Cerca English (United States)  Italiano (Italia) Deutsch (Deutschland)  Español (España) Čeština (Česká Republika)
domenica 19 novembre 2017 ..:: Parte Seconda ::..   Login
Navigazione Sito

 Cremona Musica International Exhibitions 2017 - Parte Seconda Riduci

 

PAOLO FAZIOLI
UNA VITA DEDICATA AL PIANOFORTE

Paolo Fazioli è un uomo che da zero, in meno di quarant'anni ha inventato un pianoforte diverso dagli altri e che si è affermato ai massimi livelli, competendo con strumenti che hanno duecento e più anni di storia. Una vicenda tutta italiana di successo ed eccellenza, consumatasi proprio nella patria del pianoforte, inventato dal padovano Bartolomeo Cristofori. Una delle particolarità dei Fazioli è il suonare in tante maniere, completamente diverse da un pianista all'altro, grazie alla sua estrema sensibilità meccanica. Prende la forma e le idee di chi lo suona e, a volte, le suggerisce anche stimolando l'esecutore con le sue grandi potenzialità di modulazione espressiva. "Il processo evolutivo di questi pianoforti è stato abbastanza lungo", dice Paolo Fazioli, il quale nel corso dell'incontro con il pubblico in Sala Zelioli Lanzini ne ha raccontato storia e ragioni. "È nato da quando studiavo pianoforte, nemmeno tanto presto perché chi lo intraprende, facendo poi carriera, comincia normalmente verso i sei, sette anni. Io ho iniziato verso i dieci, ero già quindi grandicello. M'innamorai di questo strumento. Ricordo che i miei mi mandarono a lezione per togliermi di casa perché ero un bambino abbastanza irrequieto. La mia insegnante aveva ottant'anni, nata nel 1875, si chiamava Amalberti ed era stata allieva di Giovanni Sgambati. La cosa che allora più mi colpì, e che contribuì al mio innamoramento, fu la conoscenza di un pianoforte verticale di colore nero, una "scatola" sonora che recava la scritta "Schiedmayer - Stuttgart". Ricordo i suoi tasti ingialliti nella parte centrale e meno nella parte acuta e bassa.

Cominciai quindi a studiare, anche con dei buoni risultati, e quella fu la mia prima fascinazione con lo strumento. Proseguendo nel mio percorso di allievo ebbi certamente modo di conoscerlo più approfonditamente. Portai a compimento gli studi liceali, richiesti dalla mia famiglia, che era composta da imprenditori del comparto del mobile, io ero l'ultimo dei figli e nessuno a casa pensava che potessi dedicarmi alla musica. Ritenevo dovessi fare quello che era giusto secondo il pensare della mia famiglia, quindi, per tenerla contenta, conseguii il diploma di Liceo Scientifico e poi m'iscrissi alla Facoltà d'Ingegneria meccanica, gli studi universitari mi risultarono abbastanza facili poiché ero molto portato per la matematica e la fisica. Nel contempo, per mio piacere personale continuai a studiare pianoforte, però come esterno. Capitai nella casa del maestro Sergio Cafaro e di sua moglie Anna Maria Martinelli, che poi divennero insegnanti di Roberto Prosseda". A proposito, lo stesso Prosseda ricorda: "Conobbi Fazioli perché nella mia classe al Conservatorio di Latina c'era un pianoforte del suo marchio, parliamo di fine anni '80". Paolo riprende la narrazione: "Mi laureai in ingegneria meccanica a venticinque anni, nel 1969, e nel 1971 conseguii il diploma di pianoforte, sempre come esterno in quanto non avevo la possibilità di frequentare il conservatorio. Mi ritrovai dunque con questi due titoli in mano e sorse il dilemma su cosa fare, quale di questi mettere a frutto. La mia famiglia naturalmente mi spingeva a occuparmi dell'azienda di famiglia mentre io, dall'altra parte, desideravo dedicarmi di più al pianoforte.

Prevalse inizialmente il volere della famiglia, iniziai a lavorare in tre fabbriche di nostra proprietà, a Roma, Milano e Sacile, al principio con mansioni semplici e poi man mano più importanti, sino a diventare direttore, nel 1977, della fabbrica torinese che produceva mobili metallici. Si trattava di un grande stabilimento in cui lavoravano settanta persone, tra l'altro da gestire in un periodo molto difficile dal punto di vista sindacale. Lì mi feci le ossa come imprenditore, fu per me una scuola importante poiché, essendo l'ultimo di sei figli, ero sempre presente alle discussioni vertenti sul lavoro che si facevano a casa. Sentivo sempre parlare di azienda, di direzione, di sindacati e di tutte quelle materie che fanno parte dell'attività imprenditoriale. In seguito cominciai a pensare che avevo, tutto sommato, molte possibilità da sfruttare, datemi dal diploma di pianoforte, dalla laurea in ingegneria e dall'esperienza di lavoro accumulata. Mettendole insieme tutte potevo realizzare il mio sogno: dedicarmi alla costruzione di pianoforti. A quel tempo ero molto critico sui quelli esistenti sul mercato, mi ero reso conto che allora si viveva in un momento di stasi, in cui i giochi erano fatti, c'era il migliore e poi a seguire tutti gli altri. Nessuno voleva cambiare questa situazione. Notavo, provando i nuovi pianoforti di un po' tutte le marche, che non vi trovavo niente di speciale. Si vociferava che non c'era più nulla da fare di nuovo in questo settore, che il pianoforte era uno strumento legato alla tradizione e aveva ormai raggiunto la massima perfezione.

