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 Musica a Villa Durio - Marc Pantillon - Une nuance de nostalgie Riduci

 

 

MARC PANTILLON
L' "INATTUALE"

 



21/10/2018, ultimo appuntamento autunnale con la 36^ edizione di Musica a Villa Durio. Sul palcoscenico del Salone XXV aprile il pianista svizzero Marc Pantillon, impegnato in un recital con musiche di Beethoven, Martin, Haydn, Brahms (questo è l'ordine esatto, variato rispetto a quanto esposto nel programma di sala). Una rassegna che continua a riservare delle belle sorprese in ogni sua mutazione e sfumatura. Ma a chi e cosa deve il successo questa perla che prende vita a Varallo in primavera e autunno? Innanzitutto a delle autorità sensibili ai valori del bello e della cultura, poi alla magnanimità di sponsor lungimiranti, all'immersione nell'incantevole natura della Val Sesia, al riparo dal caos dei centri cittadini e, non ultima, alla calorosa partecipazione del pubblico che, puntualmente, occupa tutte le circa sessanta sedie a sua disposizione. Doverosamente, o per meglio dire affettuosamente, nella sua presentazione Massimo Giuseppe Bianchi, direttore artistico della manifestazione, cita le persone che hanno dato il loro contribuito affinché questo bellissimo sogno si avverasse. Musica a Villa Durio supera di slancio quella linea di confine che separa un qualcosa fatto per puro mestiere da ciò che invece scaturisce da una vera passione. Il risultato è una serie d'incontri che si svolgono in un clima piuttosto informale, nel senso migliore del termine, dove prima di tutto vige il rispetto per chi ascolta, il quale non viene semplicemente messo a sedere per "somministrargli" un'ora e passa di musica ma, grazie alle guide all'ascolto tenute da critici e musicologi di primo piano, viene preparato, reso più consapevole di quanto andrà a sentire.

 

Massimo Giuseppe Bianchi

Massimo Giuseppe Bianchi con Eraldo Botta, sindaco di Varallo Sesia.

Come in un'azione teatrale, si crea quella "suspense" tensiva verso l'ascolto che solo il concerto potrà sciogliere. Visto con occhio superficiale, quello di stasera potrebbe sembrare uno dei soliti recital, con i soliti programmi, anche se le musiche di Frank Martin non sono molto eseguite. Impressione ingannevole poiché questa è solo l'ossatura, il "format" come si dice oggi, in buona sostanza un contenitore di cui non è dato conoscere la vera essenza sinché non lo si apre. E una volta scoperchiato il pianismo di Marc Pantillon si viene proiettati in un'epoca diversa dalla nostra, che è fatta sovente di esibizioni clamorose, ipervirtuosistiche, annunciate con gli squilli della fanfara del marketing. Questo recital suscita invece sensazioni del tutto diverse da quelle oggi di tendenza. Pur essendo Musica a Villa Durio un festival votato al genere cameristico, il palco posto in quella che un tempo era la chiesa dello Stabilimento idroterapico e climatico in Varallo Sesia è in grado di ospitare anche una compagine sinfonica di discrete dimensioni. Oggi però quella grande pedana lignea pare restringersi sino ad assumere le dimensioni di un salotto. Abbiamo di fronte un pianista che annulla ogni distanza, come un vecchio amico si siede allo strumento e, senza la preoccupazione di voler dimostrare niente a nessuno, inanella una serie di perle di grande profondità, dove la poesia del fraseggio, la tavolozza coloristica, l'uso accortissimo del pedale, proiettano d'emblée chi ascolta in un mondo diverso, lontano dai clamori della modernità, più intimamente aderente allo spirito dell'autore.

