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Monday, December 10, 2018 ..:: Il Tataro. Piero Rattalino racconta S. Rachmaninov ::..   Login
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 Il Tataro. Piero Rattalino racconta Sergej Rachmaninov Minimize

 

 

 

 

PRIMA PARTE

 

1. I Lillà - Op. 21 N. 5

- Il Maestro Rattalino racconta...

2. Mi sono innamorata con mio dolore - Op. 8 N. 4

- Il Maestro Rattalino racconta...

3. Creatura, sei bella come un fiore! - Op. 8 N. 2

4. Notturno - Coro femminile Op. 15

5. Le margheritine - Op. 38 N. 3

- Il Maestro Rattalino racconta...

6. T'amo! - Op. 4 N. 2

- Il Maestro Rattalino racconta...

7. Oh, non rattristarti! Op. 14 N. 8

8. Sonnecchiano le onde - Coro femminile Op. 15

9. La notte è triste - Op. 26 N. 12

- Il Maestro Rattalino racconta...

10. Acque primaverili - Op. 14 N. 11

- Il Maestro Rattalino racconta...

11. Lei è più bella del giorno - Op. 14 N. 9

12. Angelo - Coro femminile

 

 

SECONDA PARTE

 

13. Un frammento di Alfred De Musset - Op. 21 N. 6

- Il Maestro Rattalino racconta...

14. Nel silenzio della notte - Op. 4 N. 3

15. Padre nostro Op. 31 - Coro misto

16. Qui sto bene - Op. 21 N. 7

- Il Maestro Rattalino racconta...

17. Oh, bellezza, non cantare dinnanzi a me! - Op. 4 N. 4

18. Vergine, madre di Dio Op. 37 - Bogoroditse Devo/Coro misto

19. Oh no, ti prego, non andartene! - Op. 4 N. 1

- Il Maestro Rattalino racconta...

20 Vocalise Op. 34

 

 

Oksana Lazareva, contralto

Eddi De Nadai, pianoforte

Piero Rattalino, voce narrante

 

Intende Voci Chorus, diretto da Mirko Guadagnini

 

 

INTRO

 

 

Il maestro Piero Rattalino ricorda con un pizzico di nostalgia i suoi pregressi con la Palazzina Liberty. Oggi si ritrova in questo "contenitore" dopo ben  quarant'anni. Negli anni '60 abitava proprio nelle sue vicinanze, in Via Bronzetti, quando l'area che la ospita era ancora affidata al mercato ortofrutticolo. Poi il mercato se ne andò, diventò un parco in preda al degrado. Dario Fo se ne prese cura, la fece rinascere. Ai tempi Rattalino è venuto tante volte a sentirlo, insieme a Franca Rame. Allora l'interno era molto diverso, più povero, molto stretto, c'erano delle panche dove si stava seduti quasi uno sopra l'altro, ma era molto divertente.
La Palazzina Liberty è un edificio milanese in stile "art nouveau" situato all'interno del Parco Vittorio Formentano, ex Parco di Largo Marinai d'Italia. Fu progettata nel 1908 dall'architetto Alberto Migliorini e faceva inizialmente parte del Verziere, il vecchio mercato ortofrutticolo, esistito dal 1911 al 1965, di cui il maestro parlava. La superficie esterna reca delle ampie vetrate, all'interno era allora sede non di un tempio della cultura ma di un caffè-ristorante all'interno del Verziere, punto di riunione dove avvenivano le varie contrattazioni tra i mercanti. Il mercato fu poi trasferito in un'altra zona di Milano e la costruzione fu lasciata in uno stato di abbandono per molto tempo.

 

 

