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28. května 2020 ..:: Mendelssohn svelato ::..   Přihlásit se
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 02/02/2020 - Mendelssohn Svelato - Palazzina Liberty in Musica - Milano Minimalizovat


 

 

PROGRAMMA

- Lieder ohne Worte Op. 19 N. 1 in mi maggiore. Andante con moto "Sweet Remembrance" MWV U 86
- Lieder ohne Worte Op. 19 N. 6 in sol minore. Andante sostenuto "Venetian Gondola Song" MWV U 78
- Lieder ohne Worte Op. 38 N. 2 in do minore. Allegro non troppo "Lost Happiness" MWV U 115
- Lieder ohne Worte Op. 38 N. 6 in la bemolle maggiore. Andante con moto "Duetto" MWV U 119
- Trois Fantasies ou Caprices Op. 16 N. 1. Andante con moto - Allegro vivace MWV U 70
- Trois Fantasies ou Caprices Op. 16 N. 2. Scherzo. Presto MWV U 71
- Trois Fantasies ou Caprices Op. 16 N. 3. Andante MWV U 72
- Fantasia in E Major "The Last Rose Of Summer" Op. 15 MWV U 74
- Lieder ohne Worte Op. 30 N. 6 in F-Sharp Minor. Allegretto "Venetian Gondola Song" MWV U 110
- Lieder ohne Worte Op. 53 N. 2 in E-Flat Major. Allegro non troppo "The Fleecy Cloud" MWV U 109
- Lieder ohne Worte Op. 62 N. 6 in A Major. Andante grazioso "Spring Song" MWV U 161
- Rondò Capriccioso in E Major Op. 14 MWV U 67

 



Quando ho visto, entrando nella Palazzina Liberty, sei cofanetti di "Mendelssohn - Complete Piano Works - Roberto Prosseda" su un tavolo, un largo sorriso è apparso sul mio volto. Ho un debito di riconoscenza verso il pianista di latina, per avermi fatto comprendere più e meglio di altri il vero valore di questa musica, lo ha fatto con le parole e i suoni, ma soprattutto con la sua straordinaria dedizione al grande compositore romantico. Con commozione, per un paio d'anni mi sono dedicato quasi giornalmente al suo ascolto, prima di soltanto pensare di mettermi a tavolino per scriverne una recensione. Una pregevole integrale diventata a quanto pare preziosa, a causa della mancanza di ristampe (le sue quotazioni hanno raggiunto su eBay una cifra che si aggira intorno agli ottocento euro). Le parole sono relative e la serata del 2 febbraio nel luogo dove Dario Fo e Franca Rame tenevano i loro memorabili spettacoli si apre, appunto, senza parole, in ossequio alla musica dei Lieder ohne Worthe. Prosseda guadagna la scena con passo sicuro, siede ispirato al Kawai mezza coda disposto al centro della sala e suona l'Op. 19 N. 1 "Sweet Remembrance". Il lied era un genere importantissimo all'epoca, in fondo appena nato. Jakob Ludwig Felix Mendelssohn Bartholdy era amico di Goethe, che in quanto letterato s'intendeva di lieder. Il termine "Ohne Worthe", in se, può indurre a pensare all'assenza di parole come un "minus", destinato a rendere vaga la musica; in realtà, lo stesso compositore in una lettera scrisse che il messaggio dato da questa era molto più definito di quello della parola.

 



A Luca Ciammarughi viene in mente una Barcarola, che descrive in musica Venezia forse meglio di come può fare una lettera di George Sand, per quanto bella sia. Mendelssohn è detentore di una credenza, quella che ritiene l'arte dei suoni più univoca rispetto al significato spesso ambiguo della parola, può essere inoltre più seduttiva. Dal canto suo, l'espressione letteraria può sembrare forse più immediata per chi non conosce i codici dei suoni, ma in fin dei conti meno precisa. La musica, ad ogni modo, dev'essere rispecchiata nell'interpretazione, che anch'essa deve risultare appropriata e puntuale nell'uso del pedale, dello staccato. Tutto ciò è doveroso, se pensiamo a quanto accurata sia la scrittura di Mendelssohn, quasi quanto quella di Brahms nell'indicazione delle articolazioni. Essa contiene sempre una "ratio" narrativa, pure nei temi utilizzati, i quali sovente ricordano degli avvenimenti memorabili. In questi sublimi lieder è il mondo degli affetti che si rivela, quello di un'espansiva tenerezza che meglio non potrebbe essere portata alle attenzioni del cuore. Nulla avviene per caso. Quando, ad esempio, incontriamo una nota alterata o magari il ritorno è prolungato di due note, c'è sempre sotteso un significato narrativo, un motivo drammaturgico dietro. Quando l'interprete lo capisce, emerge il vero Mendelssohn, altrimenti questo resta velato. Le Romanze sono brani che hanno conferito grande fama a quest'autore, ma non subito. Il primo fascicolo venne pubblicato in Inghilterra nel 1832, non con il titolo definitivo ma come "Melodie per pianoforte". L'inizio fu stentato: in quattro anni furono vendute solamente 114 copie, che è pochissimo, mentre dal secondo fascicolo l'editore, d'accordo con il compositore, pensò bene di cambiare l'intestazione in "Lieder ohne Worthe", perché i lieder vendevano. L'idea del titolo nacque quindi in seguito, proprio per agevolare la vendita delle partiture.

