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martedì 16 ottobre 2018 ..:: Franz Schubert - Works For Piano 4 Hands ::..   Login
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 Franz Schubert - Works For Piano 4 Hands - Milano Piano Duo: Luca Ciammarughi - Stefano Ligoratti Riduci


 

 

Con il tempo si è fatta largo in me la convinzione che, quando si ha l'immodestia di voler giudicare l'operato di un artista, un atteggiamento di distacco verso di esso non giovi. Il coinvolgimento è spesso visto come un elemento negativo, in grado d'influenzare un approccio critico che dovrebbe mantenersi il più neutrale possibile. D'altra parte, non si è lontani dal vero nel pensare che ogni recensione parta sostanzialmente da un'arroganza, dal voler tratteggiare un ritratto senza avere perfettamente presente il soggetto di cui si vorrebbe disquisire. Non mi riferisco all'opera musicale, che si potrebbe conoscere nota per nota, ma all'interprete, il quale ogni volta la trasfigura. Alla luce di questo, sarebbe imperdonabile non dare la giusta importanza alla sua conoscenza biografica, esperienziale, dei rapporti collaborativi con altri artisti, se lo abbiamo ascoltato dal vivo o meno, letto i suoi i libri o saggi (se ne ha scritti), tutti tasselli che consentono di rendere maggiormente a fuoco l'immagine del mosaico che pazientemente si forma sotto le nostre mani. Questa però sembra essere condizione necessaria ma non sufficiente. Figura "instabile" è quindi il critico, argutamente definito da Léon Bloy come "colui che ostinatamente cerca un letto in un domicilio altrui"; è a lui che spetta, secondo me, cercare di entrare in sintonia con lo spirito dell'interprete, oltre che esserne informato. La sua non è assolutamente una posizione comoda. A parte la citata competenza, la quale dovrebbe essere il minimo sindacale per potersi permettere il lusso di scrivere, non dovrebbe mostrarsi entusiasta al punto tale da sconfinare nella tifoseria, ma nemmeno così asetticamente neutrale da rendere tutto incolore.

Piuttosto, come un equilibrista deve muoversi sempre sul filo del rasoio. La difficoltà è destinata a diventare doppia quando il percorso musicale non è battuto in solitaria ma gli artisti sono due, in questo caso Luca Ciammarughi e Stefano Ligoratti, impegnati in questo "Works For Piano 4 Hands" a interpretare dei capolavori della letteratura pianistica di Franz Schubert. Con disposizione d'animo "anti-schonberghiana", quella che sento a me più congeniale, posso tranquillamente dire che Luca è un caro amico, con il quale spesso mi confronto su Facebook. Mi piace ascoltarlo nel silenzio della notte, in radio, nella sua splendida trasmissione "Il pianista". L'ho sentito suonare in un paio d'occasioni, letto i suoi libri insieme a diversi saggi/articoli presenti nel blog "ClassicaViva". Un po' meno conosco invece Stefano Ligoratti, musicista nato a Milano nel 1986, pianista, organista, clavicembalista, camerista, direttore d’orchestra e compositore. Ma da dove nasce il desiderio di stilare questa recensione? Dall'acquisto di un CD il 21 gennaio 2018, in occasione della Schubertiade che i due pianisti hanno tenuto a Novate Milanese, Centro Socio Culturale Coop, nell'ambito della manifestazione "Insieme... Musica - Concertando Musica e Convivialità", direttore artistico Luca Schieppati. Quel pomeriggio si sono esibiti in un programma di sala che ha ricalcato fedelmente il contenuto di questo disco, cosa che mi ha permesso di collegare le emozioni di un concerto dal vivo con quelle più "solipsistiche" dell'ascolto in cuffia.