Io invece non ne ero affatto convinto, ritenendo che ci fosse ancora margine di miglioramento, che fosse possibile proporre delle cose nuove, diverse da quelle che c'erano in giro. Mi sforzai allora di capire meglio come questo strumento era fatto, progettato, e in che modo funzionasse. Parlando con i vari esperti del settore mi resi conto che, senza voler offendere alcuno, non ci capiva niente nessuno. Visitai anche fabbriche, mi confrontai con tecnici importanti ma quando cercavo di approfondire il lato tecnico, di sviscerare un argomento anche dal punto di vista fisico, nessuno sapeva dire nulla. Ragionavo con la forma mentis di un ingegnere e non di un artigiano, trovavo in loro più che altro una sapienza empirica che veniva dalla tradizione". Roberto Prosseda chiede: "Quali sono state le prime innovazioni, le cose diverse che hai fatto rispetto ai pianoforti esistenti?". "Tutto è diverso. Misi i vari pianoforti a confronto e osservai innanzitutto com'erano costruiti, riscontrando uno schema che si ripeteva più o meno in tutti. Fui molto critico, smontai tutte le parti fondamentali, i componenti, e le sottoposi a un'accurata analisi, mi chiesi perché si usava un tipo di legno e non un altro, per quale motivo la forma di un dato elemento era in un modo piuttosto che in un altro. A un certo punto mi resi conto che potevo cominciare questo tipo di attività e creai una specie di team attorno a me. Tuttavia, pur essendo pianista e ingegnere, non è che potessi avere tutte le competenze possibili e immaginabili su questo strumento. La prima cosa che feci fu allora chiedere una sorta di appoggio, una consulenza a un fisico esperto di acustica applicata agli strumenti musicali, Pietro Righini, ora scomparso e che in quel momento aveva già una certa età.

 

Da destra: Maurizio Baglini, Paolo Fazioli e Roberto Prosseda



Righini è stato uno studioso famosissimo, autore di diversi trattati e lui stesso musicista, primo corno dell'orchestra di Arturo Toscanini, un personaggio che quindi sapeva sia di fisica che di musica. Ebbi difficoltà ad avvicinarlo, la sua prima reazione quando gli dissi che volevo costruire pianoforti fu quella di ritenermi un "matto" e mi consigliò di lasciar perdere. Io però non demorsi, insistetti parecchio finché un giorno lui si convinse della mia determinazione e si rese disponibile a entrare nella mia squadra. Mi si aprì in questo modo una porta importante. Un altro personaggio fondamentale entrato nel gruppo di lavoro e ricerca fu Guglielmo Giordano, uno dei più grandi tecnologi del legno esistenti che aveva speso tutta la sua vita a conoscere questo materiale. In ultimo, il team s'infoltì con l'ingresso di un costruttore di pianoforti milanese. Giuliano mi diede la prima "dritta", che ancora oggi in azienda seguiamo, di usare il legno della Val di Fiemme, un problema che dovemmo affrontare nel momento della progettazione della tavola armonica. Possibilità ce n'erano tantissime ma la sua indicazione fu di recarmi a Cavalese, dove avrei trovato del legno interessante, e di provarlo, che magari l'avrei trovato giusto per i miei strumenti. Mi parlò anche di un altro legno, di provenienza cilena, chiamato "alerce", il quale era altrettanto buono; m'informai, ma venni a sapere che era di difficile reperibilità, a differenza del Val di Fiemme, alla fine dunque optai per quest'ultimo. Mi rivolsi alla ditta Ciresa, conobbi il padre degli attuali proprietari che mi offrì questa possibilità.

Nel luglio del 1980 venne costruito il primo prototipo di pianoforte, il modello 183, frutto innanzitutto di svariate riunioni di gruppo e di una progettazione che precedette la sua costruzione. Fu la prima volta che sentii suonare un mio pianoforte, la ricordo come un'esperienza entusiasmante". "Suonava bene?", chiede il maestro Prosseda. "Suonava molto bene. Ce l'ho ancora. In realtà qualche critica da avanzare l'avevo, ma già la qualità mi sembrava elevata. Questo esemplare, il primo venduto in assoluto, ha una storia particolare. Fu acquistato da un rivenditore di zona che si occupava anche di noleggio e per trent'anni fu destinato proprio a quest'utilizzo. Quando in seguito lo rividi, domandai al rivenditore se potessi comprarlo, lui si dichiarò disponibile, ma a caro prezzo! Attualmente lo tengo in fabbrica, custodendolo come l'Olio Santo. Su questo esemplare Maurizio Baglini ha studiato il Concerto di Ravel, dichiarando: "Credo che provarlo, poterlo ascoltare, sintetizzi perfettamente la storia di un genio poiché certe cose si possono descrivere, ma ogni definizione è superflua rispetto alla comparazione reale, anche per i non addetti ai lavori". Roberto Prosseda porta il discorso sulla situazione attuale: "Andando a oggi, quali sono le innovazioni principali?". "È successo che siamo andati avanti, abbiamo costruito altri prototipi, ci siamo presentati per la prima volta al pubblico internazionale con la Musikmesse di Francoforte del 1981, un momento culminante della nostra incipiente presenza sul mercato.

