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Montag, 25. Mai 2020 ..:: Intervista a Francesco Maria Colombo ::..   anmelden
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 Intervista a Francesco Maria Colombo minimieren


 

 

Alfredo Di Pietro: Mi trovo in seria difficoltà nel porle la prima domanda, a causa della sua poliedricità e vastità d'interessi. Se fosse stato semplicemente un musicista, le avrei chiesto come, quando e dove fosse nata la sua passione per la musica. Mi traggo dall'imbarazzo domandando allo scrittore, direttore d'orchestra, fotografo, saggista, critico musicale e conduttore televisivo Francesco Maria Colombo da quale di queste attività si sente più gratificato.

Francesco Maria Colombo: Innanzitutto c'è una grossa dimenticanza, quella di autore di cocktail. È una grande passione che ho sviluppato anche nella frequentazione dell'Accademia Campari, cercando di avere quindi pure un bagaglio tecnico. Devo dire che fare bene un cocktail per un amico o amica giusti, nel momento giusto, riuscendo a centrare la corrispondenza delle miscelazioni alla personalità di chi ti sta di fronte, è una grande soddisfazione. Per quanto riguarda la domanda, più seriamente, la questione è molto semplice: io ho fatto tante cose per il più banale dei motivi, perché me ne piacciono tante e nessuna di queste ha mai saturato i miei interessi. C'è sempre qualcosa che eccede quel che conosco, che ho imparato, e che mi spinge a cercare di apprendere delle cose sempre nuove. Questo crea sicuramente il pericolo di una dispersione, considerando che l'aspetto professionale bisogna coltivarlo con la pratica, con disciplina e continuità mentre io, invece, sono spesso non distratto ma attratto da altre situazioni. Tuttavia, ho cercato di trovare il momento giusto nella vita per occuparmene. Per esempio, ho iniziato molto presto a fare il critico musicale, proseguendo per quindici anni, e già dall'inizio sapevo perfettamente che sarebbe durato quel tempo. Da lì ho cominciato l'attività direttoriale e questa è stata la mia professione esattamente per quindici anni, anche in questo caso ero consapevole che sarebbe durata quel preciso lasso di tempo. Adesso sono nei terzi quindici della mia vita e le occupazioni sulle quali sono più concentrato sono la scrittura e la fotografia. Se ce ne saranno altri quindici non lo so. Ho fatto tutto con molta concentrazione, sapendo però che ogni episodio aveva un termine poiché sono più le cose che mi piacciono di quelle che so fare.

ADP: Lei ha iniziato l'attività giornalistica a soli sedici anni, nel tempo ha scritto articoli di critica musicale, seguito manifestazioni musicali internazionali come il Festival di Salisburgo, quello di Bayreuth, di Lucerna e le stagioni dei principali teatri italiani. È stato titolare della critica musicale per il quotidiano Avvenire e, nello stesso anno, è diventato critico musicale al Corriere della Sera, per il quale ha scritto fino al 2001 in qualità d'inviato presso i principali Festival e teatri in Italia e all'estero. Vorrei approfittare della sua grande esperienza a riguardo chiedendole qual è, oggi, lo stato di salute della critica musicale e quale l'importanza del suo ruolo, se confrontato con quello dei decenni passati.

