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giovedì 22 agosto 2019 ..:: M. Baglini e I Virtuosi Italiani al "Dal Verme" ::..   Login
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 Maurizio Baglini e I Virtuosi Italiani al Teatro Dal Verme Riduci


 

 

LA PLATEA VERDE NEL CUORE DI MILANO

Storia particolare e antica quella del Teatro Dal Verme, meritevole di essere conosciuta. Inizia nel 1864 con la figura di un cavallerizzo milanese, Gaetano Ciniselli, talmente valente da essere osannato su tutte le piste d’Europa, specialmente famoso in Russia. La sua fama lo portò a essere insignito del titolo di "Cavallerizzo onorario di Sua Maestà il Re d’Italia". Per celebrarlo nella sua città, fu costruito un circo, il Circo Ciniselli, tra le attuali vie San Giovanni sul Muro e Foro Bonaparte. A partire dalla Stagione 1866-1867 cambiò nome in "Politeama", iniziando a ospitare compagnie drammatiche e liriche nei periodi in cui Ciniselli si esibiva all’estero. Purtroppo le proteste degli abitanti del quartiere (pare non fosse un luogo ben frequentato) convinsero il Conte Francesco Dal Verme, erede del nobile casato e proprietario di molti appartamenti nella zona, a intraprendere la trattativa con Gaetano Ciniselli per l'acquisto dell’area del Politeama. Questa si prolungò per diversi anni e alla fine il Conte riuscì a impossessarsene. Era fatta: il 14 settembre 1872 fu inaugurato il magnifico Teatro Dal Verme, edificato su progettato di Giuseppe Pestagalli. Molto grande, poteva ospitare oltre tremila persone, era dotato di una platea trasformabile in gradinata e di un palcoscenico adatto alla messa in scena di opere liriche. Il melodramma scelto per l’inaugurazione fu Gli Ugonotti di Giacomo Meyerbeer. Memorabili furono le prime di Le Villi di Giacomo Puccini (31 maggio 1884) e dei Pagliacci di Ruggero Leoncavallo (21 maggio 1892).

 



Il Teatro Dal Verme acquistò un crescente prestigio, diventando un punto di riferimento per la Milano colta. Negli anni il teatro accolse ogni tipo di spettacolo, divenne il luogo di sperimentazione preferito dai Futuristi, in estate ribalta delle più famose riviste interpretate da stelle come: Dorian Grey, Pietro De Vico, Mario Carotenuto, Pina Renzi, Tino Scotti. Per qualche stagione arrivò addirittura a ospitare incontri di boxe. Negli Anni Trenta fu trasformato in cinema. I bombardamenti del 1943 ne distrussero gli interni e la splendida cupola originaria, poi spogliata di tutte le parti metalliche dagli occupanti tedeschi. Dopo il restauro del 1946 tornò nuovamente al cinematografo, negli anni cinquanta per qualche stagione fu adibito alle riviste musicali, poi ancora al cinema e pure, ogni tanto, ai congressi politici. Si giunse al 1964, anno in cui gli architetti Ernesto Rogers e Marco Zanuso prepararono un progetto che ne prevedeva l'utilizzazione come nuova sede del Piccolo Teatro. Il progetto purtroppo non fu realizzato, soprattutto a causa di difficoltà finanziarie, e si verificò un progressivo abbandono della struttura fino alla chiusura definitiva negli anni settanta. Le cose cambiarono nel 1981: il Comune e la Provincia di Milano acquistarono il Teatro e nel 1987 fu firmata una convenzione con la RAI per la ristrutturazione e trasformazione in auditorium. Incentivo della rinascita fu ospitare le stagioni dell'Orchestra Sinfonica della RAI di Milano, i lavori di rifacimento ebbero inizio nel 1991, ma di traverso si mise lo scioglimento dell'Orchestra della RAI nel 1994.

 



Le opere di ricostruzione s'interruppero e nel 1998 la RAI riconsegnò la struttura al Comune e alla Provincia di Milano. La ripresa dei lavori per fortuna ci fu, iniziata il 18 gennaio 1999. In un tempo molto breve la ristrutturazione fu compiuta e il nuovo Teatro Dal Verme venne inaugurato il 5 aprile 2001, seguì una settimana di concerti e rappresentazioni che coinvolsero le più grandi istituzioni teatrali di Milano. Dall'anno della riapertura è gestito dalla Fondazione I Pomeriggi Musicali. Oggi può vantarsi di essere un centro di cultura ai massimi livelli, proscenio delle maggiori produzioni nazionali ed europee, sede preferita per l'organizzazione di Convegni e Congressi internazionali, Festival di Letteratura, Arte, Cinema e Filosofia. Il Dal Verme è la sede dell’attività sinfonica dell'Orchestra I Pomeriggi Musicali. Si apre a un vastissimo panorama musicale che spazia dal repertorio classico/sinfonico al rock indipendente, jazz, musica elettronica, pop e alla musica folk contemporanea internazionale.

