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 L.v. Beethoven - Complete Sonatas for Violin & Piano - Vol I - Stefano Ligoratti, Yulia Berinskaya minimieren


 

 

Non è un sodalizio improvvisato quello tra il pianista Stefano Ligoratti e la violinista Yulia Berinskaya, ma rafforzatosi in una collaborazione ormai decennale, fra concerti e registrazioni discografiche. Risale al 2018 la pubblicazione dei CD "Sturm und Drang" e "The Voice of Violin", quest'ultimo con Ligoratti in veste di direttore d'orchestra, mentre numerose sono le apparizioni in concerto di questo duo, tra le quali mi piace ricordare quella del 13 febbraio 2019, avvenuta nell'ambito dell'evento Non capisco! Son profano! Sturm und Drang palesava la vocazione teutonica del pianista lombardo, ben assecondato dalla violinista russa, con brani di Beethoven, Wagner e Brahms, mentre The Voice of Violin dava la misura dell'arte di Yulia Berinskaya con brani di più varia estrazione, spaziando in composizioni di Bloch, De Falla, Stravinsky, Sarasate e Piazzolla. La predilezione per il repertorio tedesco è stata dichiarata da Ligoratti stesso nel corso di una recente partecipazione alla trasmissione "Ritratti" di Radio Classica, condotta dal bravo Luca Ciammarughi, dove si è apertamente professato un fanatico beethoveniano. Dal canto suo Yulia Berinskaya, avviata alla musica dal padre, il compositore moscovita Sergey Berinsky, cioè colui che per primo ne ha intuito il talento, non sembra essere meno ferrata in questo tipo di repertorio, estendendosi il suo da J.S. Bach e i grandi tedeschi alla musica francese del '900 con Poulenc e Ravel, compreso il virtuosismo di Sarasate e Bartok, nonché alla musica dei compositori russi, da Berezovskij a Stravinski e Berinsky.

I due musicisti, riunitisi in formazione cameristica per l'occasione, hanno quindi trovato la strada spianata nell'affrontare quest'ambizioso progetto, chiamati a raccogliere le loro migliori energie per fronteggiare l'integrale sonatistica per violino e pianoforte di Ludwig van Beethoven. Si tratta di un'edizione discografica che oggi vede l'uscita del primo volume, con tre sonate che però non seguono un progressivo ordine cronologico in quanto la N. 1, 7 e 10, contenute nelle undici tracce di questo disco, appartengono a tre diversi periodi dell'excursus artistico beethoveniano, essendo state composte, rispettivamente, nel 1797-1798, 1802 e 1812. È una scelta che in qualche modo agevola, nell'ottica di un criterio che procede per salti e non per continuità temporale, la percezione delle differenze e dà immediata cognizione della strada percorsa da Beethoven tra una e l'altra, visto il loro schiudersi di scenari sensibilmente diversi. Ma tra le tante edizioni già presenti sul mercato discografico si sentiva proprio l'esigenza di aggiungerne un'altra? La risposta è senz'altro affermativa perché, al di là di generiche considerazioni sulla personale valenza che ogni artista ha, da sola o combinata in una formazione cameristica, generatrice di spunti e visuali sempre inediti, la nostra offre dei peculiari elementi d'interesse. La risposta decisiva al quesito viene proprio da questi due artisti di grande temperamento. Yulia Berinskaya, anche lei con Ligoratti invitata alla trasmissione "Ritratti", ha detto che: "Con Beethoven non puoi mentire nel mettere a nudo te stesso.

Se non si è sinceri, non viene bene nulla, né un piano né un forte. Strumentalmente, bisogna avere una totale onestà insieme a una grande maestria in quello che si fa. Devi dare tutto, devi metterci quella parte di pancia. È importante la testa, ma la pancia in questi casi fa la differenza." Sono parole rivelatrici della grande onestà e serietà d'intenti su cui si basano queste registrazioni, non meno importanti di quelle pronunciate dal pianista riguardo alla convinta concezione sinfonica che il duo ha voluto esternare nelle sue letture. Ogni sonata si risolve allora in un affresco pennellato con forza, determinazione, tanto da far pensare alle due partiture (per violino e pianoforte) non come cosa a se stante, nemmeno come dialogo a due, ma integrate in un più ampio scenario sinfonico, avente quasi lo spessore della grande orchestra. Vengono altresì prese le distanze da un rapporto francamente conflittuale tra i due strumenti, nel rispetto non di una competizione tra loro quanto di una dichiarata unità d'intenti che balza all'attenzione grazie a una concertazione sempre attenta alla voce dell'altro, come se ci fosse un ideale direttore che guida la compagine cameristica. Una rimarchevole omogeneità viene conservata nel passaggio tra i vari movimenti, le cui anime alternative non sono estremizzate quanto piuttosto incanalate in una dialettica condivisa, minuziosamente sorvegliata, ininterrottamente accompagnata da una logica interiore che fa da tessuto connettivo. Un mondo di concordia che non esclude tuttavia momenti di contrapposizione, che pure esistono, rendendo sempre vivo e pulsante il dialogare.

