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ALESSIO ALLEGRINI INCONTRA TETRAKTIS PERCUSSIONI


Luigi Cherubini (1760 - 1842)
Sonata per corno e archi N. 2 in Fa maggiore
(arrangiamento per corno ed ensemble di percussioni)

Nebojša Jovan Živković
Da "Trio per uno" Op. 27, per trio di percussioni: I° movimento

Ramberto Ciammarughi (1960)
Elegia (dedicata ad Alessio Allegrini e Tetraktis)

Gioacchino Rossini (1792 - 1868)
L'Italiana in Algeri (elaborazione per ensemble di percussioni)

Riccardo Panfili (1979)
Out (dedicato ad Alessio Allegrini e Tetraktis)

John Cage (1912 - 1992)
Third Construction, per quartetto di percussioni

AA.VV.
Brazilian Suite (elaborazione per corno e percussioni di David Short dedicata ad Alessio Allegrini e Tetraktis)

Alessio Allegrini, corno

Tetraktis Percussioni:
Gianluca Saveri
Laura Mancini
Gianni Maestrucci
Leonardo Ramadori

 




Seconda, elettrizzante giornata di Baccus. In un auditorium che nasce appositamente per ospitare l'Amiata Piano Festival, s'incontra una "strana" coppia, quella formata dal cornista Alessio Allegrini e il gruppo di percussioni Tetraktis, alle prese con un repertorio che abbraccia tre secoli di musica. Chi entra nella grande sala si trova di fronte a un palco pieno zeppo di ogni tipo di percussioni, oltre cento, dove spicca per dimensioni una grande marimba sinfonica Bergerault a cinque ottave (maestosa!). Nella mia intervista al gruppo Tetraktis avanzo velatamente una proposta "indecente": stilare un elenco di tutti gli strumenti che si parano alla vista dello spettatore. Leonardo Ramadori mi spiega che la risposta potrebbe essere molto lunga e articolata, forse troppo, così ricevo da lui una bella sintesi che mi parla di questa prolificissima famiglia. E non basta citare all'appello gli strumenti tradizionali. Come John Cage insegna in "Third Construction" e in tanti altri pezzi, percussione può diventare tutto il percuotibile, anche delle pentole e padelle. Si, proprio quelle che usiamo tutti i giorni per cucinare ma che possono agevolmente trasformarsi alla bisogna in strumenti a percussione. Credo che ogni singola persona del pubblico non possa rimanere indifferente di fronte a questo che, già staticamente, è uno spettacolo, senza che un sol colpo sia stato ancora suonato. In me, che da ragazzo ho studiato le percussioni e facevo parte di un piccolo gruppo pugliese, le emozioni vanno a mille.

 



Ricordi che accorrono a frotte, tutto quel ben di Dio sotto i riflettori mi riporta alla memoria le ore passate sul tamburo da studio, l'incredibile percorso di affinamento che occorre per produrre un rullo pulito, sia esso a colpi singoli, a doppio colpo o che sia un "press roll". L'indecisione sull'uso delle giuste bacchette: punta in legno o in nylon? I libri di studio sull'indipendenza, controllo e coordinazione, il metodo Dante Agostini per la batteria o l'"Advanced techniques for the modern drummer" di Jim Chapin, ottimo per sviluppare il proprio "swing" se si aveva qualche aspirazione jazzistica. Il manuale di Antonio Buonomo per i timpani. A questo punto la recensione della seconda serata di Baccus potrebbe finire qui, sommersa dai "flashback" dai miei trascorsi percussionistici. Ma non sono qui per parlare di me... 23 giugno, si comprende immediatamente che alla bellezza della musica stasera si aggiungerà il fascino visivo di un parterre strumentale quanto mai coreografico. A qualcuno potrà sembrare una collaborazione improbabile, un pericoloso azzardo accostare la fisicità delle percussioni con la voce calda ed eloquente del corno. Chi se lo sarebbe mai aspettato che, tra il minaccioso arsenale di strumenti sfoggiato sul palco, si sarebbero levate le alate note della Sonata per corno e archi N. 2 in Fa maggiore di Luigi Cherubini, nell'arrangiamento per lo strumento e l'ensemble di percussioni? Succede all'Amiata Piano Festival, una kermesse sempre ricca di sorprese e colpi di teatro che coraggiosamente vengono proposti al pubblico, a favore di una platea di cui sovente si sottovalutano le doti di recezione dell'inusuale.

