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domenica 13 ottobre 2019 ..:: P. Vladigerov - Aquarelles - Miniatures for Piano ::..   Login
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 Pancho Vladigerov - Aquarelles - Miniatures for Piano - Piano Victoria Terekiev Riduci

 

 

No, non è per soddisfare l'odierna tendenza al revival compulsivo se Victoria Terekiev ha deciso di registrare il suo nuovo disco "Pancho Vladigerov - Aquarelles - Miniatures for Piano" per l'etichetta "Da Vinci Classics". Un ritorno per'altro a motivi di un passato nemmeno tanto lontano, se pensiamo che il compositore Pancho Haralanov Vladigerov è scomparso nel 1978. Una prima spinta propulsiva al progetto la possiamo trovare nelle parole della stessa interprete che, in una recente intervista per Piano Solo, ha voluto sinteticamente esprimere con i tre termini di "colore, nostalgia e folclore" l'essenza della musica bulgara. Questo CD monografico è, in realtà, quanto mai lontano da astuti richiami di marketing finalizzati a una ricerca di repertori sconosciuti fine a se stessa, ma sgorga principalmente da un atto d'amore verso la propria patria e la figura paterna. Un attaccamento già manifestato con l'album "Wind from the east". Come nel precedente, anche in questo "Aquarelles" è possibile percepire un elemento "sanguigno", fortemente personale, che ha portato la pianista a interessarsi alla musica di Vladigerov, essendo lei nata a Milano ma da padre bulgaro e madre italo-bulgara. Ed è proprio la figura del papà Bogomil a risplendere in trasparenza dietro le note di questo CD, quel signore che da bambino cantava nei famosi cori bulgari, musicista autodidatta e clarinettista nel Liceo francese a Sofia.

Le partiture che oggi tutti noi possiamo ascoltare gliele aveva lasciate come seme da scoprire e coltivare ma lei, in tutti gli anni del conservatorio (e anche in quelli degli studi alla Music Hochshule di Monaco) non aveva avuto voglia di guardarle perché tutta presa a lavorare sui classici o altra musica del '900, come la produzione di Gian Francesco Malipiero. Dopo la morte di suo padre però, sintomo di una fiammella che non si era mai spenta, Victoria ha iniziato ad avvertire una strana nostalgia dentro di lei, ritenendosi ormai matura per un ritorno alle radici, quelle che crediamo di aver dimenticato ma che all'improvviso prendono possesso di noi con insospettabile veemenza. L'idea paterna ha allora bussato alla sua porta e lei ha voluto rivisitare quelle cose che lui le raccontava da piccola con toccante nostalgia. L'impulso allora a prendere in mano quegli spartiti tutti ingialliti è diventato forte; si è recata alla biblioteca di Sofia per fotocopiarli. Queste sono le motivazioni che sottendono alla realizzazione di quest'avvincente lavoro, proposto da un'artista che all'età di soli undici anni ha registrato due preludi di J.S. Bach nel corso di un programma televisivo RAI dov'era presente anche il grande Dino Ciani, troppo presto purtroppo scomparso. Non mi soffermerò su lunghe sequele biografiche, ma per inquadrare la caratura di una tra le più interessanti pianiste del nostro tempo è doveroso citare la sua selezione, ancora studentessa, per l'interpretazione del Trio Op. 67 di Dmitrij Šostakovič al concerto per l'ESTA (European String Teachers Association), presieduto da Max Rostal.

