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domingo, 25 de junio de 2017 ..:: Piano City Milano 2017 - Parte Seconda ::..   Entrar
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 Piano City Milano 2017 - Parte Seconda Minimizar

Sabato 20 - ore 19,00 - Il Lazzaretto - Via Lazzaretto 15

Luca Prandi in concerto

 



Dalla storica cornice di Palazzo Litta mi sposto a "Il Lazzaretto". Cambia radicalmente pure il genere musicale, anche se gli ottantotto tasti del pianoforte rimangono sempre al centro dell'attenzione. Non più sontuosi saloni settecenteschi ma uno spazio moderno, essenziale, dove il pubblico può sedere su una gradinata costruita con pannelli di legno truciolato. Un luogo che ha una storia precisa, oggi dedicato alla generazione d'idee e proposte creative che, sviluppate, si concretizzano in eventi, azioni o produzioni culturali. Non pone limiti al suo ambito d'azione, il quale spazia dalle arti figurative alle pratiche corporee e meditative, dalla letteratura alla cucina, dalla musica alla grafica, dal cinema alla fotografia, al teatro, alla danza e diverse altre attività. Quello che oggi è un grande centro di aggregazione di designer, grafici, scrittori, fotografi, attori, musicisti, insegnanti di yoga, cuochi, ieri era una fonderia e officina, poi divenuta atelier di scultura. Non stona affatto il genere minimalista in quest'ambientazione, simbolo di modernità metropolitana; l'ampio spazio "open" in cui si trova immerso l'ascoltatore invita a una riflessione senza costrizioni, come se la mente e l'anima potessero viaggiare senza ostacoli direttamente verso la musica. Per anni, fino al 2001, Luca Prandi è stato tastierista e compositore del gruppo rock progressivo H20, con il quale ha pubblicato due album per l’etichetta Kaliphonia. Negli ultimi quindici è stato contagiato dal minimalismo, passando dalle tastiere elettroniche al pianoforte. Philip Glass, Michael Nyman, Ludovico Einaudi le sue più importanti fonti d'ispirazione.

 



Luca quindi dirige inizialmente la sua passione verso le tastiere elettroniche più che il pianoforte, nei suoi ricordi c'è proprio una vecchia pianola. A sei anni provava nella cantina di casa insieme ai suoi due fratelli, potendo disporre di tutti gli strumenti della band. In un'intervista confessa che lui e un suo amico, all'insaputa del fratello, s'infilavano tutti i pomeriggi in cantina e giocavano a fingersi Rock Star, toccando a caso ma con curiosità tutto quello che gli capitava a tiro, compreso il mitico organo Farfisa. Soltanto da adulto Luca si è trasformato in pianista, cambiando completamente genere per dedicarsi a uno più classico. A tutt'oggi pratica quello che viene definito "minimalismo romantico", ma non dimentica i suoi trascorsi; nella sua musica odierna è presente un retaggio di ciò che suonava da ragazzo, un qualcosa di ritmicamente vivace e meno asciutto. È forse questa la musica classica del presente? Accanto a Glass, Nyman (tra i primi nel 1969 a usare questo termine) c'è pure Erik Satie, forse il primo vero minimalista della storia con le sue Gymnopédies e Gnossiennes. Luca Prandi trova la sua dimensione in una formazione musicale poco classica, del tutto priva di paludamenti accademici, studia da autodidatta, più incline al lato compositivo che a quello esecutivo. Non ha mai fatto il musicista di professione ma si è sempre concesso ampio spazio da dedicare alla sua grande passione per la musica, transitando dai sinfonismi barocchi del rock progressivo al minimalismo che invece contraddistingue i suoi lavori attuali.