Negli anni settanta la rifioritura: l'edificio venne concesso in uso al "Collettivo Teatrale la Comune" di Dario Fo, che lo adottò come sede teatrale per i propri spettacoli. Gli anni passarono ma la sua valenza culturale non scemò, nel 1980 divenne sede della Civica Banda di Milano, nel 1992 la sua ristrutturazione fu completata, pronta per la destinazione a iniziative ricreative e culturali. In tempi più recenti, nel 1994, l'Orchestra da Camera Milano Classica la individuò come sede per lo svolgimento della propria stagione concertistica. È stata la sede del Festival "Senza Parole", rassegna di film muti accompagnati da colonne sonore dal vivo e anche spazio per la Casa della Poesia. Dall'ottobre 2017 la Palazzina Liberty è stata intitolata a Dario Fo e Franca Rame. Strettamente connesso a questa gloriosa realtà urbana è il Festival Liederìadi, una rassegna concertistica dedicata alla musica vocale da camera di tutti i tempi nata nel 2006 e diventata un riferimento in quest'ambito, grazie anche all'indefessa attività del direttore artistico Mirko Guadagnini. Il Festival ha sempre goduto di alta considerazione ed è stato ospitato in sedi importanti, dapprima presso la Sagrestia del Bramante adiacente alla Basilica di Santa Maria delle Grazie, successivamente all’interno della Sagrestia di San Marco nel cuore di Brera, per approdare oggi in questa elegante Palazzina.

 

 

 

RACHMANINOV IL TATARO

 

 

Piero Rattalino guadagna il palco, affascina il pubblico con la sua oratoria suadente e forbita, c'è tanta storia dietro le sue parole. È un piacere ascoltare il suo eloquio fluente e senza il minimo inceppo. Quando oggi si parla di Rachmaninov bisogna partire facendo un'ammenda, dobbiamo chiedergli scusa per come la critica l'ha trattato nel 1900. Questo è un fenomeno molto strano che era cominciato già nella seconda metà dell'800, quando cioè si manifestò la discrasia tra il gradimento del pubblico e il giudizio della critica. Il primo l'ha portato sulla strada di una grande popolarità (ricordate il film "Quando la moglie è in vacanza" con Marylin Monroe?) mentre la critica ne aveva una bassissima considerazione, criticandolo quasi ferocemente. Si trattava di una tendenza iniziata con Liszt e proseguita con Cajkovskij, Puccini, Richard Strauss, Rachmaninov mentre l'ultimo è stato Šostakovič. Chi non ha vissuto quel momento e non era addentro al mondo della musica non può capire con quale virulenza si manifestasse questa disistima. Piero Rattalino racconta un piccolo episodio di cui è stato testimone. Andava a quasi tutti i concerti dell'orchestra della RAI, frequentati anche da un professore di composizione del conservatorio, un uomo piccolo di statura che fumava la pipa nell'intervallo, in una sala sottostante all'auditorium, al pianterreno. Nel frattempo passeggiava e veniva sempre avvicinato da qualcuno che gli chiedeva il suo parere. Una volta era venuto Rostropovič e aveva suonato il primo concerto di Šostakovič. Rattalino era anche lui al pianterreno e stava parlando con un amico.

 

Mirko Guadagnini

 

A un certo punto una ragazza si avvicinò al professore e gli chiese cosa pensasse della composizione di Šostakovič, erano molto vicini per cui Rattalino sentì molto bene cosa si dicevano. Il professore rispose: "positivamente, il concerto di Šostakovič è un cesso, però, eseguito da Rostropovich è un cesso piastrellato". Si fecero una gran risata e andarono via. Piero Rattalino rimase molto colpito da quelle parole, non per il giudizio negativo in se, perché lo sapeva bene quale fosse quello, in generale, dei musicisti nei confronti dell'autore russo, ma per il disprezzo manifestato nei confronti di una persona che comunque era un collega. Un compositore che aveva fatto delle scelte di natura estetica e linguistica diversa, ma che comunque era un artista suo collega. C'era quindi questa forma di biasimo terribile che coinvolgeva tutti. Quello che si diceva di Rachmaninov, considerato un musicista di terza categoria, ma anche di Čajkovskij, Puccini e altri, oggi non si dice più per il semplice motivo che chi sopravvive al suo tempo (Rachmaninov è morto settantacinque anni fa) bisogna comunque accettarlo. Così è avvenuto anche per gli operisti Mascagni e Giordano. Tuttavia non si è ancora riflettuto su quello che il russo ha rappresentato nella storia della musica. È stato certamente un grande compositore, non stiamo a decidere quanto grande, che ha avuto una funzione, l'ha avuta prima di tutto perché è stato uno dei maggiori simbolisti nel periodo tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, e poi perché ha dimostrato nei fatti che l'armonia poteva seguire delle strade nel dopo Wagner che non necessariamente erano quelle di Schönberg.

