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domenica 25 ottobre 2020 ..:: Intervista al maestro Giuseppe Rossi ::..   Login
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 Intervista al maestro Giuseppe Rossi Riduci


 

 

Alfredo Di Pietro: Maestro, nel ringraziarla per l'intervista concessami, le rivolgo la prima domanda, che è di prassi: dove, quando e come nasce la sua passione per il pianoforte e la musica in generale?

Giuseppe Rossi: Non ho musicisti in famiglia, ho iniziato per gioco e la passione è venuta con il passare del tempo. Al principio non immaginavo che sarebbe divenuta la mia professione! Solo dopo i primi anni di conservatorio ho avuto il desiderio e la speranza di vivere facendo musica.

ADP: Nel suo curriculum si legge che lei concentra la sua ricerca musicale specialmente su Beethoven e Schumann. Oltre a loro, nel suo repertorio quali altri autori ci sono?

GR: Il pianoforte ha un repertorio sconfinato, non basterebbero due vite per riuscire a studiare tutto quello che è stato scritto per questo strumento! Ovvio quindi che bisogna fare delle scelte. La musica di Beethoven e Schumann mi affascina da sempre e amo moltissimo la musica del '900. Da poco sto scoprendo la musica di Charles Ives, un compositore che di rado si trova nei programmi di recital. Ho inoltre una grande passione per la Musica da Camera che ritengo fondamentale per la formazione di un interprete. 

ADP: Il suo nuovo CD, in collaborazione con Elisa Viscarelli, ci pone di fronte a due opere estreme del genio umano, La Grande Fuga op. 134 e la Sonata op. 106 “Hammerklavier” di Ludwig van Beethoven. In questo risalta una lettura molto misurata, senza clamori, introspettiva e mirata a far emergere con chiarezza la complessa trama contrappuntistica. E' questo l'obiettivo che si era prefissato?

GR: Volevo fortemente che questo disco fosse un grande omaggio al contrappunto beethoveniano. Il disco si apre e si chiude con una fuga, sicuramente la massima espressione dell'arte contrappuntistica. Ho cercato una lettura il più chiara e intellegibile possibile, che mettesse in risalto la grande trama polifonica delle due composizioni. La mia idea era quella di offrire una lettura "orizzontale" seguendo ogni singola voce dell'intricato "gioco" contrappuntistico dei due capolavori. Il desiderio che anima questo progetto discografico è sicuramente quello di offrire all'ascoltatore una sorta di Kunst der Fuge beethoveniana.

ADP: Apprezzo il suo coraggio, in quest'esordio discografico, nel presentarsi con due opere molto ardue, problematiche dal punto di vista della tecnica come dell'interpretazione. E' una scelta dettata dalla ragione o dal cuore?

GR: Penso sia stata una scelta dettata dalla ragione e dal cuore in egual misura. Il mio desiderio era quello di offrire un accostamento originale, una summa del genio compositivo beethoveniano in un repertorio non eseguito di sovente. Soprattutto la versione pianistica della Grande Fuga è a torto poco suonata, forse perché tutti abbiamo nelle orecchie l'originale per quartetto. Quel che Stravinsky affermava dell'opera, definendola "musica contemporanea che rimarrà contemporanea per sempre", non può che essere confermato anche dalla versione pianistica!

ADP: Nell'Hammerklavier lei esprime un pianismo raffinato, ricco d'immaginari sonori e rivelatore di una notevole maturità artistica. Intravvedo in esso una visione alternativa rispetto ad altre letture più stentoree, mirata forse a nettare il mondo beethoveniano da certi eccessi. Nelle sue interpretazioni lei intende prolungare un'ideale linea evolutiva oppure punta alla riconquista dello spirito primigenio che mosse l'autore all'atto della creazione?

