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mercoledì 20 giugno 2018 ..:: M.G. Bianchi all'Auditorium Giorgio Gaber ::..   Login
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 Massimo Giuseppe Bianchi all'Auditorium Giorgio Gaber di Milano Riduci


 

 

27° Concerto - Incontri Musicali

Auditorium Gaber - Grattacielo Pirelli

Lunedì 14 maggio 2018 - Ore 21

Pianista

Massimo Giuseppe Bianchi

 

 

Maestri!: Classiche ispirazioni

 

 

Programma

I Parte

 

Franz Schubert

(Lichtenthal, 31 gennaio 1797 - Vienna, 19 novembre 1828)

 

Hüttenbrenner Variationen in la minore D 576

 

Leopol'd Godovskij

(Vilna, 13 febbraio 1870 - New York, 21 novembre 1938)

 

Passacaglia, 44 variazioni, Cadenza e Fuga sul basso iniziale dell'Incompiuta di Schubert

 

 

II Parte

 

Johann Sebastian Bach

(Eisenach, 21 marzo 1685 - Lipsia, 28 luglio 1750)

 

Suite Inglese N. 4 in fa maggiore BWV 809

Prelude

Allemande

Courante

Sarabande

Minuet 1

Minuet 2

Gigue

 

Franz Liszt

(Raiding, 22 ottobre 1811 - Bayreuth, 31 luglio 1886)

 

Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen

 

Fryderyk Chopin

(Żelazowa Wola, 22 febbraio 1810 – Parigi, 17 ottobre 1849)

 

Ballata N. 4 in fa minore Op. 52

 

 

 

Va sul sicuro, si fa per dire, Massimo Giuseppe Bianchi. In apparenza tutto sembra orientato verso una consumata routine concertistica, sin dal titolo del recital, Maestri!: Classiche ispirazioni, il quale sembra sottendere a collaudati meccanismi emozionali. Un teatro dei buoni ed elevati sentimenti che trova in un programma "ad hoc" la sua ragion d'essere. Schubert, Godovskij, Bach, Liszt e Chopin. Lo strumento che campeggia al centro del palcoscenico è uno Steinway & Sons a coda, destinato a emettere suoni che si espanderanno in un auditorium sotterraneo da trecentoquaranta posti a sedere. Ha un'interessante storia quest'ampia sala intitolata a Giorgio Gaber, alla quale si accede dopo aver attraversato un foyer pieno della luce che traspare da una grande vetrata. È sito all'interno del grattacielo Pirelli, uno dei luoghi simbolo di Milano. Il 18 aprile 2002 si verificò un incidente aereo, un Rockwell Commander andò a schiantarsi contro l'edificio alto centoventisette metri. Nell'impatto la struttura riportò danni molto gravi e nella primavera del 2003 ebbero inizio i suoi lavori di restauro. Il 18 aprile 2004 il palazzo venne inaugurato con le sue facciate restaurate, insieme all'Auditorium Giorgio Gaber. Nel disfattismo serpeggiante tra certa critica musicale, il format del recital pianistico viene spesso dato per obsoleto, inattuale. Sembra quasi che il mondo dell'arte oggi sia orientato a ricercare dei nuovi recipienti, talvolta febbrilmente, trascurando forse il fatto che tanto più importante del contenitore è il contenuto, è lì che risiede la vera originalità.

