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martedì 18 settembre 2018 ..:: Musica a Villa Durio - XXXV Edizione ::..   Login
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 Musica a Villa Durio - XXXV Edizione: Le Carousel du Printemps Riduci

 

 

 

 

Dmitrij Šostakovič (1906 – 1975)

Quintetto per pianoforte e archi in sol minore Op. 57 (1940)
- 1 Preludio: Lento - Poco più mosso - Lento
- 2 Fuga: Adagio
- 3 Scherzo: Allegretto
- 4 Intermezzo: Lento
- 5 Finale: Allegretto


Robert Schumann (1810 - 1856)

Quintetto per pianoforte e archi in mi bemolle maggiore Op. 44 (1842)
- 1 Allegro brillante
- 2 In Modo d'una Marcia. Un poco largamente. Agitato
- 3 Scherzo. Molto vivace - Trio I et II
- 4 Allegro, ma non troppo

Francesca Dego, violino (I Šostakovič, II Schumann)
Jack Liebeck, violino (II Šostakovič, I Schumann)
Alfredo Zamarra, viola
Amedeo Cicchese, violoncello
Massimo Giuseppe Bianchi, pianoforte

A distanza di un anno dalla precedente edizione, ritorno con immenso piacere a immergermi nei paesaggi della Valsesia, con un pretesto che sembra essere squisitamente musicale. Si rinnova l'impressione di un luogo senza tempo, che si propone immutabile, fuori da qualsiasi frastornante flusso umano e veicolare metropolitano. Non voglio anticipare le impressioni che hanno destato in me questi due quintetti, ma nemmeno sorvolare sull'ideale nesso stabilitosi tra natura e musica, dal carattere di stanzialità. Scopro che la penetrazione della profonda, a tratti lacerante malinconia dello sostakoviano è assecondata da questo territorio fascinoso e particolare, esteso dal Monte Rosa fino a Romagnano Sesia. Uno spazio vasto eppur intimo, che invita al raccoglimento spirituale, con il repentino digradare delle valli laterali, il mormorio discreto delle acque che scorrono nei torrenti confluenti nel fiume Sesia. Già tutto questo è di per se musica. I monti alti, dalle pareti ripide, danno l'idea del moto ascensionale, il verde delle vallate suggerisce quella pace esistenziale che è punto d'arrivo per noi tutti. E poco importa se nelle orecchie abbiamo l'Op. 57 di Šostakovič, l'Op 44 di Schumann o "Grantchester Meadows" dei Pink Floyd, il risultato sarà sempre e comunque quello della percezione di una natura amica, che suggerisce immagini dai profondi significati, perfettamente aderente alle atmosfere evocate dalla musica. Nel mio report di un anno fa ho parlato della storia di questo festival, dell'impegno profuso a piene mani da Massimo Giuseppe Bianchi affinché l'idea in bozzolo potesse diventare fiorente realtà.

Francesca Dego

Una dedizione che si rinnova anno dopo anno in un modo davvero encomiabile, tanto più se pensiamo che per l'organizzazione di quest'evento lui si trasforma in un autentico "one man band". Musica a Villa Durio nasce nel 2000 sotto il patrocinio dell'Amministrazione comunale di Varallo Sesia, sede consacrata dei concerti è il Salone XXV aprile dell'Istituto professionale di stato per i servizi alberghieri e della ristorazione "G. Pastore", un maestoso edificio già sede del prestigioso "Splendid Park Hotel" nel periodo della "Belle époque". L'ampio Salone, un tempo chiesa dello Stabilimento Idroterapico e Climatico, ha visto passare al suo interno fior di artisti. A titolo di esempio citiamo Jakob Lindberg, Andrea Lucchesini, Bruno Canino, Uto Ughi, Francesca Dego (oggi presente), Rocco Filippini, Michele Campanella, Alexander Romanovsky. Le cantanti Gemma Bertagnolli e Laura Cherici. Non mi dilungo, chi è desideroso di ulteriori particolari può leggere il mio scorso articolo. Anche concepire un programma di sala può essere considerata una forma d'arte. Come emerso in altre occasioni, anche in questa va riconosciuta al direttore artistico una notevole sapienza nel comporli, negli accostamenti, idonei a stabilire in chi ascolta multiformi atmosfere. Il "nemico" da contrastare non è certo la carenza qualitativa di repertori e interpreti, sempre molto elevata nell'evento varallese, quanto proprio il fugare la piattezza, facendo leva sul susseguirsi di situazioni che tengono vivo l'interesse nel pubblico. È un fattore talvolta trascurato, ma nella composizione del programma di sala spesso ci si affida al valore delle singole opere, ritenendolo già garanzia di successo, meno ai collegamenti emozionali che tra queste inevitabilmente si stabiliscono.