 

Piero Rattalino

 

Allora si riteneva che soltanto lui avesse individuato una strada di sviluppo dell'armonia nel dopo Wagner e nel dopo Brahms. Rachmaninov è uno di quelli che ha invece seguito una via diversa, raggiungendo risultati importantissimi. Magnifico armonista, così come l'ultimo Verdi per esempio, ne elaborò una del tutto indipendente da quella wagneriana e di questo non abbiamo ancora coscienza. Come collettività, il pubblico lo ha sempre accettato, alla stregua dei critici che tuttavia non lo hanno analizzato, vittima di un ostracismo che ha nuociuto alla diffusione delle sue musiche. Secondo Rattalino il capolavoro di Rachmaninov è la Sinfonia cantata "Le campane" su testo di E.A. Poe tradotto da Balmont. Quest'opera è stata concepita a Roma nel 1913, comparsa per la prima volta nei programmi di Santa Cecilia nel 2009 e una seconda volta nel 2017, senza suscitare una particolare attenzione. Ci sono voluti quindi quasi cento anni affinché un'importante istituzione italiana di musica sinfonica si accorgesse della sua grandezza. Rachmaninov era nato nel 1873 in una famiglia di origine tartara, rimasta in Russia al servizio degli Zar da secoli. Era una famiglia nobile, ricchissima proprietaria terriera. Lui ci teneva molto alla sua origine di tartaro, ma era di altissima statura e questa razza contava invece individui bassi e paffuti. Una figura impressionante, molto magro, con un viso che sembrava scavato come in una statua di legno.

 

 

Rattalino una volta chiese a Nikita Magaloff, che conosceva molto bene sia Rachmaninov che Prokof'ev, chi dei due fosse più alto. In realtà erano altissimi tutti e due, vicini ai due metri, anche se non li aveva mai visti insieme. Suo nonno aveva cominciato a spendere più di quello che possedeva. Il colpo di grazia fu dato dall'abolizione della servitù della gleba, una forma di schiavitù in cui il contadino non poteva abbandonare la terra del padrone senza il suo consenso. Anche i suoi figli erano legati alla terra e i proprietari in questo modo potevano controllare la mano d'opera che gli serviva. Con l'abolizione della servitù, i contadini potevano invece andarsene, se volevano, avendo acquistato un potere contrattuale. La famiglia Rachmaninov avrebbe dovuto ridurre il suo tenore di vita, invece il capofamiglia continuò a spendere e spandere a suo piacimento; vendette una dopo l'altra le sue proprietà terriere e alla fine se ne andò lasciando la moglie e i tre figli. Questi si trovarono completamente sprovvisti di mezzi economici per sopravvivere e andarono avanti praticamente di elemosine, che facevano loro dei parenti rimasti ricchi. Sergej, in quanto di famiglia nobile avrebbe dovuto andare alla scuola dei cadetti e diventare un militare, invece non aveva più le possibilità economiche per sostenere le spese scolastiche. Siccome dimostrava un certo talento musicale, venne affidato a un insegnante privato di pianoforte e poi fu iscritto al conservatorio, ma era probabilmente prostrato dalle disgrazie familiari.

 

 

Era molto pigro, non andava al conservatorio per le lezioni ma girellava per le strade non facendo praticamente niente. Allora la madre consultò un cugino, Aleksander Siloti, pianista di spicco che insegnava al Conservatorio di Mosca, il quale esaminò il giovane Sergej e disse che aveva del talento, ma doveva andare a Mosca a studiare con il suo maestro Nikolaj Zverev. Così avvenne. Zverev era un bel tipo, aveva dato fondo alle ricchezze di famiglia, in seguito aveva ricevuto un'eredità da una zia ricchissima, sperperando anche quella. A Rattalino viene in mente un simpatico romagnolo conosciuto molti anni fa, il quale era nobile e aveva cambiato il suo stemma scrivendo: "meglio di niente al mondo che rovinarsi", in realtà aveva fatto proprio così. Quando Zverev si era ridotto completamente sul lastrico, aveva intrapreso qualche studio di pianoforte con Alexander Dubuque, dimostrando di avere un grande talento pedagogico e formando diversi bravissimi allievi. Amava unire l'utile al dilettevole, quando c'erano dei ragazzi particolarmente dotati (come Rachmaninov), due o tre li teneva in casa sua. Usciva al mattino per andare a far lezione dappertutto, in casa degli allievi, e la sorella nubile teneva questi ragazzi. Avevano una specie di orario stabilito, tutti si alzavano alle cinque del mattino, dovevano seguire determinati orari di studio, alla sera molto spesso c'erano delle cene in casa con personaggi importanti e i discepoli dovevano suonare per loro. Venivano portati nei ristoranti eleganti, autenticamente preparati per la vita, teatro, concerti, compresi i bordelli.

