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 Divertimenti Viennesi - von Dittersdorf, Vaňhal, J.M. Haydn Riduci


 

 

Voglio dichiararlo subito, per me questa non è stata una recensione facile, a dispetto del termine "divertimento", indicativo di un qualcosa che dovrebbe servire a sollevare l'animo dalle ambasce, dalle fatiche quotidiane del lavoro e dalle preoccupazioni che la vita immancabilmente ci sottopone. Innanzitutto, per entrare nello spirito di queste otto deliziose composizioni bisogna aver prima colto l'essenza di una figura che oggi purtroppo rischia di apparire sempre più desueta, quella del "galant homme", paradigma dell'uomo dai modi raffinati, di buona cultura e d'animo gentile, le cui scelte sono sempre dettate da un innato buon gusto. Per inciso, sono doti che ho riconosciuto nella personalità del maestro Matteo Cicchitti, contrabbassista, violonista, gambista, direttore d'orchestra nonché docente dell'AFAM (Alta Formazione Artistica, Musicale e coreutica) in scuole civiche e private, fondatore e presidente dell'Associazione culturale musicale Musica Elegentia. Bontà sua, nel settembre di quest'anno mi ha rilasciato una lunga intervista nella quale ha sviscerato molte delle tematiche che s'incontrano nel doppio album "Divertimenti Viennesi"; una fruttuosa conversazione che considero propedeutica a questa mia recensione. Ritornando a bomba al termine di cui sopra, le cose non cambiano molto se lo analizziamo non dal punto di vista meramente lessicale ma in qualità di genere musicale.

Tralasciando il suo significato tecnico nell'ambito della fuga, possiamo parlare in generale di una composizione che gode di larga autonomia, in buona sostanza una suite di brani puramente strumentali messi in sequenza, caratterialmente inclini a una disinvolta leggerezza più che al profondo intendimento (per parafrasare una nota affermazione di Domenico Scarlatti). Ravvisiamo quindi una funzione di "alleggerimento" che questo tipo di musica esercita sulle inquietudini di cui è disseminata l'esistenza umana. In tal senso, affini al divertimento sono altri generi come la serenata, la cassazione, il capriccio o l'allettamento. Trova la sua scaturigine nell'opera "Il divertimento di Grassi, musiche da camera o per servizio di tavola" del 1681, e nei successivi Divertimenti per camera di Gaetano Boni del 1717. Emblematica è l'espressione "musica da tavola" - la Tafelmusik tedesca o la Musique de table francese - a definire un'ampia letteratura che attraversò in special modo i secoli XVI e XVII, un caleidoscopico repertorio di musiche specificamente composte per i banchetti, da suonarsi come sottofondo negli intervalli tra i servizi (entremets) o in occasione di eventi all'aperto. Un qualcosa di non dissimile dalla novecentesca "musique de tapisserie" di Erik Satie. Il genere del divertimento evolverà, rimanendo in voga sino a tutto il 1700, come una sorta di format "tuttofare", visto che, oltre a essere prima del 1780 comprensiva di praticamente tutta la musica strumentale (non orchestrale), incluse sonate e quartetti, era spesso commissionata ai compositori per festeggiare eventi come lauree, matrimoni e tutto ciò che fosse ricordevole.

Ovvio che tale genere, per la sua intrinseca natura, portasse con sé anche il concetto di "Stile galante", una formula che ebbe ampia diffusione in tutta l'Europa a partire dalla metà del XVIII secolo, segnando la linea di confine tra il barocco, con la sua polifonia e severo contrappunto, e il classicismo, dove prevaleva l'omofonia e una maggior semplicità di concezione formale dell'armonia e della melodia. In questo processo di "semplificazione" delle complesse architetture barocche a vantaggio dell'emersione melodica, decrebbe di conseguenza l'impegno tecnico necessario per eseguire le partiture, tanto da renderle accessibili ai moltissimi dilettanti dell'epoca. Anche su questo termine dobbiamo però capirci, affrancandolo dall'accezione spesso negativa, direi quasi dispregiativa che assume ai nostri giorni. A quei tempi, tale figura s'identificava con quella di una persona che faceva musica per diletto e non per professione, senza per questo risultare tecnicamente deficitaria o sprovvista delle adeguate capacità per poter suonare delle opere che solo superficialmente potevano definirsi "facili". Ci sono diversi tipi di virtuosismo, compreso quello di saper ricreare tutta la raffinatezza insita nelle cosiddette "galanterie", di gran moda sin dall'inizio del Settecento e pensate per uno strumento a tastiera o piccole formazioni cameristiche di archi, le quali tendevano a sfrondare certe complessità armonico/contrappuntistiche in favore di una semplice melodia con accompagnamento.