 



Tuttavia, la cosa che in realtà fece smerciare molte più copie non era tanto il cambio dell'intestazione quanto il fatto che gli editori (e in questo Mendelssohn non era d'accordo) appiopparono dei titoli improponibili a varie romanze: "L'Arpa del poeta", "Le nuvole soffici", "Il sospiro del vento" o "Consolazione", un po' come faceva anche Chopin. "C'è n'era uno addirittura assurdo", dice Prosseda, "Le nozze dell'ape, che poi sarebbe La canzone della filatrice". Mendelssohn si limitò a dare dei titoli di genere, come "Duetto", "Canto di caccia, "Canto popolare", ma non certamente descrittivi di cose specifiche, appunto perché questi brani erano nati con intenzioni contrarie. C'è una lettera in cui parla malissimo di questa situazione, dicendo che il testo era ancora peggio abbinato alla musica, cioè maggiormente involgarito dall'abbinamento con essa. Con ammirazione, Ciammarughi definisce Roberto Prosseda il più autorevole interprete mendelssohniano a livello mondiale. Risale al marzo 2017 la pubblicazione dell'integrale pianistica che ho citato a inizio articolo, da me recensita su queste pagine nel gennaio 2020. Il nostro pianista ha registrato anche i concerti per pianoforte e orchestra. Chi allora più di lui può svelarci i segreti dell'arte di Felix Mendelssohn Bartholdy? Ecco che quest'evento del 2 febbraio si è rivelato un'occasione unica per andare verso la sua scoperta. Prosseda, in virtù di una singolare affinità con il compositore amburghese, in questi anni ha svelato prima di tutto una profonda dedizione e un indefesso spirito di ricerca nei confronti suoi e della sua musica. Sorge allora spontanea la prima domanda, rivoltagli da Luca Ciammarughi, riguardante l'estetica di un autore che per tanto tempo, e ancora oggi, è purtroppo visto come una specie di romantico mancato.

 



Massimo Mila, riferendosi a lui, parlò di romanticismo felice, con questo termine intendeva la mancanza d'inquietudine, di quello slancio febbrile che caratterizzavano invece Schumann, Chopin e altri compositori di quel periodo. D'altronde, lo stesso Robert Schumann lo considerò il "Mozart del XIX secolo". In verità, Mendelssohn è molto di più. Il problema è il punto di vista di chi lo giudica, cioè il riferimento esterno; ovvio che se la pietra di paragone è Mozart, la valutazione non può che essere condizionata dal fatto - incontestabile - che questo incarna la perfezione. Tutto ciò che si allontana da Mozart diventa quindi in un certo senso limitato. Tale sottostima deriva da un punto di vista anche legato alla storia della critica musicale e della musicologia poiché lui, nella prima metà del '900, non esisteva tra i grandi compositori, almeno in Germania, dove la sua musica fu addirittura vietata. Anche se oggi la nostra stima nei suoi confronti non è più condizionata dal nazismo, rischia comunque di esserlo a causa della soppressione che è stata fatta della sua figura, che dunque deve ancora sgomitare per guadagnarsi il posto che merita ai nostri occhi tra i grandi compositori. Anche una persona intelligente e colta come Daniel Baremboim, ha recentemente dichiarato che Mendelssohn, per quanto sia stato un grande compositore, poteva tranquillamente non essere esistito e la storia della musica sarebbe stata la stessa. E dire che Baremboim è tutt'altro che filonazista. Sono giudizi che, evidentemente, scaturiscono da posizioni ideologiche estreme.

 



Sarebbe bello invece partire dal contrario, cioè da quest'autore, non disquisendo se somigli o non somigli a Mozart, Schubert o Schumann, ma l'opposto: cos'hanno costoro di più o di meno rispetto a Mendelssohn? Potremmo dire che Schumann, per esempio, ha certamente uno slancio, un'estroversione maggiore, però gli manca il suo equilibrio. E questo perché dovrebbe essere per forza un difetto? Poi sussiste un altro problema, Prosseda lo dice perché proprio il 2 febbraio aveva finito di scrivere un piccolo saggio sull'estetica e sul lirismo mendelssohniano. Nei giorni in cui l'ha stilato, ha riflettuto anche sul fatto che vent'anni fa lui stesso non lo capiva, ritenendo la sua musica inutile, accademica. In realtà questo avveniva perché non lo conosceva e non lo comprendeva. Spesso quello che a noi non piace è ciò che non abbiamo colto. È colpa nostra in quanto non abbiamo avuto le occasioni, ma a volte neanche la voglia, di affrontare un certo autore, oppure siamo stati condizionati da pregiudizi che ci hanno a priori impedito di capire. Certo, è più piacevole e immediato suonare un notturno di Chopin che una Romanza senza parole, ma quella che è stata inizialmente eseguita stasera per instaurare una certa atmosfera, pur non apparendo in se difficile, lo è molto di più del notturno di Chopin. Ma la differenza qual è? È che se un pianista suona male il notturno, nessuno dirà che la musica è brutta ma piuttosto che siamo in presenza di un grande compositore suonato male. Se qualcuno però suona maldestramente Mendelssohn, sarà più facile che si dichiari non bella la sua musica.