Alfredo Zamarra

Esemplare in questo senso è la scelta del concerto inaugurale "Le Carousel Du Printemps" di accostare due autentici capolavori del genere cameristico, in grado di generare stati d'animo molto diversi tra loro. Così, alla concentrazione necessaria per seguire l'architettura strutturale di un'opera così sfaccettata come il quintetto di Dmitrij Šostakovič, segue il "liberatorio" di Schumann, disseminato di solari esplosioni e impeti romantici, una sorta di ottimistico "Sturm und Drang" che non devasta gli animi ma mette addosso una contagiosa allegria. Il Quintetto per pianoforte e archi in sol minore Op. 57 è una delle composizioni cameristiche più note di Dmitrij Šostakovič, scritto per pianoforte e quartetto d'archi (due violini, viola e violoncello). Francesca Dego e Jack Liebeck si sono alternati nel ruolo di primo violino; nel quintetto di Dmitrij Šostakovič è toccato esserlo alla bella violinista lecchese. A quest'opera "che potrebbe essere stata scritta ieri", come giustamente afferma Massimo Giuseppe Bianchi, l'autore iniziò a lavorare nell'estate del 1940, completandola il 14 settembre dello stesso anno. La "première" avvenne il 23 novembre 1940 presso il Conservatorio di Mosca, con lo stesso compositore al pianoforte. Opera complessa e dai profondi significati, è testimone dei tormenti che attraversarono l'animo dell'autore nel corso della sua esistenza. Dotato di una straordinaria vena compositiva, fu ferocemente attaccato dalla critica di regime russa perché fautore di un'arte avulsa dal sentire delle masse.

Amedeo Cicchese

Massimo Giuseppe Bianchi

Ciò avvenne in occasione della pubblicazione di Katerina Ismailova, opera in quattro atti e nove scene su libretto di Alexander Preis, e suonò alle sue orecchie come una reprimenda diretta verso la sua inclinazione alla sperimentazione e all'avanguardia. Spirito estremamente libero, dovette sottomettersi, manifestando tuttavia tra le pieghe della sua musica un forte dissenso, dissimulato da una sottile ironia, ai diktat di regime. La sua Quinta Sinfonia fu la "Risposta ad una giusta critica", i toni erano di un coercitivo trionfalismo, sardonicamente ostentato ma sostanzialmente estraneo al suo sentire. Ciò risalta in particolare nel movimento finale, dal quale trapela, secondo i critici, la volontà di vendetta da parte del compositore. Il Quintetto per pianoforte e archi in sol minore Op. 57 è il frutto di una nuova poetica, desiderosa di esprimersi secondo canoni di maggior limpidezza e semplicità costruttiva, in un percorso più lineare nell'ambito dell'invenzione melodica, e altrettanto dell'elaborazione tematica, alquanto lontani dal marcato sperimentalismo degli anni giovanili. Ma cosa suscita nell'"uomo della strada" questo capolavoro? Prendo me stesso come cartina al tornasole. Allo stentoreo esordio del "Preludio: Lento", segue il "Poco più mosso", caratterizzato dallo scorrevole snodarsi delle note, come in un racconto, dove presto prende piede un declamato di sofferta drammaticità. Da lacrime agli occhi la "Fuga: Adagio", intrisa di una profonda melanconia, il linguaggio diventa essenziale sino quasi alla sparizione del suono, lo spirito è quello di un moderno corale consegnato all'autore direttamente dalle mani di Bach.

