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Freitag, 20. April 2018 ..:: Axel Trolese a "Piazza Verdi" - Radio RAI 3 ::..   anmelden
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 Axel Trolese a "Piazza Verdi" - Radio RAI 3 minimieren

 

 

Chi mi legge sa che in quello che scrivo metto sempre qualcosa di personale. Lo stesso sito di "Non solo audiofili" nasce sulla base di una sorta di ricerca del tempo perduto, sul recupero d'intuizioni e soprattutto passioni che ho avuto nell'adolescenza. Il suo intento principale è, giustappunto, la stratificazione della memoria, tutto nasce, si sviluppa e muore sotto l'egida di questo principio. Come non ricordare allora l'importanza che, sin da ragazzino, ha avuto per me il terzo canale radiofonico della RAI? Un nuovo territorio tutto da esplorare, un qualcosa che, dopo aver solleticato i miei appetiti musicali, è stato in grado di soddisfarli completamente. E non mi bastava ascoltare i brani di musica classica mandati in onda, ma li salvavo su musicassetta, all'inizio con un radioregistratore Philips RR522, in seguito facendo uso di un sintonizzatore Pioneer TX-608 e una piastra di registrazione a cassette Pioneer CT-F600. Erano due pezzi dell'impianto che mio padre mi aveva regalato per il conseguimento della maturità classica. La collezione di registrazioni "rubate" da Radio 3 s'ingrossò a dismisura con il tempo, oggi non so che fine abbiano fatto quelle musicassette, supporto parecchio deperibile e dalle performance un po' scarse per quanto riguarda la fedeltà del suono che mi ha tuttavia accompagnato per gran parte della giovinezza. Immaginate allora quale sia stata la mia contentezza nel leggere il messaggio, inviatomi sei giorni prima da Axel Trolese, in cui lui m'invitava a partecipare alla puntata del 23 dicembre di "Piazza Verdi", noto programma radiofonico di cultura trasmesso da Radio RAI 3.


Arrivato il giorno dell'appuntamento, raggiungo Milano in treno. La giornata è fredda ma limpidissima e assolata, ho voglia di fare quattro passi. M'incammino da Piazzale Cadorna, costeggio il Parco Sempione arrivando a destinazione (Corso Sempione, 27) dopo una ventina di minuti. Infreddolito, mi trovo all'improvviso di fronte alla slanciata antenna, alta 100 metri, del centro trasmittente di Milano, una delle più importanti postazioni radiotelevisive della Lombardia, di proprietà RAI. Alla fine del programma, il simpatico conduttore Oliviero Ponte Di Pino mi racconta storia e ragioni di "Piazza Verdi", un programma nato tanti anni fa e che all'inizio si chiamava Grammelot Spettacoli. L'idea era quella di fare una trasmissione d'informazione e cultura sullo spettacolo (teatro, musica e cinema) facendo musica e teatro "live" in diretta dagli studi. È stato scelto questo "format" perché dà forza e verità al programma. Nel suo corso vengono presentati due o tre brani teatrali e altrettanti musicali, poi si parla di cinema. A volte si riesce anche a parlare di arti visive e cultura in generale, non di libri in quanto di quelli si occupa tendenzialmente Fahrenheit. Ogni puntata ha un filo conduttore e, ovviamente, presenta delle difficoltà tecniche perché riuscire a mettere insieme tutti gli elementi, avendo una buona rappresentazione di cose talmente diverse e a volte con tante persone che arrivano, non è affatto facile. Alla puntata cui ho assistito c'erano pochi attori e musicisti, ma a volte arrivano gruppi con sei, sette musicisti o compagnie con altrettanti attori, in queste occasioni tutto diventa un po' un "tour de force".


