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 MAC 22 maggio 2017 - Baglini interpreta Schumann Minimize


 

 

Robert Schumann

Papillons.
Dodici pezzi per pianoforte Op. 2

1) Introduzione - Moderato
2) Walzer
3) Walzer - Prestissimo
4) Walzer
5) Walzer - Presto
6) Polonaise
7) Walzer
8) Walzer - Semplice
9) Walzer
10) Walzer - Prestissimo
11) Walzer - Vivo
12) Polonaise
13) Finale

Sonata per pianoforte N. 2 in sol minore Op. 22

1) So rasch wie moglich
2) Andantino
3) Scherzo. Sehr rasch und markirt
4) Rondò. Presto

Carnaval: scènes mignonnes sur quatre notes per pianoforte Op. 9
Musica: Robert Schumann

1) Préambule - Quasi maestoso
2) Pierrot - Moderato
3) Arlequin - Vivo
4) Valse noble - Un poco maestoso
5) Eusebius - Adagio
6) Florestan - Passionato
7) Coquette - Vivo
8) Replique - L'istesso tempo
9) Sphinxes
10) Papillons - Prestissimo
11) A.S.C.H. - S.C.H.A. (Lettres dansantes) - Presto
12) Chiarina - passionato
13) Chopin - Agitato
14) Estrella - Con affetto
15) Reconnaissance - Animato
16) Pantalon et Colombine - Presto
17) Valse allemande - Molto vivace
18) Intermezzo: Paganini - Presto
19) Aveu - passionato
20) Promenade - Con moto
21) Pause - Vivo, precipitandosi
22) Marche des «Davidsbündler» contre les Philistins - Non allegro


MAURIZIO BAGLINI
PIANISTA ROMANTICO "PAR EXCELLENCE"

 

Mirko Gratton

Dopo il concerto al MAC nel settembre dell'anno scorso, suonato in duo con la violoncellista Silvia Chiesa, oggi Maurizio Baglini ritorna in veste di solista con un recital tutto dedicato a Robert Schumann. Un appuntamento imperdibile per chi ama il grande romantico e ha capito che il pianista pisano è, oggi, uno dei suoi più grandi interpreti a livello mondiale. L'affermazione è impegnativa ma mi sento di sottoscriverla in pieno perché Baglini ha ampiamente dimostrato di aver assimilato sin nelle viscere la poetica e il linguaggio schumanniani. Giuseppe Desa da Copertino, monaco asceta del '600, disse al bambino che teneva prigioniero un uccellino in gabbia: "Bisogna tagliare lo filo. Se vuoi che sia libero devi tagliare il filo e non allungarlo di un centimetro ogni volta che l’uccellino prova a volare più in là". Questo ha fatto il giovane pianista toscano, liberando Schumann da ogni minima traccia di meccanicità, scolasticità. In netta antitesi con atteggiamenti paludati, ha dato libero sfogo alla fantasia, all'estro del momento in una visione modernissima e sognante. Mentre camminavo per le vie di Milano, direzione Piazza Tito Lucrezio Caro, dipanavo nella mia mente le note del Carnaval Op. 9, ascoltato la prima volta a dodici anni. Le ho trovate perfettamente attuali anche se calate in una cornice metropolitana; in ognuno dei mille volti che mi passavano accanto riconoscevo un tratto di quei caratteri umani così meravigliosamente descritti. La musica di Robert Schumann ha una tensione speciale verso il futuro, la speranza del bello e del grande che verrà: questa è la sua incontenibile forza.

 

Maurizio Baglini



Papillons Op. 2 fu composto quasi interamente nel 1830, costituito da un'Introduzione, undici tra Valzer e Polonaise (in un rapporto fortemente sbilanciato a favore dei primi) e un Finale. Il compositore ha quasi sempre tratto alimento nelle sue opere dal genere letterario, in questo caso entra in gioco il romanzo Flegeljahre (Anni acerbi) di Jean Paul, scrittore e pedagogista tedesco molto ammirato da Schumann. La dualità esistenziale dei gemelli Vult e Walt si ritrova in Papillons come nel Carnaval, in quest'ultimo incarnata nelle figure di Eusebio e Florestano. Due personaggi timidi e introversi i primi, sanguigni e battaglieri i secondi. La dualità di questi caratteri agli antipodi comprende delle sfumature intermedie, dove la figura di Mastro Raro, il saggio maestro, fa da spartiacque. Una varietà umana individuata dall'artista Schumann, uomo sensibilissimo, al limite del patologico. Pianse un'intera notte alla notizia della morte di Franz Schubert, grande genio che ammirava e da cui aveva anche attinto delle idee. I dodici brevi brani prendono direttamente spunto da altrettanti episodi presenti nell'ultimo capitolo del romanzo di Jean Paul, il Larventanz (Ballo in maschera). Non è una fantasiosa supposizione poiché lo stesso compositore li aveva evidenziati nella copia personale del libro. Nella sua meticolosa precisione, aveva apposto dei tratti verticali e segnato accanto a essi dei numeri che coincidevano con le varie scene della composizione. Nel ballo in maschera si presentano diverse situazioni e colpi di scena, generati dal desiderio dei due fratelli di conquistare la giovane polacca Wina.

