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sabato 20 ottobre 2018 ..:: Gershwin! - Concerto Inaugurale al Carlo Felice ::..   Login
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 Gershwin! - Concerto Inaugurale al Teatro Carlo Felice di Genova Riduci

 

 

 

Al compositore George Gershwin spetta un ruolo cruciale in quest'inizio di stagione al Teatro Carlo Felice. Palcoscenico tra i più importanti in Italia, fu inaugurato il 7 aprile 1828 ma nel corso della seconda guerra mondiale fu bombardato per due volte. Andarono distrutti i solai, i palchi, le soffittature mentre rimasero in piedi i muri perimetrali. Nel 1991 la resurrezione: la struttura, quasi completamente riedificata, a distanza di 163 anni venne nuovamente inaugurata con un interno tutto nuovo. Una strana sensazione s'impadronisce di chi, come me, entra per la prima volta all'interno di questo teatro, un grande auditorium con 2.000 posti a sedere del volume di 118.000 metri cubi per scene e servizi di scena, 106.000 sono quelli dedicati alla sala e le zone a essa collegate. Si riceve un'impressione molto diversa dalle altre "solite" sale, suscitata non tanto dalla sua vastità quanto dalle pareti laterali, ricreanti l'ambientazione di una piazza o strada cittadina ligure, con i suoi balconi, finestre, il lastricato murale e le porte d'ingresso al piano terra. Una città nel teatro e un teatro nella città. Genova, 21/09/2018, anche in questa mite serata settembrina parliamo d'inaugurazione; a un concerto è affidata, infatti, l'apertura della stagione teatrale 2018/2019. Nella sua freschezza s'intrecciano diversi frangenti che contribuiscono a renderla emozionante, sintetizzabili nel punto esclamativo contenuto nel titolo: Gershwin! Un concerto monografico che raggruppa le composizioni più note del grande pianista e compositore americano George Gershwin.

 



Opere scintillanti, ma non prive di momenti struggenti, che nel mio immaginario rieviocano l'entusiasmo dell'inizio stagione e insieme la tragedia appena trascorsa (ma per certi versi ancora in corso) del crollo di parte del Ponte Morandi. Una struttura gigantesca, oggi inquietante, che ho visto in parte nel corso del viaggio da Milano a Genova. Nel resoconto della serata è giusto citare una bella iniziativa, collegata al forte senso di solidarietà della gente genovese, che trova un suo pittoresco modo d'essere in un carretto da gelataio d'epoca, stile anni '50, posto nel foyer del teatro. Proponeva al pubblico, oltre al sorbetto al limone e una crema aromatizzata all'arancia e limone, anche un gusto nuovo, pensato apposta per la serata dal maestro gelataio, chiamato "Un americano a Parigi" in onore del grande compositore di Brooklyn. Si trattava di un sorbetto al caffè dal gusto molto delicato che richiamava i locali parigini dell'800, variegato con un biscotto americano: il classico cookie. Ne veniva distribuita una coppetta a chi lasciava un'offerta in denaro, il ricavato sarebbe stato devoluto in favore dei quartieri che sono stati colpiti dalla tragedia del crollo del ponte. Dal canto suo il maestro australiano Daniel Smith con generosità ha deciso di devolvere metà del suo cachet agli sfollati del ponte Morandi. L'incipit del concerto è affidato alla sfavillante Cuban Overture, il cui titolo originario era in realtà Rumba, brano in forma ternaria che l'autore compose nell'estate del 1932, ancora pervaso dalle suggestioni di una vacanza di due settimane fatta a L'Avana in febbraio.

 