 



Dopo lunghi anni di pausa, nel 2011, riprende a esibirsi dal vivo. Quando viene a sapere del Piano City Milano, ne prende volentieri parte. Non ha progetti discografici imminenti, dopo le due prime prove giovanili con il rock, si è autoprodotto un album di solo piano nel 2006 e oggi è pronto a lanciare il suo nuovo progetto, un concept album intitolato "Y". Un altro ne uscirà prossimamente tra circa un anno. Un titolo che si scrive "ipsilon", si pronuncia i e significa "e", una semplicissima congiunzione in lingua spagnola che significa però molto, foriera dell'importante concetto del "contatto". La vita è fatta di adiacenze, fra esseri umani ed elementi naturali, e a Luca Prandi piace raccontarla in musica. Ognuna delle dodici tracce descrive una situazione esistenziale, un simbolo, un personaggio. Le sue composizioni ci raggiungono come nostalgiche schegge tranquille, vivono in una specie di moto ondoso perpetuo, fatto non di eventi cataclismatici, ma di cellule sonore in continuo movimento. Sembrano sempre uguali a loro stesse, monotone, ma invece mutano forma in continuazione, proprio come le onde del mare. In "Y", l'idea del rapporto tra diverse entità viene espressa attraverso la relazione fra il pianoforte e altri strumenti, che intervengono isolatamente e mai più di uno per volta. La matrice che tiene tutto insieme come in un tessuto connettivo è eminentemente pianistica, in questa, ogni strumento ospite entra in scena per rappresentare un personaggio o una situazione specifica. Per quanto riguarda le sue partecipazioni al Piano City Milano, questa è la quarta o quinta, la prima comunque nello spazio de "Il Lazzaretto".

 



Luca Prandi è molto benevolo versa questa manifestazione: "Si tratta di un'idea bellissima che si ripete ogni anno più ricca di eventi, con una risposta della gente sorprendente sin dalle serate inaugurali, anche se i generi suonati non erano proprio popolarissimi. È davvero lodevole l'iniziativa di far ascoltare tantissima musica alle persone, del tutto gratuitamente, eseguita da professionisti, studenti o amatori che siano. La voglia di ascoltarla non manca assolutamente, bisogna solo creare le iniziative giuste per farla arrivare alla gente". Luca si siede al pianoforte, la sua mente inizia a vagare verso spaziosi orizzonti sonori e la nostra con la sua. Se un grande valore questa musica l’ha, è quello di trasportarci in un'altra dimensione, liberare la mente da costrittive strutture dove il compositore si fa tiranno. La sua ripetitività si basa sulla riduzione all'osso delle formule musicali tradizionali, in un processo di destrutturazione che contrasta l'eccessiva complessità raggiunta dalla musica occidentale, soprattutto in riferimento all'astrusa musica d'avanguardia dei primi anni sessanta. Ecco che tutto pare tornare all'essenziale: laddove il processo compositivo diventa eccessivamente stratificato, il minimalismo reagisce proponendo atmosfere timbricamente uniformi, lontane dall'atonalità. Non bisogna però cadere nell'errore di considerarla rudimentale, elementare lo è nelle cellule melodiche che la costituiscono, non nello svolgimento, fatto di progressive mutazioni, a volte quasi impercettibili. In realtà, attraverso un processo compositivo solo apparentemente statico, si può giungere a tessuti sonori anche di grande complessità.

 



Comunque la si pensi, la musica minimalista esercita un grande fascino: ipnotica, ascetica, in una parola "magica".
Ed è proprio quello che è accaduto stasera con l'arte di Luca Prandi...




Sabato 20 - 20,10 - GAM Main Stage - Piano Center - Via Palestro 16


Girolamo Frescobaldi
Toccate N. 1 e N.3

Johann Sebastian Bach
Partita N. 1 in si bemolle maggiore BWV 825
- Praeludium
- Allemande
- Courante
- Sarabande
- Menuet I
- Menuet II
- Gigue

RAMIN BAHRAMI
LA POESIA DELL'ECCENTRICITÁ

 



