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jueves, 02 de abril de 2020 ..:: Mendelssohn - Complete Piano Works - R. Prosseda ::..   Entrar
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 Mendelssohn - Complete Piano Works - Roberto Prosseda Minimizar


 

 

Del pianista latinense Roberto Prosseda conosciamo lo spumeggiante entusiasmo, la profonda competenza nel suo ambito che si manifesta in svariate e tangibili forme. Lo stimiamo come detentore di una sapienza che non vuole in alcun modo rimanere chiusa in se stessa ma aprirsi agli altri, semplici appassionati o addetti ai lavori che siano, in una sorta di simpatica smania comunicativa. Ai frequentatori dell'onnipresente YouTube non saranno certo sfuggite le sue recenti lezioni, principalmente dedicate ai pianisti ma comprensibili anche a un pubblico più vasto, curioso della tecnica e altri interessanti argomenti che gravitano intorno al cosmo del pianoforte. Altrettanto nota è la sua grande dedizione per uno dei maggiori compositori romantici, il prediletto Felix Mendelssohn Bartholdy, una passione di vecchia data che l'ha portato a identificarsi con la poetica del musicista amburghese sino a poter parlare di una vera e propria affinità elettiva. L'assoluta devozione che Mendelssohn mostrò di avere per la musica e l'arte in generale, quell'intenso attivismo che lo portò nel volgere della sua breve vita a essere compositore, direttore d'orchestra, pianista, organista, riscopritore della musica di Johann Sebastian Bach nonché scrittore, poliglotta, disegnatore e pittore, ha dei tratti di febbrilità che si possono accostare allo zelante dinamismo di Roberto Prosseda, impegnato a tutto tondo non solo con lo strumento (tra l'altro è uno dei pochissimi che ha l'ardimento di cimentarsi con il pedal-piano), ma come organizzatore di eventi, lezioni-concerto, seminari, master class.

Pure docente appassionato, che non esclude dal suo orizzonte la sfida ma anche la collaborazione con i moderni mezzi tecnologici, improbabile duettista con Stefano Belisari (in arte Elio, si, proprio quello delle Storie Tese) e divertito duellante con il pianista/robot Teo Tronico in esilaranti quanto significative tenzoni pianistiche. È tutto sommato naturale che, a un certo punto, la sua perseverante dedizione al compositore amburghese dovesse esitare in un qualcosa di grande, nuovo e memorabile. È stata quindi una relativa sorpresa la pubblicazione nel marzo 2017 del presente cofanetto, contenente la produzione pianistica completa di Mendelssohn, per la prima volta registrata, raccolta in un solo "Box" e comprendente anche diversi brani rimasti inediti sino a pochi anni fa. Un'edizione a beneficio di tutti, dei melomani e della storia. Sono fortemente persuaso che sia destinata a diventare un riferimento, una bussola che orienta in direzione dello sconfinato cuore pulsante pianistico di quest'autore. Un grande lavoro, anche di ricerca, è stato condensato in questi dieci CD, dedicati credo non solo ai "fan" inveterati di Mendelssohn, che qui troveranno sponda alla loro ammirazione, ma anche a coloro che lo conoscono poco o nulla, e altri che lo sottostimano considerandolo un compositore idoneo soltanto a intrattenere le signorine di buona famiglia e nulla più. O ad altri ancora, magari sviati dal preconcetto, che per lungo tempo ha offuscato la sua fama e forse perdura ancora oggi, causa di un immeritato misconoscimento in cui buona parte di responsabilità hanno le persecuzioni antisemite, con relativa censura della sua arte messa in atto dal regime nazista.

Volendo schematizzare brutalmente la vastità di orizzonti che apre quest'integrale, potremmo rapprenderla nel motto "Mendelssohn: tradizione e innovazione." Innanzitutto, i cercatori di bellezze musicali potranno qui trovare abbondantissimo materiale di conoscenza, di puro godimento spirituale e la presa di contatto con composizioni sempre piuttosto brevi (la più lunga non supera la mezz'ora circa), fatte della pasta di quell'ineffabile combinazione tra classico e moderno che è la più nobile espressione del genio di Mendelssohn. Centonovantanove brani fonte d'ispirazione per la proiezione di paesaggi sonori sempre nuovi e imprevedibili, tante volte si può ascoltarli senza che mai smarriscano il loro perenne alone di freschezza. Tra i brani più ispirati troviamo i "Lieder ohne Worthe", quelle romanze senza parole che in verità le contengono tutte senza mai citarne alcuna; la dicitura unisce in una felice formula semantica quelle ampie volute cantabili rievocanti una reminiscenza che si credeva svanita, scolorita dal tempo, l'immagine di un affetto familiare che non si è mai avuto il coraggio, per eccesso di pudicizia, di stringere tra le braccia e riempire di carezze. Pezzi dalla commossa semplicità, mai banali, anche quando esprimono sentimenti trascinanti tramite virtuosistici vortici di note. Un cofanetto fatto di tanta sostanza, sin dal corposo libretto allegato (in quattro lingue) con in appendice l'intero catalogo MWV (MWV: Mendelssohn Werke Verzeichnis) di tutte le opere pianistiche del compositore, indicate con la lettera U, con la corrispondenza alla singola traccia della registrazione.