Va da sé che un tale tipo di musica esigeva dall'esecutore l'abilità di rendere espressiva, piacevole e anche commovente una linea musicale tutto sommato elementare nella sua semplicità, e come farlo se non dosando sapientemente l'agogica, la dinamica e il fraseggio, insieme a una gestione magistrale degli abbellimenti? Anche questo dev'essere considerato virtuosismo. Le prime avvisaglie dello stile galante possono essere individuate già nelle composizioni strumentali (soprattutto per clavicembalo) di sommi come F. Couperin, J.-P. Rameau e C.P.E. Bach, ma l'epoca d'oro di questo stile si colloca intorno alla metà del '700, periodo in cui videro la luce le composizioni contenute nelle ventuno tracce di questo doppio album (precisamente tra il 1760 e il 1770). Il suo declino di stile alla moda iniziò poi verso il finire del 1700, quando il galante fu soppiantato dalla nuova corrente del classicismo, con la quale tra l'altro per diversi anni si era embricato. Protagonisti dei "Divertimenti Viennesi", oltre ai bravissimi Gian Andrea Guerra, Mauro Righini e Matteo Cicchitti, sono tre insigni compositori, Carl Ditters von Dittersdorf, Jan Křtitel Vaňhal e Johann Michael Haydn, la cui importanza nella storia della musica è stata in parte ridimensionata dalla luce accecante che emana l'astro W.A. Mozart. Tuttavia, leggendo con la dovuta attenzione le bellissime note di copertina stilate da Giorgio Pagannone, musicologo e professore associato presso l'Università "G. D'Annunzio" di Chieti, saremo esortati a riconsiderare questi tre autori nella loro giusta luce.

Recensire vuol dire prendere in considerazione ogni aspetto di un prodotto, discografico nel nostro caso, comprese le note a corredo, che raramente ho trovato così chiare, dettagliate e ricche d'informazioni come queste. Emerge quindi dagli annali della storia una terna di figure che hanno in comune non poche cose. Furono praticamente coevi, essendo von Dittersdorf e Vaňhal nati nel 1739 e appena due anni prima J.M. Haydn (1737), fratello minore del più celebre Franz Joseph, il quale non ebbe difficoltà a riconoscere come molte messe di Johann Michael fossero superiori alle sue. Immersi nel fulgido classicismo della "Wiener Klassik", si dimostrarono instancabili scrittori di pregevolissime composizioni e, al contempo, esperti virtuosi di strumenti ad arco, come testimonia l'epica icona del quartetto con F.J. Haydn al primo violino, von Dittersdorf al secondo violino, Mozart alla viola e Vaňhal al violoncello, esibitosi a Vienna in una memorabile esecuzione il 12 febbraio 1785, nel corso della quale eseguirono tre dei sei quartetti mozartiani dedicati a Haydn. Ma l'illustre formazione cameristica aveva già avuto modo di riunirsi l'anno precedente, nel 1784, in occasione di una festa organizzata dal compositore inglese Stephen Storace. Ognuno di questi musicisti si distinse, ritagliandosi un posto di rilievo nella storia della musica. Von Dittersdorf fu un eccellente virtuoso di violino, autore di ben 110 sinfonie accertate, cui se ne devono aggiungere altre 90 secondo il catalogo pubblicato da Helen Geyer. Fu importante quindi anche come compositore, con una scrittura assai raffinata e un'inventiva melodica di primo livello.

Suoi sono i Sei Trii per due violini e violone del nostro album. Non fu da meno Jan Křtitel Vaňhal, conosciuto anche come Johann Baptist Vanhal, compositore e anche lui insigne violinista, di origine ceca anziché austriaca come gli altri due. Prese lezioni da Carl Ditters von Dittersdorf e soffrì nel corso della sua vita di una malattia nervosa, forse una forma di depressione o di psicosi maniaco-depressiva, dalla quale riuscì a sollevarsi non senza però qualche conseguenza sulla qualità delle sue composizioni. Una figura senz'altro rimarchevole anche per essere stata forse la prima a poter vivere solamente grazie alle sue composizioni, senza aver bisogno di nomine né di protezioni, come di solito avveniva alla sua epoca. Anche lui fu autore estremamente prolifico, con all'attivo 100 quartetti, più di 73 sinfonie, 95 composizioni di musica sacra e un gran numero di opere strumentali e vocali. Diversi musicologi ritengono che le sue migliori sinfonie stiano alla pari di molte composte da Haydn senior. Johann Michael Haydn, infine, brillò come stella del classicismo, fu amico intimo dello stesso Mozart, il quale teneva in grande considerazione il suo lavoro. Fu insegnante di Carl Maria von Weber, Anton Diabelli, Antonín Reicha, Sigismund von Neukomm, Joseph Wölfl. Pur essendo un importante e fertile compositore di musica profana, con quaranta sinfonie, molti concerti e musica da camera, eccelse specialmente nella musica sacra corale, come ammise il fratello maggiore Franz Joseph. Nei Divertimenti Viennesi sono quindi di scena tre provetti musicisti del Musica Elegentia Consort: Gian Andrea Guerra al primo violino, Mauro Righini, che suona sia come secondo violino (in von Dittersdorf) che come viola (in Vaňhal), e Matteo Cicchitti al violone.

