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 I Kozmic Blues al Wanted - 30/03/2018 Minimizar

 

 

CONCERTO DEI KOZMIC BLUES - GALLIATE 30/03/2018

Move Over
Call On Me
Bye Bye Baby
Piece Of My Heart
Turtle Blues
Summertime
I Need A Man To Love
Tell Mama
Somebody To love
Since I've Been Loving You
Try
Get It While You can
Me And Bobby McGee
One Good Man
Half Moon
Mercedes Benz
Kozmic Blues
Ball And Chain

No, non siamo al "Tale e quale show", programma televisivo adattamento italiano del talent spagnolo "Tu cara me suena". Dietro quella chioma castana fluente, incorniciata da lunghe piume blu (proprio come spesso si presentava Janis Joplin), c'è una persona, un'artista vera che sin da bambina ha trovato nella musica la sua ragione di vita. È Laura Albergante Visconti, vocalist dei Kozmic Blues, gruppo formato da lei, Marcello Fiorina alla chitarra, Gabriele Gerallini alla batteria, Gokhan Ince al basso e Francesco Tambone alle tastiere. Sin dalle prime note, per me è come salire su un'alata macchina del tempo che mi riporta a quando i capelli li avevo anch'io e passavo giornate intere ad ascoltare i Led Zepelin, Pink Floyd, Jethro Tull, Gentle Giant, Genesis ed Emerson, Lake & Palmer. Visitando la loro pagina Facebook scopriamo che è una "Tribute Band" dedicata a Janis Joplin, ma non ci sono nel loro repertorio soltanto le bellissime song della grande blueswoman, altri nomi appaiono, come i Jefferson Airplane, Tina Turner, Humble Pie e Led Zeppelin, epico gruppo che Laura ha sempre avuto nel cuore. "Move Over" è un'improvvisa esplosione di suono negli spazi del "Wanted", la birreria paninoteca che nella tarda serata del 30 marzo ha ospitato i Kozmic. "Call On Me" ha l'andamento di un bellissimo racconto blues, di vita vissuta, dove Laura si rivela una perfetta "story teller". Non ha la voce graffiante, quel "raspo" strano che sembrava contenere in gola un'orchestra intera, messo da Dio nelle corde vocali di Janis, ma non è nemmeno nelle sue intenzioni replicarlo.

 



La voce di Laura è invece pulitissima, rotonda come una scatola portapreziosi di forma ovale. Il feeling, quello sì, viene trasmesso integro a chi ascolta. Lei tiene in ogni momento a essere se stessa, in una linea ideale che collega Port Arthur con un paesino della provincia di Novara. Due "outsider" unite dalla stessa vena malinconica che trova nel blues la voglia di narrarsi, stessa insofferenza per il puritanesimo di paesi dalla mentalità ristretta, più del dovuto legati alle apparenze. Da qui la voglia di volare libere nel cielo, senza limiti, quell'insopprimibile desiderio di emancipazione che accomuna Janis e Laura. L'umor blu intride la bellissima "Summertime". "One of these mornings You're gonna rise, rise up singing. You're gonna spread your wings, child. And take, take to the sky. Lord, the sky". Singolari trasmutazioni letterarie: il termine malinconia deriva dal greco μέλας "nero" e χολή "bile", la cantante statunitense non fa altro che sostituire il nero al blu, colore che pervade costantemente tutto ciò che faceva sul palcoscenico, vale a dire nell'intera sua vita. Il ritmo pulsante della batteria di Gabriele Gerallini scandisce "I Need A Man To Love", nella vocalità di Laura Albergante Visconti rintracciamo un flusso di calda musicalità che ci accompagna, quasi cullandoci. Non è consolatorio, bensì lontanissimo da quell'arte "borghese" di cui parlava con disprezzo Carmelo Bene. L'amore è tutto quello di cui abbiamo bisogno, un obiettivo che tuttavia pare allontanarsi nel mentre noi vogliamo afferrarlo, stringerlo a noi. Lacerante diventa la voce nel refrain: "You know it. Can’t be now. Oh no, Can’t be now", quasi - rabbiosa - reminiscenza di un paradiso perduto.