 




CONCERTO DI MAURIZIO BAGLINI E I VIRTUOSI ITALIANI
GIOVEDÌ 19 GENNAIO 2017 ORE 21:00

 



Direttore: Alberto Martini
Pianoforte: Maurizio Baglini

I Virtuosi Italiani:

VIOLINI PRIMI
Alberto Martini
Antonio Aiello
Glauco Bertagnin
Matteo Marzaro
Ilaria Miori

VIOLINI SECONDI
Luca Falasca
Alberto Ambrosini
David Mazzacan
Anne Sophie Freund

VIOLE
Flavio Ghilardi
Alessandro Pandolfi
Marco Nason

VIOLONCELLI
Leonardo Sapere
Giordano Pegoraro
Zoltan Szabo

CONTRABBASSO
Sante Braia


Fryderyk Chopin

Concerto per pianoforte e orchestra N. 1 in mi minore Op. 11 (Versione per orchestra d’archi)
1) Allegro maestoso
2) Larghetto
3) Rondo: Vivace

 
Pëtr Il'ič Čajkovskij
Elegia

 
Dmitrij Dmitrievič Šostakovič

Quartetto N. 8 Op. 110 (Trascrizione per archi)
1) Largo
2) Allegro molto
3) Allegretto
4) Largo
5) Largo

 
MAURIZIO BAGLINI
PIANISTA SINFONICO

 



Mi permetto una nota personale, di "pancia" se vogliamo, distante dal rigore analitico di certa critica professionistica. Sono dalla parte di chi siede nella poltrona di un teatro, catturato dalla lunga introduzione orchestrale di questo concerto: ben 136 misure. Decisamente lunga, più di quella già chilometrica del primo concerto per pianoforte e orchestra di J. Brahms, che si ferma "soltanto" a 90. Chopin non fu un sinfonista, nonostante abbia condotto dei seri studi di composizione con Józef Elsner, noto maestro concertatore nei teatri di Leopoli e di Varsavia. Per di più l'orchestrale è un genere preso in considerazione dal grande compositore soltanto in qualità di sostegno alla scrittura pianistica. È un dato evidente a chiunque si dia la pena di spulciare il Catalogo completo delle opere di F. Chopin: la parte del leone la fa sempre e comunque il pianoforte. Nelle poche composizioni che prevedono un organico anche orchestrale, oltre ai due concerti, troviamo le Variazioni sul tema "Là ci darem la mano" dal Don Giovanni di W. A. Mozart, la Grande fantasia in la maggiore su arie polacche, la Krakowiak e l'Andante spianato e Grande polacca brillante. In questo pomeriggio musicale del 19 gennaio 2017 ho potuto ascoltare il primo Concerto di Chopin nella versione per ensemble di soli archi, protagonisti "I Virtuosi Italiani", complesso nato nel 1989 e stimato come una delle formazioni più attive e qualificate nel panorama artistico internazionale.

 



In origine previsto per un insieme costituito da pianoforte solista, due flauti, due oboi, due clarinetti, due fagotti, quattro corni, due trombe, timpani e archi, viene però eseguito anche con ensemble di dimensioni più ridotte, sino a essenzializzare gli archi in un cameristico quartetto; anzi, pare proprio che fu lo stesso autore, secondo la tradizione, a trascriverlo per pianoforte e quartetto d'archi, trasformando il pezzo da concerto in pezzo da camera. La versione per orchestra d'archi di stasera può contare su un organico costituito da nove violini, tre viole, tre violoncelli e un contrabbasso. Via di mezzo tra il quartetto e l'organico allargato ai fiati e timpani, questo di stasera mi sembra raggiungere la giusta misura. Probabilmente, un buon numero di archi ben asseconda il temperamento di questo concerto, altalenante tra un sontuoso sinfonismo e momenti di assoluto intimismo, dove lo screziato mondo interiore chopiniano sembra ricomporsi in una sola voce. Credevo con il tempo di aver cambiato opinione, invece anche in questa versione si rafforza in me la convinzione di quanto i giudizi d'inconsistenza spesso formulati (anche da illustri musicologi), alla parte orchestrale di questo capolavoro siano tutto sommato ingenerosi. È una riflessione rivolta soprattutto alla splendida introduzione del primo movimento, quasi un'opera nell'opera, mentre ritengo giusta la considerazione del grande didatta e musicologo Piero Rattalino, il quale ha giudicato la parte orchestrale come "quattro note di sostegno", se rivolta però alle sole parti di complemento al pianoforte.