Nonostante questo "Piazza Verdi" ha sempre funzionato egregiamente. Oliviero Ponte Di Pino c'era nella primissima serie ed è ritornato da circa un paio d'anni nell'ultima. L'obiettivo di Piazza Verdi è soprattutto presentare giovani talenti, voci nuove sia del teatro che della musica poiché questa è ritenuta una funzione importante del programma. Si vuol dare un panorama di quello che succede a Milano, per questo è importante avere un'antenna che qui diffonda la cultura e lo spettacolo, che non sia insomma "romacentrica". Nella trasmissione del 23 dicembre, intitolata "Ricordi", si parla di Claude Debussy, scomparso nel 1918, in un "flashback" alle porte quindi del centenario della sua morte. Ne parla in studio Axel Trolese, stimolato dalle interessanti domande del conduttore. Un artista che, in realtà, non sa esattamente a quando far risalire l'origine del suo talento, ma dichiaratosi perfettamente cosciente del momento in cui ha deciso che si sarebbe cimentato fino in fondo con la musica. La musica c'è stata da sempre, a quindici anni conosce quello che sarebbe diventato il suo maestro "storico": Maurizio Baglini, decide quindi di abbandonare il gioco e far diventare la tastiera una cosa seria, per la quale impegnarsi a fondo e in maniera sistematica. La strada per un approccio professionale è tracciata, il livello degli insegnanti è così salito nel tempo. Dopo Maurizio Baglini, Axel conosce un altro grande pianista e didatta, Roberto Prosseda, sono due figure con le quali ha collaborato sino ai diciotto anni, quando si trasferisce a Parigi per studiare al Conservatoire National con Denise Pascal.


L'anno seguente inizia a studiare con Benedetto Lupo all'Accademia di Santa Cecilia a Roma. A diciannove anni arriva il primo disco, "The Late Debussy - Etudes & Epigraphes Antiques", per lui una grande esperienza formativa perché non ci si rende veramente conto di cosa significhi registrare un CD sinché non lo si fa. Il repertorio della musica francese lo aveva affascinato da sempre, si sentiva particolarmente incentivato ad affrontarlo anche perché risiedente a Parigi. L'occasione materiale di realizzarlo è arrivata dopo un concerto all'Amiata Piano Festival nel 2015, tra l'altro registrato per Radio RAI 3. L'anno seguente ripete la sua partecipazione al prestigioso festival amiatino, in occasione dell'esordio di un nuovo format, L'Amiata Music Master, dove avviene un inedito incontro tra maestri e allievi. Un'altra recente collaborazione con Radio 3 è di questo stesso anno, avvenuta nel corso della celebrazione dell'anniversario del Trattato di Roma presso l'Accademia di Francia nella capitale. In questo rapido excursus arriviamo agli ultimi giorni, Axel dice che sta studiando "Le tombeau de Couperin" di Maurice Ravel, confermando così la sua affezione per il repertorio francese, ma anche per Mozart, visto che si è divertito moltissimo a portare in concerto delle sue sonate, sulla cui interpretazione si dichiara distante dalle incisioni già storicamente sedimentate. Non solo questa, ma tutta la musica può avvantaggiarsi di una visione diversa dalla consueta. Axel Trolese è convinto che quando si è sul palco, qualunque sia lo strumento suonato, si ha sempre il diritto di dire la propria, a torto a ragione.


