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 Francesco Libetta - Musicista in pochi decenni Riduci


 

 

"Prima o poi doveva capitare", si saranno detti gli estimatori del pianista, compositore e direttore d'orchestra autore di questo libro. Sinora incline a una dose forse eccessiva di riserbo nel consegnarsi ai mezzi mediatici, con il suo libro "Musicista in pochi decenni" ha deciso di aprire le porte della sua memoria, della sua saggezza, a chiunque ne avesse voglia. Vorrei evitarlo, ma non posso non cadere in quelle che P.P. Pasolini definì come "le banalità linguistiche della biografia": è importante sapere da che "pulpito viene la predica", per poter mettere bene in prospettiva il valore aggiunto di quanto leggiamo, che è non l'affabulazione di una pur abile penna, ma il contributo di uno dei più grandi artisti da tempo presenti sulla scena internazionale. Francesco Libetta nasce a Galatone, in provincia di Lecce, il 16 ottobre 1968. Talento molto precoce, sviluppa la sua formazione artistica soprattutto in Francia e in Russia. Studia pianoforte con Vittoria De Donno a Lecce, composizione con Gino Marinuzzi a Roma e Jacques Castérède a Parigi. Nel 2000 il mondo della musica si accorge del suo valore di artista; è l'anno in cui, dopo essersi imposto all'attenzione internazionale al Miami International Piano Festival of Discovery, viene invitato in stagioni concertistiche negli Stati Uniti, a Londra, Parigi, Stoccolma, Oslo, Barcellona, Hong Kong, Tokyo e Osaka. Si esibisce in alcune delle più importanti istituzioni musicali, quali il Teatro alla Scala di Milano (sia in formazione solistica che in quartetto con il Trio d'archi della Scala) e nella prestigiosa Carnegie Hall di New York, palcoscenico riservato agli artisti più grandi.

Fruttuosa è anche la sua attività come direttore d'orchestra: collabora con I Filarmonici di Verona, la Nuova Orchestra Scarlatti di Napoli, l'Orchestra del Teatro Nazionale di Tirana. Sul versante discografico, pubblica registrazioni (anche negli Stati Uniti) delle Variazioni Diabelli di Beethoven, delle trascrizioni di Liszt delle opere wagneriane, Mozart, Debussy, Brahms, Ravel, Chopin, Schumann, Sgambati (delizioso!) ... Un capitolo a parte rappresentano due autentiche perle discografiche, la cui diffusione in qualche modo manchevole non rende merito alla loro bellezza. Parlo dell'integrale della musica per tastiera di Georg Friedrich Händel, rilasciata ahimè in due sole copie, una in possesso del pianista e l'altra di Franco Battiato, e le trentadue sonate di Beethoven per pianoforte, le cui registrazioni sono disponibili solo in formato Mp3 su Internet (l'audiofilo purista storcerà il naso di fronte a questo formato compresso, che lascia perdere per strada le informazioni sonore più fini per consegnarci un messaggio semplificato). Nel 1990 fa scalpore la sua prima assoluta dei difficilissimi cinquantatré Studi di Leopold Godowsky sugli Studi di Chopin, brani "killer" che non so quanti pianisti al mondo sono in grado di suonare con autorevolezza. E una gemma è anche il filmato, premiato con il Diapason d'Or e lo CHOC - Le Monde de la Musique, del suo concerto eseguito al Festival pianistico di Roque d'Anthéron nel 2002, regista il grande documentarista francese Bruno Monsaingeon, che di lui ha affermato: "Libetta suonava gli Studi di Chopin - Godowsky, L'escalier du diable di Ligeti e una personale trascrizione Libetta - Ravel de La valse che riabilitava tutti i contrappunti strumentali che l'autore aveva sfrondato nella trascrizione dall'orchestra al pianoforte... Eppure in Libetta non c'era il minimo segno della fatica, il suono conservava tutta la sua bellezza plastica e l'esecuzione andava oltre ogni possibile virtuosismo".