Agli affezionati del genere New age/Minimalista farà piacere sapere che la nostra Victoria ha eseguito in prima assoluta, a Milano nel 1996, alcuni brani da "Le Onde" di Ludovico Einaudi, in presenza del compositore stesso. Victoria Terekiev si è diplomata al Conservatorio "Giuseppe Verdi" di Milano, perfezionando più tardi i suoi studi con Paul Badura-Skoda, Alfons Kontarsky, Franco Scala, Tatjiana Nikolajeva. Numerosi sono stati i concerti che ha tenuto nelle più prestigiose istituzioni, le interviste generosamente rilasciate, le collaborazioni con artisti di spicco e molto lusinghieri i giudizi dati da diversi critici musicali. Viviamo in tempi "veloci", dove domina un tipo di conoscenza "mordi e fuggi", iconicamente rappresentata dai messaggini su "WhatsApp", dalle clip di pochissimi minuti rubate dagli Smartphone ai concerti. Districarsi in questa massa d'informazioni parcellari può diventare esercizio complicato e anche rischioso, se vogliamo centrare la personalità di un'interprete come Victoria. Ci si espone al pericolo d'interpolare in maniera errata le informazioni, nel tentativo di ricostruire un mosaico che sia veritiero. Da un fugace incontro al MaMu di Milano, da alcuni video circolanti in rete, ma soprattutto da un'attento e ripetuto ascolto di questo CD ho capito che lei è una donna dai tratti decisi, forte e fiera, dal notevole polso pianistico ma capace anche d'indicibili tenerezze. Sono persuaso che il suo carattere celi una dura scorza slava, che lei non nasconde ma mostra con orgoglio, addolcito però da quel quarto di sangue italiano che c'è in lei.

Come quel nostalgico colore viola che distingue l'indole bulgara dagli altri popoli slavi, la capacità di lasciarsi andare senza veli ai moti del cuore. Forse sono congetture le mie, generalizzazioni, ma che trovano un preciso riscontro nella sua arte e nel modo di approcciarsi allo strumento. Affinità che s'intuiscono nella sua presa di contatto con Pancho Vladigerov, un compositore che le possiamo senz'altro considerare affine nella forte sensibilità, così in bilico tra la raffinata cultura europea e il colorito folclore bulgaro. Ce lo dice a chiare lettere la sua stessa vita. Di origine ebrea-russa, Pancho Vladigerov fu un autore estremamente prolifico, venuto alla luce un'anno prima del '900. Nasce "casualmente" a Zurigo durante una permanenza dovuta a un convegno del padre, che era un avvocato e politico. Dalla città svizzera ritorna ancora molto piccolo in Bulgaria e va a vivere a Shumen, insieme ai genitori e al fratello gemello Lyuben, che diverrà poi un valente violinista. All'età di undici anni viene accolto all'Accademia di musica di Sofia, dove compirà i primi studi di composizione. La madre, nel frattempo rimasta vedova, si accorge del suo grande talento e decide di portarlo a Berlino, dove vivrà e studierà sino al 1931, conseguendo oltretutto ben due premi Mendelssohn (nel 1918 e nel 1920). Da lì ebbe avvio una brillante carriera. Quello del periodo formativo berlinese fu molto importante, non solo per la meritata vincita dei premi, ma anche per avergli consentito di frequentare la classe di composizione di Georg Schumann alla Staatliche Akademische Hochschule für Musik.

Ebbe la fortuna di poter lavorare pure con Max Reinhardt, conduttore del Deutsches Theater di Berlino, tutte frequentazioni che fecero di lui non solo un futuro compositore di opere pianistiche ma anche cameristiche, sinfoniche e vocali in una produzione molto vasta. Per di più, essendo lui un pianista collaboratore di teatro, imparò l'arte dell'improvvisazione. Pedagogo molto stimato, oltre ad aver insegnato ai più importanti compositori bulgari dell'epoca fu anche maestro del grande Alexis Weissenberg e fu tra i membri fondatori della Bulgarian Contemporary Music Society, divenuta in seguito l'Unione dei compositori bulgari. La sua affezione per il folclore bulgaro si è manifestata nei cinquanta arrangiamenti di canzoni popolari per voce e pianoforte e orchestra, oltre che nelle venti canzoni per voce e pianoforte. Importantissimo è stato il suo ruolo all'interno della musica del suo Paese, ma non solo in questa. Vladigerov acquisì notevole fama in Europa negli anni '20, tanto da conquistarsi l'attenzione della Universal Edition di Vienna, la quale pubblicò molti suoi pezzi, e della prestigiosa società di registrazione tedesca Deutsche Grammophon; la sua fama si estese in seguito anche negli Stati Uniti. Complice un pianoforte Bösendorfer Vienna Concert, in ventiquattro tracce Victoria Terekiev ci racconta buona parte dell'universo pianistico di Vladigerov, lo fa con i quattro cicli di miniature "Classique Romantique Op. 24", "Choumene Miniatures Pour Piano Op. 29", "Episodes Op. 36" e "Aquerelles Op. 37".

