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13. října 2019 ..:: Concerto 52° Festival delle Nazioni ::..   Přihlásit se
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 Martedì 3 Settembre - Concerto 52° Festival delle Nazioni - Città di Castello Minimalizovat

Sergej Vasil'evic Rachmaninov (1873 - 1943)

Concerto per pianoforte e orchestra N. 2 in do minore Op. 18
- Moderato
- Adagio sostenuto
- Allegro scherzando


Pëtr Il'ič Čajkovskij (1840 - 1893)

Sinfonia N. 4 in fa minore Op. 36
- Andante sostenuto - Moderato con anima
- Andantino in modo di canzona
- Scherzo. Pizzicato ostinato - Allegro
- Finale. Allegro con fuoco

Orchestra della Toscana
Francesco Libetta - pianoforte
Zhang Lu - direttore




Il Festival delle Nazioni è una delle diverse belle realtà che resistono nel nostro paese, ad onta della piega non propriamente positiva che ha preso l'attenzione delle istituzioni verso la cultura in Italia, tema questo piuttosto doloroso e sul quale non è opportuno soffermarsi in questa sede. La prestigiosa rassegna, in quest'ultima edizione dedicata alla Cina, vanta ormai ha una lunga storia avendo accumulato in cinquantadue anni un gran numero d'importanti esperienze artistiche e culturali. La sua attività si svolge nella cornice dell'Alta Valle del Tevere e sin dal debutto ha voluto affermare con forza il suo voler essere identità distintiva di grande respiro nel panorama europeo. Tuttavia, nel corso degli anni il Festival non si è limitato a valorizzare le tradizioni musicali dei vari paesi, ma ha fattivamente contribuito anche alla diffusione culturale contemporanea, spesso presentando delle opere prime, come nel caso di Salvatore Sciarrino. La manifestazione, sostenuta dal Ministero dei Beni e Attività Culturali, dalla Provincia di Perugia, Regione dell'Umbria, dagli Enti locali dell'Alta Valle del Tevere e Città di Castello, ha avuto inoltre il merito di dare visibilità ai numerosi manufatti storici e artistici di quello splendido territorio che è l'Alta Valle del Tevere, suo ambiente naturale, dando così impulso anche allo sviluppo del turismo. Vista la sua tendenza a espandersi nel territorio, possiamo a ragione considerare quest'evento come itinerante poiché numerosi sono stati i luoghi prescelti per le varie serate, tra cui Sansepolcro, Anghiari, Morra, Monte Santa Maria Tiberina, San Giustino, Umbertide, Citerna, Montone per finire a Città di Castello, teatro dell'odierno appuntamento.



Altrettanto lunga è la serie di grandi nomi che hanno dato lustro alla sua storia, Uto Ughi, Salvatore Accardo, Luciano Pavarotti, Krystian Zimerman, Gidon Kremer, Shlomo Mintz, Krystof Penderecky, Yuri Bashmet, il Quartetto Amadeus, Alexander Lonquich e Mstislav Rostropovich, per citarne solo alcuni. Artisti d'indiscusso valore, esattamente come il nostro Francesco Libetta, che ho avuto il piacere e l'emozione di ascoltare insieme all'Orchestra della Toscana diretta da Zhang Lu in questa memorabile sera del 3 settembre. Un improvviso cambio di ubicazione ha creato una piccola "suspense": il preventivato Parco di Palazzo Vitelli a Sant'Egidio, per motivi d'instabilità meteorologica è stato soppiantato dalla chiesa di San Domenico. Mutamento di rotta che non si è risolto certamente in un "minus", visto il fascino antico del luogo trecentesco e la perizia dei tecnici che hanno limitato i lunghi tempi di riverbero ponendo una sorta di tettoia riflettente sul palco. Chi visita questo luogo di culto religioso si trova di fronte alla facciata incompiuta, al suo fianco sinistro si eleva la torre campanaria a pianta quadrata. Ma le emozioni maggiori si provano all'ingresso, quasi intimoriti dalla vastità del volume interno, a navata unica con soffitto a capriate di legno e abside poligonale, colpisce il fascino che emanano le vetrate istoriate e gli affreschi quattrocenteschi. Sotto l'altare maggiore è conservato il corpo della beata Margherita, la sua storia è illustrata nel chiostro seicentesco con il suo suggestivo doppio ordine di arcate sovrapposte.