FMC: C'è una differenza fondamentale. Quando lo facevo io, il critico musicale era pagato per quest'attività; era una professione, non un hobby o una passione ma un lavoro vero e proprio. I giornali investivano sulla figura del critico, per cui c'era tutto un altro rapporto. Chi lo esercitava poteva permettersi di fare quello e basta nella vita, così ho fatto io con il Corriere della Sera. Da allora sono cambiate molte cose, oggi i giornali hanno infinitamente meno soldi e, se li spendono, non lo fanno per la critica musicale, che è andata molto in crisi non solo in Italia ma in tutto il mondo. Si sono ridotti gli spazi dedicati a essa, sembra quasi che non ce ne sia più bisogno. Si può quindi dire che, da questo punto di vista, esiste un deciso crollo del fenomeno. In America, per esempio, è uscito poco tempo fa un articolo sul blog di Norman Lebrecht in cui si dice che le persone pagate per fare il critico musicale, in tutti gli Stati Uniti ormai si contano sulle dita di una mano. È però vero che il cambiamento totale, radicale dell'informazione con i Social, ha permesso un altro modo di fare critica e comunicazione musicale, non più basato sul prestigio della testata, che non conta più niente, ma sulla credibilità di chi commenta gli avvenimenti. E lì c'è un'apparente libertà per tutti, nel senso che chiunque può svegliarsi e dire che La Tosca alla Scala è stata brutta o bella, però è anche vero che chi poi argomenta con più competenza, con maggior precisione ed esperienza le proprie osservazioni, ha più lettori, più credito, dibattito e riconoscimento. Per questo, il fenomeno della polverizzazione della critica musicale non lo vedo come negativo, ma come un cambiamento radicale dell'informazione che coinvolge tutti gli ambiti e che, ci piaccia o no, ha mutato tutto per chiunque di noi. Secondo me, in fondo, si fa forse critica musicale in modo più interessante oggi che non quando la praticavo io. Chi ha competenza è comunque seguito, commentato, criticato e riconosciuto. Un altro fatto è che non ci sono più limiti di spazio, uno può scrivere un articolo di quattrocento pagine mentre io avevo le mie righe entro le quali stare. Questo è un bene e insieme un male. Mi lamentavo perché lo spazio concessomi era troppo poco, tuttavia ho anche imparato a scrivere recensioni in cui dire tante cose in poco tempo, sintetizzando, e questa oggi non è più una necessità in quanto non ci sono più restrizioni. Tante volte questo si risolve in un rischio, nel senso che gli argomenti si possono diluire o farli cadere nell'ovvio, mentre andare al punto è sempre una cosa importante. Comunque, non credo si possa parlare di una vera crisi della critica musicale, ma di quella del ruolo del critico com'era una volta. Giustamente le cose cambiano.

ADP: Nel 2001 ha deciso di non svolgere più regolarmente l'attività di critico musicale, scrivendo solo saltuariamente. Come mai è giunto a questa risoluzione?

FMC: Per quello che dicevo prima. Era un'attività a limite, sapevo che prima o poi mi sarei orientato verso la direzione d'orchestra, una cosa che comunque avevo dentro, nel bagaglio della mia preparazione, conscio che sarebbe venuta fuori in un preciso momento della mia vita, quando anche il rapporto con me stesso sarebbe stato certamente più maturo di quello che era nel momento in cui ho fatto il critico. Era, semplicemente, il momento giusto per poterlo fare.

ADP: Mi consenta una terza e ultima domanda sulla critica. Con l'avvento della rete abbiamo assistito alla fioritura di un gran numero di blog, di articolisti non professionisti e critici musicali, spesso "sedicenti". Come considera questo fenomeno? È un bene o un male poter contare su una moltitudine di persone che s'interessano e scrivono di musica, la cui competenza è sovente non acclarata?

FMC: Primo, anche la competenza dei critici musicali dei quotidiani, quando pure io lo facevo, non era per niente acclarata. C'erano quelli bravi e non bravi come, in realtà, ci sono sempre stati. Potrei raccontare mille storielle a riguardo, ma non sarebbe cortese nei confronti dei miei ex colleghi. A mio parere è più facile che la competenza venga premiata oggi perché non è più il fatto di scrivere per una certa testata che garantisce la tua bravura, ma bensì la forza degli argomenti che usi.

ADP: Nel suo bellissimo sito personale c'è materiale ottimo e abbondante per i lettori: fotografie, un blog con tanti articoli, una sezione dedicata alla sua attività di direttore d'orchestra e un'altra, con numerosi video, che parla del programma televisivo "Papillons", di cui lei dal 2013 è autore e presentatore. Lo considera per caso un modo squisitamente personale di specchiarsi su quanto fatto, frutto della stratificazione mnemonica di un'attività particolarmente vasta?

