sfide, lo ha chiaramente dimostrato nel corso della sua carriera. Si può parlare di competizione nel caso del confronto con un allievo, pur talentuoso? Quale atteggiamento deve prevalere: sfida o "paterna" collaborazione?

RP: Non ho avvertito alcun senso di competizione nel confronto con gli allievi. Al contrario, "tifavo" per loro: ero forse più emozionato a sentire la loro esecuzione, in cui mi sentivo coinvolto in prima persona, di quanto non lo fossi durante la mia! È stato anche bello vedere come in pochi anni Axel e Gabriele siano cresciuti e diventati artisti con una propria cifra stilistica, e ben distinti e riconoscibili. In tal senso, il fatto, da noi incoraggiato, di potere studiare con più insegnanti diversi contemporaneamente, è stato secondo me un aiuto importante. Il risultato del concerto è stato per me molto positivo e per certi aspetti sorprendente, anche perché stimola il pubblico ad ascoltare con un maggiore coinvolgimento, e mi piacerebbe poterlo riproporre come format itinerante, anche in altre stagioni concertistiche.


INTERVISTA AD AXEL TROLESE

Alfredo Di Pietro: Come nasce l'amore per questo bellissimo strumento che è il pianoforte?

Axel Trolese: Molto semplicemente. C'era già un pianoforte in casa, suonato da mia madre quando aveva dieci, undici anni. Lei non lo suonava più già da quando io ero piccolo. Il mobile in se m'incuriosiva e io sono una persona molto curiosa, volevo conoscere come funzionasse. Ho chiesto quindi ai miei genitori come potessi usarlo e loro mi hanno iscritto a una scuola di musica della mia città, Aprilia.

ADP: Poi ti sei accorto di avere delle doti particolari...

AT: In realtà non è andata in questo modo. Di sicuro apprendevo velocemente ma non possedevo i mezzi per rendermene conto, non avendo un paragone. All'inizio c'era veramente la curiosità di saper usare qualcosa.

ADP: Quale sentimento suscita avere un maestro così importante come Maurizio Baglini. Se all'inizio è prevalso il timore reverenziale, come sei riuscito a superarlo?

AT: Il timore reverenziale che si ha sempre nei confronti del proprio maestro è necessario. Nel momento in cui ho conosciuto Maurizio ovviamente c'era, il mio avvicinamento a lui è avvenuto prima nelle vesti di concertista, poi conoscente e infine come maestro. Naturalmente questi tre livelli d'interazione tra noi hanno significato altrettanti livelli di comportamento. È anche vero che avendolo conosciuto a quindici anni non sapevo bene secondo quale codice si comportassero gli adulti. Il timore era quindi sempre accompagnato da una certa libertà di espressione che si ha a quell'età. I rapporti poi si sono evoluti. Lui è una persona molto aperta con i suoi allievi, dall'indole molto buona e gentilissimo. La soggezione che si ha quando si fa lezione con lui è nella lezione ma nella vita di ogni giorno è un'altra cosa.

ADP: Quali sono gli autori che ami di più e che ritieni più congeniali alla tua indole artistica?

AT: Quelli che amo di più sono sicuramente i tre autori francesi Debussy, Fauré e Ravel perché studiando in Francia il mio amore per loro è cresciuto entrando a far parte del mio quotidiano. La forza di Beethoven è un qualcosa che mi ha sempre colpito tanto e anche l'incredibile introspezione, drammaticità e fatalità della musica di Schubert. Forse quest'ultimo è proprio il mio autore preferito ed è paradossale perché non ho ancora suonato nulla di lui.

ADP: Il discepolo che ha accanto sul palco un grande concertista, suo maestro, viene esaltato a massimizzare la sua performance oppure, avvertendo il peso del suo carisma, si sente in qualche modo condizionato? Come vedi la questione dal tuo punto di vista?

