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SERATA GERSHWIN

Enrico Pieranunzi (1949)
Variazioni su un tema di Gershwin

George Gershwin (1898 - 19379
An American in Paris (elaborazione Enrico Pieranunzi)

The Man I Love
Love Walked In

But Not for Me (clarinetto e pianoforte)
I Got Rhythm (clarinetto e pianoforte)


George Gershwin/Jascha Heifetz (1901 - 1987)
My Man's Gone Now (violino e pianoforte)
da "Porgy and Bess": It Ain't Necessarly So (violino e pianoforte)

George Gershwin
Tre preludi (elaborazione Enrico Pieranunzi)
   1. Allegro ben ritmato e deciso
   2. Andante con moto e poco rubato
   3. Allegro ben ritmato e deciso

Rhapsody in Blue


Gabriele Mirabassi, clarinetto
Gabriele Pieranunzi, violino
Enrico Pieranunzi, pianoforte

 

 

Ne sono persuaso, se George Gershwin fosse stato ancora in vita, stasera sarebbe salito sul palco portando un grande mazzo di fiori al nostro Trio Jazz, formato da Enrico Pieranunzi al pianoforte, Gabriele Mirabassi al clarinetto e Gabriele Pieranunzi al violino. Avrebbe strizzato l'occhio ai nostri musicisti, intenti a far rivivere i suoi capolavori con un'impareggiabile freschezza, nelle elaborazioni di Enrico Pieranunzi liberi da soluzioni scontate, mai tradenti il minimo segno di stanchezza od opacità. Il direttore artistico e memoria storica dell'Amiata Piano Festival, Maurizio Baglini, ha in testa un brulichio di ricordi, tutti bellissimi, ne ha anche per questo concerto in una retrospettiva che risale addirittura alle origini della manifestazione. Questa è una serata in musica le cui avvisaglie, di fatto, risalgono al 2005, proprio all'esordio del festival, perché Gabriele Pieranunzi, violinista e suo grande amico, è stato uno dei primi artisti chiamato a parteciparvi. Con sfumata nostalgia ricorda il suo percorso con l'amico e collega Gabriele, un cammino solcato da una cinquantina di concerti. Si era alla primavera del festival, allora le esibizioni si svolgevano in un garage di Castel del Piano e se vediamo cosa oggi è diventata questa ribalta, non può non sfuggire un moto di tenerezza per quei tempi. Una sera Enrico, fratello di Gabriele, lo raggiunse e poi uscirono tutti fuori a cena, dove parlarono del più e del meno. In quel periodo i concerti erano esclusivamente di musica da camera, ma ora nel Forum Bertarelli si può fare di tutto, dal recital pianistico alla musica sinfonica.

Stasera c'è un Trio che suona jazz acustico, registrato per la RAI senza amplificazione, cosa resa possibile dall'acustica perfetta dell'auditorium. Più volte ne abbiamo parlato ma nella serata del 27 luglio il discorso assume un'importanza tanto maggiore in quanto presente in prima fila c'è l'architetto Edoardo Milesi, progettista di questo capolavoro architettonico. Enrico Pieranunzi guadagna il palco con gli altri due musicisti, parla con tono moderato, da perfetto "story teller", manca totalmente di enfasi nel raccontare il "suo" George Gershwin, lo fa con una naturalezza assoluta, come di un qualcosa che rientra nella quotidianità. Accattiva il pubblico con uno stile asciutto, essenziale, molto "americano", si mostra in un genuino atteggiamento di "understatement". Dice pochissime cose di se, lascia piuttosto parlare la sua arte, è questa la più adatta a manifestare il suo amore per il grande compositore americano. La compenetrazione nel suo stile è evidente da ogni nota che suona, non tradisce però una pedissequa quanto scolastica adesione. L'"americano" Enrico Pieranunzi è anche molto italiano, c'è parecchio di suo in quello che suona, a cominciare da un'estroversione lirica mai gridata, che porta a essere le "song" da lui elaborate un piccolo miracolo di grazia, di tersa e assorta cantabilità. Raffinatissimo il suo senso dello "swing", sempre discreto ed elegantissimo l'"interplay" con gli altri componenti del Trio, dote che fa di lui una personalità che sa cogliere come poche il valore del dialogo con gli altri musicisti. Un bellissimo esempio di "camerismo" trasportato nel jazz.

