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lunedì 16 luglio 2018 ..:: HDC - Una storia di tecnica e passione ::..   Login
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 HDC - Una storia di tecnica e passione Riduci


 

INTRO

Questa volta voglio frenare la mia tendenza a partire "ab ovo", ma qualche cenno questa vicenda lo merita. Ho conosciuto Dorino Maghini in occasione del Milano Hi Fidelity 2016, edizione autunnale. La vasta Hall del piano terra era popolata da diversi spazi espositivi e tra questi, posto al centro dell'Open Space, c'era quello di questa a me sconosciuta realtà lombarda dal nome "HDC Research". Ho parlato tante volte del valore intrinseco delle mostre audio, spesso vetrina non solo di luccicanti oggetti milionari, ma anche luogo d'incontro tra appassionati e scambio di vedute con gli operatori. Sul tavolo cinque apparecchi, tutti a valvole, rappresentativi della produzione. Oggetti dalla livrea semplice, ma non mancanti di un tocco di discreta raffinatezza. Quello che mi ha colpito non è stato tanto il loro aspetto quanto un case scoperchiato che lasciava in vista tre valvolone 300B. Ne ho visti e stravisti di amplificatori dotati del nobile triodo, mai però in triplice presenza e soprattutto montati in orizzontale. Ho subito pensato che il progettista non poteva essere "cattivo" al punto tale da celare alla vista del proprietario quelle splendide valvole, qualche ragione tecnica ci doveva pur essere per aver adottato quella strana posizione coricata. Mi avvicino all'operatore, un signore di mezza età dall'aria simpatica e disponibile, chiedendogli delucidazioni sugli oggetti esposti. Dopo un breve scambio di battute ci lasciamo con una promessa: un incontro dove poter parlare con calma di quelle amplificazioni. Dopo un mesetto ecco che Dorino viene a rendermi visita, disposto a colloquiare lungamente con me, raccontarmi la sua storia e la filosofia delle sue realizzazioni. Non è venuto da solo ma ha portato con sé varie fotografie d'annata, degli schemi circuitali, depliant e anche qualche testo fondamentale di elettronica, anche questi vintage.


DORINO MAGHINI
UNA STORIA DI PASSIONE E DI TECNICA

 



Dorino Maghini, classe 1951, si è diplomato in elettronica nel 1970 all'ITIS Giacomo Feltrinelli di Milano. Racconta: "Era ancora una buona epoca per le scuole tecniche, anche se iniziava il tracollo generale dopo il 1968. Il Feltrinelli rappresentava un'eccellenza, una sorta di piccola università, tanto è vero che molte aule avevano i banchi disposti in gradinata, esattamente come le Aula Magna universitarie. La materia principale era la meccanica, la disciplina regina, per cui il perito meccanico era considerato quello per eccellenza. Tutta la mia passata e presente attività nel campo dell'audio parte dalla passione per l'elettronica, sostenuta da un'indole votata alle cose elettriche. Nel '70 c'erano ancora tante realizzazioni a tubi, i primi esercizi in una scuola tecnica si facevano con le valvole. Ancora oggi ricordo com'erano organizzati gli esperimenti didattici per i giovani futuri tecnici. Dopo venne l'era dei semiconduttori. Nel 1969 fu messo in commercio il primo calcolatore digitale della Olivetti e fu l'inizio di un'enorme trasformazione dell'elettronica. In quegli anni mi capitò di essere assunto come giovane tecnico presso l'Istituto di Fisica di Pavia, all'epoca esistevano tre istituti di fisica: generale, teorica e nucleare. Mentre lavoravo come tecnico universitario, studiavo per laurearmi. Nel vecchio ordinamento non erano tanti gli esami da sostenere, complessivamente diciotto in quattro anni di corso. Sfortunatamente, per vicissitudini piuttosto complesse di carattere familiare e personale, arrivai a tre esami dalla fine senza però riuscire a laurearmi.

 



