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 Ho visto un re! Riduci

INTRO

Per chi come me ha dato fondo al suo repertorio di aggettivi ed iperboli per costruire dei mirabolanti racconti, recensioni "casalinghe" o piacevoli serate a casa di ospitali amici che siano arriva il momento di non avere più frecce al suo arco da scoccare. L'aggettivo dovrebbe avere il potere di evocare in chi legge le sensazioni di chi scrive, riportarne la soggettività, pensandoci bene però nessun impianto come quello di Pietro ha bisogno di epiteti iperbolici perchè questi invece di chiarire una sensazione, tentare di descrivere un'impressione sonora sono destinati a fallire miseramente nel loro scopo. La netta impressione che ho ricevuto non appena entrato nella sala d'ascolto dell'amico Pietro è quella dell'incipit dell'Ulisse di James Joyce: "Introibo ad altare Dei". Maestosa è la sala d'ascolto di 140 metri quadri, maestose le due enormi trombe delle Yamamura Churchill Dionisio 27, regali sono i due Audio Note GaKuOn poggiati su un bel tavolino sorretto da tre putti in bronzo, imponente è la figura di Pietro, un audiofilo di altissimo livello che sà con precisione che tipo di suono ottenere dal proprio impianto e come ottenerlo. Il fatto di poter disporre di tanto spazio al piano terra, ma anche al piano superiore, la possibilità di allestire anche quattro o cinque setup contemporaneamente, la sua conoscenza di oggetti di alto o altissimo livello ne ha fatto un audiofilo maturo, ponderato. A Pietro non dispiaceva l'idea di avere un diffusore monovia, una decisione maturata alla fine di un percorso fatto da tante esperienze con le casse multivia in cui aveva individuato dei fattori limitanti la naturalezza. Già la naturalezza! Estremo approdo dell'audiofilo compiuto, l'ultima spiaggia nel tentativo di avvicinarsi quanto più possibile a quell'anelato evento reale, irragiungibile per definizione. Il nemico da battere in questo caso era il crossover, tante vie che si incrociano con due o più altoparlanti diversi per natura e costruzione da mettere daccordo, davvero un'impresa improba per chi ricerca la massima coerenza di suono e di fase temporale, quella cioè che soltanto un monovia possiede connaturatamente. In lui d'altronde c'era la consapevolezza che questa soluzione ha dei limiti come la difficoltà di riuscire a raggiungere in souplesse gli estremi banda, linearmente, la difficoltà di mantenere l'analiticità, la capacità di districare le più complesse masse sonore e riproporne la dinamica reale, una ridotta dispersione sulle alte frequenze. Quanti sono oggi i prodotti in commercio per chi voglia costituire un impianto? Tantissimi. Si va dalle soluzioni monomarca in cui si acquista tutto in blocco senza scervellarsi fidandosi del fatto che il family feeling eviterà all’acquirente di incorrere in brutte sorprese, terrà al riparo da clamorosi svarioni. Gli accoppiamenti elettrici e l'impostazione generale saranno rispettati e l'Unami raggiunto. Troppo facile però! L'audiofilo creativo che vuole formare l'impianto a sua immagine e somiglianza rimarrà scontento in quanto non accetterà una soluzione imposta, seppur relativamente sicura, ma vorrà metterci del suo. Non si avrà il desiderio in questo caso di chiari e scuri preconfezionati, ma di una gamma di di grigi intermedi che renderà l'ascolto per lui soddisfacente, appagante. Un'altra chimera contro cui lottare è il convincimento che sia possibile crearsi un setup perfetto, i nostri entusiasmi devono essere temperati dalla consapevolezza che la perfezione non è di questo mondo, si potrà forse portare all'acme un parametro, alcuni parametri, ma non tutti. Da quì si parte alla ricerca della medicina giusta in un vorticoso roteare di componenti nella ricerca di questa utopica perfezione, quando si è liberi dalla mera voglia di possesso, per poi ritornare a soluzioni più semplici.  L'accontentarsi naturalmente prevede diversi livelli di soddisfazione, quelli che con la propria tasca e la propria abilità si riescono a raggiungere. Valutando questa passione da un diverso punto di vista, lontani dalle ansie, vittorie e sconfitte che inevitabilmente si parano davanti a noi nel percorso esperienziale. Il bello dell'Hi Fi è in fondo lo scambio di cultura, arricchimento reciproco che avviene tra i diversi appassionati, il tentativo di comprendere l'altrui sensibilità anche se distante dalla propria. Capita spesso di andare a sentire impianti di audiofili che suonano in maniera differente dal proprio, ma come i caratteri di due persone sono differenti nella realtà è giusto che lo sia anche l'approccio verso l'alta fedeltà; l'impianto è un po' come il cane, dopo un po' assomiglia al padrone. Quando il setup arriva ad assomigliare al suo padrone dici: questo audiofilo ha fatto un bel lavoro perchè è riuscito ad esprimere se stesso in un felice interscambio. Se fosse diversamente ci sarebbe un sistema che va bene per tutti e tutti gli impianti suonerebbero uguali...lo diceva anche Monsieur Lapalisse!  