Un progetto frutto dell'intenso lavoro in cui si è impegnato lo stimato musicologo ed esperto mendelssohniano Ralf Wehner dell'Accademia Sassone delle Scienze di Lipsia (Sächsische Akademie der Wissenschaften zu Leipzig), padre di questo nuovo catalogo tematico pubblicato nel 2009 in occasione del bicentenario della nascita del compositore. La nuova numerazione affianca e perfeziona la preesistente con numero d'Opus, che risulta parziale e cronologicamente non ordinata. "Mendelssohn - Complete Piano Works - Roberto Prosseda" è una pubblicazione di ampie proporzioni che nella sua aspirazione alla completezza include anche otto lieder di rara esecuzione, tra cui quello bellissimo in re maggiore riscoperto pochi anni fa nella Biblioteca Jagiellońska di Cracovia. Qualcosina in realtà manca nelle tantissime tracce che si avvicendano; poca roba: unici brani assenti sono l'Andante e Allegro di molto MWV U 87 (una riduzione pianistica del Capriccio Op. 22, originariamente per pianoforte e orchestra e come tale considerabile una sorta di superfetazione) e quella ristretta collezione in cui i manoscritti sono andati persi o sono irreperibili, parliamo dell'Andante pastorale für Lise Cristiani MWV 193, più altri lasciati incompiuti dall'autore, con l'eccezione dell'Allegro con fuoco in sol maggiore MWV U 147, qui presente nella ricostruzione di Gabrio Taglietti. E sono proprio i Lieder ohne Worthe a fare da apripista con primi due CD, senza ombra di dubbio le composizioni pianistiche più note di Mendelssohn, in tutto 56, di cui solo 36 pubblicate vivente l'autore. La loro felicità espressiva sta nel fondere mirabilmente in una struttura semplice (quasi sempre ABA), derivata dalle più comuni forme liederistiche, una cantabilità di schietta origine vocale con il carattere narrativo.

Nel "senza parole" s'intende affermare il primato della musica sulla parola; è lo stesso Mendelssohn a chiarirlo: "Solo la musica può avere il medesimo significato per tutti, un significato che, comunque, non può essere espresso con le parole". Sarebbe ora di affrancare definitivamente questi brevi ma penetranti pezzi dal sospetto di essere della mera "Salon Music", genere musicale in stile romantico molto popolare in Europa durante il XIX secolo, affidato per lo più al pianoforte solo, fatto di composizioni piuttosto brevi e basate ora sul virtuosismo ora sull'espressione emotiva di un carattere sentimentale. Due elementi indubbiamente presenti nelle romanze di Mendelssohn come generica direttiva, ma lontani nella sostanza da intenti unicamente descrittivi o di superficiale ornamentazione. Diversamente da quello che si potrebbe pensare, suonare delle semplici canzoni (e i lieder, impropriamente tradotti con il termine "romanze", lo sono a tutti gli effetti) è cosa tutt'altro che banale. La loro apparente semplicità, ipotizzabile da uno sguardo alla partitura, viene nettamente smentita all'atto pratico dell'esecuzione. Innanzitutto, la sobrietà di scrittura non è sempre tale, si vedano a proposito le "pepate" romanze che devono seguire tempi veloci e per questo di notevole impegno tecnico. Ma anche quelle più tranquille richiedono un certo tipo di abilità virtuosistica, meno appariscente ma non per questo meno ardua, laddove viene richiesta grande finezza e precisione nel fraseggio, perizia nel controllo delle dinamiche e nel delicato equilibrio del "voicing".