 



Usano tutti e tre strumenti d'epoca, che padroneggiano con perfetto stile settecentesco e sicuro virtuosismo, dimostrando grande familiarità con un linguaggio che è per loro privo di segreti, insieme all'esibizione di un fraseggio assolutamente amabile. Come dicevo prima, i divertimenti inclusi nella registrazione sono stati composti intorno agli anni Sessanta del Settecento, piuttosto brevi i sei presenti nel primo dischetto di policarbonato, di una semplicità tuttavia non priva di quelle numerose finezze che emergono a un ascolto attento, evidenti non solo nella conduzione del primo violino, cui è affidata la melodia, ma anche nelle parti secondarie di viola e violone. Più complessi e sviluppati sono invece i due divertimenti che occupano il secondo CD, dove viola e violone vengono emancipati dalla funzione di mero accompagnamento e sostegno al protagonismo melodico del primo violino, per entrare in uno stile concertante che li fa diventare parte integrante di un serrato dialogo inter-strumentale. Il primo contributo a questi Divertimenti Viennesi proviene da von Dittersdorf con i suoi Sechs Streichtrios Op. 1. Sono composizioni dalla struttura formale lineare, formati ognuno da due soli movimenti: un tempo iniziale più o meno veloce, che può essere un Allegro, un Andante o anche un Presto, e un secondo movimento che è immancabilmente un Minuetto. Già nell'Allegro del N. 1, scritto nella tonalità di re maggiore, ravvisiamo quella piacevolissima musicalità priva di spigoli che sarà una costante in ciascuno di loro.

Al primo violino è affidata una scrittura abbastanza virtuosistica, ricca di guizzi e quartine di semicrome da suonare in scioltezza, occhieggiano anche delle note ribattute, mentre il violone si produce in un pulsare che dà sostegno ritmico a tutto il movimento. L'Andante in sol maggiore del secondo Trio rivela una scrittura più mossa e scorrevole, dove il primo violino, pur facendo la parte del leone, trova nel secondo un partner che partecipa fattivamente ai suoi ricami melodici. Parlavamo di una musica senza asperità, ma nel Trio del placido e cadenzato "pas menu" qualche nube appare all'orizzonte, un passaggio in tonalità minore che apre a uno scenario più inquieto. Se è vero che il divertimento non prevede forme elaborate ma si basa sulla semplicità omofonica del canto, e altrettanto vero che, nella sua libertà di muoversi, nemmeno le preclude. È quanto possiamo apprezzare nel Presto che apre il terzo Trio, in forma di fugato, a dimostrazione della grande perizia compositiva di Carl Ditters von Dittersdorf. Sempre in quest'interessante movimento iniziale troviamo un "tacet" di ben dodici battute del primo violino, il quale lascia spazio a un confronto tra secondo violino e violone. In tempo di 3/4, il garbatissimo Minuetto cambia atmosfera, come spesso succede, nel passaggio dalla tonalità maggiore alla minore: il Trio centrale è movimentato da una serie di terzine che instaurano un clima piuttosto tormentato. L'uso di un violone 16' a cinque corde, accordato in Do-Mi-La-Re-Sol, una sorta di viola contrabbasso, si rivela come avvincente alternativa timbrica al basso continuo del violoncello, agevola una tavolozza coloristica più ampia e diversificata, con interessanti ricadute sul ventaglio espressivo che così può avventurarsi in spunti rustici o schiettamente umoristici.