 



Il grande compositore fiorentino fu il decimo dei dodici figli che Bartolomeo, cembalista, cornista e direttore della Cappella Granducale di Firenze, mise al mondo. È forse per questo che mostra in questo delizioso brano una particolare abilità a far emergere quelle eminenti doti di cantabilità dello strumento. L'accompagnamento dei Tetraktis è vellutato, riccamente armonioso, sottolinea la splendida classicità di questo compositore. In un netto rovesciamento di atmosfera, sensazioni molto differenti vengono evocate dal primo movimento del brano "Trio per uno" Op. 27 del percussionista e compositore jugoslavo Nebojša Jovan Živković, per trio di percussioni. Dalle delizie di un garbatissimo classicismo si transita "d'emblée" all'enorme escursione dinamica di un brano che sa alternare astutamente delicatezza e forza. Inizia sornione con le bacchette che percuotono il bordo di legno della grancassa con dei veloci rulli "a cinque", un moto che progressivamente si allarga alla grancassa sinfonica, ai bongos e ai gong cinesi, disposti parallelamente al suolo. Il moto si fa via via più energico e infernale, in una poliritmicità aggressiva che sa diventare anche violenta. Si sprigiona dai tredici strumenti suonati da Leonardo Ramadori, Gianni Maestrucci e Gianluca Saveri un'impressiva forza tribale. I tre esecutori sono disposti in "Drum Circle", c'è un grande centro rappresentato da una "bass drum", intorno gravitano sei bongos e altrettanti gong cinesi, una coppia a disposizione di ciascun percussionista.

 



È l'inizio di un fitto dialogo tra le percussioni. A un certo punto possiamo vedere dei bellissimi "incroci", dove la mano sinistra suona un gong cinese e l'altra la sorvola in colpi portati alternativamente alla grancassa e all'altro gong. Il finale è entusiasmante, spasmodico nella devastante potenza di suono della grande percussione (il centro) suonata a sei bacchette da tutti e tre i percussionisti. Si assiste a uno spettacolo totale, geometrie sonore rafforzate dall'elemento visivo, sembrano danzare i tre percussionisti. Si entra nel dominio della liricità più pregnante con il brano successivo: "Elegia", dedicata ad Alessio Allegrini e Tetraktis, l'altra con gli stessi dedicatari sarà "Out", suonata dopo la gustosissima Ouverture "L'Italiana in Algeri", elaborata per ensemble di percussioni. In entrambi il maestro Allegrini si produce nella duplice veste di esecutore e direttore, volta le spalle al pubblico per dirigere i due brani. Mi sarebbe piaciuto avere queste due composizioni nella mia collezione di file musicali, ma, purtroppo, non ne esistono registrazioni pubblicate ma solo le versioni live in possesso del gruppo. Tuttavia non dispero, ma aspetto pazientemente l'uscita del CD che il gruppo umbro ha intenzione di realizzare in compagnia di Alessio Allegrini. Grande è lo strascico, il retrogusto che ha lasciato in me questa "Elegia", composizione dell'assisano Ramberto Ciammarughi, grande musicista e stimatissimo amico dei Tetraktis, più noto è considerato nell'ambiente musicale e dagli addetti ai lavori che al pubblico.