 



Marc Pantillon nasce in una nota famiglia di musicisti di Neuchâtel, cresciuto quindi in un ambiente ricco di musica. Si avvicina fin da giovanissimo allo studio del pianoforte sotto la guida dei suoi genitori e non avrà nessun altro insegnante fino al diploma, che consegue a vent'anni. Titolare di una borsa di studio Migros, va a Vienna per continuare la sua preparazione con Hans Petermandl presso la Hans Hochschule für Musik, dove nel 1983 riceve un diploma in virtuosità "con onore". Quello stesso anno, suscita grande attenzione come finalista nella competizione Bösendorfer, sempre a Vienna. In seguito ha la fortuna di poter continuare gli studi con il grande Paul Badura-Skoda, che s'interessa a lui incoraggiandolo a prendere seriamente in considerazione la carriera di solo. Il premio come solista dell'Associazione svizzera dei musicisti, vinto nel 1987, è stato il punto di partenza della sua brillante carriera. Da allora è apparso frequentemente in recital e come protagonista con l'orchestra, molto richiesto anche come musicista da camera. Marc Pantillon attualmente insegna ai corsi professionali di pianoforte presso i Conservatori di Neuchâtel e Losanna. La sua prima registrazione da solista ("C Minor", Gallo), è stata calorosamente accolta dalla critica, presto seguita da altri CD con partner come la Moravian Chamber Orchestra, il tenore spagnolo Ruben Amoretti e l'oboista Roland Perrenoud. Ora lavora per la nota etichetta svizzera Claves, di recente ha registrato i sei trii di Ignaz Lachner, un recital di brani per pianoforte di Stephen Heller e un programma di musica romantica per viola e pianoforte con Anna Barbara Dütschler.

 



Le sontuose sonorità del tre quarti Fazioli accompagnano l'incipit della Patetica di Beethoven, il suono è possente, profondo e tenebroso nella parte grave, materico in quella media e molto morbido, non squillante nella alta. Perdonate queste notazioni da audiofilo, ma la personalità timbrica di uno strumento è importante, può sottolineare, esaltare o deprimere l'espressione di un'idea musicale, attutire dinamiche o stravolgere la tavolozza coloristica a disposizione dell'"artifex" pianista. Marc Pantillon esercita sullo strumento un dominio pressoché completo, calibrando quei silenzi che teatralmente accompagnano la mesta espressività presente in tutto il "Grave - Allegro di molto", primo movimento della sonata beethoveniana. Nell'Adagio cantabile c'è il colpo d'ala che riporta le sensazioni nel binario di una luminosa serenità. Lo strumento si fa camaleonte: dopo aver impressionato con uno spessore da brivido nelle drammatiche sferzate evocate dalla parte sinistra della tastiera, ora si scioglie in una visione aerea, speranzosa, il Fazioli sembra cambiare timbro e passo sotto le mani del pianista. Il "Rondò (Allegro) trova una sua dimensione nella regolarità del ritmo in occasione dei passaggi più impetuosi, ma non si tratta affatto di una lettura piatta, metronomica. Nei punti di passaggio di questo grande affresco umano, Pantillon deroga coraggiosamente da una scansione rigida del tempo, sfoderando un'agogica dalla sorprendente gestione. Come in un'ipotetica "scrittura di scena" beniana, il suo diventa un teatro del dire e non del già detto, dove l'interprete s'impone creativamente come demiurgo del suo strumento, in grado di creare situazioni che non coattivamente piegano i sensi del pubblico, ma piuttosto lo accompagnano verso un ineluttabile punto di culmine.

 



Frank Martin, compositore svizzero, non abbracciò in maniera incondizionata la tecnica dodecafonica, ma realizzò una sintesi tra questa e la musica tonale. I suoi Otto Preludi per pianoforte sono testimoni di questa mediazione, nella loro lontananza dagli aspetti più fondamentalisti del verbo schoenberghiano. Da pelle d'oca si rivela ancora una volta la discesa sulle note più gravi, che penetrano con energia nel nostro intimo, come una mano invisibile che vuole frugare tra le nostre percezioni più nascoste e indicibili. Possiamo riconoscere in questi preludi un richiamo alla severità del corale bachiano, sin dal primo che inizia con l'indicazione di "Grave". Più mobile il secondo "Allegretto tranquillo", che l'autore indica di suonare in modo "leggero ma sempre cantabile e non troppo dolce". Se la musica deve perdere un centro di gravità tonale, di certo non deve smarrire quel senso del ritmo e della musicalità in grado di emozionare chi ascolta. Nel quinto "Vivace" non è irragionevole intuire ancora una rarefatta eco bachiana, agevole è il confronto con la Giga, ultimo tempo della Partita N. 1 BWV 825. Ritorna il classicismo con la Sonata N. 32 in si minore Hob. XVI di Franz Joseph Haydn. Marc Pantillon l'affronta con serenità e una discreta dose di divertimento, gli dà il destro per mostrare un'impeccabile tecnica di dito nelle scintillanti cascate sonore. Non sono certo un appassionato che sta lì a contare le note false di un esecutore, ma questa sera ne sono state fatte davvero pochissime, ad onta della grande difficoltà dell'impaginato di sala.