Una sospensione dal tempo, un "vacuum" si crea nella coscienza, foriero di una rarefatta desolazione, dove poche note (rari nantes in gurgite vasto) sono al timone di sentimenti laceranti. Il discorso si fa via via più animato, si agita e infittisce sino a rientrare nel segno del tragico, vero "fil rouge" nell'alternanza tra stati di tensione ed estenuata prostrazione. Questi percorrono senza soluzione di continuità questo quintetto. In fine si ritorna al dilatato clima iniziale. Per quanto possano le parole (ben poco purtroppo), tutta la mia ammirazione va verso questi artisti, per come hanno gestito fraseggio e dinamiche, con livelli spesso vicini all'impalpabilità, senza mai però consentire che vada persa quella forte tensione ideale che percorre la nervatura di questo capolavoro, dalla prima all'ultima nota. Come in un colpo di teatro, lo "Scherzo: Allegretto" spazza via le tinte viola per imporsi con il suo ritmo saltellante, complice il tempo 3/4 e la tonalità di si maggiore. Ma, come in ogni moto di allegria shostakoviano, una beffarda ironia serpeggia, ravvisabile anche nel goffo e pesante incedere del pianoforte, in contrasto con i diabolici guizzi nel registro superiore. "Mit Humor!" avrebbe esclamato Schumann, un baldanzoso umore di marca del tutto moderna in cui ogni uomo del nostro tempo può riconoscersi. C'è un cordone ombelicale ideale che lega la "Fuga: Adagio" all'"Intermezzo: Lento", medesima traccia di una diradazione dialettica che qui tuttavia assume tinte meno violacee. Più ariosa e meno lacerante dell'Adagio, ma non per questo meno intensa, qui è una luce azzurrina a investirci, con aperture verso il sereno.

Jack Liebeck

Emblematico segno è il pizzicato del violoncello, che segna il passo di un'estasi contemplativa, sino all'ingresso del pianoforte, che lo sostituisce nel dolce scandire del tempo. Quattro semiminime di fa appoggiate del pianoforte, con tutti gli archi impegnati in un tetracordo dal carattere mesto, concludono "morendo" il quarto movimento. L'epilogo "Finale: Allegretto" inizia sornione, lentamente, poi rientrando poco a poco a tempo. Esordisce quasi come una dolce pastorale, ma il sentimento di letizia è disturbato da elementi ironici, di ostentata apoteosi che allungano su esso dense ombre. Tutto il movimento si snoda con cristallina limpidezza tra sbalzi umorali, fugace letizia, sardonica ironia, sofferta meditazione, drammaticità, sentimenti che si alternano in rapida sequenza in un fantastico caleidoscopio. Immensa è stata la tavolozza espressiva del genio sanpietroburghese e in questo capolavoro cameristico ne troviamo ennesimo attestato. Francesca Dego, Jack Liebeck, Alfredo Zamarra, Amedeo Cicchese e Massimo Giuseppe Bianchi, quattro magnifici musicisti coalizzati contro la piattezza, capaci di formidabili impeti come di sottili introspezioni psicologiche non potevano non sortire risultati altrettanto entusiasmanti nel Quintetto per pianoforte e archi in mi bemolle maggiore Op. 44 di Robert Schumann. Suonano come un sol strumentista, le note sgorgano potenti come da un fiume in piena. Il 1842 fu un anno particolarmente fruttuoso per la produzione cameristica del compositore tedesco. Nel volgere di pochi mesi videro la luce il Quartetto per archi N.1, N. 2 , N. 3 e, tra settembre e ottobre, il Quintetto per pianoforte e archi in mi bemolle maggiore Op. 44, oltre a un non indifferente lascito liederistico.

