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23. října 2017 ..:: Intervista al maestro Tommaso Lonquich ::..   Přihlásit se
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 Intervista al maestro Tommaso Lonquich Minimalizovat

Tommaso Lonquich (foto di Jonathan Slaatto)

 

 

Alfredo Di Pietro: Maestro, premetto che la sua figura di strumentista mi porta immediatamente a simpatizzare con lei perché, da ragazzo, suonavo il clarinetto a livello dilettantistico. Lei è stato definito "clarinettista formidabile" da Mundo Clásico e dotato di un "timbro sontuoso" da Oberon's Grove. Si riconosce in queste caratteristiche?

Tommaso Lonquich: Leggere una critica positiva è indubbiamente stuzzicante per il proprio narcisismo ed è funzionale poichè sostiene lo sviluppo di una carriera musicale, specialmente se elargita da una testata importante. Trovo che la maggior parte delle critiche assolvano piú o meno banalmente queste due funzioni. Ma è più raro che abbia l'occasione di leggere critiche che vadano oltre al semplicistico, seppur adornato, giudizio di valore. Una "bella" critica è invece quella che si mette in vivo dialogo con l’interpretazione del musicista, magari scovando tra le note sorprese delle quali l’interprete stesso non era conscio. Leggo con piacere quelle critiche che comunicano una tale sensibilitá. Ma questa sensazione di trovarsi sorprendentemente "reinterpretato" accade piú spesso nel dialogo con alcuni membri del pubblico. Si tratta a volte di un giudizio articolato con grande conoscenza e sofisticazione; altre volte la loro veritá giunge con una semplicitá e un'umanitá disarmante – queste critiche sono per me le piú preziose. Recentemente un anziano signore mi ha raggiunto immediatamente dopo aver ascoltato la sonata di Brahms Op. 120 N. 1 e ha voluto a lungo raccontarmi dell'amore per la musica di sua moglie, da poco deceduta. Con gli occhi lucidi, mi ha spiegato le ragioni del perché lei avrebbe goduto di quell'interpretazione, dicendomi che lui stesso era invece ignorante di musica. Il fatto che il suo ascolto, immaginato attraverso l'orecchio di una persona amata, fosse stato cosí percettivo della nostalgia multiforme propria dell’ultimo Brahms mi ha profondamente toccato.

ADP: Al di là delle definizioni, cosa cerca davvero Tommaso Lonquich dal suo strumento? Come è riuscito a plasmare la stupenda morbidezza timbrica che risalta nelle sue interpretazioni?

TL: La ringrazio per aver formulato questa domanda in modo cosí lusinghiero. Piú che dalla bellezza del suono in sè, sono attratto da una costante ricerca della varietá timbrica. Il clarinetto è uno strumento che sa ridere e piangere, cantare e ballare sfrenatamente, puó sospirare intimi segreti d’amore cosí come puó gridare inebriate barzellette o evocare spettri e angeli.  Basta ascoltare i grandi clarinettisti Klezmer (la musica tradizionale ebraica) e ci si accorge che il clarinetto, piú che uno strumento, è un grandissimo attore. Anche per questo ha trovato la sua casa in una miriade di stili musicali, tra i quali la musica classica e il jazz. Cerco quindi di dar vita alla partitura cosí come un'attore interpreterebbe un testo teatrale: mettendo in gioco l'analisi e la fantasia, instaurando un dialogo con il compositore e plasmando musicalmente alcune delle molteplici veritá che quel testo ispira. In tutto questo processo, il sapersi ascoltare e reimmaginare è fondamentale.

ADP: Suo padre Alexander è un pianista, altrettanto sua moglie, con la quale si esibisce spesso in duo. La flautista Irena Kavčič è la sua compagna di vita. Cosa significa vivere in una famiglia dove si respira musica a pieni polmoni?