La sua seduzione si basa su ritmi caraibici e cubani, con una costruzione strumentale affidata al colore tutto particolare conferito dalle percussioni latino-americane (bongo, claves, güiro e maracas). Centro e motore dell'Overture è una canzone allora molto famosa, la "Échale Salsita" di Ignacio Piñeiro. Antesignana di tutte le "salsa" a venire, fu scritta nel 1930 durante un viaggio in treno per Chicago. Il contatto tra Gershwin e Piñeiro fu reale, i due infatti s'incontrarono quando il primo visitò Cuba nel febbraio 1932. Brano di sicura presa, quanto mai eccitante, fu inserito nel programma di un concerto per Gershwin tenuto dalla New York Philharmonic-Symphony Orchestra. Come racconta l'autore stesso, il successo fu enorme, con una calca di cinquemila persone che cercarono, senza riuscirvi, di entrare nel Lewisohn Stadium e ben 17.845 presenti all'interno. In quest'esordio di serata è subito spiccata la grande qualità degli archi della compagine sinfonica genovese, mentre non particolarmente dotate di verve mi sono sembrate le quattro percussioni, che hanno mostrato una compostezza di stampo classico piuttosto che l'esaltazione dionisiaca della danza. Erano disposte, come indica una nota del compositore stesso in partitura, proprio di fronte alla posizione del direttore d'orchestra. Opera di notevole spessore, il Concerto in fa ebbe la sua premiere alla Carnegie Hall di New York il 3 dicembre 1925 e soddisfaceva l'ambizione dell'autore di voler essere autonomo nell'orchestrazione, cosa che non era avvenuta nella sua composizione più popolare: la notissima Rapsodia in blu, la cui orchestrazione fu invece affidata a Ferde Grofé.

 



Come Gershwin fu precursore di un sinfonismo basato sulla "salsa" nell'Overture Cubana, lo stesso si può dire che lo sia stato con questo concerto nell'ambito del jazz sinfonico, termine coniato dal direttore d'orchestra americano Paul Whiteman e che sottende un genere "mix" tra la musica colta europea e il jazz. Tradizionale è la sua ripartizione nei tre movimenti di Allegro, Adagio - Andante con moto e Allegro agitato. Nel tema principale sincopato, nella straordinaria effervescenza dei momenti più nervosi è probabilmente da ricercare la difficoltà che pone all'interprete classico questa composizione, scarsamente frequentata non solo per le sue difficoltà tecniche quanto per quelle stilistiche. Felice sintesi tra stilemi jazz e della musica colta europea, dev'essere una brutta gatta da pelare per qualsiasi esecutore. Non ha dimostrato però di esserlo per il bravo Giuseppe Andaloro, pianista dotato di una superba e istintiva musicalità. Nei tre movimenti ha saputo dirigere con fermezza il timone, esibendo uno straordinario piglio concertistico. Nel primo movimento emerge un mosaico di temi che appaiono e scompaiono senza soluzione di continuità, cuciti magistralmente dal pianista palermitano. Ogni cosa scivola via con facilità tra le sue mani. Mi ha particolarmente colpito, tra le altre cose, la scioltezza esibita nel legato, semore disinvolto, aereo e allo stesso tempo ben timbrato. Tutto il concerto è in realtà disseminato di impervietà tecniche che vanno sapute dominare, necessitando di uno strumentista che deve avere tra le sue doti quella di un'incisiva percussività e grande sicurezza negli accordi complessi, che arrivano a impegnare in certi passaggi tutt'e dieci le dita.

 



Le note ribattute, i ritmi fortemente sincopati, quella meravigliosa atmosfera di magica sospensione che emerge nei momenti più intimi e meditativi sono tra gli atout di questa composizione. Alla grandiosa conclusione del primo movimento segue l'incantevole melodia proposta da corno e tromba, con l'accompagnamento dei clarinetti. È un lirismo di marca squisitamente "blues" in questo caso, meditativo e a tratti venato di malinconia. Con veemenza, quasi con violenza si presenta il terzo movimento, con un tema esposto prima dall'orchestra e poi dal pianoforte. Vengono, nel frenetico corso dell'Allegro agitato, passati in rassegna tutti i temi esposti nei movimenti precedenti, per poi giungere alla maestosa conclusione, un tripudio sonoro assolutamente coinvolgente proposto questa sera da una buona orchestra, anche se dalla qualità un po' discontinua in alcune sue sezioni, e un pianista classico come Giuseppe Andaloro. Tale ha dimostrato di essere nel corso della sua carriera, come nella sua ultima release discografica "Cruel Beauty", contenente musiche italiane del tardo rinascimento e del primo barocco. Classico non vuol dire, tuttavia, limitato nell'affrontare repertori come quello di stasera. Giuseppe non è apparso affatto un interprete ingessato, intrappolato nelle forme classiche, ma ha dimostrato di essere anche in possesso di una notevole attitudine a entrare nello spirito del jazz e del blues.