 

Oksana Lazareva

 

Secondo Zverev, che era omosessuale, quando il ragazzo arrivava all'età giusta doveva fare anche quell'esperienza. Rachmaninov restò da lui per alcuni anni, sottoposto a questo tirocinio ferreo, militaresco, poi passo al conservatorio sotto la guida di suo cugino Aleksander Siloti. Erano due i suoi insegnanti importanti, Siloti e Safonov, figlio di un generale e lui stesso un generale che faceva il vuoto intorno a se. A un certo punto questi divenne direttore del conservatorio ed entro subito in urto con Siloti, tanto che quest'ultimo dette le sue dimissioni. Per non cambiare maestro, Rachmaninov anticipò il suo esame di diploma in pianoforte a un anno prima del dovuto e dopo si diplomò in composizione, scrivendo molto rapidamente l'opera in un atto "Aleko". Orami diciottenne, aveva già composto questa e il primo concerto per pianoforte, uscito dal conservatorio con il titolo di libero artista e con una medaglia d'oro, che veniva concessa rarissimamente: in trent'anni di vita dell'istituzione era la terza. Grandi possibilità di carriera si aprirono per lui. Poteva diventare compositore puro, pianista/compositore interprete delle sue opere per pianoforte, direttore d'orchestra (perché allora non c'era una rigida differenziazione tra le due attività di compositore e direttore) e anche insegnante. Provò queste strade, all'inizio però mancandole tutte. Fallì innanzitutto come pianista-interprete, debuttando all'Esposizione di Elettricità, ente in cui tenne dei concerti con l'orchestra ma anche suonando dei pezzi "a solo".

 

Eddi De Nadai

 

Riscosse un certo successo e gli venne offerta una tournée molto lunga in Russia e in Polonia come accompagnatore della violinista italiana Teresina Tua. Siccome questa faceva dei programmi molto pesanti e aveva bisogno di riposarsi tra un brano e l'altro, il suo accompagnatore aveva il diritto di suonare da solo. Per un giovane era una bella occasione in quanto accompagnava una virtuosa molto popolare e si faceva ascoltare anche lui da solo. La Tua era una donna dalla grande capricciosità, quasi da diva dell'opera. Figlia di un facchino torinese al mercato di Porta Palazzo, aveva suonato inizialmente nei caffè concerto perché molto dotata. In seguito era stata mandata al Conservatorio di Parigi, uscendone con il primo premio e diventando in breve una vera e propria diva, con la sua tipica volubilità. Cambiava programma tutte le sere e bisognava essere sempre pronti a fare quello che voleva lei. Rachmaninov invece era un uomo molto organizzato, non era portato all'improvvisazione, così andò avanti per un po' di tempo, fece qualche tournée e poi la piantò in asso. Lasciare un giro di concerti era qualcosa di professionalmente sbagliato e chi lo aveva scritturato mise una croce su di lui. Fine quindi della sua carriera di pianista-interprete. Come compositore, la sua opera Aleko venne rappresentata, dopo intraprese la scrittura della prima sinfonia, genere in cui si qualificava come compositore ambizioso. Rinunciò al Concorso Anton Rubinstein nel 1895, nell'ambito del quale avrebbe potuto partecipare nella sezione pianista/compositore, proprio perché impegnato a scrivere questa sinfonia, eseguita per la prima volta non a Mosca ma a San Pietroburgo.