 



Sintesi di un decennio di produzione musicale, possiamo considerarle come un viaggio guidato nell'evoluzione del suo immaginario artistico, dalla primaverilità classico-romantica (a tratti anche giocosa) delle prime sette miniature dell'Op. 24 alle più meditate Op. 29, dedicate al figlio Alexander, fino agli Episodi Op. 36 e le sei miniature conclusive dell'Op. 37, che dà il titolo all'album e narra d'itinerari più apertamente espressionistici, ricchi di un'urgenza interiore più complessa e tormentata, pur se espressa nelle forme consuete. Il tipo di scrittura pianistica di Vladigerov è ardito, disseminato dei tipici poliritmi della musica popolare bulgara, affrontati sempre con grande piglio virtuosistico da Victoria Terekiev, abilissima negli improvvisi, frequenti trasalimenti di cui questi brani sono disseminati. Sa in queste occasioni essere molto reattiva, oserei dire di grande prestanza atletica, come una centometrista ben preparata e scattante ai blocchi di partenza. È un'artista che conosce bene anche il mondo classico e si sente nelle deliziose sette miniature di Classique Romantique Op. 24. Una sorta di "suite", questo è almeno ciò che appare nei primi tre brani di Rigaudon, Sarabande, Courante, ma anche nel quarto "Poco Di Minuetto", punto di passaggio tra il primo e secondo gruppo. A ben vedere, come lo stesso titolo suggerisce, si tratta di sei pezzi più uno, come affermava lo stesso compositore, poiché i primi tre sono classici mentre l'ultima triade è dichiaratamente romantica: "Chant du Nord", "Feuille d'Album" e "Petite Marche".

"Feuille d'Album" fu invece aggiunto dal compositore bulgaro come settimo pezzo, dalla durata invero molto breve: appena di due minuti e dieci secondi nell'interpretazione di  Victoria Terekiev. Possiamo considerarla come una dichiarazione programmatica sul modo di fondere classico e romantico? Probabilmente si anche se, in realtà, ogni pezzo appare come il risultato di un felice "mix" di stili e momenti diversi, passati sotto il meccanismo dei vetrini di un caleidoscopio, con delle immagini sonore che cambiano imprevedibilmente a ogni movimento. La "Rigaudon", danza tradizionale francese di origine provenzale in ritmo binario, esordisce saltellante come un'autentica iniezione di buon umore. Il suo carattere vivacemente ritmato viene sottolineato dal temperamento "nervoso" e reattivo della pianista. Già però nella Sarabanda toni e umori variano in un gioco raffinato. In origine di carattere lento e solenne, si direbbe celebrativa dell'amato Bach; qui diviene occasione di meditazione, ma specialmente significativa di una felice predisposizione all'amalgama di stili diversi. Assolutamente barocca nell'impostazione, è sintomatica dell'abilità di Vladigerov nel trattamento della polifonia, da lui molto praticata, nel passaggio dei temi dalla mano destra alla sinistra. Deliziosi gli abbellimenti che ornano tutto il suo andamento. Il buon umore ritorna nella Courante (Corrente), danza in tempo ternario di carattere vivace. Si verifica un cambio di colore nel primo dei brani romantici "Chant Du Nord", dall'indole meditativa, forse un "amarcord" del periodo di studi berlinese, un canto, come la stessa pianista afferma, molto poco nordico perché risulta alle orecchie espansivo e accorato.

