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Thursday, August 22, 2019 ..:: J.S. Bach - Concertos for Pianos and Strings ::..   Login
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 Johann Sebastian Bach - Concertos for 2, 3, 4 Pianos and Strings Minimize


 

 

Per riprendere una fresca istantanea del clima in cui si muove questa giornata dell'Amiata Piano Festival, conviene partire a ritroso dalle impressioni degli artisti coinvolti in quest'evento tutto bachiano. Mentre scrivo queste note, ho davanti a me i CD e il ricco libretto del doppio album "Johann Sebastian Bach - Concertos for 2, 3, 4 Pianos and Strings", terzo appuntamento con la collana "Amiata Piano Festival Live". È abbastanza facile per chi ha vissuto di persona anche uno solo degli eventi del prestigioso Festival riandare indietro con la memoria, le immagini e il sonoro la rinfrescheranno. Tale però è la loro suggestione che anche chi non ha mai varcato la soglia del Forum Fondazione Bertarelli può figurarsi lo splendore, l'eccitazione e l'intenso lavorio che c'è dietro ognuno di questi concerti. Ecco allora profilarsi la doppia valenza di questi "Live", realizzati per chi ha già partecipato a questa grande festa in musica e per chi no. Tuttavia è ipotizzabile una terza "ratio", quella della stratificazione mnemonica di una rassegna particolarmente importante per la vita artistica e culturale del nostro Paese, concetto tanto caro al direttore artistico Maurizio Baglini, che in questo Festival ha profuso tutta la grande energia di cui è capace. Sappiamo che ogni concerto viene registrato, ma non tutti ovviamente possono essere messi a disposizione dell'appassionato, il quale deve "accontentarsi" di alcuni tra i più significativi della rassegna, immortalati poi nella serie "Live". I sei musicisti di vaglia, rivelatisi anche forbiti scrittori, dotati di non indifferente capacità di sintesi, sono riusciti in poche pennellate a tratteggiare l'universo che ruota intorno all'APF e a questo specifico evento.

A Gianluca Luisi, Marcello Mazzoni, Andrea Padova, Marco Scolastra e Federico Guglielmo sono state rivolte le medesime tre domande, ma anche lo stesso Baglini non si è sottratto alla breve intervista, dichiarando coraggiosamente una sua eventuale inadeguatezza al repertorio bachiano, non essendo lui uno specialista del periodo barocco. Francamente io non l'ho affatto sentita, avendo apprezzato una performance equilibrata e assolutamente omogenea con quella degli altri artisti. Molto problematico, se non impossibile, sarebbe stato scindere in questi concerti le quattro personalità artistiche per tentare un'analisi individuale del pianismo di ognuno. E aggiungo anche scorretto, considerati i loro sforzi (perfettamente riusciti) per raggiungere un'armoniosa amalgama. Una concordia che dalla musica passa alle parole, visto che giudizi molto simili sono stati dati da loro sulla bellezza del luogo prescelto per il Festival, l'intensità delle emozioni che scaturiscono dal legame tra arte e natura, l'acustica molto curata della sala. Parole di apprezzamento ci sono state anche per il pubblico, che si è rivelato molto attento e preparato. Federico Guglielmo, direttore dei Solisti Filarmonici Italiani, evidenzia il fascino di un luogo senza tempo, immerso nella dolce maremma grossetana: "l'atmosfera magica al calar della sera con dei panorami che possono solo ispirare il piacere di far musica e la ricerca di una diversa interazione tra artisti e pubblico."