 

 

Quello fu uno sbaglio colossale perché tra il Conservatorio di Mosca e quello di San Pietroburgo esisteva una fortissima rivalità, la prima era una città asiatica mentre la seconda era occidentalizzata. Quindi, che un giovane compositore di Mosca andasse lì a far sentire la sua prima sinfonia suonava come una specie di offesa. L'esecuzione, diretta da Glazunov, fu un disastro totale. Cui, che era uno dei padri della musica russa, facente parte del gruppo dei cinque, scrisse: "se esiste l'inferno, la sua musica è quella di Rachmaninov". Il compositore rimase molto provato dall'insuccesso. Era stato invitato come pianista/compositore a Londra, dove fece ascoltare un suo poema sinfonico insieme con altri pezzi composti da lui. Fu poi reinvitato e dichiarò che sarebbe tornato con una nuova composizione, un concerto per pianoforte e orchestra, ma lo "shock" del disastro sanpietroburghese fu tale che non riuscì più a scrivere, divenne sterile e per questo non poté onorare l'impegno preso con Londra. Fallì anche come pianista/compositore. Gli venne offerto di fare il direttore d'orchestra nel teatro privato del magnate delle ferrovie Savva Mamontov, molto appassionato di musica. Lui accettò ma si vide subito che non aveva il mestiere; in un teatro di quel genere non si facevano praticamente prove ma solo una lettura della parte orchestrale dal principio alla fine, un'altra in sala con i cantanti, poi si mettevano insieme in una generale. Quando Rachmaninov mise insieme l'orchestra e i cantanti fu evidente che non era in grado di portare a compimento il lavoro e fu sostituito da un direttore italiano, Esposito, che invece era uno di mestiere, il quale diresse l'opera senza nessuna prova.

 

 

Fallimento quindi anche come direttore d'orchestra. L'ultimo fu quello da insegnante. Lo divenne in un istituto femminile ma non gli piaceva farlo, si arrabbiava soltanto con le ragazze che non avevano talento. A quel punto si era tagliato tutte le strade e, non sapendo come venirne fuori, si mise a bere, senza comporre e fare più nulla. Era una grande promessa che si stava autodistruggendo ma che fu salvata da un medico ipnotista, Nikolai Dahl, al quale venne affidato dalla famiglia di una sua cugina che lui voleva sposare. Tutti i giorni, per un certo periodo di tempo, andava da questo medico, si sdraiava sul canapè e veniva ipnotizzato, con il terapeuta che gli ripeteva messaggi propizi, del tipo "lei riprenderà a scrivere, potrà farlo con facilità. Realizzerà il concerto che aveva promesso di fare a Londra e questo sarà di grande successo...". Musicista dilettante, il dottor Dahl suonava la viola, tanto che poi espatriò andando in Israele e quando, dopo molti anni, Rachmaninov si recò anche lui in quel paese, lo ritrovò nell'orchestra nel ruolo di violista. Si ritenne guarito e a lui dedicò di cuore il concerto. Ai tempi di quando faceva il direttore d'orchestra presso Mamontov, aveva conosciuto Chaliapin, grande basso, che faceva parte di quel teatro. Il cantante era stato ingaggiato dalla Scala di Milano, tenuta da impresari che ci rimettevano anche in proprio per lanciare gli artisti. Avevano sentito Chaliapin, volevano fargli fare il Mefistofele, ma la sua pronuncia italiana non era buona e allora, a spese della Scala, venne chiamato in Italia, gli misero a disposizione un pianista che gli insegnasse la parte e la dizione italiana.

 

 

Si recò a Varazze e Rachmaninov andò con lui, in quel tempo il compositore iniziò a scrivere il concerto in do minore, partendo dal secondo tempo. I due rientrarono a Milano e Rachmaninov fece ritorno a Mosca, dove completò il secondo movimento e scrisse il terzo, che vennero eseguiti da suo cugino Siloti. Fu un successo e solo dopo si dedicò alla stesura del movimento iniziale. Così riuscì a dimostrare di essere un pianista/compositore, eseguendo il suo secondo concerto in tutta l'Europa. Si rivelò in grado di essere anche un valido direttore d'orchestra. Gli fu offerto un posto nel Teatro Bolshoi, dove diresse brillantemente molte opere, specialmente russe, tra cui anche due composte da lui. Una era Francesca da Rimini, presa dal quinto canto dell'Inferno di Dante, tra i protagonisti ci sono anche Dante e Virgilio che assistono e commentano il racconto di Francesca. L'altra era "Il cavaliere avaro" Op. 24, su libretto di Alexander Puskin, un capolavoro del '900 teatrale molto poco conosciuto. Rachmaninov dimostrò quindi di essere un compositore a tutto campo, direttore di concerti sinfonici oltre che opere, in qualità di titolare di un'orchestra sinfonica. Gli rimaneva di prendersi la rivincita pure come pianista/interprete, ambito in cui dimostrò un comportamento di esemplare correttezza e serietà, mentre non tentò nemmeno di dare prova della sua abilità di insegnante, non lo sapeva fare e nemmeno gl'interessava farlo. Quando audizionò Nikita Magaloff (che poi raccontò l'episodio a Rattalino), si limitò a dirgli che bisognava fare le scale.