 

 

E in questa "vecchia scatola" inventata da Franz Liszt, il pianista piemontese ha modo di esprimere compiutamente la sua poetica, sempre e comunque, manifestando attenzione per un repertorio che mescola brani celebri ad altri meno o per nulla noti. Alzi la mano chi di voi conosce le tredici Variazioni Hüttenbrenner di Franz Schubert o la terribile Passacaglia, 44 variazioni, Cadenza e Fuga di Godowskij. Qualche appassionato in più forse si è imbattuto in Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen di Franz Liszt; molti, moltissimi senza dubbio conoscono la Suite Inglese N. 4 BWV 809 di J.S. Bach e la Ballata N. 4 in fa minore di Chopin. Ma anche questo non basterebbe a rendere un recital pianistico di per sé stimolante se non intervenisse il fattore umano a renderlo tale, vale a dire l'unicità che ogni artista, ogni uomo, porta dentro di sé. La sua impossibilità a non setacciare ogni cosa attraverso una personalità che è unica tra "una, nessuna e centomila". Da questo punto di vista Massimo Giuseppe Bianchi s'impone come uno dei pianisti più colti e profondi del panorama concertistico attuale, anche se a lui non piace molto darlo a vedere. La sua indole è quanto mai lontana da quello "star system" che elargisce vasta notorietà, in alcuni casi effimera, a chi vuole lasciarsi prendere dai suoi ben oliati meccanismi. Un "semplice" pianista si definisce e tanto gli basta. Secondo uno stantio cliché che fatica a estinguersi, uno sfrenato virtuosismo pare debba fare necessariamente il paio con una brillante estroversione di stampo divistico, salvo poi accorgersi che questo può avere diritto di cittadinanza in un interprete la cui classe e cultura impediscono certe volgari ostentazioni di bravura.

 

 

Ma parlerei in questo caso più propriamente di eleganza, dote che lui sembra possedere in sommo grado. Tanto più spiazzante è quindi rendersi conto delle sue doti di virtuoso straordinario, nel vero senso della parola, in grado di eseguire l'intero corpus di trascrizioni lisztiane delle sinfonie di Beethoven o, come questa sera, un brano che lo stesso Vladimir Horowitz, uno dei sommi virtuosi del '900, rinunciò a eseguire sostenendo che sei mani, non due, sarebbero state necessarie per suonarlo. Nè il pianista piemontese indulge in abitudini richteriane, come quella di suonare con lo spartito davanti, tiene tutto rigorosamente a memoria un programma che più complesso e variegato di questo non potrebbe essere. Non occorre invece un particolare virtuosismo per eseguire il primo brano in programma, le poco conosciute 13 Variazioni su un tema di Anselm Hüttenbrenner (note anche semplicemente come le "Variazioni Hüttenbrenner") in La minore D. 576 di Franz Schubert, risalenti all'agosto del 1817. L'autore prese in prestito il tema dal Quartetto per archi Op. 3 del suo amico Anselm. Bianchi ne da una lettura tersa, cristallina, dove si viene circondati da delicate tinte pastello. Sorprende l'aderenza al mondo schubertiano, ai profumi di un'affascinante Vienna ormai fortemente tesa verso un incipiente Romanticismo. Una rada discografia è sintomatica delle difficoltà insite nella Passacaglia, 44 variazioni, Cadenza e Fuga sul basso iniziale dell'Incompiuta di Schubert di L. Godovskij, brano evitato come la peste dai concertisti per la sua spaventosamente intricata scrittura contrappuntistica, polifonica e cromatica.

 

 

C'è un nesso tra la prima opera e questa, entrambe nel segno di Schubert. La Passacaglia infatti, completata a New York il 21 ottobre 1927, voleva essere commemorativa del centenario della morte del grande compositore austriaco. Il tema è basato sulle prime otto misure della Sinfonia Incompiuta di Schubert. Pregnante la descrizione che ne fece l'americano Abram Chasins, dopo aver ascoltato l'autore eseguire questo pezzo: "Questo era un puro incanto, sia il lavoro stesso che il pianismo di Godowskij. Aveva la fredda e colorata chiarezza di una vetrata". E il pianista, compositore e insegnante lituano fu davvero uno strabiliante virtuoso, grande amico di Albert Einstein, frequentato in epoca moderna da pianisti del calibro di Berezovskij, Scherbakov, Libetta e Hamelin. Padre tra l'altro dei noti e temutissimi 53 Studi sopra gli studi di Chopin, in grado di mettere alla frusta le possibilità meccaniche di qualsiasi esecutore. Ma non di pura meccanicità si può parlare nel caso della lettura di Massimo Giuseppe Bianchi, che adorna di profondi significati questa pagina, ne mette in plastico sbalzo la complessità strutturale proiettandola in un'epica temperie. Questo al di là della tenuta atletica delle sue dita, di grande livello, e della concentrazione che occorre per non perdere la trebisonda in questo autentico ginepraio di note. In tutt'altro clima viene immerso l'ascoltatore con la Suite Inglese N. 4 in fa maggiore BWV 809 di J.S. Bach. Reduce dalla terribile prova della Passacaglia, il pianista indulge in qualche piccola sbavatura. Si tratta d'inezie, cose del tutto normali nell'ambito di un recital così lungo e difficile.