TL: Chiunque abbia una forte passione sa quanto sia bello poterla condividere e potersi confrontare, specie quando con essa ci identifichiamo profondamente. In questo senso il condiviso amore per la musica mi è molto prezioso, sia in famiglia che nel mio rapporto con Irena. Ma trovo una fortuna ancora piú grande che tra i miei parenti ci siano molti altri interessi e mestieri: questo mantiene aperto un dialogo interessante in piú campi e su piú piani. Per mio padre e Cristina la musica è solo la strada maestra di tanti campi esplorati. Mia madre e suo marito sono amanti della musica ma si occupano professionalmente di etnologia, antropologia e genetica. Sono quindi cresciuto in un ambiente variegato, per niente mono-tematico, e ho sviluppato naturalmente interessi paralleli, come la psicoanalisi, la storia e l’economia. Riguardo alla musica, a volte mi chiedo come sarebbe tornare ad ascoltarla per la prima volta, come se non l'avessi assorbita fin dai primissimi giorni. Provo grande curiositá e un pizzico d'invidia per coloro che hanno l'opportunitá di un'esperienza d’ascolto piú vergine della mia, specialmente riguardo a molti brani che amo profondamente, ma le cui sonoritá mi sono ormai cosí familiari da risultare quasi imbalsamate. A volte, ma troppo raramente, l'ascolto di un’interpretazione particolarmente innovativa e carismatica compie la magia di far rinascere un tale brano, di riportarmi ad un ascolto piú innocente ed entusiasmante.

ADP: Lei ha un'attività artistica molto intensa, si esibisce come concertista in festival negli Stati Uniti, in Europa, Sud America e Asia, collabora con numerosi musicisti in formazioni cameristiche. Da concerti nelle più importanti sale del mondo, protagonista anche di numerose dirette radiofoniche e televisive. È inoltre primo clarinetto in varie formazioni orchestrali, co-direttore artistico di KantorAtelier, un'associazione culturale fiorentina. Ritiene che questo intenso attivismo possa smuovere l'interesse anche dei giovani, oltre che degli attempati abituè delle sale da concerto?

TL: Nella mia attivitá mi relaziono con moltissimi giovani, e non solo attraverso masterclass o progetti formativi. Naturalmente gran parte dei musicisti con cui condivido il palcoscenico appartengono alla mia generazione. Alcuni dei miei colleghi più anziani sono tra i piú giovani in quanto a energie e curiositá. Per quanto riguarda il pubblico, l'etá media è spesso avanzata. Credo che per un certo verso ci sia sempre stata questa tendenza, anche per regioni pratiche: i pensionati hanno più tempo per dedicarsi alla vita culturale e hanno forse in media una maggior maturità d'ascolto per le forme relativamente lunghe della musica classica. Si parla del supposto invecchiamento del pubblico con grande fatalismo, ma non credo che la musica classica sia in alcun pericolo di sopravvivenza. Anzi, oggi in tutto il mondo nascono iniziative bellissime, alimentate da giovani energie, che mettono in gioco talento, obiettivi puri e strategie lungimiranti. Nonostante le difficoltá, per fortuna questo accade anche in Italia. Penso per esempio a due istituzioni delle quali condivido pienamente lo spirito: l’Orchestra Leonore, sostenuta dalla Fondazione ProMusica di Pistoia, e il Festival di Musica da Camera “Trame Sonore” di Mantova – entrambi realtá innovative e di assoluta eccellenza.
Nell'esperienza di direzione artistica con Ensemble MidtVest e KantorAtelier ho io stesso maturato una prospettiva su nuove ed avvincenti concezioni di presentazione musicale, che spero avrò l'occasione di proporre anche in Italia, ad esempio attraverso un festival o una piccola stagione.

ADP: La sua è un'arte fresca e innovativa che tanto fa bene allo svecchiamento della musica. Mi viene in mente una recente affermazione di suo padre: "La classica è viva ma siate audaci", e lei certamente lo è. Lo testimonia la sua volontà di percorrere strade poco battute: con l’Ensemble MidtVest conduce una continua ricerca sulla musica improvvisata che lo ha portato a collaborare con vari artisti e attori. Ha inoltre condotto degli stimolanti laboratori di improvvisazione alla Juilliard School. Ha voglia di parlare di questa sua attività?