È musica d'indubbia modernità, che ha delle relazioni abbastanza evidenti con il mondo del simbolismo di Claude Debussy, come con le suggestioni tardo-romantiche di Sergej Rachmaninov in una fusione pressoché perfetta, dove non si capisce dove inizi uno e finisca l'altro. In questo sta, secondo me, la vera genialità di Vladigerov, che non può essere in nessun modo considerato un pallido epigono dei due né di nessun'altro, ma un mago della sintesi stilistica, dotato di una sua precipua e sempre riconoscibile personalità. Arricchito, ma non assogettato, dalle sue frequentazioni, ne esce come un abilissimo "manipolatore" stilistico, poco o per nulla disposto a velare per questo la sua forte individualità e la ferma determinazione a raggiungere una propria personale cifra stilistica. Conclude l'amabile raccolta "Petite Marche", un'estroversa marcia, simpatica e spigliata, che la dice lunga sul carattere brillante e anche informale di Pancho Vladigerov. La seconda serie "Choumene Miniatures Pour Piano Op. 29" è composta di sei pezzi. Choumene era il paese dove il compositore era stato portato da bambino, sicuramente la raccolta più tenera delle quattro, in cui affiorano delle luminose rimembranze infantili. L'incipit è affidato a una Berceuse di grande dolcezza, cullante, ricca di colori e sinuosa nel suo procedere, con dei ritmi spesso mutuati da quelli delle danze popolari. Segue la "Boît À Musique", secondo pezzo dei sei, tutto suonato sull'ottava altissima della tastiera, nell'emulazione anche timbrica di un carillon.

Semplice, dall'andamento volutamente non privo di una certa meccanicità, il fatto che questo pezzo sia scritto per la parte più acuta dello strumento lo porta ad avere un tono particolarmente sognante. Ben diversamente esordisce la danza dei paesani (Danse Des Paysans), dove troviamo una punta di autentico folclore rappresentata da una danza molto veloce in 5/8, frenetica e marcata. È il tipico ballo dei paesani, lo scorcio su un'allegra festa di paese in un piccolo centro bulgaro, dove tutti indossano i vestiti della festa. Da attento osservatore di usi e costumi, Vladigerov avrà guardato tutta questa animazione, i colori vividi, riportandoli poi in musica. Si ritorna ad accarezzare una raffinatissima vocalità con "Chant", un brano espressivo tutto giocato sull'invenzione melodica modulata con una finissima agogica. Questo sa essere Victoria Terekiev, una pianista quando occorre rude e "selvaggia", sino al limite della violenza, ma anche dolce e tenerissima, dotata di un "jeu perlé" di straordinaria fluidità nelle parti più rapide. L'articolazione che è in grado di esprimere sulla tastiera risulta in ogni momento di alto livello, fornendo un ascolto sempre ben intellegibile. Dopo una "stramba" Humoresque che vive in un'alternanza di repentini accelerando e rallentando, come in un'andatura a elastico, incede la "Ratchenitza", tipica danza bulgara in 7/8 che Victoria affronta con impeto e vivacità. Se è una danza di paese, tale dev'essere, senza ammorbidimenti, sembra suggerire la sua lettura.

Non è peregrino accostare lo spirito di queste Choumene Miniatures con la raccolta "Children's Corner" di Claude Debussy, anche per il fatto che il compositore ha dedicato questi sei pezzi a "mon petite Sachi", cioè suo figlio Alexander, diventato anche lui compositore e autore delle difficilissime Variazioni sulla canzone popolare Bulgara "Dilmano, Dilbero" Op. 2. Tra questi primi due cicli e gli altri due che seguono si osserva un notevole divario. "Episodes" e "Aquerelles" sono stati composti entrambi nel 1941, in un momento di grande crisi per il compositore, ebreo da parte di madre (Eliza Pasternak fu una russa ebrea), accusato a un certo punto di scrivere troppa musica di carattere nazionalista e, specialmente, di fare eccessivo uso di materiale folcloristico. Rimase parecchio turbato dal clima di ostilità che si stava creando intorno a lui, tanto da indurlo a nascondersi. Ricorda la pianista nella summenzionata intervista a Piano Solo, che la Bulgaria è stato l'unico paese a salvare tutti gli ebrei, mettendoli al sicuro sui treni. Vladigerov disse che, se doveva avere delle imposizioni sul suo tipo di scrittura, avrebbe preferito non comporre più. Si prese quindi una lunga pausa e Acquerelles, come Episodes, venne dopo questo periodo di disagio. Entrambe le raccolte sono costituite da pezzi molto diversi tra loro. Gli Episodes Op. 36 sono stati concepiti in due momenti distinti, prima furono scritti i tre pezzi di Prelude, Nostalgie e Ratchenitza, e in seguito vennero Improvisation e Toccata, pensati questi ultimi come in forma di concerto (e poi anche orchestrati).