Lascia traccia anche nella filmografia, apparendo nella pellicola "Musikanten" (2005) di Franco Battiato, dove impersona il garzone del bar che, a un certo punto, lascia l'ordinazione sul tavolo e inizia a suonare il Revolutionary Etude di Chopin - Godowsky, nel più assoluto stupore dei presenti. Servire: l'arte suprema, è forse il messaggio che il regista vuole lasciare. Non è d'altronde un caso se nel 2010 la casa discografica statunitense Marston lo include in un'antologia d'interpreti chopiniani storici, unico italiano insieme a Ferruccio Busoni, che partendo da Pabst annovera giganti della tastiera come de Pachmann, Friedman, Paderewski, Rubinstein, Lipatti, Bartok e altri. Non vorrei tuttavia trasformare questa che vorrebbe essere la recensione di un libro in un trattato "agiografico" sul pianista pugliese ma, sempre nell'ottica di una corretta informazione sul "chi scrive cosa", non posso passare sotto silenzio alcune cose che eminenti critici hanno detto di lui, come Harold Schonberg: "maestro di ogni periodo o stile, Libetta è il miglior rappresentante del gusto moderno ... una tecnica che lascia allibiti". Paolo Isotta, sul Corriere della Sera: "un virtuosismo così miracoloso e un così delicato senso dell'eloquio melodico, da indurci alla domanda: quale altro artista della sua generazione, non solo in Italia, può essergli accostato?". John Ardoin, riferendosi alla nuova generazione di pianisti, ha dichiarato che Francesco Libetta è "il più ispirato e creativo". Sul New York Times, infine, è stato definito come "un aristocratico poeta della tastiera con il profilo e il portamento di un principe rinascimentale".

Patrizio si, ma incline a un democratico atteggiamento di condivisione del proprio patrimonio esistenziale, come inequivocabilmente dimostra questo tomo, architetturalmente suddiviso in diciotto capitoli e una curiosa appendice, dove Libetta veste i panni del maestro d'italiano, impegnato a spiegare diversi termini, intitolato "Un vocabolario da palcoscenico, da Amnesia a Zuzzurellone". Ma cos'è in definitiva "Musicista in pochi decenni"? Un volume di centottantaquattro appassionanti pagine, al netto delle due dedicate ai ringraziamenti, dense di significati e simboli, mai teoricamente campati in aria ma saldamente riferibili al "mestiere" di fare musica. Già dai Prolegomeni, in buona sostanza un'esposizione preliminare delle asserzioni a fondamento del libro, possiamo pregustare il contenuto di ciò che seguirà, una profumata misticanza di filosofia, sapienza ed esperienza, condite con quello speciale equilibrio che scaturisce da chi ha vissuto la propria esistenza assorbendo come una spugna ogni cosa. In questa sapida introduzione, vengono passati in rassegna il riconoscimento dell'incommensurabile vastità del fenomeno musicale, le desiderata dei pianisti in erba, il loro sogno di superare miti insuperabili, il cimento e le incognite dell'insegnamento, l'annosa questione dei concorsi pianistici (poi eviscerata in modo mirabile nel terzo capitolo "Le misteriose vie dei delle giurie dei concorsi"), gli scopi prefissati del diventare pianisti, non sempre riconducibili a un visione chiara di ciò che realmente si desidera. Insomma, si prefigura sin dall'incipit come un testo che, partito per essere un "Manuale musicale pratico", diventa tutt'altro, anche se non è avaro nel seminare idee che preludono a formidabili sviluppi pragmatici.

Diventa allora chiaro che il musicista autentico non può sottovalutare il motto che invita a diventare "maestri di se stessi" o di "arrubare il mestiere" con ogni mezzo a propria disposizione. Francesco Libetta diventa forbito "story teller", nelle innumerevoli testimonianze di vita che dispensa a piene mani. Toccanti quelle che ci racconta della grande violinista Ida Haendel. La quantità industriale di citazioni, luoghi, emblemi, assemblate con "tòpoi" letterari che padroneggia con sorprendente e irrisoria agevolezza, pongono Libetta su uno scranno degno di un vero artefice letterario, oltre che musicale. Nulla è lasciato al caso, ma al di là di un apparente vezzo per la divagazione, che sottende all'insofferenza per uno stile statico (come ci ha abituato nei variegatissimi moti espressivi che inanella in ogni sua interpretazione), si sente una formidabile coerenza sotterranea. Alla fine comprendiamo che ogni capitolo ha un suo preciso perché, sintetizzato nell'immancabile "Morale" che troviamo alla fine. Non so, ma ho come l'impressione che l'autore abbia voluto fornire una rapida chiave di lettura per ciascuno, un modo per dire, schiettamente e direttamente, ciò che è racchiuso in una prosa di così ampio respiro da far quasi perdere l'orientamento al lettore. Questo di Francesco Libetta non è un libro per specialisti, ma decifrabilissimo da chiunque. Ha il raro dono, pur nell'abbastanza sporadica complessità di certo periodare, di lasciarsi leggere con grande piacevolezza. Nello scorrere delle pagine quasi si smaterializza, perdendo la sua natura cartacea, per acquistarne una simile agli elementi della natura.