 



Accattivante è il contrasto tra l'eleganza dei ritmi danzanti e le situazioni di tensione emotiva che si creano nel corso del mondano ballo in maschera, dietro l'apparente vaporosità dei Valzer e Polonaise si celano tuttavia delle profonde verità esistenziali. Lo stesso autore confessò che i Papillons erano sorti estemporaneamente, in preda al fascino esercitato su di lui dalla lettura del "Larventanz": "Quasi inconsciamente ero seduto al piano e così, uno dopo l'altro, apparvero i Papillons", dichiarò. La composizione ripercorre in musica la rutilante trama della serata danzante, dall'atmosfera di attesa, l'errore iniziale di Walt, la sua corsa trafelata per raggiungere la sala da ballo. Immagini oniriche che nascono sovrapponendosi al reale, uno stivale fatato che all'improvviso si mette a danzare nella sala, pur non essendo calzato da nessuno. Come in un colpo di teatro, a un certo punto Vult e Walt si scambiano gli abiti, indossando il primo quello del secondo e viceversa. Nel quinto episodio Walt e Wina danzano ma, subito dopo, calano la maschera e la loro vera identità si manifesta: è la scena del riconoscimento. Il tema, anche se rimane danzante (un valzer in 3/4) viene presto turbato dai trasalimenti amorosi che si frappongono, in qualche modo spezzando la regolarità del ritmo di danza. Nella settima scena Vult convince Walt a scambiarsi d'abito, così Wina pensa di avere accanto ancora una volta Walt e prosegue inconsapevole nella schermaglia amorosa. Vult capisce che l'oggetto del desiderio di Wina in realtà non è lui ma Walt, che indossava gli abiti di un cocchiere-minatore, poi scambiati con i suoi, quelli cioè della tenera "Spes". Il senso di un amaro fallimento si fa avanti e Vult lascia, deluso e arrabbiato il ballo in maschera.

 



L'alta poetica contenuta in Papillons trova perfetta coincidenza nel pianismo mobilissimo, inquieto e flessuoso di Maurizio Baglini. Con rara perizia descrittiva ricama atmosfere narrative di estrema eleganza. Artista "aristocratico" è stato giustamente definito di recente da un autorevole critico musicale, tuttavia non aprioristicamente, ma solo quando il contesto musicale lo richiede. La variegata temperie espressiva dei Papillon trova puntuale riscontro nella formidabile tavolozza del pianista pisano, oggi, mi sembra, ancor più maturo sul piano del controllo di ogni risvolto tecnico-interpretativo. Maurizio Baglini non perde la sua originalità con il passare degli anni, quella è una sua caratteristica interiore insieme all'irrequietezza, piuttosto ora riesce meglio a mediarle in una coerente e misurata visione d'insieme. Si rivela parimenti abile ritrattista del caleidoscopico mondo sentimentale racchiuso nel Carnaval Op. 9, opera che ha una forte affinità con Papillon Op. 2. La scaturigine letteraria è ancora il romanzo "Flegeljahre" di Johann Paul Friedrich Richter, soprattutto nelle figure del mite Vult e dell'irruento Walt, che riconosciamo negli immaginari Eusebio e Florestano, con l'ingresso di uno nuovo: Mastro Raro. Questo è però identificabile in un personaggio reale, quel Friedrich Wieck che fu suo insegnante di pianoforte e padre di sua moglie Clara. Ancora una volta si palesa la convinzione dell'autore nel ritenere le tematiche del ballo e delle maschere della Commedia dell'Arte come idonee a rappresentare un'attendibile rassegna di tipi e stati d'animo.

 



Nei concetti che esprimono, convivono quelle forti contrapposizioni caratteriali che diventano, in buona sostanza, specchio di vita dell'autore stesso. In questo modo, nel sotterraneo mondo delle allusioni si muovono le maschere del Carnaval Op. 9, ognuna di loro rappresenta più che fisiognomicamente un tipo umano, un'inclinazione dell'animo stesso. Scritto da Schumann tra il 1834 e il 1835 e dedicato al violinista Karol Lipiński, è formato da ventidue piccoli brani, tante miniature in musica (Scènes mignonnes sur quatre notes) la cui brevità probabilmente indusse lo stesso autore a sottovalutarle. Di quest'opera affermò: "L'insieme non ha forse un grande valore artistico, ma può offrire un certo interesse per la varietà delle diverse immagini che vi sono caratterizzate". La storia dimostra come questa valutazione fu più che altro una sottovalutazione, visto che il Carnaval è universalmente considerato come un grande caposaldo della letteratura pianistica. Tutti i brani sono accomunati dall'avere l'una, l'altra o tutte e due le serie di note A-S-C-H e As-C-H, nella notazione tedesca rispettivamente la, mi bemolle, do, si naturale e la bemolle, do, si naturale. Scopriamo così il primo enigma contenuto in questa doppia serie di note, corrispondenti al nome della città di Asch, dove nacque Ernestine von Fricken, allora fidanzata di Schumann; sono però lettere anche incluse nel suo nome: Schumann.