GAM Piano Center Main Stage ore 20:10, una grande folla di persone aspetta pazientemente l'ingresso del pianista iraniano, che si farà attendere a causa del malore di una persona presente. I bravi soccorritori intervengono con successo rianimandola, sono loro a riscuotere il primo - meritatissimo - grande applauso. Ramin Bahrami guadagna il palco ma c'è un cambio di programma, suona le Toccate N. 1 e 3 di Frescobaldi, ma anche due preludi e fughe dal primo libro del Clavicembalo ben temperato di J.S. Bach, suo immenso faro. Suonerà poi non la N. 2 ma la Partita N. 1 in si bemolle maggiore BWV 825. Se dovessimo basarci sulla quantità di persone riunitesi per l'evento, non diremmo di aver assistito a un concerto di musica classica, ma bensì a quello di una Pop o Rock Star. Comunque la si pensi sulle sue esecuzioni, non si può negare che Bahrami sia un sincero entusiasta di Bach e ha avuto il grande merito di portarlo alla ribalta di un enorme numero di persone. Tra queste probabilmente ce n'è anche qualcuna che, grazie a lui, l'ha conosciuto per la prima volta. Un Bach filtrato dalla sua personalità fortemente istintiva, molto poco disposta a lasciarsi "addomesticare" da chicchessia, lo si capisce chiaramente ascoltando le sue esecuzioni estremamente libere, a volte spiazzanti, ma sempre accompagnate da una grande energia interiore. Ma chi è Ramin Bahrami? Wikipedia ci dice che è nato nel 1976 da famiglia benestante, sin da piccolo folgorato dalla musica di Johann Sebastian Bach. Un evento doloroso ha segnato i suoi primi anni, forse scaturigine del suo innamoramento musicale.

 



Purtroppo, con la caduta di Mohammad Reza Pahlevi e l'avvento del regime del Ruhollah Khomeyni a seguito della Rivoluzione iraniana, il padre Paviz, ingegnere dello scià, fu incarcerato sotto l'accusa di essere oppositore del nuovo regime. Morì poi in carcere nel 1991. La sua famiglia emigrò quindi in Europa, quando lui aveva undici anni, con l'intenzione di recarsi in Germania. Oggi Ramin vive a Stoccarda, paese della nonna paterna, ma il primo ad averlo accolto è stato l'Italia, grazie a una borsa di studio donatagli dall'Italimpianti. Qui può studiare il pianoforte, diplomarsi con un maestro illustre: Piero Rattalino, al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano. Seguirà un approfondimento all'Accademia Pianistica Internazionale "Incontri col Maestro" di Imola e con Wolfgang Bloser alla "Hochschule für Musik und darstellende Kunst" di Stoccarda. Da questo momento le sue esibizioni s'infoltiscono, si allargano alle maggiori istituzioni musicali d'Italia: teatri, stagioni e prestigiosi festival internazionali. Nel gennaio 2009 arriva un riconoscimento importante, Ramin Bahrami è insignito del Premio "Città di Piacenza - Giuseppe Verdi" dedicato ai grandi protagonisti della scena musicale, basti pensare che prima di lui è toccato a Riccardo Muti, José Cura, Leo Nucci e Pier Luigi Pizzi. Tutta la sua ricerca interpretativa è attualmente rivolta alla produzione tastieristica di Johann Sebastian Bach, che rimane tuttora il suo "indiscutibile" idolo. Un amore talmente totalizzante che lo ha portato a giudicare provocatoriamente altri grandi compositori.

 