 

IL SETUP

Giradischi Versa Dynamics 2.0. Braccio cablato con litz Audio Note

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Il Versa è frutto dell’ingegno di John Bitch, ingegnere americano esperto di sistemi pneumatici che ha lavorato sul sistema di chiusura delle porte della metropolitana newyorkese, noto per aver progettato negli anni ’70 il braccio Mission 774. Questo giradischi ha un meccanismo che solleva il piatto, aspira il disco rendendolo perfettamente aderente al piatto e nello stesso tempo alza il braccio tangenziale, il quale è molto corto onde avere un’elevata velocità ed un momento inerziale molto basso. La perfetta planarità della superfice del disco elimina i problemi derivanti dalla lettura di un LP ondulato che sono le continue variazioni del VTA. 

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Sono tre le unità che lo costituiscono: la base con il braccio, un controller ed una pompa. La base è formata da due sandwiches di alluminio/legno di balsa; il sandwich superiore è strutturale mentre il secondo, l’inferiore, ha azione di smorzamento delle vibrazioni. Il tutto è sospeso tramite quattro piedini forniti di molle la cui altezza è finemente regolabile per una perfetta messa in bolla. Particolarmente bassa risulta la frequenza di risonanza grazie a queste  molle: soltanto 2,5 Hz, frequenza generalmente considerata come il miglior compromesso tra stabilità ed isolamento dalle vibrazioni.

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Il fonorivelatore è un Clearaudio Reference Wood MC con corpo in legno, massa totale di 5,5 grammi e puntina TRIGON PII. Il cantilever è in boro mentre la separazione stereo è molto elevata:  45 dB.

 

I trasformatori di step up sono due Bent separati per ciascun canale.

Da notare la finitura frastagliata del muro per l’ottimizzazione acustica del locale.

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L’unità controller a 33 ed 1/3 e 45 giri del Versa Dynamics.

Il tavolino su cui poggia il giradischi è costruito con del tubolare di notevole diametro verniciato con antirombo nero e riempito con sabbia e pallini di piombo, dotato di punte che poggiano su un disco di grafite “galleggiante” sulla sabbia.

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Preamplificatore Audio Note M7 Tube Silver Sound.

Questo, come anche gli altri apparecchi tranne il giradischi, poggiano su dei carrellini flottanti a cuscinetti della Yamamura Churchill.

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Sua maestà l’amplificatore finale di potenza Audio Note GaKuOn con le valvole 845 United.

Sono i primi e unici costruiti da Kondo con le 845, sono stati i suoi personali. Non ne ha prodotti altri in questa configurazione a causa della difficoltà di costruzione dei trasformatori d’uscita di cui ne aveva conservata una coppia di scorta nel caso quelli montati avessero dovuto essere sostituiti. Monoaurali in superlineare vengono accreditati di 50 watt RMS, ma Pietro dice che i suoi erogano 25 watt su 8 ohm in base alle regolazioni del bias. Il bel tavolino che li ospita è in bronzo con un singolo ripiano di plexiglass.

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Le imponenti Yamamura Churchill Dionisio 27.

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Non esistono in commercio in quanto costruite personalmente da Bè Yamamura in soli 4 esemplari. Il geniale progettista giapponese ha iniziato la produzioni di diffusori – Preamplificatori – CDP – Finali di potenza – Cavi ed accessori nel momento in cui si è unito in società con Robert Churchill, nipote del grande primo ministro del regno Unito Winston Churchill. Il cuore di questo sistema è lo straordinario altoparlante larga banda Cantus qui nella sua quarta ed ultima versione. I bordi del cono non sono collegati al cestello con una sospensione, ma con una striscia circolare di carta velina che ha la funzione di opporre ostacolo all’aria in uscita consentendone l’entrata, una sorta di valvola quindi. Nelle prime versioni del driver questa era assente, ma ben presto Yamamura si rese conto che l’aria transitava senza problemi anteriormente, ma non trovando ostacolo in uscita non poteva di conseguenza essere sospinta nella tromba (terza versione). La sospensione vera e propria, molto particolare, è costituita da tre sottili filamenti di carbonio in tensione situati posteriormente dietro il cono mentre in una precedente versione erano messi anteriormente, chiaramente visibili. Nella prima versione del Cantus i fili in carbonio erano in tutto sei, avevano forma circolare, disposti sempre posteriormente in due gruppi di tre, Bè si era però reso conto che questi anelli nel momento della riproduzione dei transienti più veloci e complessi flettevano leggermente causando una certa distorsione. 