Un corso di laurea in fisica è una cosa pesantissima. Ho continuato per trentacinque anni la carriera universitaria nell'ambito tecnico-scientifico, sino al 2010, quando uscivo dal servizio di ricerca per pensionarmi. In quella veste avevo il compito di tradurre in apparati sperimentali degli obiettivi scientifici, vale a dire che da un programma dovevo pervenire a certi risultati teorici. In Italia si fa quasi esclusivamente ricerca di base, questo vale per la fisica (ma non solo) e ancora oggi purtroppo c'è molto poco di applicato nelle università statali. Lavoravo costruendo sostanzialmente catene di misura, mi occupavo di tutto quello che serve per fare rilevazioni di carattere fisico. In particolare il nostro gruppo, che faceva riferimento al professor Angiolino Stella, già rettore dell'università, era formato da spettroscopisti. Usavamo la luce, dall'infrarosso all'ultravioletto, come input d'indagine, usufruendo di una strumentazione ottica fatta da diversi apparecchi, lenti e specchi, anche banchi ottici, banchi in granito. Ogni esperimento era condotto in funzione della temperatura, per abbassarla bisognava fare il vuoto ed era necessaria tutta una strumentazione per andare verso lo zero assoluto e, volendo, anche salire a centinaia di gradi, sino anche a mille. Occorreva quindi una dotazione a largo spettro, che poi voleva dire anche delle elettroniche per l'acquisizione dei segnali e le relative misure. Tutto questo avveniva in un'epoca dove ogni cosa era manuale, solo intorno al 1980 ci fu l'arrivo dei computer. Sono quindi depositario di una formazione all'"antica", consolidatasi quando nell'ambito della fisica si facevano delle misure puntuali, in funzione dei parametri di temperatura e lunghezza d'onda della luce.

 



Sono abbastanza orgoglioso di quello che ho fatto, mi sono mosso nell'ambito dei piccoli gruppi di ricerca, di dimensione artigianale, dove lavorano tre, quattro, cinque persone al massimo. I tempi cambiarono, a un certo punto dovetti gestire il passaggio, nel nostro gruppo di fisica, dal tutto manuale al tutto acquisito in modo automatico attraverso i primi computer. Ricordo che comprai un HP 85, una macchina stupenda che si programmava in Basic, con uno schermo in bianco e nero da qualche pollice, una memoria di massa a cassetta e quattro porte a disposizione per gestire le periferiche. Ripensandoci ora è stato davvero un grosso passaggio. Parallelamente, coltivavo la passione per la musica e i mezzi di riproduzione audio e un elettronico cosa fa se non dedicarsi all'amplificazione? Erano gli anni '70, iniziai a cimentarmi con lo stato solido. Il primo amplificatore che costruii fu un monofonico con transistor al Germanio della potenza da 10 Watt. Impiegava i transistor AD 149. A quei tempi le riviste del settore erano Suono e Stereoplay, ne conservo ancora parecchi numeri. Allora c'era lo IAF (Istituto Alta Fedeltà) con il grande Renato Giussani che si occupava di misure. Sono un feticista AR. Edgar Villchur dell'Acoustic Research ha fatto quasi tutto, inventato la sospensione pneumatica e i trasduttori a cupola dei medi e acuti. È ricordato soprattutto per l'invenzione del sistema di carico in sospensione pneumatica, un'intuizione notevolissima che ha fatto la sua fortuna. Ho in casa e custodisco gelosamente le misure in camera anecoica di tutta la serie di diffusori AR.

 



In età matura mi sono documentato, scoprendo che la ricerca e lo sviluppo per arrivare alla 3a è stato enorme. Da quando ero giovane e non potevo permettermi di acquistare un sistema del genere, mi resi subito conto che il timbro AR non aveva nulla a che fare con gli altri. Mi piaceva girare per Milano nei pochi negozi esistenti per ascoltarle. Successivamente acquistai una RCF BR 40. Questo modello è stato il mio primo diffusore ad alta fedeltà, così come il primo giradischi fu il Thorens TD 150 con la testina Audio Dynamics ADC 550 XE. Finalmente riuscii poi a comprare la mia prima, anelata AR. Era una MST, il cabinet aveva forma trapezoidale e montava i componenti della più piccola AR 6. Da quel momento in poi sono sempre rimasto in casa AR. Nel 1983 iniziai a sviluppare delle elettroniche a valvole perché, in quegli anni, sulle riviste del settore cominciavano a ricomparire i tubi. Credo fosse stata la rivista Stereoplay a pubblicare lo schema circuitale dell'amplificatore Williamson, che poi ha fatto scuola nel campo dei Push-Pull. Da lì è iniziata una ricerca sotto l'input della passione per le riviste. Non mi limitavo però solo a quelle, andavo in biblioteca a cercare gli schemi originali, addentrandomi gradatamente nelle varie problematiche. Costruii allora un amplificatore Williamson Type. A me le elettroniche accoppiate in continua non piacciono molto perché, se qualcosa va storto, sono problemi grossi, perciò realizzai un Williamson dove il finale era costruito secondo lo schema originale, mentre nello stadio driver i primi due tubi erano accoppiati in alternata.