Così di Anton Bruckner dice che "in novantanove pagine non riesce a dire quello che Bach dice in due facciate" o che Mozart ha composto "i peggiori bassi di tutta la letteratura musicale". Ne prendiamo atto... Nel tempo ha accumulato un curriculum importante, si è esibito in importanti festival pianistici tra cui "La Roque d'Anthéron", il Festival di Uzés, il Festival "Piano aux Jacobins" di Tolosa, il "Tallin Baroque Music Festival" in Estonia e il "Pechino Piano Festival" in Cina. Nel giugno 2008 appare alla Wigmore Hall di Londra, presenta nella primavera del 2009 l’Arte della fuga al Festival Pianistico Internazionale "Arturo Benedetti Michelangeli" di Brescia e Bergamo. Nel febbraio 2010 ha debuttato a Parigi con le Variazioni Goldberg e in marzo ha tenuto un acclamato tour con i Festival Strings Lucerne. È del maggio 2010 il grande successo con Riccardo Chailly al Gewandhaus di Lipsia, così completa l'integrale dei concerti bachiani. Guadagna il palco del Main Stage, sbalordisce il pubblico attaccando a velocità marzianica il Preludio N. 2 in do minore BWV 847 dal Primo Libro. È come un fiume in piena, l'acme culmina in una potentissima nota isolata nella parte sinistra della tastiera, talmente forte che il pianoforte sembra lì lì per aprirsi in due. Con grande libertà espressiva suona la Partita N. 1, insegue focosamente, in maniera quasi travolgente, tutto ciò che c'è in questa magnifica partitura, quegli elementi virtuosistici, l'invenzione melodica, il ritmo vivace e la trama contrappuntistica. Si concede con Bach quelle libertà che non ha invece con Frescobaldi, eseguito in maniera molto più compunta. È un ulteriore segno che la sua passione viscerale per il "Kantor" lo porta a esternare la sua urgenza interiore del momento piuttosto, insofferente a seguire un rigoroso percorso interpretativo. Ma quando si ascolta Ramin Bahrami è meglio abbandonare eventuali smanie recensorie e goderselo sino in fondo, con il suo genio ma anche con le sue sregolatezze.

 







Domenica 21 - ore 11,00 - Spazio ScopriCoop - Via Arona 15a

A cura di Luca Schieppati. In collaborazione con Serate Musicali.

Franz Schubert: Marcia militare per pianoforte a quattro mani D. 733 N.1
Fryderyk Chopin: Fantasia Improvviso Op. postuma 66
Scott Joplin: The Entertainer; Maple Leaf Rag
Astor Piazzolla: Adios Nonino
(Pianisti Aki Kuroda e Ryutaro Sugiyama)

Leopold Godowsky: dalla Suite Java: N. 7 "Tre Danze"
Lepo Sumera: dai "Due pezzi dell'anno 1981": N. 1
(Pianista Angelica Seminara)

Franz Liszt: Ballata N. 2 in si minore per pianoforte S 171; Studio da Paganini N. 6 S.140
(Pianista Giulia Ventura)

Sergej Prokof'ev: Sonata per pianoforte N. 2 in re minore Op. 14
- Allegro ma non troppo
- Scherzo: Allegro marcato
- Andante
- Vivace
(Pianista Eliana Grasso)

Fryderyk Chopin: Andante Spianato e Grande Polacca brillante in sol maggiore Op. 22
- Andante spianato: Tranquillo
- Polacca: Allegro molto. Meno mosso
(Pianista Fernanda Damiano)


Luca Schieppati (a destra)

Ryutaro Sugiyama


È la seconda volta che assisto a un concerto nello Spazio ScopriCoop, la prima nell'ambito del Piano City Milano. Si tratta di una realtà non lontana dal centro di Milano, gestita con ammirevole entusiasmo e dotata di un auditorium di bell'aspetto, ben tenuto e amministrato. È agevolmente raggiungibile con i mezzi pubblici, anche "underground", visto che la Metro "lilla" è lì a pochi passi. La diffusione della buona musica è opera sempre e comunque meritoria, in tal senso questo spazio ha deciso di non farsi mancare nulla poiché, da ormai tredici anni, ospita una rassegna contraddistinta dalla grande varietà di proposte. Qui si alternano artisti affermati, giovani emergenti e autorevoli musicologi. Oggi Luca Schieppati, in qualità di Direttore Artistico della stagione musicale Coop, presenta al pubblico un corposo concerto mattutino. Personaggio polivalente, è pianista concertista, docente nei Conservatori di Stato e infaticabile organizzatore di eventi musicali, anche ottima penna direi, vista la cultura, arguzia e forbitezza con cui stila le note annesse ai programmi di sala. Il cronista è spesso alla ricerca di definizioni "prêt-à-porter" che condensino le emozioni contenute in un evento, un concerto in questo caso, cerca a volte un "alter-ego" letterario a ciò che invece vive di luce propria. I problemi sorgono quando si vuole raccontare un'esibizione di carattere corale, come avvenuto in questa domenica mattina. Alla ScopriCoop c'è stata la gioia insita nel fare musica, la fresca gioventù di musiciste già artisticamente mature, in grado di affrontare un programma non facile, sicuramente bello e variegato.