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Pietro possiede tutte le versioni del Cantus, costruite a mano, tranne la prima che fu subito sostituita in quanto presentava dei difetti evidenti. Nelle foto vediamo il cono principale senza il conetto (whizzer) deputato alla riproduzione delle frequenze più alte. L’obiettivo di Yamamura era di contenere al massimo il peso della massa mobile, elemento questo tanto più importante in un banda larga che è destinato al difficile compito di riprodurre l’intero spettro audio.

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Nel progetto originale la membrana del Cantus era di colore bianco, formata da un impasto di cellulosa mescolato a resina d’ambra, il gruppo mobile aveva una massa complessiva di 4,8 grammi, ma per Yamamura erano ancora troppi. Nel processo evolutivo (seconda versione) si passò ad un impasto in cui insieme alla cellulosa pura c’era della resina di caco formando un composto leggerissimo già in uso presso i pittori come carta da disegno. In tal modo il peso complessivo scese ad appena 1,2 grammi, un bel risultato che unito alla potenza non indifferente del magnete consentiva all’altoparlante una buona  riproduzione delle alte frequenze. La grande tromba delle Dionisio 27, ideata in due versioni (con bocca piccola e bocca grande) indica nel 27 il numero degli Hz come limite inferiore dell’estensione delle basse frequenze ed è costruita in vetro resina ricoperto da trucioli di sughero incollati. L’emissione del suono avviene per radiazione diretta anteriormente ed a tromba posteriormente con il risultato di linearizzare la risposta in frequenza del Cantus che sulle basse è calante. Nella versione con bocca piccola della tromba, dotata anche di un diffrattore che era d’ausilio nel caricare le basse frequenze, Yamamura sosteneva che l’estensione arrivasse effettivamente sino a quei fatidici 27 Hz quindi con la bocca grande, la versione in possesso di Pietro, teoricamente si dovrebbe superare questa soglia e scendere ancora più in basso. Nella filosofia del progettista giapponese si scopre un autentico amore per i prodotti naturali che rende ancora più esclusive le sue creazioni, una sorta di speciale retrogusto Unami indefinito eppure presente tendente a vestire l’ascolto di una sua particolare connotazione come ho avuto modo di verificare negli ascolti.

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Un registratore “Reel to reel” Teac X-10R completa la parte analogica del setup. In una seconda sessioni di ascolti ho ascoltato dei nastri su un altro impianto posto nell’ampia anticamera del salone in cui campeggiavano due fantastiche JBL Monitor 4350. La serata avrebbe senz’altro meritato un reportage a parte, ma in questa sede sono stato completamente assorbito dall’ascolto dei Yamamura Churchill – Audio Note GaKuOn.

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La geometria della stanza è irregolare, vagamente a “T”, alta 2,80 metri, la posizione d’ascolto si trova a circa 8 metri dai diffusori, i quali hanno lateralmente 4 metri di aria libera prima delle pareti. Distano tra loro 4 metri (da altoparlante ad altoparlante). La grande sala ha una superfice di 140 metri quadri, Pietro dice di averla fatta misurare ben sei – sette volte allo scopo di effettuare un trattamento acustico efficace: niente però pannelli, tube traps, DAAD, diffrattori o altro che fosse invasivo rispetto all’ambiente: anche il WAF vuole la sua parte! Questo non significa però che l’ottimizzazione non sia stata fatta anzi…anche perché una volta messa in opera si è sicuri di non ritornarci più su mentre gli apparecchi possono tranquillamente cambiare. La cura acustica è stata realizzata usufruendo dei normali arredi domestici come tappeti, tende, mobili. La particolare finitura dei muri ottenuta mediante l’applicazione di un materiale morbido e spugnoso, il Growaler, ad effetto rustico molto pronunciato, di aspetto irregolare, ha la funzione di frammentare le onde sonore che arrivano sulle pareti riducendo riflessioni e onde stazionarie. Di fronte all’impianto c’è una grande pedana riempita al suo interno di lana di roccia, sughero, trucioli, dietro i quadri è incollato del sughero che è un ottimo assorbitore di onde sonore. In certi punti strategici ci sono dei materiali riflettenti che aiutano la calibrazione dei giusti tempi di riverbero.