Prima traccia: un arpeggio affrontato con decisione conduce nel cuore dell'Allegro moderato della Sonata in si bemolle maggiore per pianoforte a quattro mani "La Grande", Op. 30 D 617. La notevole serenità d'animo che traspare da questa composizione scaturisce da un periodo esistenziale particolarmente felice per l'autore. Schubert era stato accolto nella casa materna dell'amico Franz von Schober dove, libero da preoccupazioni di carattere economico, aveva potuto dedicarsi alla composizione delle Sonate per pianoforte N. 12 e 13, altri brani per lo stesso strumento, la Sinfonia N. 6 e diversi Lieder per voce e pianoforte. La scrittura di questa brillante composizione risale all'estate del 1818, con tutta probabilità fu dedicata alle due figlie del conte Johann Karl Esterhàzy, il quale aveva assunto il compositore in qualità di loro maestro. Il Milano Piano Duo affronta la D 617 con piglio sicuro, con squisita eleganza di stampo viennese, fondendo a meraviglia fine ironia (che in questa composizione non manca) e teatralità. Le numerose modulazioni sono precedute, quasi presagite da sottili variazioni agogiche che preparano il terreno al cambio di tonalità. Dalla bonarietà del primo tempo si passa al secondo, l'Andante con moto, dove prevale uno stato d'animo di malinconia. Costruito in forma di Lied, la sua è una cantabilità di matrice quasi estemporanea, è una musica che, come sovente avviene in Schubert, sembra sbocciare con grande naturalezza nel momento stesso in cui la ascoltiamo. Ciammarughi e Ligoratti si districano tra i cangianti stati d'animo evitando ogni sdolcinata sottolineatura, in Schubert il rischio di cedervi è sempre dietro l'angolo ma loro non cadono nel tranello.

Nella misura 33 un accordo in fortissimo arriva come una violenta sferzata, sorprende l'ascoltatore sino in quel momento cullato piuttosto che scosso. La "sorpresa" è tanto più efficace in quanto preceduta da un inciso delicatamente sognante. Quattro battute di potente drammaticità per poi ritornare alla pacata tristezza che domina questo movimento. Un elegantissimo Allegretto in 6/8 chiude la Sonata D 617. Si tratta di un finale in forma di Rondò in cui non mancano degli improvvisi trasalimenti, dei piccoli fulmini a ciel sereno che qui comunque rivestono il carattere di episodi del tutto transitori. Li riconosceremo in via molto più sostanziale nei due brani che seguono, l'Allegro in la minore "Lebensstürme" D 947 (Opera postuma 144) e la Fantasia in fa minore D. 940 Op. 103, scritti a distanza di un mese uno dall'altro. Nell'impaginato del CD sono "curiosamente" intervallati dalle Tre Marce Militari D 733, quasi a interrompere quel clima d'intensa tragicità che le precede e segue, per arrivare al mesto addio finale della D 940. Fanno parte dell'ultimo, miracoloso e intensissimo periodo creativo del grande genio viennese, anno 1828, quando nei pochi mesi che precedettero la morte fu colto da un autentico "furor" creativo. L'Allegro in fa minore s'ipotizza sia stato scritto come movimento iniziale di una sonata a quattro mani. In realtà l'appellativo di "Lebensstürme" (Tempeste della vita) è posticcio (ma indovinatissimo), aggiunto in un secondo momento dall'editore Anton Diabelli. Esordisce in maniera potentemente percussiva l'Allegro D 947, delle autentiche martellate che i due pianisti scatenano all'unisono per dieci misure, bruscamente spezzate da una di pausa.

Un modo tutto schubertiano per raccontare il battere del destino alla porta, fatto di soprassalti seguiti da momenti di abissale introflessione. Somma in queste occasioni appare la sua capacità di creare dei territori tonali in contrasto tra loro, nella fattispecie riconoscibili in due temi, il primo in la minore di carattere tragicamente teatrale, più ripiegato in se stesso e lirico il secondo. Questo Allegro s'impone nell'universo schubertiano in termini d'inusitata potenza. La lettura che il duo pianistico Ciammarughi-Ligoratti dà di questo capolavoro ha una nobiltà di conio classico, non ne ricusa certo la propensione romantica ma la controlla in modo tale da non farsi mai prendere la mano da essa. Lettura rispettosissima del segno scritto, quasi calligrafica, mantiene sempre alta la tensione emotiva senza che il minimo segno di cedimento o stanchezza si manifesti. Colpisce in pieno l'obiettivo di dare una visione molto organica, chiara e senza gratuiti colpi di testa atti a emulare un'originalità che è già tutta contenuta nelle note. A questo punto potremmo azzardare un parallelismo con la Fantasia D 940, composizione pubblicata da Diabelli l'anno seguente la scomparsa dell'autore e dedicata a Caroline Esterhàzy de Galantha. Da sempre affascinato dal genere della Fantasia (ne compose in tutto cinque), Franz Schubert conferisce alla D 940 quasi la valenza di testamento spirituale, in una forma "trait d'union" tra l'esigenza di dar sfogo al suo spirito romantico e quella naturale tendenza a non seguire altro che non sia espressione di una straripante libertà creatrice.