 

 

Fino al 1914, Rachmaninov fu un musicista in costante ascesa, girò tutta l'Europa con il secondo concerto per pianoforte, dette molti concerti di musiche sue, anche con cantanti, e si recò negli Stati Uniti nel 1909 con un nuovo concerto per pianoforte e orchestra, il terzo. Fu una buona tournée, non straordinaria, nella quale avvenne un episodio molto significativo. Lo suonò a New York sotto la direzione di Walter Damrosch e in seguito lo ripeté sotto quella di Gustav Mahler, ai tempi conduttore dell'Orchestra Filarmonica di New York. Era uno che "provava", in tempi in cui questo si faceva molto poco. Busoni racconta di aver incontrato Hans Richter a Londra, il quale gli disse: "ho letto che lei ha suonato con Mahler a Vienna e che ha fatto una prova. Roba dell'altro mondo!". Il direttore doveva accompagnare e basta, senza alcuna verifica preliminare. Mahler invece organizzò una grande prova, alla fine della quale fece rifare tutto da capo e nessuno osò dire niente. C'era in lui una sorta di perfezionismo, la sua figura di direttore prelude a quella del '900 nel dopoguerra. Rachmaninov era un professionista dello stesso tipo, come pianista era terribilmente coscienzioso e mantenne questo "modus operandi" per tutta la carriera. Allora i grandi concertisti non studiavano per niente, non perché non volessero farlo ma perché volevano mantenere la freschezza dell'ispirazione del momento. Illuminante è la dichiarazione di Walter Gieseking: "studiare fa male alla musica"; il grande concertista di allora prendeva degli input che gli venivano dalla sala, facendo la cosa che era giusto fare in quel momento.

 

 

Si cambiava tipo d'interpretazione a seconda di come rispondeva il pubblico, come se il concertista fosse un vero e proprio oratore. Questo però implicava che l'interprete si trovasse improvvisamente di fronte a inaspettati problemi tecnici, e per questo spesso indotto all'errore. Rachmaninov invece si preparava meticolosamente, non per riprodurre esattamente un certo andamento, ma per essere pronto a ogni evenienza. Studiava moltissimo, lentissimamente le partiture e poi nel momento dell'esecuzione suonava con improvvisazione, ma con quella grande preparazione a monte che lo rendeva padrone di quanto stava facendo. Lovro von Matačić raccontò a Rattalino di aver fatto una tournée di sette concerti in Polonia, in cui Rachmaninov suonava il suo secondo e ogni sera lo interpretava in modo diverso. Era difficilissimo andare con lui ma tutto risultava molto vivo. Nel secondo movimento, dopo l'esposizione del tema affidata al flauto e poi al clarinetto, entrava il pianoforte e si verificava un salto di espressività rispetto agli strumenti a fiato, i quali imitano molto bene la voce umana. Nel grande artista russo c'era questa preparazione ossessiva, tuttavia finalizzata a scopi artistici, non di mera riproduzione. Non lo faceva solo per essere tecnicamente impeccabile, ma per esserlo anche nell'ispirazione. Doveva però ancora dimostrare il suo valore di pianista/interprete. L'occasione gli venne quando morì Skrjabin (per la puntura di un insetto) la cui moglie aveva dei bambini piccoli da accudire ed era messa molto male economicamente: a suo beneficio Rachmaninov dette un concerto con un programma interamente skrjabiniano.