FMC: Non lo aggiorno da "secoli", è bello perché la grafica è stata curata da Carlo Fiore. L'ho considerato semplicemente un modo di essere presente sul Web, in un momento in cui i blogger erano di moda. Ora non esistono quasi più, non è lì che si è presenti in rete ma bensì sui Social e questo è il motivo per cui non lo aggiorno da tanti anni. In quel periodo volevo pubblicare alcuni contenuti inerenti a cose che avevo fatto. Mi sembra che proprio il concetto del blog sia velocemente tramontato.

 



ADP: Le cronache raccontano che lei, nel 2001 e su incoraggiamento di Gian Carlo Menotti, ha intrapreso la carriera di direttore d'orchestra. Notevole è stata la sua attività in merito, svolta in Italia e in diversi altri paesi del mondo. Ha voglia di ricucirla sinteticamente per noi?

FMC: L'attività di direttore d'orchestra è una parte del mio rapporto con la musica, del rapporto con gli altri, dell'uso della psicologia come strumento di comunicazione. È parte in realtà di tante cose, mi ha permesso di conseguire un elemento che non c'era assolutamente quando facevo il critico musicale, cioè il condividere un progetto con gli altri. Mi ricordo il periodo in cui si montavano le opere, soprattutto in America; il fatto di vivere per un mese e mezzo con un gruppo di persone avendo a che fare con temi come l'odio, l'amore, la passione, la gelosia, la rivalità e altri, creava un sodalizio umano in cui s'innescavano anche dei conflitti, ma anche molto vivere messo in comune e questo mi piaceva parecchio. Posso dire di aver fatto, per quanto riguarda il repertorio operistico, quasi tutto quello italiano e per la maggior parte all'estero. Invece nel sinfonico ho avuto la possibilità di frequentare molto il novecentesco, che era ed è il mio preferito, specialmente quello della musica francese, la quale è stata per me sempre una grande passione. Poi sono scaduti i quindici anni, avevo in mente di concentrarmi, di prendermi un tempo assolutamente libero per scrivere il libro che avevo in mente. E l'ho fatto.

ADP: Per curiosità, questa precisa periodicità di quindici anni ha una motivazione?

FMC: No. Credo che comunque il periodo possibile di lavoro per una persona sia sessant'anni, tenendo presente la crescita dell'età media, distribuiti in quattro periodi appunto di un quindicennio ciascuno. Sono persuaso che sia così.

ADP: Francesco Maria Colombo è anche un eccellente fotografo, le cui qualità trascendono una pur egregia tecnica fotografica per scavare a fondo nell'animo di chi gli sta di fronte. Significativo di questa sua innegabile capacità è il volume "Sguardi privati" (Editore Skira), nel quale lei ha realizzato sessanta ritratti di altrettanti personaggi della cultura italiana. Può un'immagine essere sintesi di una personalità, di un'intera vita?

FMC: Assolutamente si. Non dico che le mie ci riescano o ci siano riuscite però, se guardiamo l'opera dei grandi fotografi, la risposta è senz'altro positiva. Il mistero del ritratto è proprio questo: la capacità di raccontare una vita, un destino, una storia da una cosa talmente frammentaria, così istantanea come lo sguardo di una persona colto in un certo momento. Quando io ho affrontato questo progetto, ho fotografato davvero tanti personaggi della cultura italiana, i principali, che andavano dai ventiquattro ai centoquattro anni. Il più anziano era Gillo Dorfles, che allora aveva centoquattro anni, come anche Magda Olivero. In questa rassegna ci sono quindi anche delle grandi figure del passato e le foto dove trovavo che il volto, lo sguardo raccontasse di più una storia, erano soprattutto quelle dei vecchi. La cosa che mi fa effetto è che sono passati non tanti anni da quando ho pubblicato il libro, quasi cinque, e molti di loro sono morti. Sono scomparsi i grandi registi che ho fotografato, Bertolucci, Zeffirelli, Francesco Rosi. È morto Dario Fo, Margherita Hack. Mi rendo conto adesso che quando gli ho ritratti erano persone praticamente alla fine della loro vita e questo mi provoca un certo sgomento.