Sono cose che possono sfuggire a un ascolto superficiale, ma non a uno attento. È doveroso sottolineare che, per esempio, sbagliare il dosaggio "decibelico" di una voce significa rovinare irrimediabilmente la magia e l'intelligibilità di un brano nelle sue linee costituenti. Delle vere perle sono le tre Venetianisches Gondellied (Op. 19 N. 6, Op. 30 N. 6 e Op. 62 N. 5), composizioni dalla linea melodica purissima, adorne di una leggerezza quanto mai lontana dall'epidermico. Vivono nell'immagine che si materializza dai motivi dei gondolieri veneziani, sono barcarole che si alimentano dal moto ondulante delle acque, il quale non genera tuttavia instabilità ma piuttosto sublima in nostalgia quel dolce dondolio. Nel movimento la mente è libera di errare, guidata da temi musicali che alla fine ritornano alla melodia principale. Un'ondulazione destinata a estinguersi sfumando dolcemente come in una dissolvenza. Dal lato opposto c'è la Tarantelle MWV U 194, sempre di moto si tratta, ma in questo caso c'è quello frenetico di una tarantella in Presto 6/8, vivace, elettrizzante e non priva di un fine "humor". A concludere quest'ampio primo capitolo dedicato alle Romanze senza parole ci sono quattro Fughe giovanili, rimaste inedite fino al 2009: in re minore, si minore, re minore e sol minore. Passando alle Sonate, nel CD 3 troviamo quelle della maturità, mentre per ascoltare le quattro composte in tenera età bisogna saltare ai CD 9 e 10. Proprio sentendo le giovanili, ma sarebbe più corretto chiamarle infantili poiché ai tempi Mendelssohn aveva solo 11 anni, non si può dar torto a coloro che sostengono la tesi secondo la quale la poetica del compositore era già ben definita sin dai primissimi anni della sua esistenza.

Si rimane sorpresi dalla padronanza dello stile classico, più in la con gli anni unitasi a una concezione innovativa delle forme, foriere di una modernità la cui eclatanza non è mai gridata o sbandierata, e per questo tanto più sottile da afferrare. Non c'è incoerenza se il capitolo delle sonate viene aperto dalla Fantasia (Sonate écossaises) MWV U 92 poiché questa può essere formalmente considerata a tutti gli effetti come una sonata. In essa abita quell'apollinea serenità che contraddistingue larga parte della produzione mendelssohniana, quell'equilibrio generale sempre tenuto sotto controllo e una "vis" poetica che in qualche modo prende le distanze dalle discese torbidamente notturne di certo romanticismo. Ciò non deve tuttavia spingere ad avvalorare quei sospetti che ogni tanto spuntano fuori su questa musica, additata come piacevole ma anche come piuttosto inconsistente: basterebbero le prime battute del "Con moto agitato" per sbugiardare completamente questa tesi, lo dicono le ampie volute in quartine di biscrome che inabissano l'animo in profondità metafisiche e il turbinoso "Presto" in 6/8, che lascia senza fiato tanta è la sua pressione drammatica su chi ascolta. È un tipo di pathos che ritroviamo già dalle prime sonate (1820), ricche di una nobile musicalità concretizzata in forme e strutture lessicali dalla sbalorditiva maturità, in considerazione dell'età, e che inducono a pensare di essere in presenza di un "enfant prodige". Si nuota nelle acque di una fluidità impeccabile, mozartiana nella sua geniale semplicità, già recante una ben riconoscibile personalità artistica, modellata intorno a uno spirito di libertà che nulla ha da invidiare ai romantici più visionari.

Emblematico è pure l'Allegro molto della Sonata in la minore MWV U 8, dove si ammira la capacità di sconfinamento nel fantastico, nell'elfico, evocati da una scrittura saltellante, ritmicamente vivace. Lo scarto temporale di sette anni è avvertibile nella Sonata Op. 106 in si bemolle maggiore MWV U 64, in termini di complessità di scrittura più che nello spirito, che appare sostanzialmente assimilabile a quello delle giovanili. È la terza e ultima delle tre sonate per pianoforte composte da Mendelssohn, allora diciottenne e quindi ancora giovanissimo; in seguito non vorrà più saperne di un genere che sentiva per lui forse troppo coercitivo. Da lì preferì affidare il suo discorso pianistico a forme più brevi, dove la sua fantasia potesse più liberamente esprimersi in forme episodiche. Cambio di genere nel quarto CD, dove ci si barcamena tra rondò, fantasie, capricci e scherzi. Il Rondò Capriccioso Op. 14 MWV U 67, ultimato a Monaco nel 1828, è un brano tra i più popolari (e belli) di Mendelssohn. Quasi come in un teatrale effetto sorpresa, non ci si aspetterebbe dopo l'idilliaca "Introduzione Andante" un "Presto" dal virtuosismo così disimpegnato e ricco di brio. Pagina per lungo tempo gettonatissima nelle sale da concerto e nei salotti, rivela un sapore Biedermeier e una rimarchevole felicità compositiva, in realtà quasi sempre presente nel compositore. Una scorrevolezza che inganna, come spesso avviene nell'autore tedesco, circa le reali qualità che devono essere richieste all'esecutore. Qui per una massima resa è richiesto un "jeu perlè" egregio, fatto di un tocco leggero ma allo stesso tempo incisivo e scintillante, come sicura dev'essere anche la tecnica nello staccato, arpeggi e ottave spezzate.