TL: L’Ensemble MidtVest, basata in Danimarca, è il gruppo a geometria variabile di cui faccio parte. Ci dedichiamo alla musica da camera in tutte le sue forme, dal duo al nonetto, dal barocco fino alla contemporanea. Da quasi dieci anni lavoriamo insieme anche sull’improvvisazione "pura", un percorso sperimentale nato da una domanda fondamentale: Che cos´è la musica? All’inizio, c’era il vuoto. Ci siamo necessariamente dovuti interrogare sulle radici dell'ascolto: Che cos'è il suono? Come gestire il silenzio? In che modo relazionarsi all'uno e all'altro, come musicista e come ensemble? Cos'è essenziale in un gesto musicale? Viceversa, qual è il grado di complessitá che porta il suono fuori dal significato musicale e verso un caos insignificante? È un lavoro che continua tutt'ora e che occasionalmente proponiamo in concerto. Per definizione, il contenuto di ogni evento musicale è imprevisto, prima di tutto per noi musicisti. Normalmente il pubblico all'inizio è guardingo, non sapendo cosa aspettarsi. Poi l'ebbrezza di una musica nata all’insaputa di tutti, senza reti di sicurezza, lo coinvolge. Dopo il concerto gli spettatori sono spesso insospettiti: ci chiedono se li abbiamo ingannati, per esempio imparando della musica scritta e riproponendola a memoria. Ma non è cosí: se c'è una percepita logica musicale senza premeditazione, è frutto di un ascolto collettivo intenso e di una fantasia viva e sensibile. Dopo tanti anni di esperienza insieme, di discussioni e di esperimenti, le nostre improvvisazioni sono come organismi viventi capaci di comunicazione. Ma non sempre è cosí: nell'improvvisazione pura il rischio è totale. Nei concerti meno azzeccati ci sono segmenti dove l'organismo musicale rimane embrionale e, se comunica, lo fa in modo confuso o banale. Ma questo è un rischio endemico che conosciamo e che siamo pronti a correre.
È interessante notare che da quando improvvisiamo, la nostra interpretazione della musica scrittasi è evoluta enormemente, grazie a un'accresciuta flessibilitá strumentale e a una maggiore empatia "sonora". Anche per questo credo chel’incoraggiamento a improvvisare, pressoché inesistente nella formazione dei giovani musicisti, abbia un potenziale prezioso.

ADP: Quali sono i suoi autori preferiti, quelli più congeniali alla sua visione della musica?

TL: Innumerevoli e molto diversi tra loro: il Rameau delle Boreades, il Mozart delle Nozze di Figaro e del Flauto Magico, lo Schubert del Winterreise e delle ultime sonate per pianoforte, le sinfonie di Schumann, l'ultimo Brahms. E poi Bach, Zelenka, Mahler, Debussy, Ravel, Rachmaninov, Janacek, Ligeti... Tra i compositori d'oggi sono affascinato da Jörg Widmann e Hans Abrahamsen, diversi come sensibilità, ma mossi entrambi da creatività lucide e fantasiose. Ho avuto occasione di conoscerli e suono la loro musica spesso e con piacere.

ADP: Le sue interpretazioni sono ritenute pregevoli anche dal punto di vista tecnico, alcuni critici parlano di una gamma dinamica particolarmente ampia, con dei sorprendenti "fortissimo" e tenuissimi "pianissimo" in cui non viene mai persa la qualità timbrica ed espressiva. È una caratteristica dovuta alla sua indole naturale oppure raggiunta con studi particolari?