 



Il mio primo prototipo a tubi in assoluto risale al 1983, come telaio utilizzai una pentola da cucina capovolta con sopra le valvole. I trasformatori d'uscita erano degli UTC. Più avanti partì il primo tentativo pseudo-commerciale: uno stupendo amplificatore che definisco "pseudo" perché, pur essendo finito per la vendita, non è mai decollato. Questo oggetto è nato nel 1984 ed è sostanzialmente la versione in bella copia della "pentola". La UTC (United Transformer Corporation) è un grande marchio americano anni '60, di Chicago, il quale produceva molte famiglie di trasformatori, di alimentazione e audio. Il massimo nell'audio era la linea standard "Broadcasting", al vertice della qualità possibile. La UTC produceva trasformatori d'uscita a partire dal Milliwatt sino a 2500 Watt di trasferimento, in campo audio. Per l'Hi Fi di altissimo livello c'erano delle cose canoniche dedicate ai Push-Pull, configurazione che all'epoca andava per la maggiore. C'erano i PP americani e gli europei, le valvole più gettonate erano le 6L6, 6V6, 5881, le KT66 e le EL34. Tutte queste belle cose le ho scoperte proprio nel dipartimento universitario in quanto questi oggetti venivano utilizzati anche su apparecchiature scientifiche, come i modulatori di altissime prestazioni per fare la RMN (Risonanza Magnetica Nucleare). La RMN di base è una cosa da università. Le catene di misura Varian, una grande casa di magneti, usavano modulatori equipaggiati con trasformatori UTC. Ho misurato le prime cose su queste macchine, perciò ho avuto modo di conoscerli, capirli approfonditamente.

 



Partendo dal Williamson classico è iniziato il mio percorso di penetrazione del punto di vista teorico, di progetto e realizzazione. Contemporaneamente, mi addentravo nelle problematiche di psicoacustica, in funzione di tutti i parametri della nostra percezione. Circa trent'anni fa sulle riviste, che da molto non seguo più se non saltuariamente, si affacciò il ritorno della configurazione Single Ended, che è un altro bel salto di anni indietro nel tempo. Potrà sembrare paradossale, anacronistico, ma in questo momento le cose più apprezzate sono quelle iniziali, mi riferisco alle prime architetture circuitali degli anni tra la prima guerra mondiale e la seconda. Parlando da tecnico, dai semiconduttori ai Push-Pull a tubi è un po' il salto che c'è tra il Push-Pull e il Single Ended. Prima di abbandonare i transistor, bisogna superare delle vere e proprie "barriere supersoniche" poiché non ci si può rendere conto solo dalle misure del cambio di suono. Se non si correlano le misure con l'ascolto, non si capisce nulla. La stessa cosa, grosso modo, può capitare nel passaggio dal Push-Pull al Single Ended, sempre di tubi si tratta ma le configurazioni sono diverse. Nella mia storia c'è un grande amico che non vedo più da tempo, Sergio Marullo della Top Knot, vendeva vinili in giro per le fiere. Lo conobbi per caso fra il 1994 e il 2000 a un Top Audio, nel periodo in cui abitavo a Pavia (sono stato undici anni in quella città). L'amicizia è nata per via di una macchina fotografica che avevo al collo, non per l'alta fedeltà. Sergio ha ascoltato tutto nella sua carriera perché ha vissuto vent'anni a Londra, negli anni '60.

 



Ha conosciuto tutto quello che gli inglesi producevano, i Leak, i Quad. Per questo motivo ha sviluppato una capacità critica d'ascolto molto elevata, è attraverso di lui che poi in qualche modo ho realizzato, intorno al 2000, il mio primo amplificatore Single Ended. Lo feci per capire come si comportasse all'ascolto, oltre a studiarne le caratteristiche tecniche. Ho iniziato la sperimentazione proprio su un amplificatorino SE da 2,5 Watt, in apparenza una potenza assolutamente ridicola, dotato di una 807. Si tratta di un tubo "tristemente" noto per essere stato utilizzato nella seconda guerra mondiale nei trasmettitori. Era un tubo a radiofrequenza che a piena potenza arrivava a 60 MHz e a 120 MHz a metà potenza. Tutti i trasmettitori di questo mondo lo utilizzavano e tutt'ora credo sia impiegato per quell'uso. La 807 è semplicemente una 6L6 in vetro con l'anodo in testa, può operare in radiofrequenza perché le capacità parassite anodo/griglia, essendo l'anodo in testa, sono molto più basse. Questo vede la griglia attraverso il vetro e attraverso la struttura dello zoccolo, con una capacità parassita di almeno un ordine più bassa rispetto alle altre valvole. Dal punto di vista dei parametri in bassa frequenza è una 6L6 GC. Allora cosa ho fatto? Considerato che la 807 è una valvola reperibile anche NOS a basso prezzo (esistono ancora stock risalenti alla seconda guerra mondiale), il mio primo amplificatore montava proprio quelle, delle Mazda che avevo trovato da un rivenditore. Ma l'inghippo dove sta? Che quando le connetti a triodo la potenza è irrisoria: soltanto 1,5 Watt di targa (in realtà sono 1,4) mentre ne dissipano 25.