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Nella sala era presente un secondo impianto (il terzo era quello con le JBL Monitor 4350) con elettroniche Bè Yamamura. Nella foto vediamo i preamplificatori Apollo che pilotavano i Finali di potenza Fenice (nella foto sotto).

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Il convertitore YC – 1 proprietario di Bè Yamamura e la meccanica Teac YC – 1. In entrambi i casi YC stà per Yamamura Churchill. La meccanica di lettura non presenta alcun tasto sul frontale, ma è comandabile esclusivamente tramite l’apposito telecomando.

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I diffusori da stand Yamamura Churchill Ariadne.

Completavano i due setup  i cavi di segnale, alimentazione, potenza, digitali: Millennium 6000.

Ciabatta YC.

  

LE IMPRESSIONI D’ASCOLTO

Comincio con il chiedervi scusa se non ho preso nota dei titoli dei dischi, ma ero talmente assorbito dall’ascolto che ho dimenticato di appuntarmeli. Errore particolarmente grave perché Pietro non è solo un audiofilo, ma anche un musicofilo di prima grandezza contando la sua discoteca ben 8000 titoli tra album e cofanetti in vinile oltre a parecchi CD e nastri. E’ una puntualizzazione che sembra banale perché a cosa dovrebbe servire un impianto se non ascoltare la musica? Se però un pochino si conosce l’entourage “audiofilo” non si può fare a meno di notare di come questo sia inquinato talvolta da elementi estranei che nulla c’entrano con questa passione, compreso anche quello degli audiofili “tout court” che ascoltano l’impianto e non la musica. Ad onor del vero devo dire che tra quelli che conosco c’è un buon equilibrio tra l’una e l’altra istanza.

Sono stato accusato spesso di eccessivo buonismo da parte di coloro che leggevano i miei racconti di appassionato della riproduzione audio, come se mi paresse tutto ben suonante e non ci fosse mai alcun difetto da rilevare. Così si perde in credibilità perché non è possibile che suoni tutto bene veniva eccepito, ci dovrà pur essere qualche falla sonora negli impianti ascoltati…è impossibile che non ci sia! Gli appunti che mi sono stati mossi sono veri, ma tengo a precisare (e non vorrei che suonasse come una giustificazione) che il mio rispetto per chi ha avuto la grande cortesia di ospitarmi mi ha fatto spesso sorvolare su certe pecche da me riscontrate anche se leggendo bene tra le righe le si sarebbe potute evincere. Non parlare proprio piuttosto che parlare male è il mio motto, almeno lo è stato sinora, ma c’è un modo garbato, rispettoso che cerca di urtare il meno possibile la altrui suscettibilità pur dichiarando con sincerità le impressioni ricevute. E’ opportuno poi mettere in conto che i nostri giudizi potrebbero essere fallaci, possibilissimo considerato che si entra nel campo della psicoacustica e quindi i giudizi troppo categorici sono fuori luogo, soprattutto quando parliamo di nuances e non di caratteri evidenti. Scusatemi la lunga, ma doverosa premessa: senza di questa non avrei potuto proseguire con serenità d’animo.