Tutte doti che Roberto Prosseda dimostra di possedere senza se e senza ma. Emergenti da tenere reminiscenze sono le Trois Fantaisies ou Caprices Op. 16 del 1829. La prima "Andante con moto - Allegro vivace MWV U 70" è dedicata ad Ann, una delle tre sorelle Taylor che ospitarono il compositore durante una vacanza nel Lake District, racconta l'emozione nel ricevere un omaggio floreale, un bouquet di garofani con una rosa nel mezzo. La seconda "Scherzo - Presto MWV U 71" è anch'essa d'ispirazione floreale, in questo caso non garofani o rose ma le tecome gialle che Honoria portava tra i capelli. Non floreale è invece la terza Fantasia "Andante MWV U 72", di una suprema delicatezza appena increspata dal moto del piccolo ruscello di montagna che Felix e Susan, la terza sorella, attraversarono durante una passeggiata a cavallo. Maestro indiscusso del dinamismo in musica, dall'ondeggiare delle Venetianisches Gondellied, al rutilare focoso di tanti suoi Presto, dei "Piano con fuoco" testimoni di moti dell'animo come condizione interiore, all'impercettibile mormorio di un rivo, Mendelssohn riesce sempre a trovare il modo giusto per trasportare l'ascoltatore in situazioni che nulla hanno di statico. Di natura diversa è l'agitazione del brevissimo Scherzo MWV U 69 composto nella tonalità di si minore, percorso com'è da violacei lampi di luce al suo esordio, inframmezzati da un episodio maggiormente disteso, ulteriore prova delle fugaci inquietudini che attraversavano l'animo del giovane musicista. Il Capriccio Op. 5 U 50, anch'esso propulso da un'incessante energia cinetica, riveste un'importanza anche storica essendo il primo lavoro per pianoforte solo pubblicato dal compositore.

Un capitolo a parte meritano le 17 Variations Sérieuses Op. 54, un vertice nella letteratura pianistica romantica per la loro complessità e modernità di concezione. La storia ci dice che furono commissionate dall'editore Mechetti per finanziare un monumento di Beethoven a Bonn, città natale del sommo compositore. Si palesano come un ponte gettato verso i futuri traguardi brahmsiani, traggono alimento da un tema meditativo e su questo viene innalzata una maestosa architettura che contiene tra le sue pieghe le fondamentali tecniche di composizione: canoni, fughe, adagi e scherzi. Si potrebbe a questo punto pensare a un cimento quanto meno caleidoscopico, e tale possiamo considerarlo, ma realizzato senza che la minima disomogeneità formale venga a turbare il discorso, tutto teso nell'olografia di atmosfere che si alternano tra una concentrata immersione in profondità liriche e slanci di passionalità, passando per momenti di rigore schiettamente bachiano (Variazione 10). Si tratta di un'opera che noi ascoltiamo fatta e finita, ma che ha conosciuto diverse fasi di revisione e cesellatura prima di giungere alla versione definitiva. Roberto Prosseda, per dovere di completezza ha egualmente preso in considerazione nella seconda traccia le quattro variazioni postume, escluse dalla versione definitiva e pubblicate nel 2009 da Bärenreiter, inserendole "a latere" della versione originale per consentire all'ascoltatore di seguire il laborioso processo creativo dell'autore. I magnifici Six Preludes and Fugues Op. 35 sono come un ponte ideale gettato verso l'amato Johann Sebastian Bach, un punto di ritorno al passato che coincide con l'ambizioso tentativo di fondere antico e moderno, da sempre preoccupazione e oggetto di studio del compositore.