 



Risulta quindi difficile separare la qualità dell'interpretazione da quella della musica in se. Lo strumentista è di fronte allora a una grande responsabilità nell'eseguire il pezzo, specialmente se è di Mendelssohn. Lo stesso discorso si può fare con tutti i compositori ancor meno noti di lui o per la musica contemporanea. La dipendenza dall'esecutore è alta, nel senso che questo dovrebbe fare esattamente ciò che l'autore voleva (ma noi non sapremo mai cosa desiderava Mendelssohn), seguendo un approccio che parta dal testo e da una ricerca storica che lo rendano consapevole di cosa vuol dire per il compositore amburghese una legatura o un punto di staccato, rispetto a quello che significa per Mozart, Haydn o Beethoven. In buona sostanza, avere una maggiore preparazione culturale è sicuramente un buon punto di partenza. I grattacapi quindi nell'interpretazione di quest'autore coesistono con quelli che emergono dal lavoro critico fatto sulla musica stessa; è questo secondo Prosseda il nodo centrale, da pianista che, avendo avuto modo d'incidere tutta la sua opera, prima, durante e dopo la registrazione ha sempre ascoltato tutto quello che gli altri hanno inciso, avvalendosi della crescita derivante dai pregi, ma tenendosi anche alla larga da quelli che lui reputa gli errori degli altri. Esistono in realtà non tantissime registrazioni di Mendelssohn, se le confrontiamo con quelle che ci sono della musica di Chopin, Liszt o Schubert, per non dire Beethoven, e quelle a disposizione molto spesso sono per di più saltuarie. Pochissimi strumentisti hanno lavorato identificando un approccio e portandolo avanti con coerenza. Chi registra un disco di Mendelssohn tanto per fare qualcosa, sceglie più che altro le Romanze senza parole, le Variations sérieuses o il Rondò capriccioso, difficilmente porta avanti un ragionamento più articolato o una ricerca.

 



Si rischia quindi di ascoltare dei dischi ben suonati ma che disattendono alcune cose che l'autore scrive, non parliamo del pedale ma, tanto per citare un particolare, delle articolazioni. A mo' di esempio Roberto Prosseda riprende la "Sweet Remembrance", suonandola però diversamente, in maniera volutamente sdolcinata ed eccessivamente sentimentale. Quando si dice che la musica di Mendelssohn, specialmente questi brani nati per il salotto, sia superficiale, frivola e con un altissimo grado di saccarina (così è stato scritto) è perché viene eseguita in un certo modo. Il pianista fa seguire una lettura che conferisce al frammento iniziale appena suonato una diversa espressività, nell'emulazione di un altro filone che vuole evitare toni melliflui, cadendo però nello scolastico. Anche Glenn Gould, che a Prosseda piace tantissimo, spesso suonava le musiche che non gradiva, come alcune sonate di Mozart o anche le Romanze senza parole, in modo tale da farle risultare (e così dimostrare) che erano banali. Se un interprete ha l'obiettivo non di valorizzare la musica, ma di far vedere quanto sia sgradevole (perché non gli piace), onde giustificare la sua posizione estetica, non può certamente essere preso come interprete di riferimento. È questa è una cosa che succede abbastanza spesso. Mendelssohn ha tuttora questo problema, in lui è difficile distinguere la qualità dell'interpretazione da quella della musica stessa. Altra questione di non poco conto: oggi anche i pianisti professionisti, nonché gli studenti, spesso imparano dai dischi. Si apprende, o comunque si viene condizionati, dal loro ascolto.