 



È un artista che ha dedicato diversi brani al gruppo, anche per solo quartetto. Nel 2007 con lui è stato inciso un intero CD dal titolo "Liaisons Dangereuses" nel quale era già presente l'Elegia; da questa, in seguito, lo stesso Ciammarughi ha tratto la versione con il corno che è stata presentata nel Forum Bertarelli. C'è da rimanere basiti dall'intensità di questo pezzo come pure di "Out", scritto da uno dei più interessanti compositori del momento, l'umbro Riccardo Panfili che si è già fatto ampiamente notare per il suo genio. Ha già avuto esecuzioni importanti con l'Orchestra della Scala, dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ammirato per lo spessore espressivo della sua musica e la grande profondità, veicolate da un linguaggio sempre molto comunicativo e diretto. Fa piacere che anche lui segua il "trend" di un allontanamento da certi sperimentalismi bizantini e incomprensibili che caratterizzano certe scritture contemporanee. Opere come "Out" o "Danzario" denotano un grande rigore formale. "Third Construction" di John Cage e un brano che sorprende per l'utilizzo di strumenti "non strumenti", vale a dire non creati primariamente per suonare musica, come set di pentole e padelle da cucina di vario diametro, pure una conchiglia, suonata dalla bravissima Laura Mancini, quarto membro dei Tetraktis che, colpevolmente, cito solo ora ma la cui tecnica perfetta mi ha davvero impressionato. Quando il curiosissimo Cage compose questo pezzo, collaborava con una compagnia di danza, da lì ha ricevuto lo stimolo di introdurre nel contesto sonoro oggetti che non erano mai stati utilizzati prima con intenti percussivi.

 



E il bello è che tali brani furono messi in scena anche su palcoscenici molto prestigiosi, storia che oggi si ripete qui al Forum Fondazione Bertarelli. Nella grande eredità che ci ha lasciato questo eccentrico musicista si sprecano i richiami al mondo etnico. Un viaggio che, come giustamente si dice nell'esaustiva brochure dell'Amiata Piano Festival, è: "Un viaggio storico ed etnografico, ricerca e studio di culture ignote, dove il confronto con la diversità e l'alterità culturale ci aiuta a capire il qui e l'ora. Una musica che accomuna le culture più lontane, sottolineando l'importanza d'incontrarsi e parlarsi con l'arte dei suoni, con un linguaggio naturale che non conosca guerre e confini, per ricongiungere sentimenti e guardare all'umanesimo tra i popoli, sempre più disperso nei meandri di una società sofferente e razionale". In realta "Construction" di Cage è il titolo utilizzato in parecchi brani del compositore americano, tutti contraddistinti da strumenti a percussione non ortodossi, come dicevamo prima. Tali pezzi furono composti tra il 1939 e 1942 mentre Cage lavorava presso la Cornish School of Arts di Seattle, Washington e visitava la West Coast con un gruppo di percussioni che aveva fondato Lou Harrison. Si compone di quattro brani, "First", "Second" e "Third" sono stati terminati ma la "Fourth Construction" del 1942 è un lavoro rimasto incompiuto. Brano sottile, dal sofisticato intreccio ritmico è la "Third Construction", composta nel 1941 e dedicata a Xenia Kashevaroff-Cage, all'epoca moglie del compositore.

 



Il pezzo è scritto per un ensemble di quattro esecutori, costituito da 24 sezioni di 24 misure ciascuna, dove l'impianto ritmico viene eseguito a rotazione tra gli strumentisti. Impressionante la quantità di strumenti e strumentini messi in gioco, tra questi un sonaglio indiano in legno del nord-ovest, cinque lattine in stagno, tre tamburi tom tom, claves, un grande cimbalo cinese (sospeso), maracas, teponaztli (un tipo di tamburo inciso usato in Messico centrale dagli Aztechi), due campanacci da mucca, un sonaglio indo-cinese, il membranofono lion's roar, quijadas, claves, conchiglia, una raganella, un flexatone. Dopo tanta sperimentalistica concentrazione, è venuto il momento di divertirsi con "Brazilian Suite" di autori vari, elaborazione per corno e percussioni di David Short dedicata ad Alessio Allegrini e Tetraktis. Il comune denominatore sono i frizzanti ritmi brasiliani in un eccitante "potpourri", Leonardo Ramadori qui esibisce le sue qualità di batterista, dimostra di possedere una perfetta tecnica del rullante. A sorpresa, dopo la Brazilian Suite i Tetraktis suonano Il secondo dei cinque movimenti di "Millennium Bug", affascinante composizione di Giovanni Sollima. Un fuori programma in cui nuovamente il pubblico viene traghettato verso orizzonti del tutto differenti, dove riemerge la concezione "strumentocentrica" del Trio per uno. Un vibrafono, le cui lamine metalliche non vengono percosse ma strofinate con degli archi da violoncello, emette suoni celestiali, a metà strada tra l'ancestralità e una modernità senza tempo. Tutti e quattro i percussionisti lo suonano contemporaneamente.

