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Monday, October 23, 2017 ..:: Piano City Milano 2017 - Parte Prima ::..   Login
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 Piano City Milano 2017 - Parte Prima Minimize

 

Sabato 20 - ore 10,30 - GAM Piano Center - Piano Laghetto - Via Palestro, 16


Pianista Maria Cristina Carini

Franz Joseph Haydn
Andante con Variazioni in fa minore per pianoforte solo Hob:XVII:6

Wolfgang Amadeus Mozart
Rondò in la minore K 511

Franz Schubert
Quattro Impromptus Op. 142 D. 935
1) Allegro moderato (fa minore)
2) Allegretto
3) Andante
4) Allegro scherzando

 



Nell'assolata mattina di sabato 20 maggio inizia la mia avventura con il Piano City Milano 2017. Dopo il concerto, una piacevole chiacchierata all'aria aperta con Maria Cristina Carini, a pochi passi dal laghetto del GAM, mi permette di sapere che il suo amore per il pianoforte nasce praticamente con lei. Condensare in pochi tratti le tappe di un percorso artistico non è facile, ma è talmente importante conoscerlo, sia pur per sommi capi, che m'impongo di provarci. La nostra artista inizia a suonare a soli cinque anni, fortemente attratta da questo strumento, e da allora non ha più smesso. Maria Cristina nasce a Ferrara e in questa città compie i primi passi. In seguito, è stimolata a sviluppare la sua arte pianistica grazie a un insegnante che aveva intuito il suo talento. Coltiva quindi quest'inclinazione andando a studiare a Roma, all'Accademia di Santa Cecilia, e da quel momento si aprono le porte a una brillante carriera concertistica, iniziata molto presto. Il tempo passa e le cose si evolvono, suona per prestigiose società di concerti come l'Accademia Filarmonica Romana, i Pomeriggi Musicali di Milano e in altre rilevanti istituzioni europee. Ha tutte le qualità per essere una solista, ma gli piace percorrere anche la strada della musica cameristica, per la quale nutre un grande interesse. Coglie i frutti della collaborazione con Annibale Rebaudengo, con lui affronta l'intero repertorio per duo pianistico, da Mozart a Boulez. Uno dei punti cruciali della sua attività è l'insegnamento, per lei molto importante e determinante per la sua formazione.

 



Si mette alla prova con un difficile cimento, quello dell'attività didattica, per il quale spende generosamente tempo ed energie. Tiene numerosi corsi e seminari riguardanti le problematiche dell’interpretazione e della tecnica strumentale. Le sue orme ci raccontano di un'artista dalle larghe vedute, completa. Ma cosa pensa Maria Cristina Carini di questa manifestazione, in relazione all'interesse dei giovani per la musica classica? Ritiene il Piano City Milano senza dubbio molto piacevole, anche per i luoghi scelti. Il suo è un parere autorevole, come può esserlo quello di chi lavora a stretto contatto con i ragazzi. Li conosce bene, dichiarandosi convinta della loro entusiastica partecipazione ai concerti, smentisce seccamente le dicerie sulla noncuranza che mostrerebbero verso la musica. È quello che da tempo registro, da frequentatore di concerti, ma sentirlo dire da una pianista di questa esperienza mi conforta non poco. Non è facile parlare di un'artista che si è appena conosciuta, ma tale è l'evidenza del suo stile, la misuratezza, nobiltà del gesto pianistico, il raffinato fraseggiare e la naturale propensione a un'amabile colloquialità, da farmi sentire ragionevolmente sicuro delle mie impressioni. La pianista ferrarese ci consegna con fine eleganza la galante loquacità dell'Andante con Variazioni in fa minore di Haydn, brano composto nel 1793 e dedicato alla signora Antonia von Ployer. È il primo che ascoltiamo, io e le tante persone distese sul prato antistante il laghetto. Un inizio in cui la mitezza del clima di questa mattinata si fonde con il suono carezzevole dello Yamaha mezza coda.