Ma fino a che punto ci si può spingere su questa strada, chiede Oliviero Ponte Di Pino. "Bisognerebbe sempre cercare di essere vicini a quello che l'autore ha scritto, alla filologia. Tuttavia, sin quando chi suona dorme sereno con se stesso, si può fare, volendo, anche tutto ciò che può essere rimesso alla personalità dell'interprete", risponde. Ne viene fuori la figura di un pianista che, per quanto giovane, ha il coraggio delle sue scelte. La sua partecipazione a Piazza Verdi non si risolve però solo in un'intervista ma, accanto alle parole, ci suona tre brani presenti proprio nel suo album d'esordio, recensito su queste pagine esattamente un anno fa e che racchiude alcune delle composizioni più particolari dell'autore francese. Quasi le ultime da lui scritte, non le ultimissime perché datati 1915 sono i Douze Études L 143 e 1914 le Épigraphes antiques mentre la sua opera estrema è del 1916-1917, "Ode à la France", una cantata in do maggiore per soprano, coro misto e orchestra su testo di Louis Laloy. Il corpus dei Dodici Studi rappresenta comunque l'ultimo grande ciclo di lavori, il quale combacia temporalmente con l'inizio del primo conflitto mondiale. Questi anni tragici furono diversamente vissuti dai grandi compositori e intellettuali in Europa e nel mondo. La risposta di Claude Debussy a un evento così drammatico fu quasi di "evasione" perché i titoli che lui dà a ogni studio non sembrano assolutamente legarsi alla guerra in corso ma, al contrario, puntano alla sostanza musicale.


Nel primo brano suonato, "Pour les cinq doigts d'après monsieur Czerny", Debussy prende di mira il famoso didatta con uno di quegli atteggiamenti provocatori che ha mostrato di avere per tutta la vita, nel suo modo di comportarsi, di scrivere, e naturalmente anche di comporre. Innanzitutto Czerny è per lui, come per qualunque altro pianista (e Debussy lo è stato in maniera eccellente), insieme a Muzio Clementi il vero creatore della didattica pianistica, lasciando degli importantissimi volumi di studi di ogni livello, dai "60 Studietti elementari" ai "30 Nuovi studi di meccanismo Op. 849". Nel primo dei "Douze Études" il compositore francese considera quindi il gesto delle cinque dita (do, re, mi, fa, sol) e subito nella seconda misura aggiunge una nota "estranea", un la bemolle puntato dall'effetto quasi straniante con cui si prende gioco della semplice serie di note dell'incipit. In seguito costruisce sull'inciso di queste cinque note l'intero brano, basato su ritmo di giga, una danza antica dall'andamento veloce. Debussy gioca con la musica, la componente ironica, in questo come negli altri brani, è una delle più importanti ma non l'unica, velata come sempre è da profonda malinconia e dolore. I motivi di questa costante espressiva sono da ricercarsi nel sentimento di fine vita che pervade il compositore, egli è infatti consapevole che a breve morirà perché gravemente malato di cancro. Alla sofferenza per le sue condizioni di salute s'intreccia poi quella scaturita dalla desolazione degli anni del conflitto mondiale, che lui ha vissuto in pieno.



Come si pone un interprete di fronte a brani di questa complessità, di tale livello giocoso, ironico ma dotati di un forte nucleo tragico? La primissima cosa è l'analisi del pezzo che si ha davanti, se è accurata permette di capire quasi completamente, "quasi" perché i misteri della musica non vengono mai del tutto risolti, la natura del brano. Ma, secondo il pianista di Genzano, soprattutto in composizioni come queste non bisogna cercare la coerenza. Non si tratta di mondi ben definiti, in cui va indagato un solo aspetto. In "Pour les cinq doigts" prevale inizialmente l'ironia, ma è la riflessività in altri momenti che prende il sopravvento, tuttavia non è giusto neanche leggerlo come un pezzo totalmente ironico o del tutto riflessivo. Il secondo brano suonato da Axel Trolese è l'undicesimo studio dal secondo libro: "Pour les arpèges composés". Bellissimo, sviluppa la difficile tecnica degli arpeggi composti sul pianoforte, necessaria per liberare e far vibrare nell'aria quanti più armonici si può, elementi fondamentali per lo strumento e particolarmente percepibili sulle note gravi. Claude Debussy cerca di farli risaltare, così come aveva fatto Chopin con la sua tecnica compositiva. L'autore francese la riprende in questo studio, creando su questa una rapsodia in tre parti. L'espressione di una certa sensualità traspare dalla stessa indicazione in partitura, "Dolce e lusingando", gli arpeggi devono così risultare carezzevoli per l'ascoltatore, quasi liquidi nel richiamare l'acqua e gli sprizzi di gioia. Questo pregnante incontro radiofonico con Axel Trolese si conclude con il sesto brano da "Le tombeau de Couperin": Toccata - Vif, alla memoria di Joseph de Marliave.