L'inizio del concerto si fa attendere, la chiesa è completamente gremita di gente in attesa, tutti i posti sono occupati. Non ho remore nel confessarvi che, "more solito", ho dovuto barcamenarmi in qualche problematicità, non essendo io né un giornalista accreditato né tantomeno un critico musicale, ma solo un appassionato di lungo corso un po' grafomane, nel riprendere le immagini del concerto con la mia Panasonic Lumix DMC-FZ28, cosa che ho dovuto concordare con l'Ufficio Stampa (che ringrazio per lo squisito spirito di collaborazione). Alla fine tutto è andato per il meglio ed ho così potuto dare sfogo alla mia voglia compulsiva di scatto. Inizia finalmente l'atteso Concerto per pianoforte e orchestra N. 2 in do minore Op. 18 di Rachmaninov, cimento oltremodo impegnativo per solista e orchestrali che solo pochi hanno il coraggio di affrontare, frutto di una vicenda che in esso sembra trovare il suo riscatto. Fu scritto dopo il cocente insuccesso di pubblico e di critica della Sinfonia N. 1 in re minore Op. 13, evento che portò il compositore verso una profonda crisi personale e artistica, tanto da doversi affidare alle cure del professor Nikolaj Dahl, neurologo e psichiatra russo. Grazie anche all'aiuto di questi, Rachmaninov riuscì a superare l'impasse in cui era caduto, portando rapidamente a compimento il secondo e il terzo movimento del concerto, poi eseguiti a Mosca il 15 settembre 1900 nella Sala della nobiltà. Per riconoscenza nei confronti di Dahl, dedicò a lui questa partitura.



Nella tesa lettura del Moderato iniziale, come anche nell'intera interpretazione di questo concerto, Francesco Libetta si sottrae a quelle facili lusinghe tardo-romantiche che possono dare adito a un'espressività estenuata (e anche un po' morbosa), dipanantesi tra mielosità e sdilinquimenti tipici di una certa retorica romantica "fin de siecle". Tutto questo qui non avviene, ma in ogni frangente il pianista mantiene la schiena dritta e un'esemplare chiarezza geometrica nel proporre la partitura. Un signorile "distacco" che non significa freddezza o calcolo, assolutamente no, ma piuttosto un ferreo controllo di quanto rientra nel dominio delle sue mani, mente e cuore. Non conosco il pianista di Galatone da tantissimo tempo però, ascoltando qualche sua non recente registrazione e confrontandola idealmente con la prestazione "live" di questa sera, ricevo l'impressione che la naturale maturazione artistica che si consegue con gli anni lo abbia oggi portato a un maggior grado di partecipazione umana. Un lasciarsi andare che verosimilmente contrasta con il ritegno a tratti forse eccessivo del passato. Il suo approccio aristocratico di fondo permane, come l'eccellente educazione e il rispetto per le intenzioni dell'autore, preavvertite con la formidabile arma di un'acutissima sensibilità, ma questa sera ho sentito in lui un palpito diverso, un calore umano comunicato senza soverchie timidezze e riserve. Suggestione o realtà? Non saprei, ma questo è quello che ho avvertito. Libetta non indugia nell'incipit del Moderato, nella serie di nove accordi che conducono all'esposizione del primo tema, nell'affermare con urgenza quel clima tensivo che percorrerà tutto il movimento.



In questi l'autore indica che dal "pp" si dovrebbe gradatamente raggiungere il "ff", ma Libetta pare intensificare precocemente la dinamica, quasi ansiosamente precorre i tempi stabilendo un clima deciso, molto poco disposto alla calcolata centellinatura, ma basato su una grande istintività. Non media, ma esalta il contrasto tra la marzialità del primo tema e il secondo in tonalità maggiore, dal carattere dolcemente cantabile. Nel susseguirsi degli episodi, i quali impongono continui cambi di temperamento, si passa dal tenero al trionfante, dal sognante a un realismo veemente, quasi brusco. Un flusso che non trova soluzione di continuità grazie all'ottima intesa tra solista e orchestra, magistralmente assecondato dal bravo Zhang Lu, direttore e pianista nato in una famiglia di musicisti, studente di pianoforte alla Scuola di musica Mjaskovskij di Mosca. Su quest'estrema variabilità umorale è incentrato anche l'Adagio sostenuto, una delle pagine più belle e liricamente intense dell'intera letteratura musicale. Il movimento esordisce con un'introduzione orchestrale sulla quale s'innesta il pianoforte in un dialogo concertante con flauto e clarinetto. Le terzine che sgorgano dal Gran Coda Borgato non hanno nulla di meccanico, diventano melanconico moto dell'anima in cui l'andamento erratico, la libertà espressiva diventa fattore irrinunciabile. Di concezione suggestivamente cameristica, questo movimento emerge come una sorta di panacea tra due fuochi e dà il destro a Libetta per dare respiro al magnifico, direi quasi infallibile senso del rubato che dimostra di possedere.