 



L'arguzia e l'equilibrio con cui la composizione viene affrontata, resa adorabile dall'impeccabile pertinenza stilistica della nostra interprete, testimoniano lo spessore di un'artista abituata a spaziare in un repertorio particolarmente vasto. L'Andante con Variazioni in fa minore appartiene all'ultimo periodo della produzione pianistica di Haydn. Se in questo si limitò a battere una strada già aperta da Mozart e Clementi, cionondiméno nel suo spirito possiamo pienamente riconoscere la precipua personalità dell'autore, messa in risalto dal sottile pianismo di Maria Cristina Carini. Non trova spazio un virtuosismo fine a se stesso, piuttosto una ricerca espressiva giocata sul piano di un accorto bilanciamento delle tinte e su una sobria gestione dell'agogica. Tutte qualità che ben predispongono all'ascolto del brano successivo, il Rondò in la minore K 511 di W.A. Mozart, un'opera che potremmo definire propedeutica ai Quattro Impromptus Op. 142 D. 935 di F. Schubert, a causa del fantastico ordito e dell'estrema libertà di concezione. Nell'avvicendarsi dei diversi momenti che costituiscono il Rondò, si prefigura l'andamento episodico, quasi erratico, distintivo della poetica schubertiana, mentre la presa di distanza dal virtuosismo alla moda dello stile galante fa emergere l''anima più "romantica" di Mozart. In tale prospettiva, i sublimi Quattro Improvvisi appaiono consequenziali. Con essi si conclude in bellezza il recital di Maria Cristina Carini.

 



Robert Schumann fu piuttosto critico nei loro confronti, in particolare del terzo, quell'Andante che senza mezzi termini così criticò: "Quanto al terzo Improvviso, che si compone di una serie di Variazioni mediocri su di un tema altrettanto mediocre, sarei piuttosto incline a credere che Schubert non l'abbia composto negli anni della sua prima giovinezza. Manca in questo pezzo ogni traccia di quell'immaginazione e di quell'inventiva di cui Schubert è così prodigo altrove e soprattutto nel genere delle Variazioni". Una valutazione che suona dura, quasi incomprensibile alla nostra odierna sensibilità. Lo stile intimistico, direi quasi "antiesibizionistico" della pianista di Ferrara, rende queste pagine, oltre che aderenti all'intendimento più profondo dell'autore, particolarmente efficaci nella presa sul pubblico. Nella sua lettura si coglie l'inquietudine armonica che sottende alla cantabilità schubertiana, sia nei momenti di tensione che in quelli più sereni, la linea del basso è olografata con morbida delicatezza e sicura maestria. E io mi lascio volentieri cullare da questa musica meravigliosa, suonata da una delle signore del pianismo italiano.

 



Sabato 20 - ore 13,00 - GAM Piano Center - Piano Giardino - Via Palestro, 16


Pianista Federico Ferlito

Franz Joseph Haydn
Sonata Hoboken XVI:13 in mi maggiore
1) Moderato
2) Menuetto
3) Trio
4) Finale. Presto

Sergej Prokofiev
Sonata N. 7 in si bemolle maggiore per pianoforte Op. 83
1) Allegro inquieto
2) Andante caloroso
3) Precipitato

Modest Musorgskij
Quadri da un’Esposizione
  - Promenade
I. Lo gnomo
  - Promenade
II. Il vecchio castello
  - Promenade
III. Tuileries (Litigio di fanciulli dopo il gioco)
IV. Bydło
  - Promenade
V. Balletto dei pulcini nei loro gusci
VI. Samuel Goldenberg e Schmuÿle
  - Promenade
VII. Limoges, il mercato (La grande notizia)
VIII. Catacombe (Sepolcro romano) - Con i morti in una lingua morta
IX. La capanna sulle zampe di gallina (Baba Jaga)
X. La grande porta (Nella capitale Kiev)

 



Osservando il programma presentato dal giovane artista catanese al Piano City Milano, suonato nella verdeggiante ambientazione del "Piano Giardino" al GAM, una prima spontanea considerazione si può fare sulla sua indole, che con ragionevole certezza potremmo definire "ardimentosa". Le ultime due composizioni, in particolare, esigono un impegno tecnico non indifferente, probabilmente superiore rispetto a quello necessario per la prima, senza assolutamente sottovalutare il "know - how" che occorre per barcamenarsi nel repertorio pianistico di Franz Joseph Haydn. Federico Ferlito già a otto anni si sentiva fortemente attratto dal vecchio pianoforte verticale di suo padre, iniziò a strimpellarlo dando così inizio al suo percorso personale con questo strumento. La passione crebbe gradatamente, chiese lui stesso ai genitori di poterlo studiare. A quei tempi faceva anche dello sport, attività che senza remore abbandonò per dedicarsi completamente al pianoforte. Iniziò gli studi a Catania, sua città natale, nel Conservatorio Vincenzo Bellini, sotto la guida del maestro Corrado Ratto. Con lui ha conseguito il diploma in pianoforte e una laurea di II° livello in interpretazione musicale con il massimo dei voti e lode. Il talento c'era, la voglia di evolversi pure, così nel 2014 si è trasferito in Svizzera, a Lugano, per proseguire con rinnovato entusiasmo gli studi. Sua mentore è stata Anna Kravtchenko, insegnante presso il Conservatorio della Svizzera Italiana. I frutti del suo lavoro non si sono fatti attendere: una volta raggiunta la necessaria maturazione, ha partecipato a diversi concorsi nazionali e internazionali, dov'è stato spesso premiato, oltre a diverse masterclass.