 

Aki Kuroda


Le danze vengono aperte da una strana coppia, formata da una pianista affermata, Aki Kuroda, ricordiamo primo premio al Concorso di musica francese nel 1993 in Giappone, premio speciale per l'interpretazione al Concorso Xavier Montsalvatge nel 1995 in Spagna e primo premio al Concorso di musica contemporanea nel 1997 in Giappone, è il dodicenne Ryutaro Sugiyama. Attaccano con piglio marziale la Marcia militare per pianoforte a quattro mani D. 733 N.1 di Schubert, sui loro volti si legge il divertimento, ma anche l'acume di una composizione nata come forma di colloquio al pianoforte nei salotti, in famiglia e tra amici. È la dimostrazione (come già in Haydn e Mozart) che intrattenimento ed elevata forma d'arte possono andare benissimo daccordo. Il piccolo Ryutaro rimane solo al pianoforte per suonare la Fantasia Improvviso Op. 66 di Chopin, riesce ad amministrare con commovente grazia questa non facile composizione scritta nel 1834. La freschezza che c'è nelle dita di questo musicista in erba impressiona il pubblico, non solo pianista ma anche flautista alle prese con il celeberrimo Maple Leaf Rag di Scott Joplin. Qualche leggera indecisione non turba la buona prestazione complessiva. Alla fine Aki Kuroda ci regala un'interpretazione particolarmente appassionata di "Adios Nonino" di A. Piazzolla, il suo entusiasmo contagia il pubblico strappando un grande applauso finale. L'avvincente discorso musicale avviato prosegue con un tris d'assi tutto al femminile, tre giovani e belle pianiste che rappresentano in pieno quell'ideale di bellezza e armonia che tutti desideriamo.

 

Angelica Seminara


Il pianismo sorvegliato di Angelica Seminara ispira belle sensazioni nelle "Tre Danze" dalla Suite Java di Leopold Godowsky, notevole il suo lavoro di approfondimento espressivo che sfocia in una visione tersa e controllata di questa suggestiva pagina. Arthur Rubinstein affermò: "Mi ci vorrebbero 500 anni per impadronirmi di meccanismi tecnici simili a quelli di Godowsky". La medesima finezza interpretativa emerge nel brano seguente, il primo dai "Due pezzi dell'anno 1981" di Lepo Sumera, fatto di minimalistici chiaroscuri, altamente evocativi di un clima sospeso tra realtà e nostalgiche immagini di sogno. Una prova deliziosa, matura e interpretativamente impegnativa quella di Angelica, molto ben superata. Esprimo un desiderio: mi piacerebbe un domani ascoltarla nei "Douze Études" debussyani, con la sua abilità coloristica credo ne verrebbe fuori una lettura molto interessante. Giulia Ventura si cimenta con piglio sicuro in due creazioni lisztiane, non certamente facili da eseguire: la "Ballata N. 2" e lo "Studio da Paganini N. 6". Nella prima la nostra pianista coglie la suggestione letteraria che rimanda al mito di Ero e Leandro; come di sovente avviene in Liszt, la letteratura diventa spesso fonte d'ispirazione musicale. Per questo interpretare i suoi brani non si risolve semplicemente in una sfida tecnico/meccanica, ma anche in una penetrazione culturale ad ampio spettro che renda credibile la temperie espressiva di cui le sue composizioni sono permeate.