Incurante dei rischi che tale tecnica comporta (se deve accompagnarsi a un discorso orchestrale), il nostro interprete intuisce sin dove può osare, forte del suo carisma e di quello del direttore. In quest'episodio di sognante poetica, forse il più alto dell'intero concerto, tale è stata l'autorevolezza di Francesco Libetta e Zhang Lu, che è scaturito un flusso "magnetico" diretto tra solista e orchestrali, un'istintiva intesa che ha consentito il procedere sicuro nell'intricata partitura, mettendo al riparo da eventuali incidenti di percorso. In tal modo, una poetica schiettamente sentita e offerta come tale al pubblico ha trovato nello splendido rubato e in una straordinaria modulazione coloristica (per'altro di difficile attuazione su uno strumento dalla timbrica così particolare come il Gran Coda Borgato), ideale motore espressivo. Un grosso plauso in questo senso va tributato anche all'Orchestra della Toscana, in particolare alla sua splendida sezione di archi, compatta, ottimamente intonata e dalla sempre pastosa stoffa timbrica. Nell'Adagio sostenuto l'atmosfera onirica viene a tratti interrotta da "interludi" latori di un procedere più vivace e virtuosistico; ciò avviene nella parte centrale (Un poco più mosso) che dà voce a uno sviluppo tutto pianistico del tema, cui segue un passaggio (Più animato) sempre affidato alla voce del pianoforte che riprende la stessa idea tematica. Si affaccia quindi un episodio virtuosistico (Più mosso) che ulteriormente ci risveglia dal clima incantato e trova il suo "climax" in una luminosa cadenza pianistica.



Nel saltellante e quasi luciferino movimento finale dell'Allegro scherzando, il maestro Libetta da la stura a tutto il virtuosismo di cui è capace, indizio di possibilità tecniche non comuni. Il tono battagliero qui si fa più pressante, ma il compositore non rinuncia alla classica dicotomia tematica che vede alternarsi a un motivo maschio ed energico un altro più dolce e femmineo. Si tratta però di un avvicendamento che non indugia troppo in dilatazioni dialettiche che possano alterare l'andamento ribollente e tumultuoso del movimento. Il tema "femmineo" rimane comunque uno dei più memorabili, certamente tra i più belli e famosi composti dall'autore russo, quasi un ringraziamento all'Altissimo per la crisi superata e il conseguente ritorno al sereno. Shereza sapeva bene quel che sentiva e quel che faceva. Si assiste a un caleidoscopico, continuo palleggio delle melodie fra il solista e i vari strumenti dell'orchestra. Il concerto si conclude con una coda frenetica, dall'estremo vitalismo, quel "Risoluto martellato" che sfocia in una serie di accordi in "fff" eseguiti a grande velocità, testimoni ancora una volta del prodigioso virtuosismo di Francesco Libetta. Circola un aneddoto sul celeberrimo secondo tema di questo movimento finale. Il critico Leonid Sabaneev affermò che questo non sarebbe di Rachmaninov, ma bensì del suo amico Nikita Morozov. Ascoltando un suo brano Rachmaninov avrebbe detto: "Oh, ma è una melodia che avrei potuto comporre io". "Ebbene, perché non te la prendi?", avrebbe risposto Morozov, e Rachmaninov pare abbia colto la palla al balzo.



Che Francesco Libetta sia un grande pianista è chiaro non solo a tutti gli addetti ai lavori, ma anche ai molti estimatori che lo seguono per ogni dove. Chi ha avuto la fortuna di assistere a questo concerto ha potuto apprezzare dal vivo la sua interpretazione "verità", non frutto di una stereotipata quanto vuota posa esteriore ma di una ricchezza culturale e di una spiccata intelligenza musicale che saggiamente gli suggeriscono di essere sempre se stesso. La prova di questa sera non è che l'ennesima conferma di un virtuosismo per così dire "bifronte", uno è quello che mette nella condizione di sgranare note ad altissima velocità o martellare complessi accordi con estrema tempestività e infallibile presa di tasto, mentre l'altro fa leva su un'abilità di altro conio, poco appariscente ma non per questo meno apprezzabile, che sta nel piegare lo strumento sul quale si posano le mani alle proprie volontà, riuscendo a cavare la dinamica e il timbro desiderato, in una parola il cosiddetto colore strumentale. E Francesco Libetta gli possiede entrambi in sommo grado. Alla fine il maestro pugliese concede due bis: il Clair de Lune dalla Suite Bergamasque di Claude Debussy e il Valzer Op. 64 N. 1 in re bemolle maggiore di Fryderyk Chopin. Nel primo sembra sciogliere la tensione accumulata con l'arduo concerto di Rachmaninov dispiegando un dolcissimo canto lunare, il quale assume quasi un sapore liberatorio dopo l'incalzare dell'infuocato finale. Poco dopo ritrova brio ed effervescenza nell'elegantissimo Valzer chopiniano, da lui affrontato a una velocità vertiginosa in un turbinio ininterrotto di note, ma forse è proprio questo l'intendimento presente "in nuce" nel famoso "Valzer del minuto": inebriare l'ascoltatore avvolgendolo in un vortice di suono. Funambolo e delicatissimo poeta, questo è Francesco Libetta, maestro della struttura come del libero volteggio, un artista in fondo non catalogabile né fissabile in una singola immagine, come tutti i grandi...