 



Durante la nostra conversazione ha dichiarato che il Piano City Milano è "il modo migliore per aiutare i giovani ad avvicinarsi alla musica poiché offre degli ambienti insoliti per tenere un concerto. Un recital classico impone un certo rigore nella scelta della location e questo provoca l'allontanamento del giovane da questo genere. Qui ci sono famiglie che mentre ascoltano si godono il sole su un bel prato e magari fanno Picnic. Se riuscissimo a proporre la musica classica nel quotidiano, avverebbe la rivalsa di un genere per ora riservato soltanto a un elitario gruppo di persone". E il giovane Federico fa sicuramente molto perché ciò avvenga. Affronta il primo brano in programma con slancio e un non comune brio. Dimostra sin dai primi momenti di essere dotato di una rimarchevole disinvoltura tecnica, sicuro di se, fa della Sonata Hoboken XVI:13 in mi maggiore di Haydn un qualcosa di molto divertente e insieme tenero. Emerge una visione per nulla paludata di questa musica, fresca negli accenti a tratti quasi scarlattiani. I quattro movimenti scivolano via con brillante spigliatezza, non però con superficialità poiché Federico è pianista attento anche all'approfondimento espressivo. In lui la levigatezza non fa mai il paio con l'inconsistenza, nella lettura di questa pagina conserva in ogni frangente il rispetto per quel binomio di gentilezza e galanteria che contraddistingue la musica del grande austriaco. Come una farfalla che si libera dai filamenti del bozzolo, volteggia nell'aria del Piano Giardino, gremito di persone, un Haydn arioso, arguto, del tutto privo di ogni traccia d'impaccio o pesantezza, com'è giusto che sia.

 



Si cambia totalmente atmosfera con la Sonata N. 7 in si bemolle maggiore Op. 83 di S. Prokofiev. Il salto è grande, si transita verso una concezione eminentemente percussiva del pianoforte. La composizione è tecnicamente scabrosa, dimostra come l'autore fosse devoto a un pianismo da superdotati, di difficile esecuzione con il suo implacabile susseguirsi di accordi dissonanti martellati, affidati a entrambe le mani. Federico Ferlito non sembra tuttavia preoccuparsi più di tanto, lui è giovane ma perfettamente conscio delle sue capacità, la sua tecnica è brillante quanto basta per affrontare questa sonata con la necessaria autorevolezza. Amministra con abilità il suo arsenale tecnico, mostra notevole verve ritmica nel vivace pulsare di accordi che si muovono nell'ambito della politonalità. Superato il più sereno Andante caloroso, dove il pianista mostra il suo lato cantabile, l'epilogo della N. 7 si consuma nel vorticoso moto perpetuo di note del Precipitato. Notevole davvero... A questo punto potremmo considerare i Quadri da un’Esposizione di Modest Musorgskij come il piatto forte del menù. Potremmo... se non fossero stati preceduti dalla temibile sonata prokofieviana. A ben vedere, entrambe le composizioni recano vestigia della profonda e potente anima russa, la quale si sviluppa tentacolarmente in un repertorio impraticabile da esecutori "esangui".

 



Come tempistica qui si supera la mezz'ora ininterrotta di musica. È apprezzabile lo sforzo compiuto dal giovane pianista catanese di dare compattezza formale a un'opera quanto mai variegata come questa, s'impegna con generosità nel rendere credibili i drammatici contrasti esistenziali che contiene. I "Quadri" furono composti originalmente per il pianoforte, ma ebbero nel tempo diverse trascrizioni orchestrali, di cui la più nota ed eseguita è certamente quella di Maurice Ravel. Sono fermamente persuaso però che l'originale rimanga insuperabile nella sua terrifica potenza espressiva. Pensati in forma di "suite", sono composti da dieci quadri intervallati (non tutti) da cinque Promenade, in queste viene proposto sempre il medesimo tema, variato però nella temperie espressiva a seconda del quadro che segue. L'occasione per la composizione scaturì da una mostra di disegni e acquerelli dell'amico Viktor Hartmann. L'intento figurativo che, almeno esteriormente, anima questi brevi pezzi viene tuttavia sovrastato da elevati concetti esistenziali, i quali esulano dal mero descrittivismo. Se la cava bene ancora una volta Federico Ferlito, nel proporre al pubblico disteso sul prato una musica senza tempo che, priva di costrizioni ambientali, vola alta nell'azzurro del cielo.