 



Gli insegnanti hanno in mente una consuetudine, che è quella della loro scuola, della loro nazione, del loro pianista preferito che suona in un certo modo e cercano di perpetuare questo punto di vista, che non è però basato su dei principi fondanti né tantomeno sul testo. E chi più si avvicina a un modello interpretativo lontano dall'originale, più viene premiato, mentre chi cerca letture alternative rischia di essere giudicato negativamente. Per "Mendelssohn svelato" è stato individuato un impaginato di sala che si approssima molto, nelle intenzioni del pianista latinense, al "format" di un salotto, in cui c'è spazio anche per un piacevole colloquiare, proprio come avveniva a casa del compositore nei "Concerti della domenica". Una buona parte dei brani sono pensati per essere eseguiti in un clima del genere. Si schermisce Prosseda all'ipotesi inizialmente avanzata da Luca Ciammarughi, tiene a precisare di non ritenersi il miglior interprete di Mendelssohn, ringraziando per l'apprezzamento, ma è un distintivo che pensa di non appartenergli. Cerca piuttosto di essere un interprete migliore di quello che era ieri e in questo senso può dire oggi di saperne un po' di più, o di essere semplicemente diverso, in una visione in divenire. Con la schiettezza che lo contraddistingue, riconosce che in alcuni dei suoi dischi, risalenti a tredici, quattordici anni fa, suona differentemente da quanto possiamo ascoltare stasera. "Può darsi che io sia peggiorato", asserisce, "non dico che sia migliorato. Cerco sempre, forse perché ora ho meno timore reverenziale per questa musica, di far finta che stia scrivendo io i meccanismi delle relazioni armoniche, del linguaggio e la polifonia che Mendelssohn ha gestito. Non ho più la preoccupazione di fare qualcosa di esagerato.

 



Mi sono reso conto che più si conosce l'autore, più ci si può permettere di essere se stessi poiché sopravviene un'immedesimazione maggiore. Ascolterete quindi dei Lieder ohne Worthe suonati diversamente da quelli che ci sono nei dischi". La Gondoliera in sol minore N. 6 fu scritta a Venezia, durante i primi giorni del soggiorno di Mendelssohn in Italia, dedicata alla pianista Delphine von Schauroth che in seguito suonò il concerto in sol minore. È un brano di grande suggestione, racchiude il mistero che il compositore ha saputo cogliere nella città di Venezia, d'inverno e magari durante la notte. Denota una pregevole liquidità di suono, a contraddire ciò che Massimo Mila e altri hanno scritto sul compositore, quasi fosse capace soltanto di scrivere cose spensierate o superficialmente scorrevoli. Al contrario, era in grado di raccontare anche la parte più scura della nostra interiorità, delle nostre paure, i nostri incubi e abissi. Anzi, lo faceva in maniera forse ancora più intensa, anche se mai esagerando, rispetto ad altri che giocavano di più con gli effetti speciali. Un esempio dell'evoluzione nel tempo del nostro pianista è l'Op. 38 N. 2 in do minore, un lied che lui ha inciso molto più lentamente, magari non in modo statico ma certamente più rilassato di come lo suona oggi, la sua visione del brano è mutata e preferisce eseguirlo in maniera più incalzante e inquieta, anche perché l'armonia e il ritmo in contrattempo gli conferiscono un apodittico senso di ansia. Molto spesso gli interpreti hanno paura di raccontare la parte più scura e inquieta della poetica di Mendelssohn, che invece c'è e non va trascurata, altrimenti sarà facile dire che si tratta di un autore accademico. Nel corso della serata riaffiora a più riprese il vero ostacolo allo svelamento di Mendelssohn, che sta sempre nell'interpretazione e non nella composizione.

 



La terza romanza suonata è il "Duetto" N. 6, sempre dall'Op. 38, dove si possono cogliere due voci liriche, un mezzosoprano e un tenore, che dialogano sotto un letto di morbide terzine d'accompagnamento, con un basso che ogni tanto diventa quasi una terza voce. È bellissimo come Mendelssohn emerga grande drammaturgo. Ci riesce anche se non ha mai dedicato troppo tempo a scrivere opere liriche; tra le sei composte ce n'era anche una su cui stava lavorando, Loreley, rimasta incompiuta. S'imbastisce un dialogo che diventa via via più serrato, quasi un duetto d'amore dove le due voci cantano accoratamente. A Prosseda, autentico cantore mendelssohniano, urge sottolineare questa parte più inquieta, notturna, le angosce che si agitano nel compositore. Troppo poco spesso ci si ricorda che nelle sue partiture esistono sovente indicazioni del tipo "Allegro molto e appassionato", come nel Quartetto Op. 44 N. 2 in mi minore, le quali riportano a un clima pieno di febbre e ansietà. Luca Ciammarughi, bravissimo conduttore della serata, all'uopo ricorda cosa scrisse in una lettera la grande pianista Clara Schumann, nel 1835: "Ho sentito Mendelssohn suonare e non ho mai ascoltato un pianista farlo con così tanta foga". Era un concerto con musiche di Beethoven, di cui lui fu grandissimo interprete, e proprio per il fatto di esserlo, ipotizza Ciammarughi, ha probabilmente un po' frenato la scrittura delle sue sonate. Il sommo compositore di Bonn era ritenuto un colosso tale da indurlo a dedicarsi piuttosto al genere del "charakterstücke", pezzo breve di carattere. Ribatte Prosseda: "È vero però che nelle sinfonie ha tranquillamente sfidato Beethoven, nell'ambito cioè di una forma classica che al contempo si stava innovando.