 

 

Commovente l'entusiasmo di Gianluca Luisi, il quale ha parlato di "posto meraviglioso, quasi mistico", la celestiale musica di J.S. Bach" in qualità di arte totale. Marcello Mazzoni ha molto apprezzato il fatto che al Festival: "tutto concorre a mettere gli interpreti nelle migliori condizioni possibili. Le dolci e rilassanti colline che circondano il raffinato Auditorium, la vegetazione lussureggiante, i toni del cielo sono capaci di infondere una serenità ed una concentrazione ideali". Andrea Padova dice della manifestazione che: "ogni mia aspettativa positiva è stata ampiamente superata". Per Marco Scolastra "Il ricordo dell'esperienza all'Amiata Piano Festival è idilliaco, un incontro d'arte alla maniera rinascimentale". L'impaginato della "Track List" segue un criterio di sfoltimento strumentale in base al quale da quattro pianoforti si passa a tre e in ultimo a due. In una progressione parimenti decrescente (per quanto riguarda il Bach-Werke-Verzeichnis), nel primo CD si va dal 1065 al 1063, criterio ribaltato nel secondo, dove figurano i BWV 1060-1061-1062. Un'ottima rappresentanza quindi dell'ampia produzione che J.S. Bach dedicò ai concerti solistici per clavicembalo: ben sette per un solo cembalo (BWV 1052-1058), tre per due cembali (BWV 1060-1062), due per tre cembali (BWV 1063-1064) e un concerto per quattro (BWV 1065). Si tratta di un insieme dalla notevole compattezza, creato negli anni in cui il Kantor risiedeva a Lipsia (1727-36). Al di là dell'alto valore musicale, notevole è la loro importanza storico-evolutiva: grazie a questi il clavicembalo, prima relegato alla funzione di semplice accompagnamento nell'ambito di un concerto, dove realizzava il basso continuo, si apre finalmente al ruolo solistico.

Il fattore "colloquialità" è tenuto nel massimo conto in queste composizioni e coincide con un'altra rimarchevole innovazione, vale a dire la diffusione della musica a più vasti ambiti. Così, dalla corte di Cöthen, la musica di J.S. Bach si espande al consesso borghese del caffè Zimmermann. Un piacere del far musica quindi non più a esclusivo appannaggio dei professionisti ma allargato anche ai dilettanti; tale "democraticità" era già "in nuce" nel fatto che il compositore si avvaleva dell'entusiastico contributo di allievi e figli. Tutto il "corpus" di concerti (a eccezione del BWV 1050) consiste in arrangiamenti di brani già scritti in precedenza per violino, oboe o flauto e orchestra, composti quasi interamente da Bach durante la sua permanenza a Cöthen (1717-1723). Punto di svolta fu il periodo trascorso a Lipsia (1729-1741), in cui il compositore ricoprì la carica di direttore del Collegium Musicum, società di studi musicali fondata da Georg Philipp Telemann nel 1703. L'organico soleva spesso esibirsi al centrale Caffè Zimmermann. Il nostro ensemble esalta la sapidità di queste autentiche golosità musicali con gli ingredienti di un feeling tensivo, indubbiamente acceso dall'esecuzione dal vivo, modalità che sortisce regolarmente risultati diversi dalla registrazione in studio. Intorno a questi capolavori si muove tutto un mondo di sentimenti: grazia, tenerezza, una schietta italianità come nel BWV 1065, elaborazione per quattro clavicembali e archi del Concerto per quattro violini, violoncello e archi in si minore RV 580 di Antonio Vivaldi, facente parte dell'Estro armonico (Op. 3 N. 10).

È risaputo che J.S. Bach stimasse Vivaldi, tanto da dedicare a lui e altri compositori come Alessandro e Benedetto Marcello, Georg Philipp Telemann due raccolte di trascrizioni in cui restò sempre fedele alla struttura di base del concerto grosso, senza mutarne - rispettosamente - le caratteristiche. I quattro pianisti dimostrano la loro tempra virtuosistica nell'Allegro finale in 6/8 del Concerto BWV 1065, contraddistinto da un'ardua tecnica clavicembalistica che loro attagliano splendidamente alla potente percussività dei Fazioli Gran Coda, tra l'altro impegnati in un repertorio che impone grande disciplina, che obbliga a concentrare le energie in direzione di un'attenta integrazione strumentale. Ciò nonostante è viva l'impressione che tale dispendio di forze non abbia in nessun modo privato l'interpretazione di un rilassato piacere concertante, della condivisione in una lettura che risulta solida e vitale, mai costretta in canoni stereotipati. Un taglio eminentemente ieratico, quasi monumentale viene conferito all'incipit del Concerto in re minore per tre clavicembali e orchestra BWV 1063, trascrizione di un concerto per tre violini, andato purtroppo perduto, che prevede un organico di tre clavicembali, due violini, viola e continuo. Anch'esso è concepito sulla falsariga del Concerto Grosso di stampo italiano. Qui come altrove appare riuscito il tentativo di creare un organismo strumentale fortemente unitario, compatto nei concitati momenti d'insieme e diversificato nei momenti di "concertino", quando la dialettica vira verso un dialogo solistico, di duetto e terzetto.