 



Sabato 20 - ore 16,00 - Palazzo Litta - Corso Magenta 24


Pianista Giulia Rossini

Claude Debussy
Douze Études in due libri per pianoforte L 143

Primo libro
1) Pour les cinq doigts d'après monsieur Czerny - Sagement. Animé, mouvement de gigue
2) Pour les tierces - Moderato, ma non troppo
3) Pour les quartes - Andantino con moto
4) Pour les sixtes - Lento
5) Pour les octaves - Joyeux et emporté, librement rythmé (mi maggiore)
6) Pour les huit doigts - Vivamente, moto leggiero e legato

Secondo libro
1) Pour les degrés chromatiques - Scherzando, animato assai
2) Pour les agréments - Lento, rubato et leggiero
3) Pour les notes répétées - Scherzando
4) Pour les sonorités opposées - Modéré, sans lenteur
5) Pour les arpèges composés - Dolce e lusingando
6) Pour les accords - Décidé, rythmé, sans lourdeur

Robert Schumann
Sonata N. 2 Op. 22 in sol minore
1) So rasch wie moglich
2) Andantino
3) Scherzo. Sehr rasch und markirt
4) Rondò. Presto

 



Mi lascio alle spalle lo scenario della Galleria d'Arte Moderna, con le sue distese di verde, il laghetto e la magnifica Villa Reale, ora Villa Comunale e già Villa Belgiojoso Bonaparte, per approdare a un'altra illustre architettura milanese: Palazzo Litta. Fu costruito da Francesco Maria Richini per Bartolomeo Arese, presidente del senato di Milano. I lavori di edificazione iniziarono nel 1648 e terminarono, dopo alcune traversie, soltanto nel 1760. Nel '700 fu dimora nota per i fastosi ricevimenti di famiglia. Verso la fine del XIX secolo, dopo i bombardamenti del 1943, l'edificio fu modificato. La bella facciata si distingue per la fusione di elementi manieristi, con lo stemma dei Litta sulla parte sommitale della costruzione. Il cortile interno è uno dei più belli del Seicento lombardo mentre gli interni sono famosi per gli arredi, gli stucchi, le tappezzerie e gli affreschi che impreziosiscono le ampie sale. Nell'ex cappella ha sede l'omonimo teatro. L'elegante facciata che dà su Corso Magenta risale al 1761, frutto dell'opera di Bartolomeo Bolli; due grandi telamoni sorreggono il balcone che si affaccia sul Corso. Il prestigioso palazzo è rientrato, a partire dal 1996, nel patrimonio dello Stato e dal 2007 la porzione più ampia e preziosa è stata consegnata al Ministero per i Beni e le Attività Culturali della Lombardia. È in questa sontuosa "location" che si è svolto il concerto di Giulia Rossini, affermata artista dell'odierno panorama pianistico. Come tutti, con un misto di tenerezza e nostalgia ricorda i suoi primi approcci con il pianoforte. Il desiderio di sua madre, grande appassionata di musica classica, di avviarla ancora bambina allo studio dello strumento.

 



Lo fece anche per fortificare la sua cultura generale, ma Giulia crescendo ha capito che quella era la sua vera strada. All'inizio si affidò alla Casa delle Note con il metodo Yamaha, a dieci anni entrò nel Conservatorio "Giuseppe Verdi" di Milano sotto la guida dell'insegnante Silvia Rumi. Allieva promettentissima, si diplomò nel 2011 con dieci e lode e menzione. Ha poi continuato a frequentare il biennio in conservatorio e, contemporaneamente, l'Accademia di Imola con Leonid Margarius. Piccoli concorsi ne ha fatti un bel po' da ragazzina, ma il primo importante è stato a New York nel 2012, dove ha vinto il primo premio nella sezione "Professional adults" del Bradshaw and Buono International Piano Competition, un riconoscimento che gli ha aperto la strada alla prestigiosa Carnegie Hall, punto d'approdo per i concertisti più valorosi a livello internazionale. Nello stesso anno vince il Premio Venezia, che gli ha consentito di fare tantissimi concerti in Italia e all'estero, anche con l'Orchestra della Fenice di Venezia. Se gli chiediamo quali siano i suoi autori preferiti, risponde lapidaria: "In questo momento tanto romanticismo e Prokofiev". La giovane Giulia dà molto valore a una manifestazione come il Piano City Milano: "È una bellissima occasione per far conoscere la musica classica alle persone che ormai sempre meno si avvicinano a essa. Il fatto che sia fruibile per tutto il weekend, a vari livelli, in diverse location e in tutti gli orari possibili è un'occasione da non perdere". Con l'eleganza e il portamento di una principessa, Giulia entra nel luminoso Salone degli Specchi di Palazzo Litta, si siede davanti al magnifico Bosendorfer gran coda, posa le mani sulla tastiera ed è subito magia...