 



Alla fine sono riuscito a tirare fuori due Watt e mezzo. Un altro problema era la distorsione. La 807 è una valvola documentatissima, proprio perché è stata molto usata, c'era sui Williamson americani, nelle scatole di montaggio Heat-Kit. Gli aspetti teorici, ridotti all'osso, sono abbastanza chiari, ma se uno non ascolta non potrà mai farsi un'idea precisa. Così realizzai anche un SE con le 2A3, dopo che Sergio me ne aveva portato uno fatto da lui. Da quest'esperienza è nato il secondo "step", cioè il passaggio dai Push-Pull ai Single Ended, dove mi resi conto che le cose teoriche tornavano. Scoprii che esisteva una correlazione tra il privilegiare la distorsione di seconda armonica, delle pari rispetto alle dispari, è la piacevolezza d'ascolto. Il PP ideale, con un trasformatore d'uscita ideale, con valvole ideali, elimina matematicamente le armoniche pari, questo è il suo "disastro". Se se ne costruisce uno estremamente raffinato, distorce solo di armoniche dispari. Dieci anni fa gli amplificatori erano tutti Push-Pull perché avevano il vantaggio di erogare una maggior potenza. Inoltre, non c'è la magnetizzazione in continua del nucleo sul primario del trasformatore e si elimina il ripple. Non è cosa da poco perché in questa maniera si verifica un grosso vantaggio nella progettazione del trasformatore d'uscita, molto più facile da realizzare in un PP che in un SE. Nel PP ci sono due rami in controfase come corrente di polarizzazione; infatti fisicamente, a parità di potenza i trasformatori sono più piccoli, mentre in un SE progettato a dovere, da venti Watt in poi, il trasformatore d'uscita comincia a diventare un oggetto non solo complicato ma anche costoso, grosso e pesante.

 



Pertanto sono approdato al Single Ended. Ne progettai uno anche con le valvole 46, uno strano tubo, sempre trovato in dipartimento, dotato di due griglie, che può essere utilizzato sia a triodo che a tetrodo. Il mondo dei tubi è una cosa infinita, sono stati talmente usati (e continuano a esserlo) che ce ne sono ancora oggi una valangata in giro. La Ken-Rad nel 1936 disegnò la valvola 6L6 (mi mostra il report), che è un tetrodo a fascio. Questo tubo ha dato il via a tutta una genia di valvole della stessa configurazione. Cosa cercavano gli inventori di questa valvola? Il loro scopo era, nell'epoca dei triodi, fare un tubo che permettesse di avere una potenza superiore, con dei parametri di guadagno molto più alti. I triodi a riscaldamento diretto, tipo le 2A3 o le 300B, forniscono dei guadagni in tensione molto bassi. Le citate 2A3 e 300B, molto simili tra loro, amplificano in tensione per quattro volte, questo significa che quella presente in griglia viene moltiplicata per quattro. Gli uomini della Ken-Rad si erano stancati di questi numeri assurdi, allora inventarono il primo tetrodo a fascio ma, nel contempo, portarono avanti anche lo studio armonico. Nota bene: la potenza è in funzione del carico, ma anche le distorsioni sono in funzione di questo. Nei report dell'epoca venivano mostrate nei grafici la seconda, terza e quarta armonica, in alcuni si arrivava sino alla settima. Possiamo vedere che la terza armonica di una 6L6 mostra un andamento in salita, al contrario la seconda. Questi progettisti allora giunsero alla conclusione che non era conveniente far funzionare il tubo a potenza massima, poiché in questa condizione la terza armonica diventa superiore alla seconda.

 



Rinunciando invece a un po' di potenza si otteneva un rapporto seconda-terza armonica più favorevole all'orecchio. Questo si era capito già nel 1936! Ispirandomi a questi concetti, ho voluto che nelle mie realizzazioni l'andamento della distorsione armonica favorisse la seconda, nel senso di una sua maggior presenza rispetto alla terza (pari maggiori delle dispari). Se pensiamo che la 6L6 è stata concepita nel 1936 ed è tuttora prodotta da cinesi e russi, vediamo come sia il tubo più longevo in assoluto. Mi sono impegnato a sperimentare in modo massiccio gli aspetti di distorsione armonica dei SE, anche perché ciò mi era finalmente reso possibile dal fatto che ero andato in pensione e potevo investire un po' di soldi in strumentazione. Io sono fondamentalmente un uomo da laboratorio. Quando per il mio mestiere compravo strumentazione scientifica, la prima cosa che facevo dopo averla valutata era aprirla per vedere qual era lo stato dell'arte dell'elettronica in quel momento. Gli strumenti mi consentivano la verifica, finalizzata alla progettazione, poiché senza di questa non è possibile raffinare quanto si sta facendo. Volendola ridurre all'osso, occorre almeno un analizzatore di spettro e un generatore sinusoidale a bassissima distorsione, la quale deve essere trascurabile rispetto al quadrupolo che si sta progettando. Per chi non lo sapesse, per "quadrupolo" s'intende un amplificatore costituito da un driver, da "n" valvole di segnale, dai tubi di potenza e da un trasformatore d'uscita (quando c'è).