 



Haydn è compositore che può ingannare. Sotto la suprema levigatezza di ciò che perviene alle nostre orecchie si nasconde una scrittura irta di difficoltà, di sorprese, geniali colpi di teatro, che una mente e delle mani fulminee devono sempre assecondare con lestezza. Non esiterei a definire sublime la lettura del pianista svizzero di questa sonata, mai "catatonica" (atteggiamento esiziale per la sua efficacia), al contrario sempre espressivamente mobile e costellata di subitanee accensioni. Sorprende l'abilità di un pianista che con tale irrisoria agevolezza (e senza nemmeno il "reset" mentale che può concedere un intervallo, assente in questo recital) riesce a passare da un Martin a un Haydn, attraversando con apparente "nonchalance" oltre centosessanta anni di storia della musica. Nel finale, complici ancora le possenti sonorità del Fazioli, si affaccia un movimento tumultuoso, drammatico nel suo incedere e sintomatico della notevole energia sviluppata dal pianismo di Marc Pantillon, nonostante il suo aspetto bonario e a tratti sornione. Nella cornice di questa bellissima serata di musica il culmine si raggiunge, a mio parere, con i tre intermezzi Op. 117 di Johannes Brahms. Per il compositore questi Intermezzi rappresentarono un ritorno di fiamma al romanticismo dei suoi primi esperimenti pianistici. L'artista svizzero ne svela il lato più autenticamente malinconico, lascia trasparire, senza alcuna forzatura romanticheggiante ma con un rigore esemplare, il ripiegamento interiore di un musicista che di lì a cinque anni sarebbe scomparso.

 



Nelle sue mani questi tre capolavori davvero assumono il valore di soliloqui rivolti all'interiore, che portarono Brahms stesso a dire "per questa musica, anche un solo ascoltatore è di troppo". Un'arte pianistica quella di Marc Pantillon che sembra provenire da spazi lontani, eppure così "paradossalmente" moderna nelle intenzioni, in quello scavo della materia musicale che avvicina così tanto lo stato d'animo dell'autore al nostro, sino a fonderlo in un tutt'uno. Arnold Schoenberg nel suo saggio "Brahms il Progressivo" ribaltò la visione di passatista che molti critici superficialmente appiopparono al genio amburghese. Riconobbe i germi della modernità in un compositore definito come classicista, accademico, scoprendo in lui un vero innovatore nella sfera del linguaggio musicale. Forse con un pizzico di fantasia, oggi potremmo riconoscere a Marc Pantillon un merito analogo nello sterminato campo dell'interpretazione pianistica. Il suo lato più autentico fa leva su un'inusuale profondità d pensiero e lancinante espressività. Pianista virtuoso, non fa della sua sopraffina tecnica digitale un vessillo "tout court", ma semplicemente uno strumento per poter suonare ogni cosa con correttezza. La sua parte più vera e profonda sta nella magnifica introspezione con cui affronta questi capolavori, nell'estrema cura della qualità sonora, nella finissima calibrazione delle dinamiche, agevolate dallo splendido Fazioli 3/4 presente in sala per l'occasione.

Un Brahms da "rubare"...

 



Dopo i calorosi applausi del pubblico, Marc Pantillon concede un bis: la Romanza N. 2 Op, 28 di Robert Schumann, che prolunga ancora per qualche minuto l'incanto sonoro che la sera del 21 ottobre questo straordinario pianista ha voluto regalarci.


Alfredo Di Pietro

Ottobre 2018


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