 



Un arcano che Schumann stesso svela: "Le origini di questa composizione risalgono a una particolare circostanza. Una delle mie conoscenze musicali essendo originaria di una piccola città dal nome di Asch e siccome le quattro lettere costituenti questo nome figurano ugualmente nel mio, ebbi l'idea di valermi della loro significazione musicale come punto di partenza di una serie di brevi pezzi, nello stesso modo in cui Bach aveva fatto in rapporto al suo patronimico. Sollecitata la fantasia da codesta trovata, un brano succedeva all'altro senza che me ne avvedessi, e siccome ciò avveniva durante la stagione di Carnevale del 1835, una volta finita la composizione, aggiunsi i titoli e le diedi la denominazione generale di Carnevale". Come vediamo, Schumann fu autore estremamente preciso non solo nella stesura delle partiture, ma anche nel citare le motivazioni, gli stimoli da cui le sue opere sbocciavano. L'altro enigma riguarda la prassi esecutiva. Le "Sphinxes", nono brano del Carnaval consistente in tre sezioni di una sola misura ciascuna, senza indicazione di chiave, tempo o dinamica. Si presentano nella configurazione S-C-H-A, As-C-H e A-S-C-H. Il fatto che Baglini esegua le Sfingi, di solito omesse nella registrazioni o nelle esecuzioni (mentre lui lo fa in entrambe), ha suscitato la disapprovazione di qualcuno. È una scelta che a mio parere va rispettata, adottata anche da altri grandi pianisti del passato come Sergei Rachmaninoff e Alfred Cortot. Il nostro pare non accettare concilianti vie di mezzo, non media ma fa risaltare ogni piccola scena nella sua primigenia potenza espressiva.

 



Avviene in "Eusebius", dove dilata i tempi oltre ogni aspettativa in un gioco d'intima liricità dalla delicatezza senza pari, come impareggiabile è la forza atletica delle sue dita nel provocare travolgenti stati d'animo, vedi "Marche des Davidsbündler contre les Philistins". Le sonorità che scaturiscono dal pianoforte Fazioli sono controllate con fermezza dalle sue dita, che si fanno implacabile artiglio o diafana bacchetta magica. Ascoltando "Coquette" viene da pensare come oggi il pianista amministri la sua esuberanza dinamica con maggior misuratezza. Lo si percepisce anche stasera, nel peso che hanno semicroma e croma in "ff" che compaiono nella quinta misura, e poi ripetute con diverse sfumature dinamiche oltre, in contrasto con il "pp" iniziale e il successivo "p". La mia impressione è che siano meno violentemente sottolineate che in altre occasioni, a vantaggio di una maggior fluidità dello svolgimento. Domina su tutto una superiore eleganza e finezza di fraseggio, che si tengono tuttavia costantemente alla larga da un deteriore sentimentalismo. Graditissimo "extra", non compreso nel programma di sala, è la Sonata N. 2 in sol minore Op. 22. Inclusa nel primo capitolo di un'integrale che, ne sono sicuro, farà storia; quest'opera si distacca dal "minimalismo" di Papillons e Carnaval per conquistare una dimensione più formale. Non fu scritta di getto ma è frutto di una gestazione non breve e piuttosto travagliata. Primo tassello l'Andantino "In Herbste", inizialmente pensato come Lied per canto e pianoforte nel 1828 e in seguito trascritto per pianoforte solo. Il primo e terzo movimento risalgono invece al 1833, mentre il "Rondò. Presto" vide la luce soltanto nel 1835, suscitando però la disapprovazione della moglie Clara Wieck per la sua eccessiva difficoltà.

 



Robert allora lo accantonò soppiantandolo con un finale più "agevole". La prima versione è entrata a far parte del repertorio concertistico come pezzo a se stante, quel "Presto passionato in sol minore" pubblicato postumo, che Baglini ha incluso nella sua integrale insieme alla Toccata Op. 7, ritenuto "il pezzo più difficile mai scritto" dallo stesso autore. Come puntualmente avviene in Schumann, virtuosismo, tecnica e spettacolarità vengono messe al servizio di alti contenuti poetici, in un insieme esaltante. E che incanto vedere l'armonioso e rapido movimento della mano destra di Maurizio Baglini alle prese con le ottave spezzate del finale!
Non c'è nulla da fare, aveva perfettamente ragione Ferruccio Busoni quando diceva: "Colui per la cui anima non è passata una vita non dominerà mai il linguaggio dell'arte"

Bisogna essere pianisti potenti e sottili allo stesso tempo per rievocare l'ardente mondo schumanniano.
E Maurizio Baglini lo è...


Alfredo Di Pietro

Maggio 2017


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