TL: Nasce dalla ricerca e da studi approfonditi e continui, anche sugli strumenti antichi. Da una parte sono affascinato dal carattere specifico del clarinetto, da come i compositori ne hanno derivato ispirazione. Mi interrogo su quale sia la personalitá del mio strumento, la sua voce peculiare. Dall’altro lato, sono abbastanza noncurante di una piú recente "tradizione" che vorrebbe limitare la gamma espressiva dello strumento in nome di un supposto purismo, o che vorrebbe fare del clarinetto il veicolo generico di un bel canto o di un virtuosismo monodimensionali. Preferisco lasciarmi trasportare intuitivamente dalle necessitá musicali insite in ogni momento della partitura e cercare contemporaneamente i mezzi tecnici per realizzarle. Trovo per esempio che il vibrato possa dare grande anima al suono del clarinetto quando è usato con buon gusto, cioè come nuance espressiva giustificata. Eppure ci sono molti clarinettisti ed insegnanti che considerano il vibrato un'eresia, nonostante il fatto che numerosi grandi clarinettisti dei tre secoli passati ne facessero un uso cosciente e musicalmente giustificato. In ogni caso il clarinetto è uno strumento con enormi possibilitá sonore ed espressive. Si tratta di esplorarne ed espanderne la voce camaleontica. Ed è la musica stessa a ispirare questa ricerca: non ci sono due note che richiedano lo stesso colore, la stessa pronuncia, la stessa intenzione. Di conseguenza i mezzi tecnici devono essere flessibilissimi e in continua espansione, pur rimanendo fuori scena, "dei ex machina" al totale servizio dell’espressione.

ADP: Come vive la situazione, lei eccellente clarinettista, di essere figlio di un grande pianista? Le vostre idee sulla musica coincidono?

TL: Sono cresciuto ascoltando il vasto repertorio per pianoforte, inclusa la musica da camera, nelle interpretazioni di mio padre. Senza dubbio c’è stato un forte imprinting che ricordo con affetto, anche se non ho mai formalmente studiato con lui. Il mio percorso di studi si è poi allacciato per lo piú a stimoli fuori dalla famiglia, avendo lasciato l'Italia sedicenne per studiare negli Stati Uniti, in Olanda e in Spagna. Negli ultimi anni mio padre e io suoniamo spesso insieme: è un rapporto umanamente e musicalmente prezioso. C'è una grande affinitá e complicitá nel nostro modo di concepire il senso dell’interpretazione e la gestualitá musicale, tuttavia ciascuno di noi ha un'enfasi e un modo di sentire del tutto personale, che rende il dialogo unico e stimolante. È una collaborazione che intendiamo continuare anche in sala di registrazione.


ADP: Maestro, prima di porle quest'ultima domanda, le confesso che mi piacerebbe assistere a un suo concerto in Italia, magari a Milano o Interland. Con questo desiderio le chiedo di anticiparci qualcosa dei suoi futuri progetti.

TL: La mia attivitá continua all'insegna della musica da camera. Oltre al lavoro intenso che svolgo con l'Ensemble MidtVest in Danimarca, nelle stagioni future ho vari appuntamenti a New York con la Chamber Music Society of Lincoln Center, con la quale intraprenderó anche una tournèe del Canada e degli Stati Uniti. Sempre con il Lincoln Center saró ospite di una tournèe Europea durante la quale godremo della bellissima acustica della Wigmore Hall di Londra. Ci saranno poi concerti e festival in Francia, Olanda, Germania e Slovenia.
In Italia continueró la mia collaborazione con Trame Sonore a Mantova (insieme al meraviglioso Quartetto Zaïde) e con l’Orchestra Leonore a Pistoia. Con Olaf Laneri ed i fiati solisti della Fenice proporremo poi a Trieste i quintetti per pianoforte e fiati di Mozart e Beethoven, due capolavori. In veste di solista collaboreró invece con l'Orchestra della RadioTelevisione Slovena e l'Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza. Ci sono poi un paio di progetti discografici che ho a cuoree chespero vedranno la luce già nel 2018.


Alfredo Di Pietro

Agosto 2017


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