ADP: A riguardo di Francesco Rosi, ricordo di aver letto in una sua intervista che l'aveva trattata in maniera all'inizio un po' sbrigativa...

FMC: Si, all'inizio mi disse: "Facciamo in fretta!", poi siamo rimasti molto tempo insieme. Ha raccontato di tante cose, anche delle sue tragedie nella vita. Era un uomo che ha molto sofferto, per il terribile incidente stradale in cui perse la vita sua figlia, per la morte della moglie nel fuoco. Nel raccontare queste tragedie, a un certo punto gli è sgorgata una lacrima che è rimasta lì sospesa, non scendeva ma rimaneva nell'occhio ed è stato allora che l'ho fotografato.

ADP: Mi permetta una domanda da audiofilo impallinato, quale io sono. In una foto presente sul suo sito, scattata da Monica Silva, s'intravvedono sullo sfondo due diffusori da pavimento in configurazione D'Appolito "MTM". Qual è il suo rapporto con l'alta fedeltà e, più in generale, con i mezzi di riproduzione audio?

FMC: Mah, io ascolto molto poco la musica, generalmente non mi piace sentirla, odio visceralmente quella di sottofondo che si sente nei ristoranti, nei taxi, nelle banche. Magari mi metto ad ascoltarla, ma neanche tantissimo; ho regalato tutti i miei CD, più di cinquantamila, all'Orchestra Verdi, la quale li sta organizzando in una mediateca, per cui in casa non ne ho più. Alcuni amici però mi mandano delle registrazioni nuove riprese dal vivo, non tanto i dischi che non ascolto quasi più. Ho sentito, per esempio, un bellissimo Requiem di Verdi diretto da Currentzis con la Filarmonica di Berlino qualche giorno fa. Ora ascolto queste cose. Ho avuto dei buoni impianti, fedele negli anni alla Linn, che amo molto, però con i mezzi di riproduzione ho un rapporto molto saltuario, passo anche settimane e settimane senza ascoltare una nota. Mentre, nel momento in cui da direttore mi sono poi messo a fare fotografie e scrivere, ho ripreso il rapporto con il pianoforte, suonando molto più di un tempo. Tuttavia, è indubbio come la musica abbia un peso molto minore di una volta nella mia vita. Quello che più mi prende adesso è la scrittura. Nei prossimi mesi andrò in una città straniera, starò via un bel po' per scrivere un libro e ho preso parecchi biglietti per rappresentazioni concertistiche e operistiche. Perche? Per il fatto che negli ultimi anni ho nutrito una grande passione verso un musicista che più di tutti gli altri ha cambiato il mio modo di ascoltare e vivere la musica, per la sua essenzialità e spiritualità: Bernard Haitink. Negli ultimi anni ho seguito tutti i suoi concerti, dovunque lui andasse io c'ero. Da quando si è ritirato, il suo ultimo concerto è stato nel settembre di quest'anno con i Wiener Philharmoniker, ho pensato: "Beh, adesso che Haitink non dirige più non avrò più niente da ascoltare e più nulla m'interesserà". Perché lui era proprio un'altra cosa, un punto di riferimento molto profondo. Invece l'effetto è stato in un certo senso il contrario. Mi sono detto: "Vabbè, adesso me ne farò una ragione e andrò ad ascoltare quello che c'è in giro". Ecco perché ora ho molta voglia di andare a teatro. Comunque, per tornare alla domanda, ho un rapporto molto libero con i mezzi di riproduzione, non sono un fanatico dell'alta fedeltà però mi piace ascoltare bene e ho desiderato avere un buon impianto, nei limiti del possibile.