 



Ho cominciato a lavorare facendo una semplificazione teorica, consistente nel tenere in priorità la distorsione armonica e non gli altri tipi, che sono l'intermodulazione e quella transiente. È evidente come l'orecchio gradisca tutto quello che è pari e questo viene inequivocabilmente fuori dal punto di vista musicale: la musica procede per ottave e con questa anche gli armonici. Con tutta probabilità è questa la ragione per cui l'orecchio viene disturbato da un basso tasso di dispari e non da un alto di pari. Si può sopportare anche un 10% di pari, ma appena si presentano le dispari il suono diventa metallico. La teoria è questa, ma se lo stadio finale è forgiato da un driver di un certo tipo, la figura di distorsione che si ottiene può essere completamente diversa da quella prevista. C'è perciò tutto uno studio da fare sulla sezione driver, che dev'essere vista in stretta connessione con quella finale. I transistor distorcono sostanzialmente di armoniche dispari, anche se i tassi sono molto bassi. Tutto parte, e gli americani sono sempre stati i primi nella ricerca, dalla sperimentazione sull'orecchio, dalla sua percezione. Possiamo assimilarlo a una sorta di amplificazione di potenza che, quindi, non si comporta assolutamente in modo lineare, ma in maniera logaritmica. Perciò, in qualità di sensore finale, è il primo a distorcere di quei parametri che sono in definitiva anche quelli delle apparecchiature elettroniche e dei trasduttori. Va dato merito agli americani di aver studiato da sempre queste cose.

 



Negli anni '30 (mi mostra un testo universitario americano del 1932: "Radio Engineering di F.E. Terman) negli USA c'era già tutto, non solo dal punto di vista elettronico ma anche da quello del "sound equipment". L'ultimo capitolo di questo libro parla proprio di tale argomento, è un testo fondamentale che contiene tutti principi dell'acustica da cui sviluppare un discorso sull'audio. Troviamo, per esempio, i range di emissione in frequenza di tutti gli strumenti musicali di un'orchestra, tutte le nozioni di base da conoscere prima d'iniziare a progettare un apparecchio di riproduzione audio. Radio Engineering è stato edito sino 1960, ne sono uscite in tutto una ventina di pubblicazioni. Notevole era il marchio Acrosound (mentre parla Dorino sfoglia Radio Engineering Handbook di K. Henney, una rassegna audio del 1959), produttore di trasformatori d'uscita e inventore della configurazione ultralineare, una variazione su tema, ora un po' abbandonata, che consiste nell'attuare la controreazione su una presa intermedia. Altro argomento cruciale da affrontare è la controreazione. Un sistema ad anello aperto, senza reazione negativa, è stabile per definizione, cioè sollecitato in qualsiasi modo, non entrerà mai in oscillazione. Trasportando questo concetto nell'audio, un amplificatore di potenza senza controreazione non avrà mai problemi di stabilità. Visto che il segnale musicale è di natura impulsiva, se invece la controreazione è presente, l'amplificatore su un transiente intenso potrebbe mettersi a oscillare. È chiaro che senza controreazione totale l'oggetto è il migliore possibile.

 