 



Brano di estrema suggestione dove con discrezione quasi puntillistica s'inseriscono un "lion roar" e due piatti sospesi. Ritorna l'elemento ludico nel finale, un bis molto particolare in cui Alessio Allegrini s'improvvisa a sua volta percussionista, brandendo un tubo sonoro rosso, in un'improvvisazione ritmica dove non solo gli esecutori paiono divertirsi alla grande ma anche la platea. Sorridono, in questo grande gioco che è la creazione musicale. La semplicità dei "boomwhackers", dei tubi sonori di plastica colorata, di differenti misure e che producono note di diversa altezza, favorisce un approccio istintivo a essi. Il quintetto percuote con essi il parquet di legno del palcoscenico, talvolta li fanno rullare. Cosa, in buona sostanza, può rendere magica una serata? Dei brani interessanti certo, ma che restano lettera morta se non ci pensano dei musicisti d'eccellenza come loro a vivificarli. I Tetraktis, gruppo umbro costituitosi una venticinquina d'anni fa, in grado di padroneggiare alla perfezione ogni tipo di percussione, dotato di un irripetibile feeling e un'innata propensione alla sperimentazione. Laura Mancini è il componente più giovane, la loro "quota rosa", la più recente entrata nel gruppo. Alessio Allegrini, cornista dalla tecnica stupefacente, al nitore timbrico aggiunge un dominio tecnico che lo porta a non sbagliare una nota, in uno strumento notoriamente insidioso, dove è facilissimo incappare in note indesiderate. Non disturba neanche i palati più schizzinosi questo concerto, ma porta grandi suggestioni in una felice mescolanza di epoche e strumenti diversi.

 



Per chi lo avesse soltanto sospettato, non ci sono "cavoli a merenda" in questa serata, ma una totalizzante coesione poetica trasversale. Ennesima dimostrazione di come in musica non esistano assolutamente compartimenti stagni. Sta all'"artefice" rendere valida l'equazione. Il termine "mondo di suoni" qui lascia ogni intento letterario per entrare nella viva realtà e l'Amiata Piano Festival, ancora una volta, valica steccati e annienta luoghi comuni in un appuntamento davvero speciale!

 

 

 

INTERVISTA AL GRUPPO DI PERCUSSIONI TETRAKTIS 

 

 

Alfredo Di Pietro: C'è un qualcosa d'implicito nella nascita di un gruppo musicale, una forte inclinazione di fondo che poi si concretizza nel percorso di un'intera vita artistica. Qual è stato lo stimolo principale per la formazione dell'ensemble Tetraktis?