 



Esprime una strabiliante creatività nell'improvvisare, tanto da aver spinto Bruno Canino a dire di lui: "E improvvisa sul serio, non fa finta". Il primo brano in programma è "Variazioni su un tema di Gershwin", che Pieranunzi ha scritto su un tema abbastanza sconosciuto, reperito in realtà dentro un baule, una sorta di scrigno ricolmo di gemme che Enrico citerà spesso. Si tratta di un baule ritrovato nel 1986, conservato in casa dal fratello maggiore del compositore, Ira, grande paroliere che spesso ha collaborato con lui. Era pieno di manoscritti, schizzi, abbozzi, rimasto praticamente chiuso per almeno cinquant'anni, dal 1937 al 1986, scoperto tre anni dopo la morte di Ira. È stata poi sua moglie che ha iniziato a farne catalogare e dettagliare il contenuto, così si sono ritrovate un sacco di cose. Tra queste la più importante è la versione per due pianoforti di "Un americano a Parigi". Si sapeva che quando Gershwin aveva scritto questo poema sinfonico, nel 1928, insieme alla partitura per orchestra aveva steso contemporaneamente quella per due pianoforti, era noto che l'aveva fatta ma il manoscritto era rimasto nascosto per mezzo secolo all'interno di questo baule "magico". Tra i pezzi che conteneva c'era anche questo piccolo "Three Quarter Blues", pubblicato negli ultimi tempi insieme a diversi altri manoscritti riportati alla luce e prima sconosciuti. Enrico Pieranunzi l'ha trovato da qualche parte, creandoci su delle affascinanti variazioni. Si cambia atmosfera, vengono proposte al pubblico delle improvvisazioni su alcune famose canzoni del compositore americano.

Pieranunzi siede al piano e inanella dei bellissimi ricami musicali su "The Man I Love" e "Love Walked In", seguirà un "medley" su altre due canzoni, suonate insieme al grande clarinettista Gabriele Mirabassi: "But Not for me" e "I Got Rhythm". Gershwin ha scritto davvero una quantità industriale di "song", una storia molto americana la sua. D'altra parte è considerato un eroe americano e sappiamo come questo popolo ami chi ha successo, lui ha iniziato a riscuoterlo molto presto, appena diciannovenne, quando scrisse una canzone che si chiamava "Swanee". Proveniva da una famiglia di origine russa e lituana emigrata in America (che non navigava certo nell'oro), il suo nome, infatti, non era George Gershwin ma Jacob Gershowitz. Precocemente cominciò a mostrare segni di talento musicale, il primo impiego che ebbe fu molto particolare, una cosa che per noi è difficile da immaginare. Sulla quattordicesima Strada Est di New York c'era la "Tyn Pan Halley", letteralmente "Vicolo della padella stagnata", nome dato all'industria musicale newyorkese specializzata nella stampa di spartiti. La via in cui risiedeva era particolarmente rumorosa, un suono cacofonico di pianoforti si riversava dalle finestre delle sale di prova sulla strada, un baccano che ricordava appunto quello ottenuto percuotendo delle padelle stagnate. Era una via piena di editori musicali che pubblicavano i successi di Broadway, vicina all'avenue di Broadway. È risaputo che agli americani non manca il senso del commercio e così, se una persona aveva sentito un musical in cui c'era qualche canzone che gli piaceva particolarmente, dopo pochissimo tempo poteva acquistarne lo spartito.