GR: La Hammerklavier è una sonata che ha influenzato i compositori di ogni epoca, da Brahms a Ives (nella sua Concord Sonata si possono cogliere chiari riferimenti all'Op. 106). Nelle pagine di questa Sonata  ritroviamo il Beethoven delle grandi sinfonie, della Missa Solemnis. Tuttavia l'aspetto eccezionale che si staglia ai nostri occhi, ascoltando o interpretando quest'Opera, è la sua sconcertante modernità. È musica scritta due secoli fa ma più che mai attuale. Credo che in questo eccezionale lavoro non ci sia molto da aggiungere, correndo il rischio di ottenere un "clangore" sia sonoro che interpretativo di cui la Hammerklavier non ha bisogno. Sicuramente cercare lo spirito primigenio che mosse l'autore è un'operazione tanto affascinante quanto complessa, e penso ciò sia possibile conoscendo a fondo l'evoluzione artistica ma anche umana del compositore nel tempo. È sicuramente il processo che quasi tutti gli interpreti cercano!

ADP: Quali sono i pianisti del passato che ama maggiormente e perché?

GR: Sono cresciuto ascoltando il Beethoven di Arrau... inarrivabile! La sua meticolosa attenzione al fraseggio, la grande capacità analitica e il repertorio vastissimo ne fanno sicuramente uno dei più grandi interpreti del '900. Non posso poi non citare Emil Giles, di cui mi colpiscono il grande potere comunicativo e l'originalità nell'interpretazione.  Definito in patria, più che mai giustamente, pianista delle emozioni.

ADP: Ha proseguito i suoi studi, dopo essersi diplomato con il massimo dei voti e la lode nel 2006, con pianisti/docenti del calibro di Aldo Ciccolini, Ivan Donchev e Maurizio Baglini. Quali sono i valori più importanti che ha assorbito da loro?

GR: Ho avuto l'onore di studiare con grandi pianisti. Aldo Ciccolini, del cui suono conservo un prezioso ricordo. Ivan Donchev, docente e pianista preparatissimo che offre letture sempre convincenti. Maurizio Baglini che fa della ricerca di un'interpretazione unica e personale uno degli elementi caratterizzanti del suo insegnamento. Proprio questo aspetto ha cambiato la mia visione dell'interpretazione pianistica. Ho ascoltato più volte dal vivo il Maestro Baglini e trovo le sue esecuzioni sempre fonte di ispirazione e insegnamento. Appartiene sicuramente a quella schiera di pianisti che insegna suonando, una qualità rara al giorno d'oggi. 

ADP: Lei ha in repertorio anche opere di Alice Tegner, che fu pure insegnante di musica e poetessa. Cosa maggiormente la colpisce di quest'autrice poco conosciuta ai più?

GR: Alice Tegner è stata una recentissima scoperta, svedese di origine nota soprattutto come didatta. Fu conosciuta in Svezia per aver iniziato alla musica schiere di ragazzi. È stato proprio questo suo aspetto di educatrice ad aver colpito la mia curiosità. Ho suonato spesso in concerto la sua sonata per pianoforte e violino, scritta con perizia sia la parte pianistica che quella violinistica, dove sono presenti richiami alla musica di Grieg per quanto riguarda le sonorità e trattazione dei temi.

ADP: Nella vita artistica di pressoché ogni pianista, fondamentali sono i concerti dal vivo e le registrazioni discografiche. Fermo restando che l'esibizione "live" è insostituibile, anche dal punto di vista sociologico, cosa può dare un disco che il concerto non dà, al netto della più facile e immediata fruibilità?

GR: Fissare su disco un'interpretazione è un processo molto complicato. E credo sia pressoché impossibile rimanere pienamente soddisfatti di un'interpretazione nel tempo. La musica è in continua evoluzione: cambia il nostro gusto, il modo di suonare certi passaggi. Credo sia importante fare dischi per lasciare una testimonianza, il ricordo di un'interpretazione. Leggendo la sua domanda non posso non pensare a Glenn Gould, noto per aver abbandonato le sale da concerto dedicandosi  esclusivamente all'incisione di dischi. La ricerca della perfezione aveva portato il pianista canadese a poco tollerare le incertezze presenti in un "live".

ADP: Un'ultima domanda, maestro: quali sono i suoi prossimi progetti e  appuntamenti artistici, ha in cantiere la realizzazione di un altro CD?

GR: Attualmente sto lavorando ad un progetto con la visual artist Beatrice Marinelli, riguardante Mussorgsky. Si tratta di un'idea nata durante il lockdown che spero di portare presto in concerto. Inoltre ho in progetto la realizzazione di un nuovo disco, magari Schumann... vedremo!

 




Alfredo Di Pietro

 

Agosto 2020


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