Nella seconda parte della serata, il tema d'apertura della Sinfonia N. 4 in fa minore Op. 36 di P.I. Čajkovskij è un dichiarato richiamo al fato, quell'elemento cioè che lo stesso compositore, in una lettera inviata alla baronessa Nadejda von Meck, definisce come "La forza inesorabile che impedisce alle nostre speranze di felicità di avverarsi; che sta in agguato, gelosamente, per impedire che il nostro benessere e la nostra pace possano diventare piene e senza nubi". Si tratta di un pessimismo serpeggiante che attraversa la prima parte della composizione e che l'Orchestra della Toscana diretta da Zhang Lu riesce a evocare con quello stesso spirito romantico che è stato spina dorsale del concerto di Rachmaninov. Quel mondo irto di soprassalti emotivi, carico di pathos, si ripresenta sotto altro stile ma con la medesima efficacia. Il direttore cinese rivela un gesto ampio, sempre chiaro nello scandire ritmi sofferti, pronto nello scattare con energia per dare plastico risalto al passaggio tra frangenti contrastanti. Continua il compositore: "Una forza che, come la spada di Damocle, pende perpetuamente sul nostro capo e di continuo ci avvelena l'anima." Ed è proprio il drammatico senso di una tempesta che sta per scatenarsi, di un'oscura tensione che incombe costantemente su noi a essere la scaturigine dell'opera. Ciò che era solo presagito nell'Andante sostenuto - Moderato con anima, diventa nostalgica sofferenza nell'Andantino in modo di canzona. "E' la malinconia che ci invade a sera, allorché siamo soli, stanchi del lavoro, e cerchiamo di leggere, ma il libro ci sfugge di mano. I ricordi si affollano in noi."



Maestro nello sfruttare la composita timbrica orchestrale, Čajkovskij affida inizialmente la melodia alla voce dell'oboe, accompagnata dal pizzicato degli archi, poi la cellula tematica passa agli archi. Lo Scherzo. Pizzicato ostinato - Allegro si scrolla di dosso la mestizia che ha pervaso la sinfonia nei suoi primi due movimenti, il tema saltellante ispira una prorompente letizia e gioia di vivere. "Una successione di capricciosi arabeschi, quelle immagini inafferrabili che passano nella fantasia" sono le parole usate dall'autore per definirne l'atmosfera. Il tono scanzonato sorprende perché in antitesi con l'apocalittica fanfara del fato e le autunnali brumosità dell'Andantino; come in un colpo di teatro Čajkovskij sembra dirci che il suo spirito ha ancora una riserva energetica da far tremare le vene ai polsi, tale da sovvertire, se non irridere il dolente incipit. Nel complesso Finale. Allegro con fuoco c'è l'apoteosi, una pirotecnica esplosione di vitalità che ogni cosa sembra travolgere. Concepito in forma Rondò, contiene all'interno un tema che viene sapientemente variato e sviluppato, è il noto canto popolare russo "Una betulla stava in un campo". A un certo punto riappare all'improvviso lo spettrale tema del fato, non era scomparso ma covava ancora sotto la cenere. Torna a farsi risentire spezzando brutalmente l'atmosfera trionfante del Finale. Ben presto però si spegne per ridare spazio al festoso entusiasmo dell'incipit di movimento. Un vigoroso direttore e un'orchestra compatta, capace di grande raffinatezza timbrica e sicuro estro narrativo, vivificano questa prorompente partitura, per la nostra gioia. Nel suo caldo crogiolo fonde dolore e disincanto, allegria e gioia a formare una nobilissima lega.




Alfredo Di Pietro

Settembre 2019


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