ADP: Nella una sua breve notula del 2012, "Excusatio non petita", afferma: "Questa che compare in questo diario è un'altra vita contenuta nella mia vita: più nascosta, forse più profonda. L'involucro esterno della mia vita coincide con il mio lavoro di musicista, gli incontri e gli scontri, le collaborazioni, le esibizioni, tutto quel che ne consegue nella social life. È un mondo che risuona: per definizione." Mi piace mettere queste riflessioni in collegamento, forse peccando io di fantasia, con il suo esordio di narratore. Il libro "Il tuo sguardo nero", con il suo rutilare di avvenimenti nel bel mondo dei salotti letterari della Parigi di fine Ottocento, l'immagine di splendide fotografie erotiche d'epoca come dichiarazione di ammirazione per il mondo femminile, non hanno forse anche queste una suggestiva assonanza biografica?

FMC: L'assonanza biografica sta nel fatto che questo romanzo apparentemente racconta una storia, quella dei poeti francesi Pierre Louÿs e Marie de Régnier. Una vicenda stranissima, complessa e paradossale poiché i due erano amanti ma Louÿs era padre del figlio di Marie, che però non era sposata con lui ma con il suo migliore amico, Henri de Régnier, laddove invece Pierre Louÿs era coniugato con Louise, la sorella di Marie de Régnier. Si crea un gomitolo strettissimo di cose incredibili. L'idea era quella di raccontare tale vicenda non in sé, ma in quanto paravento illusorio, porta d'ingresso a quello che diventa un po' un labirinto, il quale racconta in realtà di tutt'altro: del tempo, dell'immagine, del rapporto tra questi due elementi, della relazione fra la persistenza e lo scomparire, facendolo anche attraverso un'indagine autobiografica. Per questo, in verità, leggere il libro come la storia dei due amanti, vuol dire fermarsi alla porta d'ingresso, non entrare dentro una complessa narrazione cui si accede attraverso tutta una serie di rimandi molto frastagliati e molto articolati, spesso illusori, che raccontano di tutt'altro. E in questo "tutt'altro" io sono molto coinvolto.

ADP: Francesco, un'ultima domanda, dal sapore forse un po' "deamicisiano". Mi riesce difficile pensarlo, ma c'è un qualcosa che avrebbe voluto fare e che invece non è riuscito a realizzare? Un sogno riposto in un cassetto di cui ha perso la chiave?

FMC: No. Non ho mai avuto sogni. Anche le attività svolte non le ho portate avanti perché le consideravo dei sogni, ma in quanto cose da imparare e mettere in pratica. Non ho mai avuto sogni nel cassetto di alcun genere. Mi chiede se c'è qualcosa che mi piacerebbe fare e non ho mai fatto? Andare in Patagonia (sorride), non più di lì. Io non do la minima importanza al mio fare, non ho nessun senso di auto-apprezzamento. Le cose che faccio sono assolutamente normali, delle attività come altre, come fare il pasticciere, l'idraulico o qualsiasi altra cosa. Non sono stati dei sogni, nemmeno da ragazzo, ma dei lavori che ho fatto avendo potuto seguirne altri, senza che abbiano rivestito per me una particolare importanza. Per lo scrivere, bisogna imparare a farlo con tanta esperienza, fatica e abitudine. È come imparare qualsiasi altro mestiere, come fare il carrozziere. Non cambia niente. Non miraggi quindi ma ciò che la vita mi ha presentato di volta in volta negli studi, nella pratica lavorativa. In tutto questo io ho un rapporto con me stesso per fortuna estremamente libero, in cui non do la minima importanza alle mie attività. Quello a cui, invece, do importanza sono i rapporti umani, i legami che si creano di tante nature e specie. L'affettività, la capacità di dirsi qualcosa. Che uno scriva o faccia fotografie o il pasticciere non fa differenza. Per fortuna, sono la persona più libera del mondo dalle vanità dell'io.

 



Alfredo Di Pietro


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