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lunes, 27 de mayo de 2019 ..:: Intervista al maestro Luca Schieppati ::..   Entrar
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 Intervista al maestro Luca Schieppati Minimizar


 

 

Alfredo Di Pietro: Maestro, le propongo un piccolo "amarcord". Quando si è acceso in lei il fuoco sacro dell'arte?

Luca Schieppati: Prima di tutto grazie per il pensiero che io abbia in me qualcosa di simile a un fuoco sacro; in realtà ritengo che tutti noi bipedi senzienti e pensanti (secondo me anche i quadrupedi, ma non voglio allargare troppo il discorso) si nasca con una naturale sensibilità per la musica che poi in alcuni ha l'opportunità di svilupparsi e in altri no, per vari motivi, alcuni legati al carattere individuale, altri all'ambiente in cui si ha la ventura o la sventura di crescere. Risponderei dunque alla sua domanda dicendo che, per fortuna, nessuno ha mai voluto né potuto spegnere in me il fuoco dell’amore per la musica che mi accomuna a ogni essere umano, trovando anzi sempre intorno a me ambienti favorevoli e persone adeguate per svilupparlo; fin da bambino, grazie alla fortuna (sfacciata, lo ammetto) di avere come vicina di casa una grandissima insegnante come Edda Ponti, con cui a 5 anni iniziai a studiare il pianoforte. Altro evento favorevolissimo fu poter entrare in Conservatorio a 10 anni nella classe di Paolo Bordoni, Maestro di rara autorevolezza. Ma al di là degli studi specifici di pianoforte, la musica era da sempre presente nella casa dei miei genitori; mio padre in particolare, un copywriter musicofilo nonché talentuoso pianista dilettante, mi trasmise la passione per ogni genere di musica, da Bach ai Beatles passando per Bartok, Hindemith, Gershwin, Duke Ellington e Stravinsky. Se adesso amo definirmi, musicalmente parlando, un onnivoro polimorfo lo devo senz’altro a lui.

ADP: Il motto latino "Primum vivere, deinde philosophari" è per me sempre valido. Il suo vissuto musicale è straordinariamente ricco di eventi. Dalla sua biografia si evince che lei, oltre a essere concertista e didatta, è anche un solerte organizzatore di eventi musicali. Apprezzato anche come conferenziere, è frequentemente invitato a presentare al pubblico programmi e stagioni concertistiche. È risultato vincitore o premiato in numerosissimi concorsi nazionali e internazionali. Questo mi dà il destro per rivolgerle una domanda che potrebbe sembrare spinosa: come reputa l'attuale situazione culturale e musicale del nostro paese?

LS: Più che spinosa la domanda è complessa, perché complessa e molto articolata è la vita culturale di un Paese come l'Italia, dove si trovano davvero situazioni diversissime anche a distanza di pochi chilometri. Da cittadino di una città da sempre culturalmente vivace come Milano, attualmente amministrata benissimo anche per quanto riguarda la politica culturale, mi verrebbe da rispondere che l'ideale sarebbe applicare a tutta l'Italia ciò che si sta facendo qui quanto a interazione virtuosa tra pubblico e privato, pluralità delle proposte e capillarità nella promozione degli eventi, nel segno di uno spirito inclusivo che è da sempre aspetto caratterizzante di Milano e dei milanesi. È possibile applicare questi principi ovunque? Sicuramente sì, purché si parta dal presupposto, come attualmente avviene a Milano, che arte e cultura sono beni di primaria importanza, e la loro fruizione un diritto cui tutti dovrebbero poter accedere. Ecco, mi piacerebbe che questa fosse sempre la premessa, a prescindere dalle diverse posizioni politiche che si alternano alla guida del Paese.

ADP: Un dato che la rende ai miei occhi molto simpatico, oltre alla sua istintiva amabilità, è la meritoria attività nell'ambito dell'associazione Donatori di Musica, della quale lei è anche convinto promotore. Quale dev'essere l'approccio di un interprete nei confronti della persona sofferente?

LS: Ho molto a cuore la mia attività per Donatori di Musica, una rete di musicisti, medici e volontari nata nel 2009 per realizzare stagioni di concerti negli ospedali. L'empatia che la musica sa sempre creare è ancora più intensa quando si entra in contatto con chi lotta con la malattia; e per noi interpreti è una scuola di sincerità, la presa d'atto definitiva che occorre evitare di indulgere alle nostre piccole o grandi vanità, ai nostri più o meno riusciti espedienti retorici, per dare spazio solo alla capacità di farsi tramite della profondità del pensiero musicale degli autori eseguiti, per farlo giungere nel modo più diretto, con tutta l'energia vitale che solo ciò che è autentico sa esprimere. E poi l'importanza di questi concerti va anche al di là del fatto musicale: è un modo per infrangere, con grande semplicità e naturalezza, quel senso di isolamento, di esclusione dalla vita “normale” che un ricovero porta sempre con sé. 