Tutto in questo sorprendente artista è impagabilmente naturale. Così come quando esegue un brano al pianoforte, senza sforzo apparente fluiscono le parole, le frasi, i capitoli. Personalmente, ho avuto la netta impressione di essere seduto con un vecchio amico, che ben presto ha assunto la statura di un saggio, deciso a trascorrere una serata con me immergendosi (e io con lui) nella narrazione di una leggenda, ben poco favolistica ma calata in una realtà spesso cruda. Sono persuaso che in questo suo esordio letterario abbia evitato volutamente di entrare nei particolari della musica o degli interpreti, citati quasi di sfuggita, ma piuttosto in tutto quello che ruota intorno a essi. Modellatore di una materia ariosa, ma allo stesso tempo meticolosamente cesellata, impreziosita da precisi aneddoti, particolari, fastidi e sofferenze del vivere quotidiano di un musicista. Per questo motivo, un titolo e sottotitolo come quello scelto suona ironico, elegantemente beffardo, come se l'essere un interprete di riconosciuto valore implicasse l'uso di determinati ingredienti, alla stregua di una ricetta culinaria. Come se pochi decenni di tempo, idoli, opinioni, esperienze fossero un sicuro viatico verso l'anelato successo. In realtà la sostanza del libro fa capire chiaramente che si tratta di un percorso tutt'altro che agevole, dove di garantito non c'è nulla. Un frontespizio che stride in maniera evidente, se considerato in assoluto e non riferito alla vicenda artistica dell'autore, con il reale contenuto. Siamo per caso tormentati dal significato, dalla differenza che c'è tra talento "euboico" ed "eginetico"? Basta leggere il tredicesimo capitolo e lo capiremo benissimo.

Una certa amarezza traspare, tuttavia catartizzata in una visione superiore (come spesso accade in Libetta) nel quinto capitolo "Elogio dello sconfitto", che ho letto con accoratezza perché credo tocchi le corde più intime di ciascuno di noi, musicista e no. Quando si tratta di tirare delle somme, azzardare un bilancio, l'autore sa essere di una nitidezza accecante, che non fa sconti. Citando "The nobility of failure", un libro su antichi guerrieri eroi suicidi giapponesi, stempera l'estremità del gesto suggerendo un più stoico fare buon viso a cattivo gioco, convinto che ogni esperienza è utile a costruire un'umanità maggiormente autentica e consapevole. Ci fornisce quel tanto di saggezza che porta a non prenderci mai troppo sul serio, ma essere piuttosto aperti al "mare magnum" di possibilità che la vita ci apre. Ritorno a bomba su quegli addentellati di vita vissuta che tanto mi hanno colpito, questi fanno da corollario all'enunciazione di un concetto, sono sempre gustosissimi e diversificanti la lettura (che non è mai incolore o tediosa). Vengono in soccorso del pensiero stesso, liberandolo da astrazioni e calandolo in una fattuale realtà. Così episodi e notizie curiose sono dispensati con prodigalità, sotto una scorza "gossippara" evocano un clima confidenziale e molto poco ingessato, con leggerezza fanno comprendere che siamo di fronte a un'opera profondamente rivelatrice, la quale dice della musica, pur non mettendola a fuoco nei suoi dettagli, molto più di quello che possono mille trattati di musicologia. Ci ritroviamo noi, profani della materia, del fare musica concretamente, ignari delle tribolazioni cui vanno incontro i concertisti grandi e piccoli, incatenati in una caverna come nel mito di Platone.

Il sole che brilla all'esterno illuminando uomini e oggetti rappresenta in questo caso il retroscena, l'"osceno", benianamente inteso come ciò che sta fuori dalla scena e di cui il non addetto ai lavori è all'oscuro. L'autore del libro ci libera dalle catene, consentendoci di guardare direttamente ciò che avevamo scambiato per entità reali, mentre queste erano solo delle ombre, il riflesso dai contorni confusi d'immagini che credevamo essere l'ente tangibile, un mondo solo supposto e sovente circondato da false idee, pregiudizi, sollecitati da tutta quell'aura epica di cui è circonfuso il concertista, soprattutto se grande. Francesco Libetta ci pone al cospetto, in un ammirevole slancio di sincerità e coraggio, di ciò che non si può e, spesso, non si vuole vedere perché diverge crudamente dalle rassicuranti ombre che ci siamo per comodità creati.


Alfredo Di Pietro

Novembre 2018


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