C'è davvero da perdersi nella bellezza senza tempo di queste autentiche gemme palpitanti di umanità, costantemente sorrette da una nobile ispirazione nel conciliare, integrare nel presente una stagione la cui grandezza è perenne e insondabile, di conseguenza non omissibile. Questi sei Preludi e Fughe Op. 35 rappresentano il vertice del lascito mendelssohniano nel genere, per sviluppo e complessità, tutt'altro che una scimmiottatura del "Well Tempered" bachiano, tanto da meritare l'ammirazione dello stesso Robert Schumann, che certamente doveva seguire con occhio molto attento il giovinetto amburghese di bellissime speranze. Passione antica, contemplate sin dai primi anni di studio, ne troviamo i primi esempi nei quaderni di esercizi del 1819, quando Mendelssohn aveva appena dieci anni. La diecina composta tra il 1820 e il 1826, si racconta nelle ricche note di copertina, sono tutte rimaste inedite fino a pochi anni fa. Il genere della fuga riveste particolare importanza nell'evoluzione artistica di Mendelssohn, una presenza costante nella sua mente e animo, poi ripreso in anni posteriori, tra il 1834 e il 1837, triennio in cui ci fu un autentico ritorno di fiamma per questa difficile forma. Superato il giro di boa di quest'avvincente immersione nel mare pianistico di Mendelssohn (CD 6), facciamo il gradito incontro con un genere compositivo di precipua pertinenza romantica: il charakterstücke, dove il compositore richiama con brevi pennellate particolari stati d'animo, quasi degli schizzi di vivace colore che definiscono un volto, un frangente emotivo da cui si viene colti in un dato momento.

Non ci possono essere dubbi, consapevoli della capacità mendelssohniana di esternare sinteticamente luminescenti sensazioni in forme molto brevi, nel considerare i sette Charakterstücke Op. 7 tra i brani che maggiormente svelano la sua personalità. Alla stregua delle fughe (complice Carl Friedrich Zelter con le sue lezioni berlinesi), pure gli studi furono oggetto di attenzione del compositore sin da bambino, un serbatoio non lasciato disseccare ma rifornito in anni posteriori, quando il naturale processo maturativo condusse il suo pensiero musicale verso una maggiore complessità e una tecnica più evoluta. La fuga, come elevata forma musicale polifonica basata sull'elaborazione contrappuntistica di una o più idee tematiche, occhieggia anche in pezzi dalla concezione molto diversa come questi Charakterstücke. Succede nel sublime e catartico N. 5 in la maggiore MWV U 60, con tanto di apoteosi finale, viatico di un avvicinamento al cuore più intimo e insieme corale della musica. L'Andante e Presto agitato MWV U 141 s'interpone tra questi e la seconda raccolta di brani brevi, questa volta dedicata ai bambini, dei Six Kinderstücke Op. 72. Fu approntata nel 1846 ma pubblicata solo nel dicembre del 1847, un mese dopo la morte del compositore, con il titolo non autorizzato di "Sei pezzi per pianoforte composti come regalo di Natale per i suoi giovani amici da Felix Mendelssohn-Bartholdy". Vere miniature musicali (il brano più lungo non supera la durata di 1:39 minuti, 0:52 il più corto) sono alquanto distanti, se proprio vogliamo fare un paragone, dalle Kinderszenen Op. 15 di Schumann perché fondamentalmente basati sulla semplicità infantile e privi degli inabissamenti metafisici schumanniani.

Si affacciano come delle fotografie atte a riprendere delle situazioni infantili ma, a differenza delle Kinderszenen, non sono corredate da specifici titoli, sono tutte incardinate sulla fresca innocenza tipica di quell'età. L'Albumblatt Op. 117 MWV U 134 e il Perpetuum Mobile Op. 119 MWV U 58 concludono questo sesto CD. Il primo riporta in gran spolvero l'indole piacevolmente cantabile delle Romanze senza parole, nel secondo viene sciorinata una serie interminabile di quartine di semicrome in Prestissimo, in realtà eseguite da Prosseda in Allegro (intorno ai 125 di metronomo) ma con delle microvariazioni agogiche che assecondano in maniera mirabile le cangianti tensioni contenute nel continuo fluire di note. Il risultato è l'allontanamento da ogni forma di meccanicità e l'arricchimento espressivo. I CD 7 e 8 contengono il pulviscolare universo sonoro degli "Juvenilia and Occasional Pieces"; apre le danze il Klaviertstücke N. 1 Allegro, dai sei MWV U 1, che sembra fare il verso al Perpetuum appena ascoltato. Gli Juvenilia sono brani inediti o pubblicati da pochi anni a questa parte, catalogati con la lettera "Z"; due di loro non rientrano nel catalogo Wehner in qualità di produzione ufficiale, poiché fanno parte di un quaderno di esercizi che Mendelssohn scrisse intorno al 1819-20, durante gli studi con Carl Friedrich Zelter. Apprendo dalle note di copertina, le quali più che delle semplici note sono un vero e proprio saggio, che le Variazioni in re maggiore MWV Z 1/119 e la Suite in sol maggiore/minore MWV Z 1/105-108 sono le due uniche composizioni, tra gli esercizi contenuti in questo quaderno, che Roberto Prosseda ha ritenuto opportuno includere nella sua integrale.