ADP: Con la sua direzione artistica dei Concerti di Spazio Teatro 89 e, dal 2004, degli Spazi Scopricoop di Milano si è aperto un bellissimo capitolo nelle vicende musicali della capitale lombarda. Se possiamo tirare delle somme, si dichiara soddisfatto di queste due esperienze e quanto in realtà hanno influito sull'avvicinamento delle persone alla musica?

LS: Soddisfatto mai, se no mi annoierei. Diciamo che senz'altro c'è la soddisfazione di aver aggiunto un tassello di qualità alla già notevolissima vita musicale milanese. Ma è impossibile, anche volendo, adagiarsi sugli allori: ogni anno vivo le nuove stagioni come una scommessa, sia nel cercare sempre nuove idee che possano essere stimolanti per un pubblico molto esperto ed esigente come quello di Milano, sia per l'eterna sfida nel reperire risorse; anzi, posso lanciare un appello? Del tipo: "Mecenati cercasi"? Offriamo grande musica, artisti meravigliosi, una sala bellissima (l'acustica di Spazio Teatro 89 è una delle migliori per la musica da camera) e tanta simpatia: aiutateci!
Tornando alla sua domanda, difficile dire con precisione se e quanto le stagioni da me organizzate abbiano saputo creare nuovo pubblico. Penso di sì, ma non ho dati statistici verificabili. Sicuramente il nostro successo nel portare da ormai 20 anni musica e interpreti di qualità in periferia è stato di esempio per altre realtà decentrate sorte successivamente, che hanno a loro volta ampliato il numero di persone raggiunte dalla musica classica eseguita dal vivo e reso Milano sempre più una città davvero multicentrica, al pari delle più grandi metropoli europee.

 



ADP: Lei è un grande conoscitore delle tastiere, ha suonato su fortepiani Pleyel, Erard, Walter, Schanz e Boisseleau. Sul pianoforte Steinway appartenuto a Liszt ha eseguito l'integrale delle Parafrasi di Franz Liszt da Opere di Giuseppe Verdi e le Stagioni di Čajkovskij. Da raffinato cultore della prassi esecutiva su strumenti storici, cosa pensa sulla "vexata quaestio" delle esecuzioni filologiche?

LS: Penso che ormai sia difficile prescindere dall'essere, come si usa dire, "storicamente informati" riguardo alle prassi esecutive dei secoli precedenti. L'importante è che ciò sia uno stimolo in più per la creatività dell'interprete, non una gabbia in cui rinchiudersi nel nome di scelte fatte aprioristicamente, forse rassicuranti, ma senz'altro inibenti rispetto alla propria sensibilità individuale, rinunciando oltretutto all'imprescindibile "qui e ora" della performance, che vive più nella variabilità di circostanze imponderabili (lo strumento utilizzato, l'acustica della sala, lo stato d'animo dell'interprete) che non nella rigidità di regole da rispettare. Anche le scelte interpretative più dettagliatamente progettate non possono prescindere da questa imponderabilità; non dico che le ali di una farfalla possano terremotare un'interpretazione; ma che anche piccole differenze nell'acustica possano e debbano influire nel modificare all'occorrenza un fraseggio, un'articolazione, un pedale, questo senz'altro sì. Quindi, informiamoci di tutto; ma stiamo anche sempre pronti a cambiare le carte in tavola in ogni momento, se il nostro senso estetico, il nostro amore per il verosimile nell’espressione di un affetto lo richiede.

ADP: La pratica, non nuova e diffusissima, di eseguire sul pianoforte moderno delle composizioni dedicate al clavicembalo pone l'esecutore di fronte a dei dilemmi tecnici, oltre che interpretativi?

LS: Credo che trasferire al pianoforte il repertorio cembalistico sia qualcosa di affine alla trascrizione, ovvero una pratica che ci obbliga a immaginare un ideale di suono cui avvicinarsi, mettendo in gioco una grande arte del tocco e, non meno importante, tantissima immaginazione, anche nel senso di "capacità di suscitare immaginazione in chi ascolta" (questo è ancora più importante, e non solo con le trascrizioni, s'intende). D’altro canto la scrittura cembalistica ha senz'altro aspetti idiomatici, ma non va dimenticato che anche il cembalo ha sempre avuto, al pari del pianoforte, una valenza di grande astrazione timbrica, nella sua capacità di sintetizzare intere partiture (pensiamo alle trascrizioni di Bach per cembalo solo dei concerti di Marcello o di Vivaldi). Ecco, in questo, nell'essere anche "imitatori di voci", vedo una forte continuità tra i due strumenti. Non penso quindi sia sensato inseguire con il pianoforte il suono del cembalo, che a sua volta inseguiva altre sonorità; se decidiamo di usare le corde percosse anziché quelle pizzicate, sentiamoci liberi di usarle in tutte le loro potenzialità. Ovvio, sempre tenendo presente quanto si diceva prima sulle prassi "storicamente informate", evitando quindi di trasformare Bach o Rameau in Chopin o Debussy.