 



A volte si tratta di fugaci riserve, in altre occasioni i toni si fanno più duri ma ancora oggi molti critici ne parlano con sufficienza, come se la partitura dedicata all'orchestra non fosse altro che un compito da disbrigare perché non se ne può fare a meno. Io desidero andare controcorrente, innanzitutto perché stride con il "dovere d'ufficio" il notevole impegno che Chopin mise nel formulare un'esposizione così organica e articolata. A me sembra una perla di rara bellezza, un portentoso aggrumato d'idee da cui si potrebbe sviluppare un'intera sinfonia. In essa c'è già "in nuce" tutto il concerto, il pianoforte allargherà, sviluppandola, la mirabile materia tematica. Il Concerto N. 1 in mi minore per pianoforte e orchestra Op. 11 fu composto nel 1830 da un ventenne Chopin. Prima della pubblicazione il compositore si era impegnato in una prova d'insieme della partitura con un quartetto d'archi nella casa dei genitori, dimostrazione di quanto ogni particolare non fosse stato da lui preso sotto gamba. Oggi riviviamo questa composizione nella Sala Grande, cuore del Teatro Dal Verme, una specie di cattedrale moderna dedicata alla grande musica. Sospese al soffitto, solcato da lunghi tralci metallici paralleli, ci sono numerose parabole acustiche sostenute ognuna da quattro cavi. Delle ampie balconate sorvolano lo spazio sui due lati. Ci sono ben 1436 poltrone a disposizione del pubblico, accolte nella vasta platea a gradinate slanciata verso il palcoscenico. Del legno massello riveste il pavimento e tutta la superficie del palco.

 



Nel primo movimento "Allegro maestoso", all'orchestra è affidato il compito di esporre i due temi principali, il primo nella tonalità di mi minore, l'altro in mi maggiore. Sin dall'esordio l'ascoltatore è calato senza preamboli in un fervente clima romantico, un esordio che con fierezza contiene già in sé quanto verrà poi sviluppato dallo strumento solista. L'ingresso del pianoforte è perentorio, tutto il primo tempo oscilla tra un superbo declamato, fatto di sonorità sfarzose, e l'alternanza con isole di meravigliosa cantabilità. Di un'estrema soavità è il secondo tema. Dopo l'Allegro maestoso l'atmosfera si distende nella Romanza: Larghetto in mi maggiore. Un'assorta meditazione ricolma di un primaverile lirismo romantico che, secondo le dichiarate intenzioni dell'autore, doveva suscitare sentimenti di una tranquilla malinconia, "uno sguardo gentile al luogo che risveglia nel pensiero mille cari ricordi". Una profonda dolcezza muove ogni nota in un andamento erratico, dove la fantasia traccia un ineffabile percorso melodico. Elettrizzante l'avvio del terzo tempo, un Rondò: Vivace che segue immediatamente il Larghetto. L'incipit è un determinato "tutti" dell'orchestra che precede l'entrata del tema principale suonato dal pianoforte. Questo rappresenta il ritornello del Rondò, che si alterna, secondo lo schema classico, con altri temi subentranti. Il terzo tema è riferito senza sottintesi alla "Krakoviac", danza nazionale in tempo 2/4 che fa uso massiccio di sincopi. Chiude questo capolavoro una scoppiettante Coda, esempio di esaltante scrittura pianistica.

 



Maurizio Baglini, pianista virtuoso, affronta risolutamente la brillante e difficile scrittura chopiniana con la formidabile bravura che tutti gli riconoscono. Si rivela anche pianista "sinfonico", in un'accezione del termine inclusiva tanto della potenza di suono che ha nelle dita, perfettamente idonea per una grande sala da concerto, quanto della disposizione verso un immaginario sonoro particolarmente vasto e completo. Esordisce con forza trascinante nel primo tempo, in ogni momento cerca l'intesa con l'orchestra, tiene alta la tensione trasmettendo agli archi i fieri soprassalti espressivi con una mimica, anche corporale, molto eloquente. Baglini non si comporta da solista arroccato nella sua torre d'avorio. Nonostante la sua personalissima cifra interpretativa, insegue costantemente la fusione con i sedici componenti dell'orchestra d'archi. È un'intesa cercata con tutte le forze perché è proprio da questa che può scaturire quella visione di grande coesione che dà fuoco e luce a questa pagina. Il risultato conseguito diventa tangibile in un'interpretazione travolgente, romantica ed estrosa. Il pianista pisano non è artista dalle eccentricità fine a se stesse, ogni sua interpretazione è vissuta dall'interno. Quelle che a prima vista potrebbero sembrare delle "singolarità", sono invece delle scelte che rientrano in un quadro poetico rispondente al suo intimo sentire. Così prorompono le estrosità, i momenti ora idilliaci ora delicatamente ispirati. In altre occasioni il suo umore si scatena in lampeggianti folgorazioni virtuosistiche. Se andiamo a scavare tra quello che c'è oltre le note, troveremo che tutto rientra nella logica dell'urgenza poetica che lo anima in quel momento.