Nell'Allegro moderato del quarto trio spicca, alle battute dodici e tredici, proprio il violone, impegnato in uno stuzzicante intervento solistico; avrà costantemente modo di far apprezzare il suo timbro decisamente rugoso e materico. Il Trio N. 5 esordisce in un clima squisitamente cantabile, con un tema di stampo quasi operistico, i frequenti sincopati sembrano suggerire dei momenti di riflessione. Come avviene in tutti i trii, molto flessibile e variegata è la figurazione (che si risolve in altrettanti frangenti espressivi) adoperata dal compositore viennese: dall'uso del sincopato a quello del puntato e delle veloci volatine di quartine, compresi i brevi trilli preceduti da una rapida figurazione puntata che dà slancio agli stessi. Il sesto e ultimo Trio comprende un sussiegoso Allegro, sottolineato dalla corpulenta stoffa timbrica del violone, che sortisce un neanche tanto velato effetto umoristico. Parimenti burbanzoso è il "Minueto" (scritto così in partitura). Davvero sublime, adorno di una sofferta e profonda malinconia è l'episodio centrale del Trio, una pausa di dolorosa riflessione prima che il "Minueto Da Capo" ristabilisca quel clima di serenità che intride sostanzialmente ognuna di queste piccole gemme. Ai Sei Trii Op. 1 di von Dittersdorf seguono i due divertimenti, di maggior respiro, più elaborati nel loro sviluppo e con un maggior numero di movimenti, a firma di Jan Křtitel Vaňhal e Johann Michael Haydn. Cinque sono quelli che costituiscono il Divertimento in sol maggiore di Vaňhal: Allegro-Minuetto-Adagio-Minuetto-Allegro, mentre quello in do maggiore di Haydn ne conta quattro (Allegro moderato-Adagio-Minuetto-Finale presto).

Diverso è in questi il ruolo riservato al violone; se in von Dittersdorf è usato preminentemente come accompagnamento e armonizzazione, qui assume invece dignità concertante, da "primus inter pares". Il Divertimento in sol maggiore di Vaňhal è stato scritto verso la fine degli anni Sessanta del Settecento, è dotato di una struttura simmetrica con due Allegri agli estremi e due Minuetti al centro, ai quali si frappone uno stupendo Adagio. Entrambe le composizioni rivelano maggiori ambizioni e l'adesione alla forma sonata. Dalla battuta 32 alla 37 dell'Allegro iniziale, il violone interviene con delle vigorose serie di sedicesimi, quasi a emulare un virtuosismo che in von Dittersdorf era riservato soltanto ai due violini, ovviamente con prevalenza del primo. Anche nel primo minuetto Vaňhal riserva grande attenzione al violone, che nelle abili mani di Matteo Cicchitti si fa notare per gagliardia, incisività e una voglia di gareggiare con gli altri due senza alcun complesso d'inferiorità. Nel Trio, con il suo incedere da elefante che entra in una cristalleria, suscita un vivo effetto umoristico. Nell'Adagio i nostri tre musicisti dimostrano di possedere preclare qualità agogiche, affrescano un movimento pieno di sospiri e dolcissime carezze, delizioso nel vero senso del termine, in esso affiora una pensosità di stampo haydniano. Nel secondo minuetto il basso da imponente si trasforma in flautato, accompagna con discrezione la melodia delineata da violino e viola. Pieno di brio è il movimento conclusivo, un Allegro nel ritmo binario di 2/4, a differenza di tutti gli altri che sono invece ternari (3/8, 3/4, 3/8 e 3/4).

Di indole diversa è il Divertimento in do maggiore di Haydn, il cui titolo nella principale fonte manoscritta, come recitano le note di copertina, è "Divertimento a Violino concertante, Violoncello concertante e Violone di Giovanni Michele Haydn". In esso troviamo espresso con pienezza quello stile, il concertante appunto, che in realtà vede i suoi natali nel Seicento, affermandosi poi nelle forme della suite, della sonata e del concerto. Non per nulla questa composizione è strutturata in quei quattro movimenti che sono tipici del quartetto classico: Allegro moderato, Adagio, Minuetto e Finale presto. Stupendamente imbevuto di una riflessiva musicalità è l'Adagio, che si svolge sotto il costante e assorto letto ritmico del violone. Davvero adorabile, leggero e graziosissimo, il pizzicato nella ripresa del minuetto. Di tutto rispetto si conferma questo progetto editoriale della Brilliant Classics, etichetta discografica olandese specializzata in dischi di musica classica. Attentamente curato in ogni suo particolare, a cominciare dalla bella immagine di copertina, l'olio su tela "The Sense of Hearing" di Philippe Mercier. Particolarmente felice mi sembra la scelta del pittore e incisore francese scomparso nel 1760, in coincidenza temporale con le composizioni prese in esame, a significare anche visivamente lo spirito dell'epoca. Nulla è stato lasciato al caso, nell'individuazione dell'autorevole studioso che ha elaborato le note di copertina, Giorgio Pagannone, nella scelta del luogo dov'è avvenuta la registrazione, la chiesa del S.S. Salvatore "Santuario del Beato Roberto" a Salle, in provincia di Pescara, dotata di un'acustica ambientale idonea a una lucida percezione timbrica dei tre strumenti.