Si tratta di un aspetto che ben si concilia con l'idea della "Sonata concertante", in cui gli strumenti si alternano o si sovrappongono secondo un principio di dialogo paritario. Che ciò avvenga in queste sonate è sin troppo evidente, palleggiandosi i due strumenti le melodie e l'accompagnamento in un costante balletto. Beethoven ci viene in soccorso nei momenti importanti della vita, nei gioiosi come nei dolorosi; anche in queste sonate emerge il principio di elevazione dello spirito, una sorta di cibo predestinato a sfamare l'uomo sensibile all'arte, e il conseguente affrancamento dal cliché della musica come puro passatempo, cioè svincolato da quella che può profilarsi come una vera e propria necessità. L'avvicendarsi continuo tra i due ruoli di protagonista e comprimario, affidati ora al violino ora al pianoforte, è subito chiaro sin dall'Allegro con brio della Sonata N. 1 in re maggiore Op. 12 N. 1. La partenza, stentorea, è all'unisono e si protrae per le prime quattro misure, dopodiché inizia la schermaglia. Stefano Ligoratti e Yulia Berinskaya sviluppano sui rispettivi strumenti un intervallo dinamico particolarmente ampio, sempre nel pieno rispetto delle indicazioni scritte da Beethoven, che qui esordisce con una personalità leonina già ben definita, anche se l'architettura di questo primo cimento sonatistico ricorda ancora i grandi capolavori scritti nel genere da W.A. Mozart. Le prospettive sonore del duo sono votate alla massima chiarezza e perentorietà del discorso musicale. Ironico e graffiante il violino Giovanni Battista Guadagnini del 1745 suonato dalla Berinskaya, la quale non intende ammorbidire il procedere musicale, che nei movimenti rapidi rimane sempre guizzante e particolarmente estroso.

Il "Tema con variazioni. Andante con moto" ha delle matrici che affondano in un cantabile tipicamente beethoveniano, che i due strumenti sostengono con nobiltà d'accenti. Dopo essersi esibiti nelle esplosioni sonore dell'Allegro con brio, entrano in un clima più rarefatto, a volte circospetto, in ogni frangente centellinato con grande maestria agogica. Nella prima variazione, il violino ha una funzione di sostegno all'intessuto melodico del pianoforte, il quale cede il testimone allo strumento ad arco nella seconda variazione. Pare di sentire un duetto operistico alle prese con un dolce e garbato dialogare. Di carattere drammatico è invece la terza variazione "Minore", giocata su intensi contrasti dinamici e dei crescendo connotati dalle note ribattute in terzine del violino. Questo acquista grande slancio lirico, sostenuto dagli accordi in crome sincopati del pianoforte, nella quarta variazione "Maggiore". Anche al violino vengono affidate delle figurazioni in controtempo, sempre nell'ottica di uno scambio d'idee democratico tra i due strumenti. Stupendo è ciò che accade dalla misura da 32 alla 35, dove i due strumenti si scambiano delle dolcissime frasi in terzine di semicrome, quasi dei sommessi cinguettii d'amore. Un brioso Rondò. Allegro in 6/8 spazza via il clima intimistico stabilito dalla quarta e ultima variazione. Un sano Humor ci pervade dalla prima all'ultima nota di questo movimento in sette episodi, uno più bello dell'altro. La Sonata per violino e pianoforte N. 7 Op. 30 N. 2 fu composta nel 1802, "annus horribilis" per il compositore tedesco.