Ritorna la guerra con i suoi spettri, qui mediata, quasi trasfigurata dalla figura di François Couperin, il grande maestro del clavicembalo barocco, che s'intreccia con le vicende degli amici scomparsi. Una sorta di sapore "agrodolce" traspare da ogni nota di questa nobile composizione. È la risposta del trentanovenne Maurice Ravel al primo conflitto mondiale, una suite composta di sei brani, ognuno dedicato a un amico scomparso, tra movimenti di danza e pezzi squisitamente strumentali. Axel affronta con sprezzo del pericolo la Toccata, brano tecnicamente molto difficile in grado di rievocare efficacemente l'atmosfera bellica con il suo ritmo incessante, quasi un moto perpetuo che, come la guerra, travolge nella sua furia distruttiva uomini e cose. Fuori dai templi ufficiali della musica, nell'intimo di un prestigiosissimo studio radiofonico, per quanto grande sia, non assistiamo a un recital e nemmeno a un mini-recital ma a un qualcosa di più coinvolgente. La radiofonia è ancora oggi uno strumento insostituibile, si può ipotizzare che lo sarà sempre perché l'evoluzione tecnologica non può in alcun modo stravolgere la sostanza di questo magico modo di comunicare. Può ancor più agevolarlo, al limite. La combinazione di parola e musica qui assume una sembianza del tutto particolare, arriva nelle case di chiunque abbia voglia di lasciarsi attraversare dal suo flusso. Possiamo ascoltare a occhi chiusi, magari a letto nel buio della nostra stanza, ma in quell'oscurità il suono, la "phoné" di beniana memoria risveglia in noi suggestivi scenari, come e meglio di qualsiasi altro mezzo.



Questa è la radio... Axel Trolese ha suonato per un ristretto parterre di fortunati questi meravigliosi brani di Debussy e Ravel. In "Pour les cinq doigts d'après monsieur Czerny" si presagisce la sicurezza, tipica del concertista più "consumato", ad amministrare con padronanza delle difficili atmosfere, dove ogni esitazione agogica o tecnica farebbe sfumare all'istante tutta la loro magia. Axel è un pianista che sa fondere mirabilmente istinto e disciplina, sa dove andare dirigendo con sicurezza i passi sulla sua strada. Dalla sua ha la capacità di esprimere il lirismo, la forza evocativa di ciò che suona senza ricorrere a triti stereotipi di atteggiamento o interpretativi. Chi come me ha avuto la possibilità di vederlo suonare da breve distanza, non può che apprezzare il suo modo raccolto, a tratti introflessivo, di affrontare la tastiera. Al riparo da comportamenti retorici è incline alla lucida analisi del segno scritto, poi introiettata in una visione molto personale. In "Pour les arpèges composés" tutto è mirabilmente luminoso. Conosco da diverso tempo Axel, ma oggi mi trovo di fronte a un artista più maturo, con un controllo ancor maggiore del tocco strumentale. Convince nella timbratura del legato, disegna con incantevole delicatezza e omogeneità l'arco descritto dagli arpeggi, fa sua l'indicazione "Dolce e lusingando" dell'autore. Nel terzo brano, la temibile "Toccata - Vif", sesto e ultimo pezzo di "Le tombeau de Couperin", il processo d'interiorizzazione della partitura si fa detonatore di un declamato nervoso, teso e drammatico. La salda tecnica che oggi esprime il pianista viene messa al completo servizio di un'incisiva espressività. Emerge lo scatto nervoso del centometrista nelle parti più concitate e complesse, la volontà di guardare oltre lo steccato del segno scritto.

Giù il cappello signori!




Alfredo Di Pietro

Dicembre 2017


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