Dalle piccole, graziose miniature, gioielli che vivono nello spazio temporale di pochissimi minuti, Vladigerov, provato dalla sua vicenda personale, si avvia verso forme dal carattere diverso, più elaborate e profonde, coincidenti anche con l'inizio dell'insegnamento di Composizione presso l'Accademia di Musica di Sofia. Il percorso umano e artistico del compositore bulgaro conosce un'evoluzione, segnata dal passaggio a una scrittura maggiormente pianistica (scale, arpeggi, accordi, ottave). Nel pezzo "Improvisation" usa tre pentagrammi invece di due, mostra più attenzione per la dinamica, con un accorto uso dei segni come il pianissimo. Si giunge all'estremo della forma polifonica che tanto è stata importante nella formazione di Vladigerov. Anche il soffio vitale che anima i suoi brevi pezzi sembra essere mutato, da una giocosa leggerezza si è passati a un linguaggio armonicamente più intricato, sofferto ed enigmatico, meno disposto al buon umore ma tendente piuttosto all'approfondimento spirituale verso abissi che prima aveva magari solo sorvolato. L'elemento melodico rimane importante in ogni occasione, con un canto che si dispiega liberamente anche nei brani dove il ritmo diventa più martellante e scandito. Victoria Terekiev si fa ambasciatrice di una profonda nostalgia, mai però morbosa o disperata, ma sempre sorretta da una nobile fierezza. È ancora Debussy a fare capolino in "Petite Prelude". Le inflessioni orientaleggianti diventano in "Aquerelles" sempre meno decorative, indicative piuttosto dello stato d'animo che attraversa in quel momento il compositore.

"Melancholie" si fa portabandiera di una grammatica musicale che punta tutto sull'essenzialità, sulla rarefazione del linguaggio a favore di una pungente aforismaticità. Nella stupenda "Pastoral" queste caratteristiche prendono una piega più ariosa, stemperate nell'idilliaca ambientazione campestre. Dopo un'altra Ratchenitza, intervallo gioioso tra gli abissi, il finale "Mouvement Rithmique" trova nella febbrile scansione ritmica in 3/4 più 3/8 una dimensione tra il feroce e il primitivo, quasi distruttiva nel suo essere travolgente. La fosca atmosfera viene interpretata dalla pianista italo-bulgara per mezzo di un martellato scandito con umbratile espressività, determinato e inarrestabile. Il CD "Pancho Vladigerov - Aquarelles - Miniatures for Piano" emerge in tutto il suo particolare valore, nel rivelare non solo l'affinità elettiva che lo lega alla personalità e all'arte, strettamente connesse, di Victoria Terekiev, ma anche perchè arricchisce l'appassionato della conoscenza di un mondo sino a oggi non pienamente espresso. Con questo CD non siamo in presenza di un omaggio calligrafico alle partiture, ma in un qualcosa di sentito sin nelle viscere. Come pochi altri, Victoria è dotata di un pianismo istintivo, poco disposto a lasciarsi recintare in un ambito meramente accademico. Esprime grande energia e un'incontenibile forza ritmica, laddove la ficcante scansione diventa essa stessa racconto e moto interiore. Victoria diventa coinvolgente "story teller" nel concatenare emotivamente i variegati episodi.

Sono qualità credo indispensabili per poter suonare con vera autenticità questi brani, forieri di un cosmo che, generosamente, l'artista italo-bulgara ha voluto riscoprire per se stessa e per noi. Chi si lascia investire dalle suggestioni di queste raccolte, alla fine comprenderà che in musica non esistono compartimenti stagni, in questo caso legati a precise collocazioni geografiche, ma un unico fluire di sensazioni, variamente estrinsecate, che conducono su una sola via maestra: quella di un'umanità viva e palpitante comune a ogni essere umano.

 



Alfredo Di Pietro

Maggio 2019


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