Nello stesso anno furono pubblicati i cicli "Sechs Lieder", "Sechs Gedichte", "Liederkreis" e i "Fünf Lieder", tutte composizioni nate intorno agli anni 40 dell'ottocento. Schumann affrontò con rimarchevole slancio vitalistico un genere a lungo meditato, maturato nella sua forma classica grazie al suo genio e ad approfonditi studi sulla produzione quartettistica dei "mostri sacri" del genere, vale a dire Haydn, Mozart e Beethoven. Inconfondibile è però l'impronta schumanniana nella peculiare visione avveniristica, nella sconfinata fiducia per le risorse della musica, nell'espressione di una personalissima "Stimmung" romantica. Robert Schumann anche in quest'ambito fu stilatore meticoloso, in grado di risolvere i soprassalti del suo tormentato mondo interiore in una scrittura di rara qualità. Ma, in fondo, sono sempre i risultati che contano. È sempre l'ascoltatore della strada, il semplice appassionato che viene trafitto da questi raggi di luce, avendo l'ardire di voler esternare a parole le sue emozioni, grato di essere stato trasportato oggi dalle inquietanti ambiguità shostakoviane alla solarità piena (o quasi) di Schumann, pur non priva d'inflessioni conturbanti. Una musica che ha una forza tale da far superare di slancio ogni carenza culturale insita nell'ascoltatore? Forse si è la mia risposta. Con fuoco attacca l'"Allegro brillante", quattro minime accentate che vogliono subito imporsi con forza, stabilire un clima di ardenti emozioni, seguite da otto semiminime e ancora, a chiudere il primo tema, le minime accentate. A questo tema ne fa da contraltare un altro, nella canonica antitesi fra due temi ben distinti, il primo dal carattere maschio, affermativo, in mi bemolle; più lirico, sognante e femmineo il secondo in do minore.

"In Modo d'una Marcia. Un poco largamente. Agitato" trova nella marcia funebre la sua ispirazione, il sentimento di mestizia viene lenito da un tenero e consolatorio episodio centrale, bruscamente poi interrotto dal tumultuoso "Agitato". Turbinoso e insieme spezzato nella repentina figurazione di due crome, semiminima e terzine. Nel brillantissimo "Scherzo. Molto vivace - Trio I et II" si riaffacciano i toni spavaldi dell'incipit in un perentorio tempo di 6/8. Elegantissimo e delicato, molto schumanniano il primo dei due Trii, mentre molto differente appare il secondo, una sorta di variante in quartine di semicrome dell'arrogante spirito iniziale. Occorrono si slancio ed energia, ma anche una grande coordinazione tra i vari elementi del quintetto, sempre esposti al rischio d'insidiosi disallineamenti temporali. Non succede nulla del genere con i nostri prodi, che suonano compatti e perfettamente sincroni in ogni occasione. Bella e piena di tensione la coda che prelude al finale, dal sapore vagamente slavo. Il quintetto di strumentisti, ma forse sarebbe più giusto chiamarli musicisti, approda a risultati di coesione, anche timbrica, di grande interesse. Irreprensibile è il "balance" tra di loro, conseguenza di un sapersi ascoltare e rispettare come in un beneducato dialogo. Ogni voce diventa così distinguibile, ben integrata nell'insieme. Se non cogliessero così bene quel fermento spirituale e insieme carnale che contengono queste note, esso non avrebbe la possibilità di arrivare in maniera così efficace a noi che ascoltiamo.

Da qui la centralità della loro funzione: il segno scritto rimane inanimato sinché non sopravviene l'interprete a vivificarlo ed è nel "mare magnum" delle possibili restituzioni che sta l'inesauribile vitalità di una composizione. Mi allontano arricchito dal Salone XXV aprile, con ancora quelle note nell'animo. Continueranno a frullarmi nella testa anche sulla via del ritorno, in auto. Percorro immerso nel buio della notte quella stessa strada che poche ore prima era piena di luce, adorna dei suggestivi contorni di valli e corsi d'acqua. Mi perdonerà l'amico Massimo se mi permetto un piccolo suggerimento, una benefica pulce che desidero mettergli nell'orecchio: perché non pensare a ospitare pure una compagine orchestrale, di dimensioni certo non da "Sinfonia dei mille". Lo spazio lo consente...

 

 

Alfredo Di Pietro

Aprile 2018


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