AR 3a

Storicamente all'inizio era così, poiché non si sapeva usarla. In seguito, con l'affinamento e l'evoluzione della tecnica, l'affaccio del "Williamson Type", i progettisti hanno cominciato a reazionare negativamente (quando il mondo era ancora a tubi), perché tutti i parametri tranne uno migliorano. Diminuisce la distorsione, diminuisce l'impedenza d'uscita aumentando il fattore di smorzamento (con benefici effetti sulla riproduzione delle basse frequenze), aumenta l'ampiezza di banda passante. Va da sé che gli apparecchi a transistor erano fortemente controreazionati e tutto sembrava funzionare per il meglio. Poi ci si è accorti che, non usandola, il suono piaceva di più, anche se in questo modo le specifiche tecniche erano al limite dell'alta fedeltà. Ma questo è il flusso storico dell'audio. C'è un però... in laboratorio non si usano i diffusori per testare le elettroniche, ma dei carichi equivalenti. Questi tuttavia sono resistivi e non c'entrano niente con un sistema di altoparlanti, che presenta un carico molto più complesso. L'industria audio non ha mai standardizzato un carico RLC equivalente, tutto viene provato in termini puramente resistivi, ovvio che così va quasi sempre bene. Accade tuttavia che sul banco di misura ci s'impegni a progettare un amplificatore a transistor che abbia una banda passante da 100 kHz, con una distorsione armonica totale dello 0,01%, salvo poi accorgersi che il suono non soddisfa. I grandi progettisti del tempo non è che fossero all'oscuro di questo, McIntosh piuttosto che Peter Quad. Erano poi le convenienze di produzione del tempo che pilotavano il trend commerciale.

 

AR LST

Ora, con il ritorno del Single Ended, con l'affinamento della componentistica, con la possibilità di ottenere una banda sufficientemente larga senza controreazione, vengono fuori degli amplificatori notevoli. I tre tubi dell'HDC 300B3 sono al limite, perché se si mettono in parallelo sorgono delle notevoli problematiche di progetto, si sommano le capacità parassite e la banda si restringe. Sarebbe banale allora controreazionarlo per aumentarne la larghezza. Possiamo realisticamente dire che c'è un punto di equilibrio tra tutti questi parametri, che non è affatto semplice da conseguire. Bisogna allora trovare il giusto compromesso, cercando però di evitare la controreazione in quanto, non appena dall'uscita si riporta il segnale all'ingresso con il segno cambiato, il quadrupolo vede il diffusore, che in termini dinamici è una cosa spaventosa. Si riconduce quindi in ingresso una situazione che definire complicata sarebbe un eufemismo. L'obiettivo è pertanto fare un buon amplificatore escludendo la controreazione totale. Questa è la ragione per cui tutte le mie realizzazioni sono senza controreazione. McIntosh forse è stato il più grande progettista di amplificazioni, ha ideato nel 1955 un amplificatore valvolare Push-Pull da 60 Watt con due 6L6. Le sue circuitazioni hanno una bellezza progettuale secondo me notevolissima, però sono tutti PP. Dagli USA arriviamo in Europa con la grande Philips (mi mostra il testo "Low frequency amplification" di N.A.J. Voorhoeve, edizione 1952 della libreria tecnica Philips), che ha fatto veramente tutto e continua a farlo.

 

L'impianto di Dorino Maghini.
Giradischi Acoustic Research XA - Testina Sure M97-XE - Preamplificatore - Amplificatore Finale di Potenza Stereo "Svetlana" - Stereo Cassette Deck Teac V-3RX - CD Player Tascam CD-RW5000 - CD Player Nad 502 - Convertitore D/A Cambridge DacMagic - Stabilizzatore Bassa Tensione Continua SCB 321 BRS 1444



La Philips fa dalla resistenza alla macchina da diagnostica per ospedali, dai rasoi da barba alle RMN. In concomitanza con il primo approccio alla filosofia Single Ended, ho voluto affrontare la questione delle armoniche pari e dispari. La valvola 807 a 1,5 Watt genera un 4% di distorsione di seconda armonica, largamente presagibile visto che un triodo manifesta prevalentemente non linearità di seconda. Ho seguito allora un'altra traccia lasciata dalla Ken-Rad, che diceva: "fate distorcere il driver in controfase di seconda e l'abbasserete nel finale", così sono riuscito a contenere la seconda al 2-3%, mentre "tirata" come ho fatto io a 2,5 Watt, sarebbe arrivata all'8-9%. Due anni fa ho fatto suonare il finale stereo con le 807 e un altro con le 300B, quest'ultimo appena terminato, in una saletta al Milano Hi-Fidelity di Stefano Zaini. Doveva essere interamente dedicata alla mia HDC, ma poi ha ospitato in "gemellaggio" anche la Trenner & Friedl. Ho conosciuto il titolare dell'azienda importatrice, Lorenzo Verger, proprio in occasione della fiera e lui mi ha dato la possibilità di far suonare i diffusori austriaci con le mie elettroniche. Nel corso della mostra è scoccata la scintilla, vale a dire l'idea d'impiantare dei finali monofonici sulla stessa meccanica. Perché in quelle elettroniche le valvole sono montate in orizzontale? Per la ragione che le 807 hanno l'anodo in testa e come si fa a vendere un oggetto con la tensione in anodica (molto elevata) a portata di mano? Ecco che la meccanica orizzontale riesce a risolvere questo problema di sicurezza, ma anche a semplificare la costruzione del cabinet.