 



Questi ragazzi suonano maledettamente bene, generano un sound compatto e preciso in ogni occasione, dimostrano stile e determinazione in tutto ciò che fanno. Certe cose non s'improvvisano e loro sono in possesso di un fraseggio da veri e navigati "bluesman", essenziale e privo di fronzoli, frutto di un'assidua frequentazione di atmosfere e sonorità da "Festival di Woodstock". Straripano le onde sonore, costrette nella cubatura non amplissima del Wanted. Chiudo gli occhi, quelle "good vibration" mi trasportano prepotentemente in quel di Bethel, contea di Sullivan, tra decine e decine di migliaia di giovani scollacciati e festanti. Spunta come un alieno, ma in realtà non lo è affatto, "Since I've Been Loving You", canzone dei Led Zeppelin che non sposta di una virgola la magica atmosfera che si è instaurata stasera nel Wanted. Un blues dall'andamento strascicato, incentrato su un ritmo lento, quasi esasperante. Janis ritorna sul palco di prepotenza con "Try", sottotitolo "Just A Little Bit Harder", una song positiva che invita a provare, a non perdere l'occasione di fare ciò che ci piace, ci prende sino al midollo. Laura ne da una lettura istintiva, sensuale, tra la carne e il cielo. Ha una vocalità egregia la nostra amica, formatasi all'inizio in maniera spontanea, istintiva, poi raffinata nel tempo grazie ai seri studi condotti con Sonia Spinello, che per lei è stata una vera amica, da tenere stretta al cuore ogni giorno, oltre che un'eccellente maestra. Il risultato è sotto gli occhi, anzi le orecchie, di tutti.

 



Nell'ambito di un evidente ascendente "Sixties", la sua voce è potente, penetrante, intensa e partecipata quanto basta per affermare la sua personalità. Sognante e malinconica, dolce e insieme rabbiosa, proprio come la grande Joplin, ma la sua è una cifra moderna, protesa verso una nuova, immaginifica Woodstock, dove non è concesso perdere un milligrammo del feeling di quell'epica stagione. Sarebbe un peccato mortale farlo e lei si muove sicura tra subitanei guizzi, soprassalti espressivi e impennate vocali che devono essere tutt'altro che facili da realizzare. Janis, spirito dolcissimo e disperato, lancia il suo accorato invito all'amore, alla fratellanza con "Get It While You Can". "In this world if you read the papers, Lord. You know everybody’s fighting on with each other" dà la sua soluzione, ideale quanto consapevolmente illusoria: "Quindi, se arriva qualcuno, deve darti un po' d’amore e d'affetto. Direi, prenditelo finché puoi, si dolcezza, prenditelo finché puoi. Hey hey, prenditelo finché puoi". Una disperazione consumatasi nell'entusiasmo dei pochi anni che ha vissuto. Da profonda conoscitrice dell'animo umano, non si era mai illusa su determinate dinamiche umane e sociali, ma non per questo non le combatteva con tutte le sue forze sul palcoscenico. La sua incredibile voce esprime tutto all'istante, senza bisogno di mediazioni, tanto grande è la sua potenza. Una freschezza che giunge sino a noi intatta. Il concerto si conclude, ad accompagnarne la fine sono gli ultimi tre, bellissimi brani: "Mercedes Benz", "Kozmic Blues" e "Ball And Chain".



Tre capolavori. Il primo: brano scritto da Janis Joplin, Michael McClure e Bob Neuwirth, eseguito a cappella come un Gospel, la sua ultima canzone registrata perché da lì a poco sarebbe morta per overdose. Il secondo: testimonianza umanissima delle ferite inferte dalla vita, sublimate in un carattere indomito che vuole dare solo e soltanto amore. Il terzo: una magnifica canzone blues scritta e registrata da Big Mama Thornton. Janis la interpreta facendola aderire alla sua più profonda musicalità blues. Tre significative "pillole" dell'immensa umanità di un'artista che ha lasciato il segno nella storia della musica, per la sua generosità, per il coraggio di mettersi a nudo sino alla più riposta fibra del suo tormentato essere, per la sua non accettazione di ogni limitazione alle infinite possibilità di esprimersi, vivendo, dell'animo umano. Dopo il concerto mi soffermo a intervistare Laura. Esco dal Wanted a notte inoltrata, sento il dolce mormorio del Ticino che è lì a due passi da me. E un grande senso di pace mi pervade...

 




Alfredo Di Pietro

Aprile 2018


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