Di alto magistero interpretativo il movimento centrale "Alla Siciliana", ondulante, meditativo e senza l'ombra di quella meccanicità talvolta ravvisabile nelle letture bachiane. Nessuna rigidità espressiva si manifesta anche nell'Allegro del Concerto in do minore per due clavicembali e orchestra BWV 1062, un culmine nell'intesa tra gli strumentisti. Messa da parte la soave agogica sviluppata nei movimenti lenti, qui l'estro personale cede il passo a una grande fluidità ritmico-dialettica, nel contesto di un tessuto polifonico particolarmente denso. Molto convincente è la brillante tensione che l'organico riesce a ricreare, mentre questa è destinata a disciogliersi tra le delizie del successivo Andante. Atmosfera bruscamente troncata dall'Allegro assai, edificato su una solida e regolare base ritmica; in netto contrasto con l'Andante, si dispiega con spunti di veemenza che rasentano la franca aggressività. Si riaffaccia l'annosa questione se sia corretto o meno eseguire sul pianoforte ciò che è stato scritto per il clavicembalo. Per un amatore che è di fronte alla bellezza di queste esecuzioni il discorso cade da sé, vanificata la "querelle" dalle percezioni sensoriali di chi ascolta. Ciò che le rende meravigliose è l'ammaliante amalgama forgiata da valentissimi strumentisti e il contesto acustico del Forum, curato a tal punto da non consentire che gli impulsi percussivi dei quattro Gran Coda Fazioli arringati sul palco (F278 2230, F278 2381, F278 2727 e F278 2771) siano ridotti a marmellata sonora. In questa mia recensione tradisco il desiderio di aver voluto vergare, non senza un pizzico di presunzione, degli "appunti sonori", tentando di ricondurli a una dimensione letteraria, operazione in realtà impossibile perché nulla può sostituirsi alla musica.

Questo doppio album è testimone di una riuscitissima e armonica intersezione tra elementi musicali ed extramusicali, dove una pregevole interpretazione riceve un "surplus" di attrattiva grazie a un magico contorno che predispone l'animo alla contemplazione. Questo mi pare essere il grande valore dell'Amiata Piano Festival, esprimibile in altri termini, secondo la psicologia della Gestalt, come la combinazione di svariati elementi in un tutto diverso e più grande della loro somma. Mi piace pensare all'Adagio dal Concerto per due clavicembali, archi e continuo in do minore BWV 1060 come brano "simbolo" di quest'ennesima avventura nella grande musica. Non si può non rimanere completamente catturati dalla sua circolarità, sorpresi come dei bambini indifesi dalla sua dolcezza, dall'assoluta serenità che ispira. Sono sentimenti che raggiungono un tale livello di nobiltà da elevare queste note a universo in se, a un mondo ideale di affetti che non ha bisogno di altro per immergerci in una pienezza che la vita raramente ci concede. Una "monade" dove si può facilmente perdere contatto con la terra e, guardando tutto dall'alto, vedere se stessi piccoli piccoli su un'immensa superficie. È questo il miracolo dell'immensa polifonia bachiana: il manifestarsi di voci autonome, ognuna dotata di vita propria, che si armonizzano alla perfezione dando il senso della complessità, e insieme della purezza, della natura. Tutto questo è quanto sono riusciti a fare dei magnifici artisti la sera del 30 agosto 2018 al Forum Fondazione Bertarelli, di fronte a un pubblico che immagino completamente sedotto da tanto splendore.

 




Alfredo Di Pietro

Agosto 2019


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