AT: È una domanda molto complicata perché, inevitabilmente, la risposta dipende dalla psicologia dell'allievo oltre che quella del maestro, anche se quest'ultimo è molto meno toccato. Nella mia esperienza ho suonato due volte con Maurizio Baglini, in brani a due pianoforti: Brahms nel concerto dell'anno scorso all'Amiata Piano Festival e in quello di stasera, dove suoneremo insieme un pezzo di Rachmaninov e un'altro di Mendelssohn, la celeberrima "Marcia nuziale", questa però a otto mani con gli altri pianisti. Il carisma di un maestro come Baglini si fa sentire subito però è anche vero che agisce da stimolo. Parlo per me ovviamente perché la domanda è molto soggettiva. Mi aiuta a tirare fuori delle cose che magari si sarebbero manifestate lo stesso ma non a quel livello. Non è una questione di competizione ma lo stesso meccanismo che si verifica nel momento in cui si suona musica da camera con un altro pianista piuttosto che un grande violinista oppure un quartetto di pianisti, come stasera. Inevitabilmente si è portati a suonare meglio.

ADP: Puoi dirci qualcosa sui tuoi futuri impegni concertistici?

AT: Suonerò la settimana prossima, il 9 luglio, nelle Sale Apollinee del Teatro La Fenice di Venezia in un concerto con un programma molto interessante che vede Beethoven sfidarsi con tre autori del '900: Ravel Skrjabin e Debussy. La settimana dopo, il 16 luglio, sarò all'Accademia degli Sfaccendati ad Ariccia. Il 4 agosto suonerò a Bassano del Grappa per la replica dl concerto del 9 luglio. Terminate le vacanze estive, il 15 settembre sarò alla Fazioli Concert Hall di Sacile in un concerto condiviso con Alberto Ferro, vincitore del premio Venezia. L'8 ottobre sarò a Villa Contarini in un concerto basato sulle trascrizioni d'opera e infine l'11 ottobre sarò all'Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Sono molto fiero di quest'ultimo appuntamento poiché mi permette di entrare a far parte culturalmente della comunità italiana, che è molto numerosa nella capitale francese.

INTERVISTA A GABRIELE STRATA

Alfredo Di Pietro: Gabriele, come nasce il tuo amore per questo bellissimo strumento che è il pianoforte?

Gabriele Strata: Nasce in maniera assolutamente spontanea in quanto nella mia famiglia non ci sono musicisti. Da piccolo avevo un vecchio pianoforte verticale in casa che però non era usato da nessuno, era più un "mobile" che mi aveva sempre affascinato. Ci giocavo e  un giorno chiesi ai miei genitori d'iniziare a fare dei corsi. Sono molto felice di non essere stato spinto da nessuno agli studi perché non so se sarei andato così avanti se fosse stata una cosa imposta. Dopo nove anni sono entrato in Conservatorio e da lì la cosa è diventata più seria.

ADP: Quale sentimento suscita avere un maestro così importante come Roberto Prosseda. Se all'inizio è prevalso il timore reverenziale, come sei riuscito a superarlo?

GS: Non c'è mai stato timore reverenziale con il maestro Prosseda perché è una persona veramente molto umile, fantastica. È un onore immenso per me poter fare lezione con lui. È un maestro e un uomo incredibile, ogni lezione mi apre veramente un mondo. Se adesso suono a questo livello, essendo migliorato tanto, lo devo a lui. Gli devo un enorme ringraziamento.

ADP: Quali sono gli autori che ami di più e che ritieni più congeniali alla tua indole artistica?

GS: Sicuramente Chopin per primo, autore molto vario, perché sento con lui di riuscire a esprimermi meglio. In generale, prediligo i romantici, compreso Liszt e i postromantici come Rachmaninov, che di certo rappresentano meglio la mia indole artistica.

ADP: Il discepolo che ha accanto sul palco un grande concertista, suo maestro, viene esaltato a massimizzare la sua performance oppure, avvertendo il peso del suo carisma, si sente in qualche modo condizionato? Come vedi la questione dal tuo punto di vista?

GS: Sai, non mi sento minimamente in soggezione o sotto pressione poiché tra me e Roberto c'è un rapporto quasi di amicizia, siamo molto in confidenza. Ritengo che il format di concerto proposto da Prosseda e Baglini sia una cosa molto interessante, la quale va concepita più come un confronto, non tanto come una competizione. È un modo di condividere la musica e anche coglierne aspetti diversi, a seconda della performance dell'esecutore.

ADP: Puoi dirci qualcosa sui tuoi futuri impegni concertistici?

GS: Suonerò il 18 luglio al Teatro La Fenice di Venezia, nella stessa serata in cui ci sarà il maestro Roberto Prosseda, poi sarò in Olanda e in settembre rappresenterò l'Italia al Festival Steinway ad Amburgo.

 

Alfredo Di Pietro

Segue alla Quarta Serata...


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