 



Mendelssohn ha poi scritto diverse sonate, la seconda bellissima per violoncello e pianoforte, quella in fa maggiore per violino riscoperta da Yehudi Menuhin, opere che possiamo considerare di stampo beethoveniano. C'è anche un frammento inedito di sonata per violino e pianoforte. In effetti, lui guardava a Beethoven come un modello da seguire. Negli archivi troviamo anche una sonata giovanile che l'autore tedesco non pubblicò, lo fece la Breitkopf & Härtel a fine '800, in seguito postumamente catalogata da Julius Rietz come Op. 106. E davvero questa si presenta come un "calco" dell'Op. 106 in si bemolle maggiore di Beethoven, essendo assimilabile nella gestione delle figure ritmiche. A testimonianza di come Mendelssohn abbia studiato approfonditamente Beethoven, provando a scrivere qualcosa che partisse da lui. Va tuttavia detto che questa era una consuetudine abbastanza diffusa all'epoca". Molti probabilmente non sanno che i numeri d'opera del catalogo mendelssohniano, dopo il 69, sono tutti postumi, quindi anche il 106. Pure l'unica sonata per pianoforte da lui pubblicata, l'Op. 6 in mi maggiore, è abbastanza vicina al modello dell'Op. 101 di Beethoven, non a livello di temi ma nel modo di svilupparli e di modulare la struttura armonica. Prima di lasciar spazio nuovamente alla musica, si apre un nuovo argomento di discussione. A differenza di altri compositori della sua epoca, Mendelssohn fu personaggio estremamente poliedrico, non soltanto compositore ma pianista, concertista impegnato in tournée, direttore d'orchestra, pittore, poliglotta e riscopritore di molta musica antica, come la Passione secondo Matteo di J.S. Bach, da lui diretta nel 1829, quando aveva vent'anni, portando al recupero moderno di questa grande composizione sacra.

 



Fu anche fondatore del Conservatorio di Lipsia. La sua attività fibrillante va perciò a contraddire l'immagine apollinea e un po' placida di un artista che invece i contemporanei dipingevano come piuttosto nervoso e iperattivo, al punto di sovraccaricarsi di lavoro. Nel febbraio scorso Roberto Prosseda ha suonato Mendelssohn all'Università di Yale, lì ha conosciuto un medico che insegna in quell'istituzione, autore di uno studio su tutto ciò che si sa della cartella clinica del compositore. Pare che fosse stato colpito da un ictus cerebrale dovuto all'ipertensione e, se avesse avuto più attenzione per lo stress, forse questa patologia non sarebbe sopravvenuta. Era una persona dall'attività realmente frenetica, lo si capisce dalla quantità di cose che ha fatto, non solo nel campo della composizione, considerando che è morto a soli trentotto anni. Una prolificità che non raggiunge tuttavia quella di Mozart. Ci sono pervenute (e non sono certamente tutte) oltre settemila sue lettere, tra l'altro non brevi ma molto lunghe e ai tempi non c'era il computer o WhatsApp, cosa che sicuramente gli aveva richiesto molto tempo e anche una notevole sforzo mentale. Inoltre viaggiava moltissimo: soltanto in Inghilterra andò dieci volte, si spostò anche in Italia e allora un viaggio era un qualcosa di molto impegnativo. Forse solo Liszt tra i grandi compositori lo ha superato, in quanto inventore della figura del "Touring Pianist". Mendelssohn viaggiava invece per curiosità, non unicamente per motivi professionali ma anche per cercare ispirazione dai paesaggi. Parlando dell'Inghilterra, il pianista laziale ci ha fatto ascoltare i Trois Fantasies ou Caprices Op. 16.

 



Ma cosa c'entrano con l'Inghilterra? C'entrano perché sono musiche che lui aveva scritto quando era ospite della famiglia Taylor. Spesso, come accadeva all'epoca, scriveva brani per ringraziare gli amici che lo ospitavano, anche come regalo di compleanno. Esistono quindi tanti pezzi che furono dedicati a chi lo accoglieva, come la famiglia Taylor con le tre giovani sorelle, tre ragazze dal carattere diverso che lui volle immortalare in una sorta di ritratto musicale individuale, non tanto estetico ma di personalità. "Una cosa interessante", dice Prosseda, "a proposito della multimedialità della musica è che molto prima di Skrjabin, della realtà aumentata, Mendelssohn aveva espresso musicalmente una fisionomia. C'era questa Ann Taylor che teneva un bouquet di fiori molto profumati, a lei è dedicata la prima di queste fantasie. Il compositore mette a un certo punto un accordo che appare come un tentativo di evocare questo dolce, misterioso, ma anche un po' malinconico profumo che sprigionavano i fiori". Si tratta di pagine magnifiche, purtroppo molto raramente eseguite. Nella N. 2. (Scherzo. Presto) avvertiamo in certi momenti quelle evocazioni quasi elfiche di fate e creature misteriose che il compositore disseminò nella sua musica, divenute punto di partenza per tutto un genere. Non solo autori romantici ma anche novecenteschi si sono ispirati a questo mondo incantato. Anche il caro amico e insegnante di Prosseda, il compianto Charles Rosen, su Mendelssohn era molto critico, lo definì, infatti, come l'inventore del "kitsch religioso", riferendosi agli oratori Elias e Paulus.