 



Gershwin aveva un ruolo ben preciso: faceva il pianista dimostratore (song plugger), a disposizione del cliente che volesse risentire una certa canzone ascoltata poco prima o una nuova, era insomma una specie di "promoter" per la vendita degli spartiti. A un certo punto, furbescamente, cominciò a proporre all'avventore anche le sue composizioni, con la scusa di farle sentire in mezzo ad altre. L'editore per cui lavorava si chiamava Remick. Fra queste ne scrisse una, la citata Swanee, che ebbe un successo clamoroso vendendo addirittura un milione di copie di dischi. Dopo questo esordio arrivarono per lui non solo il successo e la ricchezza ma anche una straordinaria popolarità. Si tratta tra l'altro di un importante riferimento storico, dato che fu eseguita da Al Jolson nel primo film sonoro del 1927, un attore bianco che per l'occasione si era travestito da nero. A quel punto il compositore divenne richiestissimo a Broadway. In seguito però, siccome aveva studiato un po' di pianoforte classico e il comporre musica "leggera" non lo entusiasmava, anche se, da curioso e vorace di musica, gli piaceva, a un certo punto scrisse su richiesta di Paul Whiteman la celeberrima "Rapsodia in blu". La composizione è datata 1924 e decretò il suo successo anche al di fuori dell'America, quattro anni dopo, quando lui si recò a Parigi, era famosa anche lì. George Gershwin fu un personaggio straordinario, con un talento assolutamente fuori dal comune, capace d'inventare una musica del tutto nuova.

Un Americano a Parigi fu scritto invece nel 1928, dopo un viaggio nella capitale francese, che negli anni venti era la città per eccellenza dell'arte ed esercitava un grande fascino in tutto il mondo, anche gli americani quindi ne erano ammaliati. Va quindi a Parigi con il fratello e la cognata, se ne innamora cominciando a scrivere questo nuovo pezzo, in effetti una specie di film in musica che racconta le impressioni, le reazioni, le emozioni provate da un americano che per la prima volta visita Parigi. Se ne innamorò a tal punto che, per questo pezzo, nella partitura originale sono previsti dei clacson da Taxi. Lui volle assolutamente sapere dove si vendevano, alla fine ci riuscì e fu immortalato raggiante in una foto con quattro clacson in mano. Non solo, quando fu fatta la prima, il 13 dicembre 1928, questi quattro clacson facevano parte della partitura, dati al percussionista che a un certo punto doveva metterli in funzione. Enrico Pieranunzi non li ha portati qui all'Amiata Piano Festival, ma ne ha simulato il suono grazie a un escamotage timbrico preso dal suo "cilindro magico". Si sarà già ampiamente capito che il nostro artista nutre un'intensa passione per il grande compositore americano, esordita sin da tenera età visto che a sei anni e mezzo ha imparato il primo pezzo di Gershwin: "Fascinating Rhythm" ed è cresciuto sentendo, con un'emozione che ancora perdura, il "padellone" di Rhapsody in Blue, versione suonata dall'autore e diretta da Paul Whiteman. I cosiddetti padelloni erano dei dischi a 78 giri che duravano quattro minuti per facciata, un po' più grandi degli odierni vinili.

 



"An American in Paris" è la prima trascrizione importante che Pieranunzi ha fatto, gli è costata un bel po' di lavoro ma è stata molto gratificante. Pensiamo per un attimo quale fatica comporti elaborare e trascrivere una partitura pensata per ottanta elementi, non una riduzione. Verso la fine del brano Pieranunzi ha scritto una piccola cadenza che non c'è nell'originale, ha fatto anche diverse variazioni al testo, lavorando complessivamente su tre fonti, la prima è la partitura orchestrale, stilata da Gershwin stesso, il quale teneva molto alla sua paternità. Il jazzista romano ha trovato degli articoli americani in cui alcuni recensori piuttosto severi insinuavano che non era stata orchestrata da lui. Inizialmente, infatti, l'orchestrazione non era sua perché quando gli fu chiesto di comporre questo brano lui era molto giovane e non era in grado di farlo. Dopo quattro anni però aveva perfettamente colmato questa lacuna, tanto è vero che nel frontespizio c'è scritto di suo pugno: "A Tone Poem for Orchestra Composed and Orchestrated by George Gershwin". Un'orchestrazione invero un po' ipertrofica, comprensibile perché lui aveva imparato da poco ed era evidentemente eccitatissimo. La seconda fonte è stata una versione per due pianoforti trovata nel baule e la terza un'altra versione per solo pianoforte, una trascrizione fatta da un fedelissimo collaboratore di Gershwin, William O’Daly, del quale lui si fidava molto. Con grande partecipazione ascoltiamo l'aria "My Man's Gone Now" e la canzone popolare "It Ain't Necessarly So" dall'opera " Porgy and Bess", l'unica che scrisse Gershwin.