 

 

Skrjabin non apprezzava Rachmaninov e così i sostenitori del primo dovettero accettare i soldi per la vedova, pur non essendo affatto contenti che a suonare fosse lui, tanto da criticarlo ancor prima del concerto. Prokofiev stesso, come racconta nella sua autobiografia, nutriva dei forti dubbi a riguardo. Alla fine del concerto andò da lui in camerino per complimentarsi, affermando: "maestro, malgrado tutto lei ha suonato molto bene" e Rachmaninov rispose: "ma lei pensava che io potessi suonare male?" Non era davvero pensabile che potesse suonare male, controllava tutto. Rattalino ha conversato con un accordatore che gli aveva preparato lo strumento per un concerto fatto a Madrid, Rachmaninov doveva approvare il suo operato ancor prima del concerto e voleva che rimanesse lì nell'intervallo, perché se succedeva qualche imprevisto doveva intervenire. Parlava pochissimo. Nell'intervallo l'accordatore si era presentato, entrando timidamente nel camerino e Rachmaninov, seduto in poltrona con le mani su una borsa dell'acqua calda, lo "liquidò" dicendo: "Tuner, go out!", senza nemmeno ringraziarlo. Quest'uomo, che era così "tartaro", così riservato e anche brusco fu un nonno delizioso. Ci sono dei video dell'epoca fatti in famiglia in cui lo si vede con i pantaloni alla zuava che scherza con la nipotina, in modo molto tenero. Non abbiamo una sufficiente documentazione sul suo carattere e della sua umanità, si è tentato di tirar fuori delle storie di amanti, ma non nulla è stato dimostrato. Ne ebbe probabilmente una, la cantante Nina Koshetz, una divoratrice di uomini, ma al di là di questo fu sempre una persona molto attaccata alla famiglia.

 

 

Con Skrjabin era la prima volta, dopo tanti anni, che interpretava la musica di un altro autore, subito dopo suonò il concerto N. 1 di Čajkovskij e Liszt. Ancor prima della rivoluzione russa, Rachmaninov stava iniziando a qualificarsi anche come pianista/interprete. Nel 1917 era un musicista perfettamente realizzato, aveva dato dimostrazione di poter fare tutto, nel genere cameristico aveva prodotto un'importantissima sonata per violoncello e pianoforte, insieme a due grandi lavori corali per ensemble a cappella: I Vespri e La liturgia di San Giovanni Crisostomo. In quel momento purtroppo tutto va a scatafascio perché arriva la rivoluzione. Rachmaninov aveva un giro di concerti fissato in Svezia, va lì con la famiglia abbandonando tutto ma ci rimane per poco tempo, prima di stabilirsi negli Stati Uniti, chiamato da un suo grande amico: il pianista Józef Hofmann, dominatore della vita concertistica americana. A quel punto aveva uno scopo solo, quello di ricostituire il patrimonio che aveva perso, non il proprio ma quello della moglie perché la sua famiglia era andata in rovina. In quel momento fece la scelta, tra le varie che poteva fare, economicamente più vantaggiosa, cioè fare il pianista/concertista in quanto, se avesse avuto successo (come lo ebbe) avrebbe conseguito il maggior numero di guadagni. A lui in realtà non piaceva questo ruolo, ma una volta deciso d'intraprenderlo lo faceva in maniera scientifica, era un genio nel mettere insieme i programmi. Metteva nella lista un brano importante, poi altri due più brevi e altri ancora.

 

 

Calcolava i bis, facendone addirittura sino a dieci dodici per concerto, con la gente che gridava "Campane di Mosca", il preludio N. 3 op. 2, il suo pezzo più famoso. Lui però non lo eseguiva, quando decideva di finire solo allora lo suonava. Leon Fleisher ha raccontato al maestro Rattalino che, da ragazzino, studiava a San Francisco; Rachmaninov era venuto a fare un concerto e sua madre lo portò ad ascoltarlo, volendo che lo vedesse da vicino. Si mise quindi daccordo con il portinaio che, quando il concerto finiva e iniziava la serie di bis, loro sarebbero usciti fuori ed entrati dall'ingresso artisti andando in palcoscenico. Questo bambino di cinque o sei anni stava lì e vide quest'uomo imponente, una figura quasi tragica, serissimo, che usciva, stava fermo e poi, a seconda degli applausi ricevuti, decideva di rientrare per fare magari un altro bis. Il piccolo Leon lo guardava dal basso verso l'alto e, a un certo punto, Rachmaninov gli si rivolge dicendogli con una voce profonda: "Sei pianista?", "Si signore" fu la risposta e lui di rimando: "Brutto affare!". Badava molto al guadagno. Lui e Stravinskij si detestavano vicendevolmente, come musicisti, a causa della loro grande diversità, ma in un pranzo ufficiale in cui erano invitati anche altri artisti gli organizzatori (che non sapevano niente dell'antipatia) pensarono di metterli vicini. La moglie di Rachmaninov era preoccupatissima, invece si vide che i due, per tutto il tempo del pranzo, dialogarono animatamente e con grande disponibilità.