Dal canto suo Giacomo Papini, ingegnere del suono, curatore del mastering ed editing, ha fatto un ottimo lavoro nella direzione dell'ottenimento di un sound terso e trasparente, molto ben equilibrato nel livello dei rispettivi strumenti, che si stagliano senza scompensi su un palcoscenico sonoro decisamente stabile e privo di posticci rimaneggiamenti. L'esito di tanta professionalità sta nel raggiungimento di un sound particolarmente genuino, incontaminato, molto naturale e rispettoso dell'individuale stoffa timbrica di ciascuno strumento. Sarà stato soddisfatto il direttore artistico Matteo Cicchitti, musicista di grande rigore filologico e qui presente anche in veste di produttore di registrazione, nel vedere valorizzato quel lato sensoriale così importante per il godimento della musica. Lo stesso sarà avvenuto per gli altri due bravissimi musicisti coinvolti nell'interpretazione, facenti parte come Cicchitti del Musica Elegentia Consort, un gruppo strumentale fondato a Lanciano alla fine del 2012 che meriterebbe una trattazione a parte. Da questo ha origine quell'autentica galassia che è l'omonima Associazione Musicale e Culturale. In questa sede possiamo dire che tale realtà si dedica con grande generosità a tutto quello che ruota intorno alla musica antica, la quale viene sempre eseguita nell'osservanza di quei rigorosi e inderogabili principi che prevedono l'uso di strumenti d'epoca, o loro fedeli riproduzioni, secondo un'interpretazione filologica delle partiture, messa in pratica utilizzando tecniche documentate nei saggi di esecuzioni musicali dello stesso periodo. Un gruppo diretto dal musicista abruzzese Matteo Cicchitti, esperto e ricercatore della performance storica.

L'esecuzione viene impreziosita dalla differenziazione timbrica esistente tra gli archi, con un violone che spicca per la sua materica rugosità e regala in ogni occasione un corpo sonoro talmente palpabile da far avvertire con dei contorni di grande nettezza quasi ogni singola vibrazione. Il violone, strumento versatile, dalle rimarchevoli possibilità espressive, va considerato come un attore ugualmente bravo nelle parti drammatiche come nelle umoristiche. Ma qual è il retrogusto che queste squisitezze musicali lasciano nell'ascoltatore? Complice una prassi esecutiva storicamente informata, fatta con strumenti originali o fedeli riproduzioni di essi, esso è presumibilmente molto vicino alla fascinazione del suono dell'epoca. Se è vero che il divertimento si distingue come genere più leggero rispetto al quartetto, al concerto o alla sonata, che sono certamente più elaborati, è altrettanto vero che bisogna fare attenzione a non incorrere nell'errore di apparentare questi otto brani, concepiti per l'intrattenimento, con l'idea di un'arte superficiale. Nel loro caso "intrattenere" è termine nobile e si libra verso altezze qualitative molto alte, per distinzione di scrittura, prodigalità d'idee musicali e una concertazione di notevole raffinatezza. In questo modo la levità, il non insistere su una densità caratteriale che sarà poi portata alle estreme conseguenze dallo "Sturm und Drang", appare non come un "minus" ma piuttosto come un valore aggiunto.

Sono persuaso che l'ascolto di queste opere, frutto della più raffinata Wiener Klassik, ha un valore che travalica quello strettamente musicale, anche se questo da solo basterebbe a renderle elementi preziosi della nostra discoteca. Si tratta, è vero, di una musica piacevolissima, ad alto tasso di godibilità, ma il dialogo volta per volta intessuto dai tre strumenti diventa esempio di civiltà, di scambio reciproco nel rispetto delle individualità, valori di cui abbiamo quotidianamente bisogno per costruire un mondo migliore. E se tanti e tali significati possono essere contenuti in un "semplice" e per nulla pretenzioso divertimento, possiamo essere certi che sotto la velina del disimpegno covano i più edificanti ed elevati sentimenti.


Alfredo Di Pietro

Ottobre 2020


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