La ragione di questa scelta sta nel fatto che tali compiti di scuola rivelano già una creatività e un'identità espressiva degne d'interesse (e un alto grado di piacevolezza aggiungo). Per lo stesso motivo è stato registrato uno degli svariati canoni che il musicista ha composto, catalogati con la lettera "Y". In questo "mare magnum" è davvero difficile individuare una selezione di brani da commentare, sia pur brevemente, senza incorrere nel deleterio effetto "lista della spesa". Ho cercato di evitarlo ma non so, in realtà, con quale risultato. Giudicherà il lettore. Questo è uno dei motivi per cui la mia recensione ha subito un ritardo enorme; tanto, troppo tempo è passato dal ricevimento di questo cofanetto. Il mio desiderio, non appena avutolo tra le mani, era di mettermi sotto a lavorare per stilarne una recensione. Oggetto erano questi dieci CD, ma quei tantissimi brani contenuti nei "pit" e "land" non potevano essere analizzati in una disamina di quelle che sono solito fare. S'imponeva una visione dall'alto, essendo praticamente impossibile una punto-per-punto, brano per brano, foriera di un'annoiante ripetitività che non so che utilità potesse avere. Ecco il dilemma, i tanti mesi trascorsi inani a rimuginare su quale potesse essere la giusta formula per condensare le miriadi di sentimenti che mi avevano attraversato in questi due anni. Parlare di dieci dischi e ben diverso che parlare di uno solo, o due. Dovevo necessariamente dotarmi di una sorta di estrattore, una coclea che girando ricavasse il succo senza danneggiare i micronutrienti musicali. Mi sarebbe piaciuto sgranare una a una le perle di questa meravigliosa collana, raccontare per filo e per segno quali e quante premure Roberto Prosseda abbia avuto per ciascuna di loro, ma non è possibile...

Aperta e chiusa parentesi. Da questo grande prato in fiore colgo qualche margherita, non dico "random" o le prime che mi capitano a tiro, ma quelle che più mi hanno inebriato, divertito o fatto pensare. La prima è la Suite MWV Z1/105-108, dove Mendelssohn diventa un novello Mozart impegnato in un belcanto dalla distinta eleganza, a tratti increspato da lampi di amarezza. Qui si apprezza la perfezione di scrittura e la ricreazione di quel clima squisitamente classico che percolava con irrisoria agevolezza nelle sue vene di bambino. Il Prestissimo in Fa Minore MWV U 45 è una trascinante tarantella. La stranita Bärentanz MWV U 174 rientra nella categoria degli inediti, costellata da brani d'occasione di durata minima. È un pezzo davvero bizzarro, composto nel 1842 durante un soggiorno presso la famiglia Benecke a Londra, singolare anche per l'uso spregiudicato dei registri estremi dello strumento, dove le due mani suonano a ben sette ottave di distanza, usando la prima e ultima ottava con un effetto timbrico straniante. Approdiamo al fulmineo Klavierstück in La Minore MWV U 186 (1843) della piccolissima durata di 0:13 secondi, un primato insuperato di brevità nell'intera raccolta, quasi certamente un piccolo frammento isolato. Auf Fröliches Wiedersehn, Für Minna Berndt MWV U 197 è stata composta nell'anno della morte di Mendelssohn (1847) e risalta come un madreperlaceo gioiello di nitore e purezza melodica, mentre la Sonatina in mi maggiore MVW U 35 nei due tempi di Lento - Moderato mostra una maggior pretenziosità rispetto ai tanti brani minimali di cui sono pieni i CD 7 e 8, un respiro diverso già presagito nell'assorto Lento che sfocia in un movimento dal discreto sviluppo.