A Francoforte esponevano i grandi marchi, quell'anno ci fu anche il nostro, che nessuno prima aveva visto e sentito, un nome italiano che andava contro la tendenza dell'epoca di dare ai modelli appellativi che suonassero un po' tedeschi. La mia decisione fu dunque di fare un pianoforte italiano e chiamarlo con il mio nome, non dovevo raccontare storie a nessuno se non quella della mia autenticità. Fu il classico fulmine a ciel sereno per il comparto di questo strumento in quanto non era mai successo che fosse arrivato qualcuno, addirittura con un gran coda o un tre quarti di coda, mai conosciuto in Germania, dove la tradizione è una cosa importante. Rappresentò insomma una specie di "shock", ricordo che il nostro stand rimase affollato per tutti i cinque giorni della manifestazione, diventando il principale argomento di conversazione di tutta la fiera. Credo che noi della Fazioli Pianoforti abbiamo fatto una cosa bella, cioè quella di aver lanciato il sasso in piccionaia. Laddove c'è una situazione di stasi, come succede nel posto dove i piccioni stanno tranquilli, lanci un sasso e tutti cominciano a volare. Questo ruolo che mi voglio arrogare credo sia reale, lo dimostra il fatto che, grazie al nostro esordio nel mercato, abbiamo dato una svegliata al settore. Da allora in poi si è cominciato a pensare al pianoforte in modo innovativo. Il maestro Prosseda fa un'ultima domanda prima della conclusione dell'incontro: "Citami due o tre elementi significativi che distinguono i Fazioli da tutti gli altri pianoforti?". "Il mio primo interesse nei riguardi del pianoforte fu la costituzione della tavola armonica.

Dagli studi e le osservazioni che avevo fatto, capii che questo era l'elemento principale dello strumento, quello che effettivamente creava il suono. La ricerca sulla tavola armonica ha seguito la nascita, lo sviluppo del mio marchio e continua ancora oggi. Si tratta di una problematica molto complessa da affrontare, in quanto non siamo in presenza di un "membrana" piatta, ma di un elemento che si deve curvare attraverso un procedimento non banale. Il legno è un materiale meraviglioso, ma se non lo tratti bene si vendica, bisogna dunque sapere perfettamente come lavorarlo. Quando si parla del segreto di Stradivari io mi metto a ridere, questo grande maestro liutaio non ne aveva nessuno, il suo "segreto" stava nel capire il legno. Oggi abbiamo la possibilità di fare indagini più approfondite, dataci dalla moderna tecnologia e dagli strumenti di misura, noi stessi approfittiamo di questi vantaggi. Questo fu ed è tutt'ora il "focus", senza ovviamente trascurare tutti gli altri aspetti. Per noi il punto cruciale è avere una tavola armonica reattiva, estremamente sensibile, dotata di una buona mobilità e con la possibilità di restituire le vibrazioni così come le vengono comunicate. È un capitolo aperto perché sono convinto che il pianoforte debba avere dei colori, diventare esso stesso fonte d'ispirazione. Abbiamo avuto molto più successo con i pianisti jazz che non con i classici, appunto perché loro inventano la musica sul momento e lo strumento diventa per loro sorgente di creatività. Il pianista classico è invece maggiormente legato alla scrittura, cui deve in qualche modo obbedire, nel loro mondo c'è più staticità.

Interviene il maestro Baglini: "Il mio Fazioli mi sento di poter dire che è fatto su misura, possa il suo suono piacere o no. Me ne sono impossessato nove anni fa, dopo circa undici di frequentazione e test portati avanti nella fabbrica. Il fatto di farsi personalizzare uno strumento non significa soltanto richiedere una colorazione o un mobile particolare, ma riguarda anche e soprattutto una specificità tecnico-costruttiva. Questo è un privilegio importantissimo". Conclude l'ingegner Fazioli: "La strada del nostro futuro è tracciata: proseguire nell'indagine sugli aspetti fondamentali del pianoforte cercando di migliorarlo sempre più, di renderlo sempre maggiormente duttile e versatile per chiunque lo utilizzi.

 




Alfredo Di Pietro

Ottobre 2017


 Stampa   
Copyright (c) 2000-2006   Condizioni d'Uso  Dichiarazione per la Privacy
DotNetNuke® is copyright 2002-2017 by DotNetNuke Corporation