La sua sordità iniziò sensibilmente a peggiorare proprio in quel periodo, tanto da gettarlo in quel profondo sconforto che esitò nel noto Testamento di Heiligenstadt, una lettera manoscritta indirizzata da Beethoven ai suoi fratelli Kaspar Karl e Nikolaus Johann, scritta il 6 ottobre 1802. In realtà, non venne mai spedita ma fu ritrovata da Anton Schindler e Stephan von Breuning in un cassetto nascosto della credenza del compositore, qualche giorno dopo la sua scomparsa. Fu stilata, e questo sembra incredibile, nello stesso anno in cui fu composta la Seconda Sinfonia, opera dal carattere sereno e positivo. Altro motivo di rammarico fu l'indifferenza del dedicatario, lo zar Alessandro I di Russia, di fronte al gesto di omaggio di Beethoven, cui tardivamente mise riparo, su sollecitazione della zarina Elisabetta, con una ricompensa di 100 ducati e un anello. Una grande distanza si percepisce tra questa e la solare N. 1 in re maggiore. La risposta del duo Ligoratti-Berinskaya al carattere complesso di questa composizione, realmente "sinfonica" nella sua concezione in quattro movimenti, rivela una non comune energia e capacità di concentrazione. L'Allegro con brio inizia con una breve introduzione affidata al pianoforte, piuttosto cupa e presaga della tempesta che di lì a poco si sarebbe scatenata. Il canto del violino s'innesta sulle veloci quartine di semicrome del pianoforte, che hanno l'effetto d'imprimere grande slancio drammatico alla melodia. Forti di un sicuro istinto teatrale, i due interpreti danno continuità a una linea che prosegue senza cedimenti o indecisioni di sorta.

Il discorso subisce una prima perentoria chiusa alla misura 23, con dei secchi accordi di violino e pianoforte in "ff". Ma un enigmatico episodio dimostra quanto l'arte del sommo Beethoven sia sottile e imprevedibile, affatto diversa da quell'indole monolitica che spesso gli viene attribuita: dalla misura 28 appaiono delle figurazioni puntate al violino, con effetto ironicamente distensivo, che di certo non ci aspetteremmo in un clima che appare come la quintessenza dello "Sturm un Drang". Il discorso musicale è tutt'altro che unitario, sovente spezzato da episodi che rallentano l'impeto, arrivando sin quasi alla rarefazione, per poi riprendere con rinnovata foga. Complessa è anche la gestione della dinamica, sollecitata dalle numerose indicazioni di sforzando (in diverse occasioni seguiti da diminuendo), le forcelle, gli impegnativi passaggi in staccato martellato. Il forte carattere percussivo imposto a certi passaggi. Tutto concorre a una scrittura ad alta densità virtuosistica, affrontata dal duo in modo davvero brillante e disinvolto. Quasi una quiete dopo la tempesta è il nobile Adagio cantabile, che apre a un lirismo di stampo operistico. Come non rimanere affatturati di fronte all'episodio che si affaccia dalla misura 34, con il violino che sostiene lunghe note di minima e il pianoforte che disegna delle quartine ascendenti, suonate dalle due mani nei registri grave acuto. In seguito il violino sostituisce la mano destra, mentre lo Steinway & Sons D 274 affidato alle mani di Stefano Ligoratti continua a suonare nel registro basso, suggestivo di un duetto d'opera.

Lo Scherzo. Allegro non è privo di una gagliardia rustica, danzante, e manifesta un tratto che ritroveremo nella produzione a venire di Beethoven: quegli improvvisi spostamenti d'accento che donano impulso e dinamicità al movimento. Il Finale: Allegro ci riporta alla temperie iniziale, innescata ancora dal borbottio in basso del pianoforte, dove s'intravvede la forma del rondò e la comparsa di un bel fugato. La conclusione di quest'irruento Finale è preceduta da un precipitoso Presto. La Sonata N. 10 Op. 96, anno di composizione 1812, prosegue nella logica del salto dialettico, essendo la sua distanza dalla settima forse ancor più grande di quella che c'è tra le prime due. La decima e ultima sonata dedicata al violino e pianoforte si stacca dall'impeto virtuosistico della settima, ricordiamo composta in un anno molto doloroso per la vita dell'autore, per approssimarsi alla conquista di quegli spazi celestiali che sempre più si materializzeranno nella produzione del cosiddetto terzo periodo. Dal 1816 al 1826 Beethoven compose dei capolavori che si librano verso altezze irraggiungibili: la Nona Sinfonia, la Grande Fuga, la Missa Solemnis e gli ultimi prodigiosi quartetti per archi (Op. 127, 130, 131, 132, 133, 135). Isolato nella più completa sordità, lui sublimò questo stato trasformandolo in un'esperienza umana unica e irripetibile. Come ebbe a dichiarare Stravinskij, la Grande Fuga Op. 133 è: "... il più perfetto miracolo di tutta la musica. Senza essere datata, né storicamente connotata entro i confini stilistici dell'epoca in cui fu composta, anche soltanto nel ritmo, è una composizione più sapiente e più raffinata di qualsiasi musica ideata durante il mio secolo.(...) Musica contemporanea che rimarrà contemporanea per sempre."