 

 

Esistono varie forme di virtuosismo e non è affatto detto che Bach sia meno temibile di Godovskij, lo è, per esempio, nello snodarsi regolare e costante delle figurazioni ritmiche che, a guisa di tante piccole esplosioni, non consentono all'esecutore di permettersi la benché minima disuguaglianza tra le dita o defaillance d'incisività. A proposito, Bianchi sfodera un bellissimo e saltellante staccato nella Giga finale, dove riacquista sicuro piglio e tiene fermamente le redini dell'implacabile scrittura bachiana. Da lacrime agli occhi è in Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen (Pianto, lamento, preoccupazione, timore), brano di Liszt basato sulla Cantata BWV 12, composta da Bach durante la sua permanenza a Weimar (1708-1717). Emerge una dolente commozione che richiama quel sentimento di "pietas" che con tanta efficacia il Kantor seppe rievocare nella sua produzione sacra, trova una dimensione di sconcertante attualità nella sua magniloquenza. Dalla Ballata N. 4 in fa minore Op. 52 di F. Chopin ci si aspetterebbe il classico "pezzone" di chiusura, quello utile a strappare quanto più possibili applausi al pubblico, entusiasta delle prodezze del pianista di turno. Ma... ancora una volta Massimo Giuseppe Bianchi scombussola le consuetudini concertistiche mettendo completamente da parte eventuali atteggiamenti da primadonna, lui che si fa umile servitore di una concezione altissima della musica, mai scorporata da una lucida analisi architetturale del brano. Ci restituisce una musica a tratti quasi spoglia nella sua elementarità. Solo così è possibile riconquistare quella purezza che troppe concrezioni interpretative accumulatesi nel tempo hanno annebbiato.

 

 

Chopin si presenta a noi con una buona dose di "sprezzatura", che non è aristocratica posa, vale a dire un modo più o meno calcolato per mettersi snobisticamente in mostra, ma frutto di un'interiorità spogliata di ogni orpello. Uno Ballata che fende come una lama leggera i nostri animi, senza posticci quanto esteriori clamori, potente e travolgente nel finale, come in una drammatica chiusa teatrale. Massimo Giuseppe Bianchi, pianista degli "affetti" sussurrati, amabile, ma che sa anche sconvolgere con terribili tempeste musicali, conclude questo incantevole concerto con un bis di Giorgio Federico Ghedini. "È un brano che dura meno di un minuto", dice presentandolo, "si chiama La Ballerina del Circo Equestre Danza sulla Corda. Una metafora nella quale anche il pianista si può riconoscere. A un certo punto, a metà del pezzo, che nonostante sia composto da pochissime note è molto difficile, l'autore scrive: "momento difficile" in cui si verifica una piccola perdita di equilibrio e l'esecutore è chiamato alla restituzione di questa vertigine". I calorosi applausi del pubblico lo convincono a suonare un secondo bis, schubertiano: il Momento Musicale N. 3 dai Sei Op. 94 D 780 Allegro moderato.

 

 

 

 

Alfredo Di Pietro

 

Giugno 2018

 


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