Un capolavoro, sicuramente l'opera americana più importante del XX secolo, la quale ha cambiato molte cose nel modo di scrivere, nel modo di concepire il dramma. Anche il testo era ai tempi molto coraggioso in quanto i protagonisti sono di colore. Si ritorna al trio con i "Tre preludi", la cui elaborazione è stata fatta da Enrico Pieranunzi. Furono pubblicati quando l'autore era ancora vivente e composti insieme a diversi altri, alcuni scoperti nel famoso baule. Anche questi si sapeva che c'erano ma non erano stati trovati sino alla sua scoperta. L'Allegro ben ritmato e deciso, l'Andante con moto e poco rubato e l'Allegro ben ritmato e deciso sono i più noti, Gershwin aveva progettato di scriverne ventiquattro, esattamente come Chopin, ma essendo piuttosto impegnato con Broadway (l'incarico era economicamente piuttosto soddisfacente) e nella composizione di altre importanti opere, non riuscì a portare a termine il progetto. La strada intrapresa dal nostro Trio è quella di un jazz cristallino, sempre supportato da un'impeccabile tecnica strumentale, senza però lasciare che questa diventi protagonista rubando la scena a una squisita musicalità. Formidabile in questo senso è l'apporto del clarinettista Gabriele Mirabassi, strumentista che si muove con uguale disinvoltura sia nella musica classica che nel jazz e vanta innumerevoli collaborazioni con artisti che operano nei due diversi campi. È un artista viscerale, ha un rapporto quasi "fisico" con la musica, non è certamente uno di quelli che siedono compunti muovendo solo le dita sulle chiavi dello strumento.

 



Si alza dalla sedia sotto l'impulso di un'urgenza espressiva, a momenti sembra quasi danzare sulle note che suona. Talvolta istrionico, è sempre totalmente coinvolto in quello che fa, sanguignamente attaccato al suono del suo clarinetto, che è sempre intenso, corposo, portatore di un formidabile range dinamico. Più improntata al contegno la presenza scenica di Gabriele Mirabassi, violinista e fratello di Enrico, uno strumentista di spicco già allievo di Salvatore Accardo e Stefan Gheorghiu, vincitore d’importanti premi internazionali. Di più schietta impostazione classica, ma molto bravo anche nel jazz, suona un Ferdinando Gagliano del 1762 appartenuto alla grande violinista Gioconda De Vito. Uno swing, quello di questo Trio, che penetra nella carne e nelle ossa oltre ogni aspettativa, ottimo per stuzzicare i palati jazz più fini. Gran finale di serata con "Rhapsody in Blue". Al termine dell'esecuzione (emozionante il celeberrimo glissando di clarinetto), dopo lunghi e scroscianti applausi ne viene bissato un passaggio. Questa composizione venne presentata il 12 febbraio del 1924 all'Aeolian Hall di New York. L'esecuzione, con Gershwin stesso al pianoforte, riscosse un enorme successo, tra il pubblico erano presenti alcune grandi personalità musicali del tempo, tra cui Igor Stravinsky, Sergej Rachmaninov, Leopold Stokowski e il violinista Jascha Heifetz. A fine serata il trio si congeda suonando un pezzo che in realtà era un abbozzo e faceva parte di quei preludi che Gershwin aveva iniziato mentre lavorava ai musical, in mezzo alle commissioni miliardarie che riceveva proprio grazie alle sue ispirate canzoni.

"Song" dalla straordinaria felicità compositiva che immediatamente diventavano grandi successi. Lui scriveva questi abbozzi, poi se ne dimenticava, per fortuna questo è stato ritrovato ed è considerato una specie di quarto preludio, nella sostanza una deliziosa ninna nanna un po' blues, nata con due titoli diversi: Melody N. 17 e "Sleepless Night" (Notte Insonne). È un pezzo breve, definito tranquillissimo da Enrico Pieranunzi, ma che ogni tanto si "sveglia".

 



Come ci sta il jazz all'Amiata Piano Festival?
Stupendamente bene...

Alfredo Di Pietro


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