La Sonata N. 10 può essere considerata come un'avvisaglia di ciò che seguirà, un'opera dove le terribili tempeste del vissuto non mancano, ma vengono subito smorzate, alternandosi a subitanei ripiegamenti espressivi, molto vicini al tono implorante di una preghiera. Il compositore ne interruppe la scrittura nel 1810, dopo il primo movimento, portandola a termine solo nel 1812, mentre il 20 dicembre dello stesso anno si tenne la "premiere". Già dall'Allegro moderato si respira un'atmosfera idilliaca, quasi di campestre serenità, dove la forma sonata perde rigidità per raggiungere un procedere più libero, episodico e frammentario, che avrà poi la sua più estrema manifestazione negli ultimi quartetti e sonate. Un vero e proprio mosaico d'idee felicemente concatenate. L'Adagio espressivo esordisce in maniera sorgiva, semplice e cantabile, e invita a una serena riflessione. Dopo una piccola cadenza, si apre un episodio un po' più mosso (misura 21), dove il canto estatico dello strumento ad arco è accompagnato da un delicatissimo ricamo in quartine di biscrome ordito dal pianoforte. Un'altra cadenza del violino, più articolata, conduce alla ripresa del canto (semplice - mezza voce) che Yulia Berinskaya ci porge con suprema finezza. A questo movimento si attacca subito lo Scherzo: Allegro, il quale non si discosta dal carattere di amabile semplicità di cui è tutta intrisa quest'opera. Ha una sua baldanza nel contrasto espressivo con il tempo che lo precede, ma senza eccessi, questo episodio in sol minore, con la tendenza tuttavia a movimentarsi prima dell'elegantissimo Trio, dalla sonorità pacifica e di stampo quasi bucolico.

Si potrebbe considerare come breve pausa, della durata di poco superiore ai due minuti, prima del Poco allegretto conclusivo, movimento in qualche modo "ibrido" nel suo combinare genialmente le forme del rondò e del tema con variazioni. Particolarmente impegnativo dal punto di vista tecnico appare il terzo episodio, che tiene sotto pressione pianoforte e violino con i continui mordenti posti sulla prima croma della terzina iniziale, insieme alla rapida alternanza di legato e staccato. Più disteso l'episodio che segue, contraddistinto da un magnifico senso del legato, turbato però da un passaggio con forti contrapposizioni dinamico/espressive: a degli impositivi accordi, alternati tra i due strumenti, seguono due misure in "p" dolce dove la tensione accumulatasi si distende in un andamento quasi a elastico. Il bellissimo Adagio in 6/8 suggerisce quell'andamento erratico di superiore bellezza che possiamo ritrovare anche nel movimento finale della Sonata Op. 109: l'Andante molto cantabile ed espressivo "Gesangvoll, mit innigster Empfindung" (Pieno di canto, con il più intimo sentimento). La sonata si conclude con uno scoppiettante e quanto mai variegato Poco allegretto, che dà il destro ai due musicisti di mostrare in rassegna tutte l'abilità virtuosistica in loro possesso, comprese anche le ottave spezzate del pianoforte; la composizione finisce con una precipitosa stretta in Presto di otto misure. Sono opere che trasmettono all'ascoltatore grande energia, lo conducono verso mari solcati da un caleidoscopio di sentimenti che nulla esclude dell'umano, compreso un fine umorismo, sottolineati dagli spostamenti di ritmo realizzati con le accentazioni, come i numerosi sforzati posti sul tempo debole.

Può darsi che sia esagerato attribuire un'azione terapeutica a queste composizioni, ma la sensazione di benessere, di rigenerazione sia fisica che mentale che questi due valentissimi musicisti ci comunicano è davvero "curativa". Un CD, questo primo dell'integrale, in cui riconosciamo una stoffa concertistica di primissimo livello, dove l'esecuzione è costantemente sorretta da un grande smalto sonoro. Ottima l'intesa tra violino e pianoforte. Nelle mani di Stefano Ligoratti e Yulia Berinskaya queste partiture sprizzano vitalità da ogni poro, foriere di una sana, autentica gioia di fare musica. Si compie così un piccolo prodigio, quello dell'espressione di un'arte vitaminica, gagliardia pura, che fa all'improvviso passare in second'ordine ogni sovrastruttura o cavillo analitico, i quali sarebbero solo d'impaccio all'impeto delle note che c'investono. Un sincero plauso va all'etichetta Da Vinci Classics, che rappresenta a mio parere un "unicum" nel panorama discografico odierno per il grande fiuto dimostrato nel ricercare artisti e repertori di sicuro interesse, con una particolare attenzione ai giovani talenti. È un pregio non indifferente, che movimenta un ambito forse oggi un po' troppo polarizzato in favore di repertori arcinoti e altisonanti interpreti.


Alfredo Di Pietro

Luglio 2020


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