Al termine dell'ottavo CD scopriamo una vera chicca: dalla celeberrima A Midsummer Night's Dream Op. 61 i tre brani Scherzo - Allegro molto vivace, Notturno - Con moto tranquillo e la celeberrima Wedding March - Allegro vivace, sotto la dicitura "From the incidental music to". Si tratta sicuramente dell'opera più conosciuta di Mendelssohn, soprattutto la Marcia Nuziale, immancabile "refrain" in ogni cerimonia matrimoniale di oggi e di ieri. Le musiche di scena per l'omonima commedia shakespeariana sono state oggetto di numerose trascrizioni pianistiche da parte di grandi interpreti/compositori; sono presenti in quest'integrale in duplice versione, quella che lo stesso compositore stilò per pianoforte, una eseguita dal solo Roberto Prosseda e un altra a quattro mani con Alessandra Maria Ammara (presente nel decimo e ultimo CD, con l'aggiunta dell'Overture e dell'Intermezzo). L'elfico Scherzo reca vestigia della formidabile limpidezza che Mendelssohn riversò nella scrittura orchestrale e il tentativo, favorito dall'espunzione di talune voci secondarie, di mantenere intatta la straordinaria valenza di una scrittura lieve e veloce. Di maggior suggestione pianistica, lo stupendo Notturno rievoca lo spirito cantabile dei Lieder ohne Worthe, nell'evidenza del contrasto con il ritmo saltellante e serrato dello Scherzo. Come da lied, la struttura è tipicamente tripartita (ABA) e si nutre di un materiale melodico non privo di ambrate connotazioni boscherecce. L'apoteosi giunge con la martellante Marcia Nuziale e la sua sfarzosa armonia, semplice ed efficace.

Fondamentale è l'apporto artistico di Alessandra Maria Ammara nel CD 10 "Complete Works for Four Hands and for Two Pianos". Non me ne voglia la grande pianista fiorentina, coniuge di Roberto Prosseda e interprete di eccelso livello, che tra l'altro ha studiato con Maria Tipo e Paul Badura-Skoda, reduce da successi in concorsi internazionali tra cui il Casagrande di Terni e l'Ester Honens di Calgary, se la cito soltanto ora, ma l'occasione mi viene proprio da quest'ultimo disco. Esso contiene tutti e cinque i brani originali scritti dall'autore per pianoforte a quattro mani e per due pianoforti, compresa la Sonata in re maggiore MWV S 1, la prima in assoluto composta da Mendelssohn, di mozartiana semplicità di scrittura ma che già contiene i fondamentali elementi della sua poetica. Il lavoro gli fu affidato dall'insegnante Carl Friedrich Zelter, che tanta parte ebbe nello sviluppo della sensibilità contrappuntistica e nell'amore per il sommo "Kantor" di Mendelssohn. Un trasporto talmente grande da segnare l'intero transito terreno di Felix, come antinomia e completamento alla sua innata attitudine al canto. Soffermandoci a volo d'uccello proprio sulla MWV S 1, impossibile che sfugga il divertimento puro che sorregge ogni nota di quest'opera. L'Allegro può essere considerato un po' "à la manière" di un Mozart o Haydn, segue un Menuetto - Trio forbito ed elegante. Il Prestissimo è ancora di squisita marca classica e appare un po' come l'ideale proseguimento del movimento precedente.

Di maggiori ambizioni è la Fantasia in re minore MWV T 1 per pianoforte a quattro mani, disseminata di momenti di riflessione e una cantabilità di stampo operistico (un'autentica aria d'opera possiamo considerare l'Andante - Più Moto, come operistico è il Duetto - Allegro brillante - Op. 92 MWV T 4). È ancora la volta di un cantato inconfondibilmente mendelssohniano, nella pulizia estrema delle linee, nella sfera onirica, in quella familiare innocenza di affetti che rende davvero unico e incondizionatamente amabile quest'autore. Nell'apprestarci alla fine, torniamo a bomba al CD 9, contenente le quattro Sonate giovanili (in fa minore, mi minore, la minore e do minore), scritte da un compositore appena undicenne, e cinque autentiche squisitezze: tre studi e due fughe, conclusive di quest'avvincente viaggio guidato nella meravigliosa musica di Jakob Ludwig Felix Mendelssohn Bartholdy. Cosa possiamo infine dire dell'opera di Roberto Prosseda? Due cose che sono inoppugnabilmente sotto gli occhi di tutti: quest'imperdibile cofanetto avrebbe avuto minor valore se fosse stato un semplice "pot-pourri" (alcuni direbbero una "compilation") di brani ripresi da vari interpreti e assiemati in una sorta di centone, così smarrendo unità nell'originalità (e originalità nell'unità). Il fatto che sia un solo pianista a suonare, anzi due, in considerazione della collaborazione con la bravissima Alessandra Maria Ammara, dona grande coerenza stilistico/interpretativa a questo cimento discografico. La compattezza emerge allora come valore aggiunto, mettendo al riparo da scalini, disorientanti difformità o anche eventuali ambiguità di lettura: ogni pezzo è insomma incontestabilmente "suo", dalla testa ai piedi.