 

 

Alla fine del ricevimento la moglie, incuriosita, gli chiese di cosa avessero parlato venendo a sapere che avevano disquisito di borsa, in quanto entrambi erano giocatori. Sergej Rachmaninov fece la sua brillante carriera di pianista/interprete e pianista/compositore, viveva nella ricchezza, costruì una villa sul lago di Lucerna e ampliò enormemente il suo repertorio, arrivando a suonare anche molto Beethoven. Quando eseguì il primo concerto per pianoforte e orchestra del grande genio di Bonn, Magaloff lo aveva sentito e affermò che quello era stato un concerto epico. Rachmaninov si presentò la prima volta con l'orchestra e disse al pubblico: "Non essendo io uno specialista di Beethoven, suonerò il pezzo con il tempo e l'espressione giusta". Si mostrava molto duro nei confronti, in questo caso, di Artur Schnabel, che era giustappunto uno specialista di Beethoven. Alla fine divenne un compositore della "domenica", durante l'estate scriveva ma, complessivamente, la sua produzione era molto ridotta. Lasciò comunque ancora dei capolavori, come la terza sinfonia, le danze sinfoniche e la popolare Rapsodia su un tema di Paganini. Continuò regolarmente e scientificamente ad andare avanti nella sua carriera di pianista virtuoso e morì per un melanoma nel 1943, dopo aver fatto un ultimo concerto. Abbiamo degli obblighi nei suoi confronti, dice Rattalino, principalmente di riconoscergli una collocazione nella storia della musica, la sua produzione non è abbondante ma tocca tutti i campi. È stato un protagonista del suo tempo.

 

 

Alla narrazione di Piero Rattalino si sono alternati la contralto Oksana Lazareva, accompagnata al pianoforte da Eddi De Nadai, e il coro Intende Voci, diretto da Mirko Guadagnini. La voce della Lazareva ha spiccato per potenza, carnosità timbrica e intensità espressiva, non disposta a lasciarsi affievolire dagli ampi spazi della Palazzina Liberty. La spontanea semplicità dei testi usati nelle Romanze si è avvantaggiata di una declamazione così intensa e potente, acquistando un grande rilievo drammatico. Da parte sua il coro ha aiutato gli spettatori a immergersi completamente nello spirito delle composizioni di Rachmaninov, oscillante tra l'intimistico e una magnifica apertura nei pezzi corali. Ed è in queste brevi composizioni, forse più che in altre, che si può cogliere la sua malinconica "anima russa", elemento molto presente in tutta la sua produzione. Nelle romanze N. 5, 6 e 7 dall'Op. 21, nelle N. 2 e 4 dell'Op. 8, nella terza delle sei dell'Op. 38 emerge tutto un florilegio di poesia, ora tragica ora delicata, proseguito nella N. 1, 2, 3 e 4 dall'Op. 4, la più rappresentata insieme all'Op. 14, la quale ci ha fatto vivere delle grandi emozioni con le romanze N. 8, 9, 11. Dalle quindici dell'Op. 26 è stata scelta la N. 12: La notte è triste, mentre il coro si è potuto esprimere nel Notturno, Sonnecchiano le onde e Angelo dai magnifici brani corali dell'Op. 15. Di argomento sacro il Padre Nostro dalla Divina Liturgia  di San Giovanni Crisostomo Op. 31 e Vergine, Madre di Dio, dal Vespro in memoria di Stefan Smolenskij per coro a cappella Op. 37. Termina il concerto la struggente Vocalise Op. 34, di cui esiste anche una bellissima trascrizione per violoncello e pianoforte.

 

 

Alfredo Di Pietro

 

Marzo 2018


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