 



Claude Debussy è una sua scoperta abbastanza recente, ma nonostante questo lei dimostra di avere ben assimilato la poetica del grande compositore francese. Concentratissima, ci regala un'esecuzione perfetta dei difficili dodici "Etudes", carica ogni singola nota di grande tensione, ogni accordo. Sempre molto attenta a variare la dinamica a seconda delle situazioni. Riesce a cavare dallo strumento un florilegio di colori e sottili nuance, impressionanti le sferzate sonore che vengono fuori dal Bosendorfer in "Pour les accords". Sorprende non solo l'ampia gamma dinamica ma anche l'implacabile dominio tecnico che questa fanciulla esercita sul pianoforte. S'impegna senza risparmio nella risoluzione dei difficili passaggi, nella sublimazione in arte delle terze, seste, ottave, passi cromatici, note ribattute. Apre diafana il suo scrigno interpretativo con il primo studio "Pour les cinq doigts d'après monsieur Czerny", un incipit delicato ma già carico di quella tensione che poi esploderà nell'ultimo citato "Pour les accords", dove la giovane pianista sfodera tutto il suo potenziale drammatico. È un Debussy che avvince tutti i presenti, suonato con la determinazione di un grande concertista alla ricerca della miglior resa possibile delle preziosità armoniche, ritmiche e coloristiche che contengono questi rivoluzionari studi. Non meno difficile appare tecnicamente la Sonata N. 2 Op. 22 in sol minore di Robert Schumann, anzi. Giulia Rossini ci trasporta "d'emblée" in un vigoroso clima romantico che rimane però sempre sotto il ferreo controllo delle sue dita e della sua mente. La tempesta di emozioni "Sturm und Drang" penetra in ogni fibra dell'ascoltatore ma la bussola di una coerente visione d'insieme e un magnifico controllo dell'esecuzione non viene persa nemmeno nei momenti più concitati.

 



La pianista milanese dimostra di saper padroneggiare una materia sonora sommamente densa, ricca di soprassalti, combina in una sola entità virtuosismo e poesia, due elementi sempre intimamente congiunti nella musica di Schumann. Un lavoro il suo maturo, curatissimo sotto ogni aspetto, terminale di un formidabile percorso maturativo. La sua vigilanza su ciascun particolare dell'interpretazione è massima, non si coglie la minima imprecisione in quel che fa, del tutto assente l'impressione di una lettura anche minimamente approssimativa. Inanella frase su frase con epica concentrazione. Alcuni critici hanno parlato dell'insofferenza di Schumann nel seguire una forma predeterminata, la sonatistica appunto. Ammesso e non concesso che fosse nei suoi desideri farlo, era forse la meno adatta a rappresentare un universo così cangiante di stati d'animo. Avviene così che ogni parcellare sviluppo segue l'urgenza espressiva del momento. Lo Schumann di Giulia Rossini si scrolla di dosso ogni schematizzazione accademica, affida costantemente la bussola al suo potente istinto musicale. La pianista sa stemperare i furiosi soprassalti nell'intima liricità dell'Andantino, un movimento che si differenzia nettamente dagli altri. La brevità epigrafica del terzo movimento, "Scherzo. Sehr rasch und markirt" fa da volano al finale "Rondò. Presto", preso di slancio in un impeto romantico che testimonia dell'approfondimento condotto dalla pianista su questo periodo storico. E già questa complessa opera, così meravigliosamente suonata, basterebbe a consacrare definitivamente Giulia Rossini nell'Olimpo dell'attuale concertismo. Alla fine concede al pubblico un bis lisztiano: "La leggerezza", eseguito con una ristoratrice rilassatezza, dopo la tempesta schumanniana.

 



Alfredo Di Pietro

Giugno 2017

 

Segue alla Parte Seconda...


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