Entrando nel merito dell’ascolto fatto a base di musica da camera, sinfonica, cantautori e protrattosi per oltre due ore è mia intenzione dire prima quello che questo impianto non è. Non è certamente adatto alla musica rock perché un monovia per quanto evoluto avrà sempre difficoltà nell’esprimere quel muro sonoro rappresentato dai generi musicali cosiddetti pesanti per i quali è necessaria una grande energia, punch. Il basso profondo c’è grazie all’intelligente caricamento a tromba ed è anche molto articolato, intellegibilissimo anche se non ha una grande pressione in ambiente, l’acuto però mi ha lasciato l’impressione di essere un po’ sotto tono. Il Cantus raggiunge i 12 Khz senza alcun problema, ma subito dopo c’è un crollo repentino della risposta. Questo vuol dire che gli acuti sono sicuramente sufficienti per una corretta riproduzione delle fondamentali di qualsiasi strumento musicale se è vero che un ottavino vede nelle sue note più acute i 5000 Hz, ma poi ci sono anche gli armonici che vanno ben oltre. Su questo versante l’impressione che mi ha dato l’impianto di Pietro è di essere un po’ chiuso sugli alti, poco arioso. Se consideriamo poi che le microinformazioni che ricostruiscono l’ambienza sono appunto collocate nella zona altissima dello spettro ecco giustificata quella sensazione. Mi sorge però il dubbio che gli altri impianti ascoltati, compreso il mio, forniscano talvolta un’ambienza che potrebbe sembrare troppo sottolineata, già marcata a monte nell’incisione, ma non so quanto poi effettivamente ricalchi la realtà. Questo sospetto diventa ancora più fondato con l’andare innanzi dell’ascolto in cui questa sensazione di poca apertura tende progressivamente ad attenuarsi anche se non annullarsi del tutto. Un’altra pecca è quella della scarsa dispersione angolare che si rende più evidente al salire della frequenza per cui l’ascolto ottimale esige un’angolazione ben precisa dei diffusori con una posizione d’ascolto che non tollera discostamenti dall’asse. A questo punto mi chiederete quali sono i pregi. Vi accontento subito!

Nel suono di queste Dionisio 27 c’è un non so che di regale ed un re, come sappiamo tutti, non deve dimostrare niente a nessuno…è un re punto e basta!

Il suono è dotato di una coerenza timbrica e di fase assolutamente entusiasmanti, si avvicina a quell’ideale di sorgente puntiforme che, approssimata dai piccoli sistemi da stand a due vie, qui raggiunge i suo acme. Non si avverte alcun tipo di slegatura tra le varie gamme, nessun rigonfiamento o incertezza nei passaggi critici basse-medie, medie-acute. Ma il dato che maggiormente mi ha colpito è la totale naturalezza di emissione, quella disarmante spontaneità nel porgere la musica che riconcilia con gli ascolti dal vivo E’ un sistema con una fatica d’ascolto completamente assente, ma non perché il suono è “tosato” in alto, escamotage ben noto messo in opera da oggetti che vogliono sembrare morbidi, ma perché l’intera gamma è dotata di una suprema scorrevolezza, fluidità, assenza di scalini di qualsiasi tipo che ne rendano frammentario l’ascolto. Una procedere sinuoso che ricorda il primo movimento della terza sinfonia di Scumann: “La Renana” con i suoi anfratti, il rapido scorrere dell’acqua nel letto del fiume. Pur nel limitato punch la macrodinamica e soprattutto la micro sono integre, sane, senza salti dinamici annunciati col digrignare dei denti, della serie “Hei ragazzi tenetevi bene alle sedie perché stò arrivando!” E poi giù legnate di dB che si abbattono sui nostri poveri timpani. Tutto avviene ancora con quella tranquillità che si sostanzia nel non avvertire alcun tipo di forzatura nel contesto di una timbrica meravigliosamente ricca e charmant. Volendo usare un termine paradossale l’accoppiata Yamamura Churchill e GaKuOn fornisce un ascolto con un “eccesso” di armoniche resosi lampante nell’ascolto avvolgente del pianoforte, coerentissimo e talmente ricco di nuances da desiderare che il tempo rallenti il suo corso indugiando sui suoni onde consentire il centellinarne del gusto. Anche l’analiticità nello sbrogliare le matasse sonore più intricate non lascia a desiderare tranne che nei momenti orchestrali più congesti in cui c’è una leggera perdita di lucidità. I contrasti nell’economia di un quartetto d’archi (beethoveniano nell’occasione) sono ben rispettati: ogni strumento segue la sua linea melodica con chiarezza e nello stesso tempo si amalgama convincentemente con tutti gli altri. E’ proprio in questo delicato gioco delle parti dei piccoli ensemble acustici che le Dionisio si stagliano nell’etere con portamento regale, olimpico. Concludendo questo non è un sistema facile, occorrono orecchie raffinate per comprenderne appieno le meravigliose potenzialità; ciò che ad un’ascolto frettoloso può apparire grigiore ad uno più attento e con il giusto approccio non può che risultare di una naturalezza e ricchezza disarmanti. Non è il re ad essere nudo, ma dobbiamo essere noi a denudarci da tutte quelle concrezioni sedimentate nella nostra memoria acustica che ci fanno fuorviare dalla giusta via, dobbiamo accantonare l’abitudine ad un sound un po’ artificiosamente Hi Fi che certi sistemi propongono e non dimenticare mai che siamo al cospetto di Sua Maestà!!!

Alfredo Di Pietro 

Ottobre 2008


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