 



Anche in questo caso, molto sta nella maniera con cui si concepisce l'interpretazione. A posteriori è facile capire da chi ha preso le mosse tutto un movimento di detrattori che ha puntato l'indice su questo supposto "kitsch". Pienamente condivisibile è il discorso sulle suggestioni elfiche, come quello sui colori, sugli stati d'animo legati alle tonalità, ce lo dice una serie di aspetti che non possono essere una coincidenza. Per Mendelssohn e per tanti altri, l'immagine che si ha in mente al momento della composizione è spesso legata a delle tinte diverse, anche se questa correlazione oggi si è un po' persa. Succede allora che il mi maggiore raffigura l'incanto, infatti le musiche di scena per Sogno di una notte di mezza estate iniziano proprio in quella tonalità. Quando da quest'atmosfera magica si entra nel bosco, si passa alla tonalità di mi minore, che rappresenta il rovescio della medaglia, dall'incantato ci avventuriamo allora in zone d'ombra che agevolano il comparire di un bosco notturno circondato di mistero. Il mi minore si riaffaccia nell'Ouverture tutte le volte che è necessario ricreare quella data atmosfera, ma anche in altre composizioni, come il Concerto per violino e orchestra Op. 64. Mendelssohn tra l'altro scrisse una Romanza senza parole in cui a un certo punto appare il tema del primo movimento "Allegro molto appassionato" di questo concerto. Sovente per il compositore le Romanze sono state un banco di prova, un po' com'è avvenuto per le mazurke di Chopin, brani dalla durata per'altro simile che consentivano ai due autori di lanciarsi in sperimentazioni. Nel caso specifico riconosciamo una corrispondenza tra tonalità e ambientazione.

 



Un'altra tonalità utilizzata è il fa minore, molto tormentata, o il fa diesis minore, che lo è ancora di più, come un abisso della coscienza. Luca Ciammarughi trova affascinante questo discorso sui colori abbinati alle tonalità e, a proposito di questo stimolante argomento, ricorda che Mendelssohn fu anche un pittore che ci ha lasciato una serie di quadri molto interessanti, relativi al suo viaggio in Italia. Roberto Prosseda, personaggio quanto mai eclettico, si lancia in una piccola autopromozione, ricordando che nel novembre 2015 è stata pubblicata l'i-Mendelssohn, una "App" per smartphone ideata dall'Associazione Mendelssohn Italia in collaborazione con la Mendelssohn-Stiftung di Lipsia e realizzata dall'azienda italiana Ubyweb&Multimedia. In sostanza uno strumento di documentazione sul compositore tedesco, il primo di questo tipo per un autore di musica classica, il quale contiene il catalogo opere completo diviso per genere e anche una discografia/bibliografia abbastanza esauriente. C'è anche una Gallery con una ventina di suoi acquarelli e una cinquantina di lettere che ha scritto (in inglese). Per ritornare all'incipit di questo mio reportage, un lavoro di ricerca molto importante del pianista laziale è condensato nel cofanetto di dieci CD che racchiude tutta l'opera pianistica di Mendelssohn, insieme ai dischi dei tre concerti per pianoforte e orchestra e per due pianoforti e orchestra (MWV 0 5 e MWV 0 6), questi ultimi interpretati insieme alla moglie Alessandra Ammara, sua partner pianistica anche nelle opere per pianoforte a quattro mani. Pure queste sono presenti nell'integrale. Riferendosi all'MWV 0 5 e MWV 0 6, il pianista latinense afferma: "Sono due rarissimi e bellissimi concerti, musica di grande virtuosismo, di grande spolvero, che purtroppo non suona ormai più nessuno".