 



Purtroppo i tubi così non si vedono, per esporli è necessario rimuovere il top. Questo è un altro grattacapo che sto cercando di risolvere per rendere fruibile alla vista le valvole. Strada facendo mi sono accorto (ma non era stato previsto) che al posto delle 807 potevo montare qualsiasi altro tubo, quindi anche le 300B, che sono il triodo a riscaldamento diretto più in voga. Non è operazione banale mettere le valvole in orizzontale, e non credo che lo faccia qualcun'altro, in quanto il piano su cui giace la griglia dev'essere perpendicolare con il filamento, se "tilta" troppo e i due elementi entrano in contatto, salta tutto. Inoltre ho reingegnerizzato, sempre sulla base dello stesso case, l'unico preamplificatore che io abbia mai disegnato e costruito, secondo me straordinariamente ben suonante. Dal punto di vista commerciale, il mio sforzo è assolutamente artigianale, i prezzi che pratico sono calcolati in un sistema di vendita diretto, dal costruttore al cliente, senza nessun altro intermediario. Se cambia il giro ovviamente salgono. In questi anni il mio sforzo, anche economico, si è concentrato sulla produzione di dieci apparecchi, il problema è ora dargli visibilità, farli conoscere e ascoltare. Ed è quello che d'ora in poi cercherò di fare. Nel '96-'97 ho creato con un amico un marchio dal nome Spectra Sound ed è proprio in quest'occasione che è saltato fuori l'HDC, come acronimo di progetto, non come marchio in sé. Il modello 621 era un classico Push-Pull, da 62 Watt per canale, anche qui la meccanica era molto particolare, malauguratamente dovetti accantonarlo in vista di una produzione perché alla fine risultava troppo costoso.

 



Pure il modello 312 era un Push Pull, impiegava le valvole 6550 ed erogava 31 Watt per canale su carico di 4 Ohm, con il 2% di distorsione. Implementava una preziosa peculiarità tecnica, riconducibile a una speculazione teorico-sperimentale che non fa ancora nessuno. Tramite due potenziometri a dieci giri, era possibile una regolazione continua tra i due estremi di funzionamento di Push-Pull e Single Ended. In buona sostanza, si poteva passare gradatamente da una configurazione all'altra. Questo però avveniva a scapito della potenza erogata la quale, man mano che si andava verso il Single Ended, diminuiva sempre più (e viceversa). Si trattò di un approccio scaturito in università insieme a un ex collega. Da delle vecchie riviste americane che ho in casa, a me consta che la Manley nel 1996 produceva dei monofonici con le 300B che avevano la controreazione variabile a step, da 0 a 10 dB, e uno switch per il funzionamento in PP o SE. In fondo è un marchingegno dalla semplicità assoluta, perché le cose che funzionano davvero sono solo quelle semplici. Il passaggio da una configurazione all'altra lascia traccia nel suono, che viene progressivamente caricato di seconda armonica risultando più piacevole all'orecchio. Ero talmente convinto della cosa che la ritenevo fattibile commercialmente, lo Spectra Sound HDC 312, infatti, era già pronto per la produzione. Con l'amico che mi finanziava, l'ingegnere meccanico Patrizio Zemiti, curatore delle parti meccaniche dei miei apparecchi, avevamo partecipato addirittura a una fiera a Spoleto nel 1997.

 



Per l'occasione apparve un trafiletto scritto da Gian Franco Maria Binari, su una rivista di cui non ricordo il nome. Le cose recenti cominciano nel 2012. Ciò che ha dato il via agli amplificatori dell'ultima linea (HDC), quella che ho portato al Milano Hi Fidelity 2016 Autunno, parte sostanzialmente con l'ultimo Top Audio del 2012. Sotto il marchio QVS by Norse presentammo un finale stereo in Single Ended di bassissima potenza, appena 2,5 Watt con le 807 connesse a triodo. Nella saletta c'erano i diffusori berlinesi Voxativ Ampeggio, monovia con un altoparlante Full Range. È nato tutto un po' da lì, casualmente. Si era provato un prototipo l'anno precedente, la Voxativ veniva per la prima volta in Italia e partecipava alla mostra di Stefano Zaini, l'ultima fatta nel Jolly Hotel di Assago a Milano Fiori. Dopo la fiera di Zaini ho conosciuto degli operatori di un negozio milanese disponibili a una prova d'ascolto, abbiamo collegato ai miei finali dei diffusori LS3/5A "licensed", annotando una timbrica assolutamente eccezionale. I monofonici sono sostanzialmente una novità. In una sorta di progetto limite ho costruito l'amplificatore finale di potenza HDC 300B3 SE di cui parlavo prima, con tre dispositivi finali, che sono riuscito ad alloggiare nel medesimo cabinet, proprio quello destinato a tutti gli altri finali. Al momento sono impegnato nella realizzazione di una copertura superiore che dal punto di vista termico sia più sicura. Si capisce bene come questa sia una specie di stufa poiché ogni tubo di potenza dissipa 33 Watt. La sua singolarità sta nell'impiego di tre 300B e non mi sembra che lo faccia nessuno oltre me.