Tetraktis: La nostra storia inizia in maniera semplice; quattro compagni di Conservatorio che oltre a prepararsi per le audizioni nelle orchestre e fare esperienza con le bande locali provano a suonare qualcosa insieme, prendendo spunto dalla storia dei nostri insegnanti (Antonio Caggiano e Alessandro Tomassetti) che già avevano fondato il più longevo gruppo di percussioni italiano (Ars Ludi). Questi tentativi però, per fortuna, hanno trovato un terreno fertile nella figura del M° Fernando Sulpizi, insegnante di Composizione e vice-direttore del Conservatorio "Morlacchi" di Perugia negli anni '90 che, avendo una grande passione per gli strumenti a percussione, ne possedeva una grande quantità e fu subito disponibile a farceli usare! Un terzo spunto che ritengo importante è stata una grande Masterclass che i percussionisti di Amsterdam tennero a Loano in Liguria nel 1990: quello fu un momento importante per entrare in contatto con un repertorio e con una realtà che non si era ancora ben manifestata in Italia. Alcuni dei pezzi che fanno ancora parte del nostro repertorio li abbiamo presi proprio nel '90 in quel corso!

ADP: Forse è un po' insolito vedere un gruppo di percussionisti in azione su un palco come quello dell'Amiata Piano Festival, nonostante il suo direttore artistico Maurizio Baglini sia nettamente a favore delle "diversità". La sera del 23 giugno avete dimostrato che questa grande classe di strumenti, contro ogni pregiudizio, è in grado di far fronte a ogni frangente espressivo o stile musicale, anche quelli più delicati e soffusi.

T: Spesso purtroppo il pubblico (e qualche volta anche i direttori artistici!!!) non avendo avuto esperienze dirette con un concerto di sole percussioni o avendone avute comunque poche e magari negative, hanno una forma di pregiudizio rispetto ai nostri strumenti. Danno per scontato che sarà un concerto rumoroso, in cui non si capisce niente e "la musica sicuramente non c'è"! Negli ultimi vent'anni abbiamo avuto il piacere di smentire molte di queste previsioni scegliendo programmi equilibrati, non disdegnando trascrizioni purché dignitose e mostrando proprio la grande varietà timbrica, dinamica ed espressiva che il nostro grande organico strumentale è in grado di offrire. Il bello di un tamburo è che può suonare da pppp a FFFF e ne sanno qualcosa gli studenti che per imparare entrambe le dinamiche faticano molte ore per molti anni.

ADP: Voi suonate davvero una miriade di strumenti. Non vi chiedo, anche se mi piacerebbe, di fare un elenco dettagliato, ma quali sono quelli che suonate più di frequente o che ritenete più rappresentativi?

T: La risposta potrebbe essere molto lunga e articolata ma per semplificare: noi suoniamo due grandi famiglie di strumenti, quelli a suono determinato e quelli a suono indeterminato quindi quelli che fanno note precise (do, re, mi ecc.) e quelli che fanno un suono "non classificabile" se non come timbro. Vista la nostra formazione "classica" i principali strumenti del nostro organico sono:
SUONO DETERMINATO: marimba, vibrafono, xilofono, glockenspiel, campane tubolari, timpani, crotali.
SUONO INDETERMINATO: tamburo militare, grancassa, tom-toms, bongos, congas, temple blocks, triangolo, piatti sospesi, tam tam, frusta, raganella, tamburello basco, castagnette e tanti, tanti altri.
Ma per quanto riguarda le percussioni in generale, le tradizioni percussive di tutto il mondo, la lista è veramente sterminata. Pensi che quando nel 2000 andammo in Nigeria invitati dall'Ambasciata Italiana a tenere 4 concerti, entrammo in contatto e, ovviamente, riportammo almeno 3 strumenti di cui nei nostri manuali non c'è traccia. Uno strumentario infinito e in continua evoluzione!

ADP: Tetraktis nasce vent'anni fa. Come si è evoluta, o mutata, nel tempo questa formazione strumentale?

T: Un grande tema per il nostro organico è proprio l'evoluzione del repertorio. Altri organici cameristici (quartetto d'archi, quintetto di fiati, trio violino, violoncello e pianoforte ed altri) hanno un processo storico definito che ha decretato un repertorio ricco e chiaro. Per noi la storia è diversa: il nostro primo pezzo cameristico è stato "Ionisation" di Edgar Varèsè. Si tratta di un'opera del 1931 per cui la formazione di sole percussioni non ha neanche 100 anni di storia. Questo ci pone da una parte in piena e stimolante evoluzione e dall'altra ad avere la responsabilità di contribuire a definire quali pezzi salvare e quali pezzi lasciare. Molti compositori sono stimolati dal nostro organico e questa è la strada che ci si sta aprendo davanti. Ricevere molti pezzi da tanti compositori e suonare più spesso quelli che ci sembrano migliori!