Secondo: si arguisce in ogni particolare di quest'edizione, che non esiterei un istante a definire monumentale, una singolare e intima aderenza tra autore ed esecutore, un legame che mi spingo a ritenere anche caratteriale e per questo agevolante la penetrazione in profondità di ciascun brano. S'intravvede allora quest'affinità elettiva che conduce all'esaltazione tanto della cantabilità quanto della drammatica o della divertita eccitazione dei movimenti veloci. La padronanza tecnica, la certosina cura del fraseggio, il calore umano che trapela da ogni nota rende agli occhi dell'ascoltatore un quadro appassionato e appassionante, che giammai si risolve in un freddo e autoreferenziale sfoggio di tecnica pianistica. Si avverte piuttosto un onnipresente alito di toccante umanità, la precisa volontà di non mettere mai al primo posto una sterile visione strutturale, a discapito di una palpitante anima romantica. Beninteso, finezza e analisi non sono in nessun momento trascurate, ma inglobate nelle acque maternali di una superiore musicalità. Non potevano mancare le mie impressioni di audiofilo sulla qualità e carattere timbrico del suono percepiti, un po' discontinui, come le condizioni in cui sono state effettuate le registrazioni. I CD dall'1 al 7 sono stati registrati al Tau Recording Studio di Palazzo Pennisi ad Acireale, sotto le cure del sound engineer Andrea Alia, con un Pianoforte Steinway D 495545. I CD 8 e 9 sono stati invece ripresi a Preganziol e Monticello di Lonigo, ingegnere del suono Matteo Costa, un Borgato 1.282 il pianoforte. Il CD 10, in ultimo, è stato registrato alla Fazioli Concert Hall di Sacile, sound engineer nuovamente Matteo Costa mentre Roberto Prosseda e Alessandra Ammara erano alle prese con due pianoforti Fazioli F 278.

Nei primi sette dischi si nota una discreta dose di riverbero aggiunto in fase di editing, la timbrica dello Steinway è stupendamente morbida, il suono tendente all'ambrato, del tutto privo di spigolosità, levigato e dolce anche nel critico registro medio-alto. Appena discreti sono la definizione e il dettaglio, un po' sporcati dal sensibile riverbero che tende a prolungare il naturale "decay" dello strumento. Passando ai CD 8 e 9 si nota immediatamente una sonorità più asciutta e un riverbero aggiunto praticamente assente, ciò conferisce maggior reattività ai transienti. I contorni sonori del Borgato 1.282 sono ben definiti, il "gap" di nitidezza è piuttosto evidente rispetto ai primi sette CD. Forse minore la fatica d'ascolto, per il fatto che l'organo sensoriale non è costretto a inseguire il dettaglio fine, un po' velato dal riverbero. Il registro medio del Borgato non raggiunge a mio parere la bellezza dello Steinway, risultando leggermente più metallico e a tratti tendente allo squillante. Nel CD 10 si verifica un compromesso tra le due precedenti situazioni: un po' di riverbero aggiunto in fase di rimaneggiamento c'è ma non è eccessivo e, soprattutto, non penalizza troppo la nettezza di contorni e la reattività propria dei Fazioli F 278, uno strumento dal suono brillante e incisivo, potente nell'emissione ma senza punte di argentinità troppo pronunciate. In esso risultano molto ben equilibrati tutti i registri della tastiera (basso, medio e alto), un po' come avviene nello Steinway, che però "canta" con voce più morbida, arrotondata e una pregevole omogeneità timbrica. Davvero magnifica la gamma bassa dei Fazioli, pulita, rotonda, veloce nello staccato.

 




Alfredo Di Pietro

Gennaio 2020


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