 



Insomma, mi sono impegnato in una bella sfida con me stesso, se pensiamo che tutti i miei apparecchi sono costruiti da me, senza l'aiuto di nessuno, in tutte le fasi. Non è affatto semplice gestire una meccanica, i rapporti con l'officina sono finalizzati a far capire come dev'essere realizzato un piano di foratura con taglio laser, per esempio, o la piegatura professionale delle lastre metalliche. L'incisione, il controllo delle superfici. In fondo non c'è nulla di straordinario, nei miei apparecchi uso degli accorgimenti che li portano a distorcere prevalentemente di armoniche pari. L'acronimo HDC (Harmonic Distortion Control) si basa fondamentalmente su questo concetto, nell'ipotesi di prendere in considerazione solo la distorsione armonica, non quella d'intermodulazione né l'impulsiva. In ogni caso, seguo sempre il principio di una stretta correlazione tra misure e orecchio. Una volta finito un oggetto, lo porto nel soggiorno e lo ascolto con i miei diffusori di riferimento, che da sempre sono le AR 3a. Ho sottoposto ai test d'ascolto tutti i miei amplificatori sempre utilizzando queste, per avere un riferimento stabile. A questo punto devo spezzare una lancia a favore dell'Acoustic Research, altra grande passione della mia vita. La 3a è una cassa che non ha limiti, più la piloti in modo pulito più il suo suono è pulito. Per il mio godimento personale, quando sono andato in pensione ho comprato da Sergio Marullo anche una coppia di LST (Laboratory Standard Transducer), con quattro medi, quattro tweeter e un woofer, stessi componenti della 3a.

 



Questa però è una cassa più difficile da pilotare perché piuttosto complessa e vorace di Watt. In più ha un autotrasformatore per poter modificare il livello del woofer rispetto a midrange e tweeter. Invece la 3a, contrariamente a quanto si dice da sempre, non è affatto difficile da gestire, bastano pochi Watt a valvole per farla suonare a dovere. La AR si è impegnata in una grandiosa ricerca sulla 3, il testimone è stato poi raccolto da Roy Allison che l'ha affinata con la 3a. L'originale AR 3 montava delle cupole rigide in materiale fenolico più grandi di quelle impiegate nella 3a, mentre la sospensione esterna del woofer, dotato di gruppo magnetico in AlNiCo, era in tela trattata e non in foam". Questo è tutto...

 



Ho avuto il privilegio, in un freddo e nebbioso dicembre, di ricambiare la visita fattami da Dorino. È stato come fare un tuffo in un indimenticabile passato, fatto di bel suono e grandi emozioni, il "sound" della mia giovinezza. In fondo non sono tantissimi gli anni di differenza tra me e lui. Entrambi, io da appassionato e lui da tecnico progettista, abbiamo vissuto in pieno gli anni del boom dell'alta fedeltà. Mi conforta pensare che, nonostante l'inesorabile passare degli anni, le buone idee da cui e partita la storia dell'alta fedeltà non sono morte, ma dopo un periodo in cui sembravano dimenticate, sono ritornate a risplendere in tutto il loro fulgore. Ho scoperto in Dorino non solo un tecnico finissimo ma anche un grande intenditore di musica. E che suggestione è stata aver riascoltato, dopo decenni, l'incredibile suono delle AR 3a, pilotate da un valvolare stereo da appena 2,5 watt per canale! Un medio d'indicibile dolcezza ha riportato nel salotto di Dorino la voce stupendamente espressiva di Luigi Tenco e io ho capito di colpo qual è la magia di un Single Ended a Triodo.
Sono rincasato portandomi dietro due finali HDC 807, li ho collegati a ponte per avere 5 Watt in uscita, cinque piccoli meravigliosi Watt che hanno fatto suonare le mie Canton LE 109 come mai era successo prima. Insieme a loro c'era anche il preamplificatore linea HDC 1A, l'ho collegato oltre che ai due 807 anche con ai miei due finali a stato solido, che ne sono usciti grandemente nobilitati da una timbrica dolcissima e musicale.

 



Le cose buone non muoiono mai...

Alfredo Di Pietro

Febbraio 2017


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