 



Integrale tra l'altro andata veramente a ruba, tanto da aver raggiunto delle quotazioni altissime su eBay. Ma cosa ha fatto scoccare la scintilla per la sua realizzazione? Prosseda è partito subito con l'idea di quest'opera omnia oppure essa è frutto di stratificazioni accumulatesi nel tempo? "Assolutamente no.", dichiara lui, "Io sono sempre stato attratto da tutto quello che si può scoprire, trovo che sarebbe molto meglio andare oltre le cose che già sappiamo fare e questo vale in tutti i campi della vita, familiare e lavorativo. Se ci pensiamo, lo studio, studium in latino, significa proprio aspirare a qualcosa, un concetto che fa il paio con la passione e il desiderio. Non può dunque risolversi in un ripetere a pappagallo, ma implica coinvolgimento, entusiasmo della scoperta e della sperimentazione. Vuol dire andare oltre quello che gli altri hanno già realizzato, similmente a quello che avviene nella ricerca scientifica. Prosseda fa veramente fatica a immaginare un ruolo professionale di musicista, anche di pianista, senza che ci sia una parte d'indagine, cosa per lui indispensabile. E, infatti, se guardiamo alla storia dell'interpretazione c'è quasi sempre quest'aspetto, dell'offrire un punto di vista identitario, sincero, non forzato e che comunque desti interesse. Chi invece oggi viene premiato nei concorsi solo perché è bravo a seguire uno stereotipo già abusato, ha vita breve. Bisogna andare in qualche modo controcorrente, anche se attualmente nel mondo della musica (ma questo vale in tutti i campi), conta più la performance, il rendimento piuttosto che non ciò che si ha da dire."

 



Gli esecutori sono considerati alla stregua di cavalli da corsa, si fanno classifiche come nel tennis, nella Formula 1. In verità, è vero che nel lavoro d'interprete c'è anche l'elemento spettacolare, che è necessario avere l'energia e la solidità mentale per reggere il palcoscenico, tuttavia questo non è sufficiente. Non bisogna aborrire le imperfezioni, i piccoli sbandamenti, quando si manifestano in un artista che ha qualcosa d'interessante da comunicare, il problema è, al contrario, l'impeccabilità tecnica in esecutori stereotipati, che rimangono alla superficie del messaggio musicale. La Fantasia "The Last Rose Of Summer" è basata su un motivo irlandese, una canzone tradizionale all'epoca abbastanza famosa. In questo brano, a proposito di tonalità e colori, Mendelssohn gioca con il mi maggiore, trascolorando poi nel modo minore, come avviene nella musica del Sogno di una notte di mezza estate. Alterna la parte tematica del brano tradizionale, presentata però in fogge sempre diverse, con delle variazioni estemporanee alla maniera della fantasia. Prosseda ha letto una testimonianza dell'epoca che raccontava di un concerto dato da Mendelssohn, in cui lui suonò due Romanze senza parole come bis, la Op. 67 N. 1 in mi bemolle maggiore e la Op 62 N. 6 in la maggiore, due tonalità molto distanti tra loro. Prima però di eseguire l'Op 62 N. 6 fece un'improvvisazione e subito dopo un intermezzo, sempre improvvisato, per passare dal mi bemolle maggiore al la maggiore della seconda romanza. Colpisce molto in questa fantasia l'alternanza tra momenti di grande e disteso lirismo e altri di fibrillazione virtuosistica, tra l'altro molto impegnativi tecnicamente, come spesso succede nell'autore tedesco.

 



"Questo virtuosismo mi fa pensare", afferma Ciammarughi, "che alcuni interpreti siano rimasti lontani da Mendelssohn a causa dell'estrema difficoltà di suonarlo. Ricordo quando ero studente in conservatorio che girava una battuta, qualcuno diceva che se un pianista dovesse essere pagato per il numero di note, dovrebbe suonare Mendelssohn". Pensiamo ai suoi moti perpetui, i trii, la sonata per violino e pianoforte, i finali, tutti aventi un grado di virtuosismo molto elevato. "In realtà la difficoltà", replica Prosseda, "non sta tanto nel suonare tutte le note rapidamente, quello si può fare, non è che suonare Mendelssohn sia più difficile che eseguire Liszt o Moszkowski, però bisogna farlo con una grande attenzione alla trasparenza. Nelle sue partiture ci sono delle linee di basso o altre parti interne molto rapide, addirittura staccate, per cui è impossibile usare il pedale, cosa che invece si può tranquillamente fare in Rachmaninov, Liszt o anche in Chopin e Schumann. L'esecutore si sente quindi più scoperto, più nudo, un po' come avviene anche in Mozart. Occorre un tipo di tecnica non basata sulla potenza, ma su quel controllo millimetrico che unisca la leggerezza con la varietà dinamica. Un limite, secondo me, di molti interpreti che lo affrontano senza avere una preparazione tecnica specifica è proprio questo. Quando sono alle prese con un passaggio impegnativo, diventano un po' meccanici. Non basta suonare con precisione tutte le note perché così si corre il rischio di diventare scolastici. Bisogna mettere la giusta quantità di colore, avere un controllo tecnico dello strumento che sia adeguato, insieme alla fantasia e naturalezza necessarie per sostenere una lunga serie di quartine di fila, anche trenta o quaranta, senza perdere la concentrazione schematica."