ADP: Avete spesso collaborato con musicisti solisti di varia estrazione, diversi importanti compositori hanno scritto per voi. All'Amiata Piano Festival vi siete esibiti con il cornista Alessio Allegrini, una "strana coppia" che ha dato però risultati egregi. L'unione delle percussioni con uno strumento dalla potente cantabilità come il corno dimostra inequivocabilmente la loro straordinaria duttilità e la capacità di integrarsi nei contesti più vari?

T: Una cosa che ci ha sempre molto stimolato è cercare le potenzialità del nostro organico. Abbiamo collaborato con tanti importanti musicisti, con compagnie di danza e compagnie teatrali. Cercare di mettere al servizio di altri artisti il nostro grande parco strumenti è sempre stato un nostro interesse. In questo c'è sempre stata una componente di curiosità ma anche una consapevolezza: il gruppo di sole percussioni ha moltissimi suoni, può fare tantissime sonorità, dinamiche, espressioni ma sicuramente ci mancano i suoni tenuti, i suoni lunghi, quelli che può emettere un sassofono, un clarinetto o un corno. Noi suppliamo a questa oggettiva carenza con i trilli o con i rulli ma non sempre questi effetti colmano la lacuna per cui suonare con strumenti che quei suoni li emettono naturalmente diventa un completamento del progetto, soprattutto con certi repertori.

ADP: Tetraktis manifesta una sopraffina musicalità, espressa attraverso un ventaglio particolarmente completo di quadri musicali: a momenti di grande incisività, dove le percussioni hanno modo di manifestare tutta la loro devastante potenza, a situazioni più intimistiche e rarefatte. Nella vostra capacità di comunicare le emozioni più diverse quanto conta l'istinto e quanto la ricerca?

T: Sicuramente gli anni di lavoro insieme ci hanno portato a plasmarci e a renderci coesi nel modo di affrontare un brano. Il segreto vero del suonare insieme è che le caratteristiche che ogni esecutore ha, i pregi, i talenti, negli anni vengono condivisi con gli altri e questo rende ognuno prezioso e insostituibile. C'è tra noi chi ha maggior talento per i timbri, chi per il ritmo, chi per le espressioni e in sede di prova la condivisione di queste visioni rende il lavoro d'insieme una grande crescita individuale e collettiva.

ADP: Mi è molto piaciuto il vostro CD "Millennium Bug", potete raccontarci le sue motivazioni e la sua genesi?

T: Dopo qualche anno di studio insieme e dopo diversi concerti nel 1999 avvertimmo l'esigenza di segnare una prima tappa del nostro percorso e visto che, su nostro pressante invito, vari compositori italiani avevano scritto dei pezzi a noi dedicati, decidemmo di fare un punto della situazione e registrare il nostro primo CD con brani quasi esclusivamente dedicati a noi.
Il titolo è tratto dal pezzo che Giovanni Sollima ci regalò proprio nel 1999. Titolo perfetto per un CD del '99. Oltretutto il pezzo in questione ha avuto una grande fortuna ed è tutt'oggi uno dei brani per quartetto di percussioni più eseguito. Oltre al pezzo di Giovanni incidemmo "Aisha" di Carlo Boccadoro (non dedicato a noi ma scritto molto bene per cui volentieri inserito nel CD), "Musica Umbra" di Thomas Briccetti, "L'Ultima Danza del Guerriero" di Tonino Battista, "Set Dance" di Paolo Ugoletti.

Alfredo Di Pietro

Giugno 2017


Alfredo Di Pietro

Giugno 2017


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