ADP: La divulgazione culturale occupa un'altra bella fetta della sua vita. Può un accostamento intrigante e inconsueto di autori nei programmi di sala stimolare la curiosità del pubblico invitandolo a un maggior approfondimento della musica?

LS: Penso di sì, o almeno lo spero. Nelle stagioni che organizzo cerco sempre di impaginare i programmi con qualche filo conduttore, spero senza pedanteria e auspico con arguzia, spesso creando anche dei link extramusicali, come l'anno scorso con l'astronomo Giuseppe Gavazzi a introdurre i Pianeti di Holst, o lo storico Giorgio Uberti a raccontare la Comune di Parigi prima di ascoltare le musiche di Shostakovic per il film Novy Babylon, dedicato appunto alla rivolta parigina del 1871.

ADP: Qual è il suo autore prediletto?

LS: Impossibile citarne uno solo; certo per Mozart, in particolare per il suo teatro, ho una predilezione particolare. Ma poi tanti, troppi; tutti, mi vien da dire, anche perché sono facile all'innamoramento appena approfondisco qualche autore. Comunque, per stare al gioco cito, in ordine rigorosamente casuale, almeno Mahler, Janacek, Haendel, Ravel, Schubert, Stravinsky, Chopin; ma anche Smetana, e Verdi. E Puccini. E Rameau. E anche i Beatles, e Bob Dylan, e gli Area; e Gershwin, e Kurt Weill; ed Enzo Jannacci, ed Elio e le Storie Tese; ma anche il Quartetto Cetra. Ecco, adesso forse è più chiaro perché mi piace definirmi onnivoro e polimorfo.

ADP: La valenza di una registrazione discografica può essere un buon punto di partenza per imbastire un discorso. Per lei registrare è creare un lascito, una fotografia del momento che va inquadrata nell'evoluzione del percorso interpretativo o un documento dal valore assoluto, slegato per quanto possibile dalle contingenze?

LS: Difficile immaginare alcunché di esente dall'essere nel proprio tempo. D'altro canto, una registrazione sonora, ben più di una fotografia, ha la particolarità di far rivivere ciò che riproduce come se avvenisse nel presente di chi ascolta; penso quindi che una buona registrazione di una buona interpretazione risponda a entrambe le eventualità della sua domanda, cioè possa essere sia un "fermo immagine" all’interno di un processo evolutivo di un interprete, sia, nella sua vivida presenza durante la riproduzione anche a distanza di tanti anni, un documento con aspetti non legati alle mode interpretative o alla volubilità del gusto, bensì dotato di un'aura di autenticità che il tempo non può intaccare.

ADP: Mi consenta un'ultima domanda maestro... ha per caso un sogno risposto in un cassetto di cui ha perso la chiave? Un desiderio che non è riuscito a realizzare cui teneva particolarmente?

LS: Anche qui, come per gli autori preferiti, l'elenco potrebbe essere lunghissimo: sono un essere fastidiosamente desiderante (il distacco zen purtroppo non mi appartiene) e quindi i miei cassetti, armadi, cassapanche e financo i comò sono tutti stipati di sogni e desideri non realizzati, alcuni per pigrizia, altri perché probabilmente irrealizzabili, che vanno da un'indigestione di caviale e champagne, a un'Odissea nello spazio intergalattico, fino ai viaggi nel tempo (prima di tutto, è ovvio, per riabbracciare persone care che non ci sono più; ma poi mi piacerebbe assai essere presente alla prima praghese del Don Giovanni), e a quelle cose cui più si addice il tacere che il dire. Però, di nuovo volendo stare al gioco, e solo apparentemente riducendo il mio orizzonte ma in realtà allargandolo, dal cassetto dei sogni estraggo qui solo quello di poter avere intorno a me sempre più persone contente che sulla terra esista la musica. Se poi la ascoltassero accarezzando un animale addormentato, allora sarei proprio felice, e il mondo sarebbe salvo.

 




Alfredo Di Pietro

Marzo 2019


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