 



Spesso le accentuazioni sono quelle che fanno la differenza, il fatto di saper dare una forma lunga, a volte ondivaga e dipendente dall'armonia sottesa. Bisogna entrare nella musica di questo compositore e far finta che tutto sgorghi spontaneamente. Un tema cruciale nel parlare di Mendelssohn è la condanna che i nazisti fecero della sua musica in quanto ebreo, una censura che in realtà risale sino a Wagner, che fu il grande compositore che conosciamo ma anche uomo per certi versi discutibile, scrittore del pamphlet "Il giudaismo nella musica". In questo afferma che i compositori ebrei, pur essendo bravi, non arrivano alla profondità dei tedeschi e cita proprio Mendelssohn come esempio, insieme a Meyerbeer e altri. Si tratta di un giudizio che oggi appare francamente viziato dal punto di vista ideologico. Va da sé che questi frangenti storico/critici possono dare origine a pregiudizi in grado di condizionare anche grandi direttori, blasonate orchestre e solisti. Così è stato e molti di questi nel '900 hanno escluso dal loro repertorio la musica di Mendelssohn. È facile a questo punto arguire che, se avessimo avuto molte più incisioni delle sue opere sinfoniche, al livello di quelle riservate a Mozart, Beethoven o altri compositori, anche la sua considerazione sarebbe stata diversa. Ci stiamo arrivando ora ma Roberto Prosseda, uno dei suoi più strenui apologeti, oggi, nel 2020, fa fatica a proporre quest'autore in concerto. Egli ha ancora una ventina di musiche inedite, ritrovate e poi incise nel 2014, che non è mai riuscito a proporre in recital. Diversi organizzatori, anche milanesi, gli chiedono invece di suonare Chopin o Mozart per vendere più biglietti, mentre di Mendelssohn accettano solo i pezzi più famosi come i Lieder ohne Worthe o cose che la gente già conosce.

 



Non c'è quindi la volontà di rischiare, come se il pubblico fosse completamente inebetito e non capace invece di manifestare la propria curiosità. "Io ho quindi una duplice vita", dichiara, "da un lato quella del recitalista standard che si dedica a un repertorio di pezzi noti, perché quelli vuole sentire la gente secondo gli organizzatori, e dall'altro, quando posso, d'interprete di brani meno noti ma non per questo meno interessanti". Con tali premesse, un tipo d'incontro come questo del 2 febbraio è potuto emergere in tutto il suo valore. Parliamo della Lezione-Concerto, dove allo stesso tempo si divulga e si suona. Anche a livello di "blog" o "social" può essere fatto qualcosa di molto importante, in direzione dello sviluppo di un ponte che sia proteso verso le persone, nella trasmissione di un codice di lettura a vantaggio dei melomani alla ricerca di nuove figure e opere. L'avvincente evento "Mendelssohn svelato - Cultura e istinto, ragione e sentimento" termina con il Rondò Capriccioso Op. 14, per restare nel gioco tra tonalità minore e maggiore, preceduto da tre Romanze senza parole. La prima è la Gondoliera veneziana Op. 30 N. 6 in fa diesis minore, quella più tragica e moderna, in cui il compositore rievoca questo fondo nero, l'abisso, ciò che Wagner non conosceva, evidentemente. La seconda in mi bemolle, bellissima, è in forma di duetto, mentre la terza fu il regalo di compleanno che Mendelssohn fece a Clara Schumann nel 1840: l'Op. 62 N. 6 "Canto di primavera", notissima e ampiamente utilizzata in televisione. Il compositore la eseguì più volte durante la festa a casa di Schumann.

 



Il gran finale è riservato all'Op. 14, una delle pagine più popolari della produzione mendelssohniana. Fu scritto nel 1824, quando il compositore era molto giovane, e ci mostra il suo aspetto di musicista sorgivo, in grado di far erompere la melodia con una rimarchevole spontaneità. È un dittico costituito da un breve "Andante" introduttivo in mi maggiore che conduce a un brillantissimo Presto in mi minore nel tempo di 6/8 ("leggiero"). Come volevasi dimostrare, questo brano è altamente rappresentativo delle doti tecniche spesso richieste all'esecutore dalla musica di Mendelssohn: tocco brillante, incisivo e insieme delicato, tecnica molto curata nello staccato, arpeggi, terze e ottave spezzate da eseguire in scioltezza, di cui è ricco il Finale Presto. Vi confesso che anch'io per tanto tempo sono stato vittima di quei stantii preconcetti divenuti ostacolo alla piena diffusione di questa musica meravigliosa. Per superarli mi è stato d'aiuto quel grande, vero artista che si chiama Roberto Prosseda. Ma ogni convincimento che venga dall'esterno dev'essere accompagnato da uno intimo e personale. La chiave per aprire la porta del cosmo mendelssohniano l'ho ultimativamente ricercata in me stesso, trovandola in una musica che si fa ineffabile espressione di tenerezza familiare. Il giusto battello per traghettare l'animo verso la sfera degli affetti più profondi.

 




Alfredo Di Pietro

Marzo 2020


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