 



In un concerto dal vivo la tensione è sempre palpabile, diversa comunque da quella più "costruita" di una registrazione in studio. C'è la freschezza della sorpresa, il contatto con il pubblico che può influenzare l'interpretazione, farle prendere delle pieghe impreviste. È il bello della diretta, direbbe qualcuno. In questo pomeriggio musicale Baglini si mantiene su una linea di scorrevolezza e mobilità anche nell'esposizione del secondo, amabilissimo tema. Non indugia, come molti altri pianisti, in compiacimenti tutto sommato convenzionali, che molto spesso diventano auto-compiacimenti. Resiste alle lusinghe di un tema così accattivante, nel rispetto di una compatta visione sinfonica. Sembra quasi non voglia trattenere, rallentare quel flusso ininterrotto di prodigalità creativa che in Chopin non ha eguali. Nulla allora sembra turbare la lungimirante visione d'insieme, non ci deve essere nessun ostacolo allo sviluppo di quel pianismo "sinfonico" che, sin dai tempi dell'esordio con la trascrizione lisztiana della nona sinfonia di Beethoven, ha reso inconfondibile Maurizio Baglini. A nessun impaccio, né tecnico né d'ispirazione, è concesso mettersi di mezzo tra lui e quell'aereo, meraviglioso distendersi di melodie a perdita d'occhio, sul filo di un'incoercibile fantasia. Il Larghetto esprime quella candida, speranzosa cantabilità del ventenne Chopin. Da lacrime agli occhi... La tensione del primo movimento si distende in larghe volute, in un canto d'inusitata purezza che Baglini e I Virtuosi Italiani ci porgono con superiore sensibilità.

 



La bellezza è tale da raggiungere l'annullamento di ogni pensiero, la struttura sparisce per lasciare posto a un fluire ininterrotto di freschissime sensazioni primaverili. Dopo l'incanto del Larghetto, erompe incisivo lo spumeggiante Rondò (Vivace) nell'esposizione dei ritmi di danza popolari che lo costellano. Nella seconda parte protagonisti sono stati I Virtuosi Italiani con l'"Elegia" di Pëtr Il'ič Čajkovskij e il Quartetto N. 8 Op. 110 di Dmitrij Šostakovič nella trascrizione per archi di Rudolf Barshai. La struggente composizione del genio russo era stata inizialmente concepita come pagina celebrativa in onore dei cinquant'anni di carriera teatrale di Ivan Vasil'evic Samarin, professore di drammaturgia al Conservatorio di Mosca. Lo stesso che aveva curato la regia dell'Evgenij Onegìn. Il titolo pensato per questa composizione per orchestra d'archi era "Hommage reconnaissant", nel 1885 però Samarin scomparse e nel 1890 Čajkovskij ne autorizzò la pubblicazione con il nuovo titolo "Elégie à la mémoire de Samarin", dedicata con al caro amico defunto. Chiude questo memorabile concerto l'angosciante composizione di Šostakovič, divisa in cinque movimenti. Nel 1960 il compositore si recò a Dresda per seguire le riprese del film "Cinque giorni - cinque notti", di cui avrebbe scritto la colonna sonora. Fu profondamente turbato dalla visione della città devastata, rasa al suolo dai bombardamenti. Preso dall'urgenza di trasformare le sue sensazioni di dolore in musica, compose questo quartetto, dedicato "Alle vittime del fascismo e della guerra".

 



Il Quartetto Op. 110 venne poi eseguito durante i funerali di Sostakovic, nel 1975. Le parole dello stesso compositore fanno luce sulle motivazioni che lo indussero a scrivere una musica così carica di strazio e desolazione: "Provo eterno dolore per coloro che furono uccisi da Hitler, ma non sono meno turbato nei confronti di chi morì su comando di Stalin. Soffro per tutti coloro che furono torturati, fucilati, o lasciati morire di fame. Molte delle mie Sinfonie sono pietre tombali. Troppi della nostra gente sono morti e sono stati sepolti in posti ignoti a chiunque, persino ai loro parenti. Dove mettere le lapidi? Solo la musica può farlo per loro. Vorrei scrivere una composizione per ciascuno dei caduti, ma non sono in grado di farlo, e questo è il solo motivo per cui io dedico la mia musica a tutti loro". I Virtuosi Italiani hanno emozionato il pubblico con la perfezione e intensità delle loro interpretazioni, sia in veste di "accompagnatori" nel concerto di F. Chopin che in veste di personaggi principali nelle ultime due composizioni.

 



Alfredo Di Pietro

Gennaio 2017


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