 

Giulia Ventura

 


Giulia mostra precisione e insieme accoratezza nell'eseguire il tenebroso saliscendi di scale cromatiche, sulle quali s'impianta il tema a lunghe note che rievoca la traversata a nuoto di Leandro nel tentativo di raggiungere l'amata Ero. L'"Allegro deciso" della tempesta entra perentorio per poi dare di nuovo spazio al sognante tema dell'incontro tra i due giovani. Da avvincente narratrice, Giulia si trasforma in brillante virtuosa nell'"Etude d'execution transcendante d'apres Paganini N. 6", la sua non è un'abilità rivolta all'esasperazione del gesto esteriore quanto un aderire all'intenzione lisztiana di trasportare sul pianoforte la diabolica tecnica di Paganini, non "bovinamente" ma trasfigurandola con la sua inconfondibile e peculiare poetica. Eliana Grasso non è più una giovane promessa ma una pianista ormai affermata, da tempo ai vertici del concertismo nostrano e, perché no, internazionale. Sfodera grande classe e solidità tecnica in una delle più difficili composizioni per pianoforte mai scritte: la Sonata in re minore Op. 14 di Sergej Prokof'ev. Opera giovanile dalla genesi complessa, nacque con l'intento di essere una "Sonatina", poi divenuta un "Allegro di sonata" e approdata, per successive stratificazioni, ai quattro movimenti che la compongono. È un'opera complessa, dagli intricati intrecci armonici e percussivi, intercalati da oasi liriche, come tipicamente avviene nell'autore russo. Come se non fosse sufficiente, a complicare le cose ci si mette anche la gestione di un incalzante contrappunto.

 

Eliana Grasso

 

  

Insomma, una bella gatta da pelare per qualunque concertista, ma Eliana Grasso la affronta con una rimarchevole autorevolezza. Sempre concentratissima, non sbaglia una nota, anche i passaggi più critici sono eseguiti alla perfezione, senza la minima sbavatura. Dati di fatto che la dicono lunga sulla sua formidabile tempra di concertista. Ma non si pensi a Eliana Grasso come a un'infallibile macchina da guerra. Che sia anche una fine poetessa della tastiera lo si intuisce dalle venature ironiche che conferisce alla partitura, negli straniti soprassalti lirici che repentinamente spezzano il massiccio andamento percussivo. Nel secondo tempo "Scherzo: Allegro marcato", emerge un violento sarcasmo che lei ben sottolinea amalgamandolo sapientemente con il senso del gioco. L'andamento a elastico impone un sicuro virtuosismo agogico, che lei dimostra di possedere in pieno, insieme alla capacità di calarsi fulmineamente nelle diverse atmosfere che si presentano. Il quarto tempo "Vivace" viene consegnato al pubblico in maniera travolgente, tra scatti, saltelli e diaboliche serie di note, in un vorticoso susseguirsi che lascia senza fiato. Brava Eliana! Questo bellissimo e variegato concerto si conclude all'insegna della più pura liricità romantica con un caposaldo della letteratura pianistica: lo chopiniano "Andante Spianato e Grande Polacca brillante Op. 22.

 

Fernanda Damiano

 

 

Fernanda Damiano suona con grande partecipazione emotiva, non solo le mani ma tutto il suo corpo è pervaso dalla sublime melodia dell'Andante. La commovente poetica di quello che Novalis definì "fiore azzurro" qui assume un carattere di grande respiro. Pregevole la morbidezza, il "tempo rubato", tanto più sorprendenti se pensiamo alla giovane età di questa fanciulla e la maturità espressiva con cui affronta questa pagina. Si possono ravvisare nella composizione due momenti caratterialmente contrapposti: dal tono sentimentale, crepuscolare (eppur così azzurrino) l'Andante spianato, inizialmente concepito come un notturno, seguito dalla nobile baldanza della Grande Polacca brillante. Fernanda Damiano è efficace nel primo come nel secondo, non media ma esalta la diversità psicologica dei due frangenti mostrando un virtuosismo dell'animo, ancor prima che tecnico. Anche lei merita una "standing ovation" per l'accuratezza dimostrata nell'affrontare ogni aspetto di questo capolavoro.

 

 


Un concerto che, in buona sostanza, è stato anche una grande festa!

 

Alfredo Di Pietro

Giugno 2017


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