Il paragone con la D 947 s'infrange però nella constatazione di una complessità ben maggiore, con il susseguirsi di quattro movimenti organizzati secondo una particolare amministrazione del "matching" tonale: fa minore (Allegro molto moderato), fa diesis minore (Largo), fa diesis minore anche l'Allegro vivace e re maggiore il Finale. Non fosse altro che per la varietà degli stili compositivi e dei frangenti espressivi, si riceve la netta sensazione di trovarsi di fronte a un'opera che vive di una luce tutta propria. Certi studiosi, come il Mora, la accostano ad alcuni Lieder del ciclo "Winterreise", per la sua vocazione all'uso di una variegata tavolozza coloristica. Forse mi sbaglio, ma ho l'impressione che qui si raggiunga il culmine emotivo di "Works For Piano 4 Hands", nel seguire imperturbabilmente la linea di un pensiero complesso, frutto di un dolore lancinante che sgorga dal non poter dire quel tantissimo che si ha ancora da comunicare al mondo. L'avvio ci parla di una mestizia trascinata, estenuante sotto l'impulso della figurazione ritmica di semicroma-croma puntata-semicroma, cellula evocatrice di una sofferenza profonda e inestinguibile. Eroicamente si staglia il sofferto Largo, fra trilli che sembrano grida umane, alternantisi con un secondo dicotomico tema di carattere languido, che richiama quasi un duetto operistico. Vitale e vitalistico è lo scherzo, affrontato dal duo con rimarchevole piglio virtuosistico ed esemplare chiarezza dell'intreccio armonico/melodico, una intelligibilità che si conserva integra anche nel dipanare le complesse linee del grandioso fugato.

Nel finale si ritorna all'amareggiato assunto iniziale, affrontato però con un alito diverso, che prelude alla fine piuttosto che a futuri sviluppi. Un modo di accomiatarsi definitivamente dal mondo, da questa grande avventura della vita in cui tutti noi possiamo riconoscerci. Tra questi due abissi s'intrufolano le gioiose Tre Marce Militari Op. 51 D 733, consegnateci dalla sopraffina arte pianistica del duo, particolarmente a suo agio nello stabilire un'atmosfera sublime fatta di baldanza e ritrosia, amabilissima nel suo danzante oscillare tutto viennese. Siamo in presenza di una cifra pianistica stilisticamente impeccabile, maturata non solo con una lunga frequentazione schubertiana ma forte anche di una squisita sensibilità e un ponderoso bagaglio culturale. Composte nell'estate-autunno del 1818, ma pubblicate a Vienna da Diabelli solo nel 1826, sono anch'esse testimoni del clima bucolico e fatato di quella splendida estate trascorsa in quel di Zseliz, ospite il compositore presso la residenza estiva del conte Johann Esterhàzy, dov'era stato chiamato per curare l'educazione musicale delle sue due figlie Maria e Carolina. Facendo un veloce "rewind" alle circostanze in cui fu composta la Sonata D 617, non potremo non riconoscere quello stesso spensierato clima che ha condotto alla creazione di questi gioielli musicali, forieri d'indimenticabili momenti conviviali. Di una forma d'intrattenimento mai banale o superficiale. In questo senso Schubert fu un autentico re Mida, che trasformava in oro tutto ciò che passava dalle sue mani. Ad onta delle solite prefiche, viviamo in un paese musicalmente sfaccettato e quanto mai ricco di eccellenze.
Basta cercarle e le troveremo, come questo bellissimo CD schubertiano...

 




Alfredo Di Pietro

Giugno 2018


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