 



Ascoltando il bellissimo Concerto in Fa di George Gershwin, ci si rende conto di quale debba essere non solo l'infallibile senso del sincopato di chi lo esegue al pianoforte (insieme a tutta l'orchestra), ma della sua predisposizione allo scatto atletico nei ritmi saltellanti, nei continui e fulminei guizzi, nelle velocissime sciorinate di terzine, negli accordi complessi e quant'altro questa partitura imponga. Così, chi lo suona deve unire una raffinata, impeccabile tecnica a una dote, in mancanza della quale questo capolavoro risulterebbe del tutto inefficace: lo swing. Tutte quelle qualità esibite dal pianista e dall'organico orchestrale nel Concerto in fa, le ritroviamo nella celeberrima Rapsodia in blu, composta nel 1924 e che in quello stesso anno vide la sua prima esecuzione. Il brano fu inizialmente pensato dal compositore per due pianoforti ma, nella sua scaturigine, decisivo fu l'incontro con Paul Whiteman, all'epoca direttore dell'Orchestra Jazz di New York. Questi convinse Gershwin a proporre la rapsodia nella strumentazione per pianoforte e big band; così avvenne ma l'orchestrazione non fu firmata dall'autore, bensì da Ferde Grofé, a sua volta arrangiatore di fiducia di Whiteman. Ecco che il 12 febbraio del 1924 fu presentata in tutto il suo splendore all'Aeolian Hall di New York, con lo stesso George Gershwin al pianoforte e alla presenza di grandi nomi come Fritz Kreisler, Igor Stravinsky, Sergej Rachmaninov e Leopold Stokowski. Similmente al Concerto in fa appena ascoltato, anche la Rapsodia in blu fonde i due generi della musica jazz e di quella colta, in perfetto stile jazz sinfonico.

 



Originariamente pensata nel titolo come "American Rhapsody", comincia con l'ormai leggendario solo di clarinetto, cui è affidato un trillo e una lunga scala cromatica ascendente, questo nella scrittura originale. A Ross Gorman, il clarinettista dell'orchestra di Paul Whiteman, piacque però eseguirlo sostituendo parte della scala con un glissando e da quel momento l'esecuzione seguì questa perigliosa variante. La strumentista che l'ha eseguita in questa serata inaugurale è purtroppo andata incontro a un piccolo infortunio, verificatosi nel punto di passaggio tra scala cromatica e glissando. Succede nelle esecuzioni "live", fatte senza quella rete protettiva di cui è dato usufruire negli studi di registrazione. Ultimo brano dell'impaginato di sala, a conclusione del quartetto di composizioni che più eminentemente riassume la fortuna critica e di pubblico di George Gershwin, è "Un Americano a Parigi", poema sinfonico eseguito per la prima volta alla Carnegie Hall di New York il 13 dicembre 1928. Noto per la vastità della compagine sinfonica, che comprende anche una celesta, un nutrito gruppo di percussioni, sassofoni e quattro clacson, è certamente una delle più famose composizioni di Gershwin, scritta dopo il viaggio fatto in Europa allo scopo di conoscere quei compositori che tanto ammirava e ambiva di avere come maestri, primo su tutti Maurice Ravel.

 



Cosa dire sull'acustica del Teatro Genovese? Che è tipicamente da vasti spazi, per questo alquanto dispersiva, dove la percezione sonora dell'orchestra nei momenti di minor intensità si è rivelata tenue, a tratti quasi impalpabile negli archi, nei legni e, parzialmente, anche nelle percussioni della Suite Cubana. Pure le sonorità del pianoforte giunte alle orecchie del pubblico non hanno reso piena giustizia alla potenza di fuoco che l'energico Giuseppe Andaloro è stato in grado di sviluppare sul Gran Coda presente sul palco. Non per caso un ascolto più soddisfacente ed equilibrato è provenuto dalla registrazione della diretta streaming della serata. Un plauso sincero meritano tutti, compresa la direzione del "felino" Daniel Smith che, con la sua personalità ricca di entusiasmo, si è rivelato un vero trascinatore di masse orchestrali.

 




Alfredo Di Pietro

Settembre 2018


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