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 Amiata Piano Festival 2017 - Baccus - 22 Giugno Riduci

 

CONCERTO SINFONICO

 

Gian Francesco Malipiero (1882 - 1973)

Vivaldiana, per orchestra
   1. Adagio - Allegro
   2. Andante più lento un poco
   3. Allegro - Allegro molto

Concerto per violoncello e orchestra
   1. Allegro moderato
   2. Lento
   3. Allegro

Alfredo Casella (1883 - 1947)
Scarlattiana, su temi di Domenico Scarlatti per pianoforte e 32 strumenti Op. 44
   1. Sinfonia: Lento, grave - Allegro molto vivace
   2. Minuetto: Allegretto ben moderato e grazioso
   3. Capriccio: Allegro vivacissimo e impetuoso
   4. Pastorale: Andantino dolcemente mosso
   5. Finale: Lento molto e grave - Presto vivacissimo

Sergej Prokofiev (1891 - 1953)
Sinfonia N. 1 Op. 25 "Classica"
   1. Allegro
   2. Intermezzo: Larghetto
   3. Gavotte: Non troppo allegro
   4. Finale: Molto vivace

Silvia Chiesa, violoncello
Maurizio Baglini, pianoforte
Orchestra della Toscana
diretta da Daniele Rustioni

 




Dispersesi ormai nella dolce aria maremmana le note del concerto Anteprima del 20 maggio, con Baccus si entra nel vivo della Stagione 2017. La serata d'inizio è frutto di un progetto parallelo che lega due realtà aventi in comune l'orgoglio della toscanità. Ospite di riguardo è l'Orchestra della Toscana, gloriosa formazione strumentale nata nel 1980. Quarantacinque musicisti la compongono, tutti di grande livello, applauditi nei più importanti teatri italiani come il Teatro alla Scala, l’Auditorium del Lingotto di Torino, l’Accademia di Santa Cecilia di Roma. La loro fama supera i confini nazionali per protendersi verso le più importanti sale europee e d’oltreoceano, dall’Auditorio Nacional de Musica di Madrid alla Carnegie Hall di New York. Un'orchestra che quest'anno fa arrivare i suoi suoni e colori all'Amiata Piano Festival, stringendo con questo un fruttuoso sodalizio artistico, espressione di continuità nelle scelte musicali, ma anche segno di un nuovo traguardo raggiunto. Il programma vuol essere un omaggio al mondo neoclassico, quattro opere accostate nel nome di quella piacevolezza che contraddistingue questa come tutte le passate edizioni del Festival. Il neoclassicismo è stato una corrente della musica colta, sviluppatosi fra gli anni venti e trenta del secolo scorso, in aperto contrasto con la cervellotica sperimentazione atonale e dodecafonica. Ma le sue ragioni non si esauriscono solo in questo: i compositori che vi hanno aderito prendevano le distanze anche dal sentimentalismo proprio di certa musica romantica, soprattutto di maniera, rivolgendo l'attenzione alla purezza dei modelli rinascimentali, barocchi e classici.

 



I cinque caratteri che il musicologo Gianfranco Vinay riconosce nel neoclassicismo sono, a ben vedere, tutti contenuti nel programma del 22 giugno. Nella "Vivaldiana", "Scarlattiana" e nella prima Sinfonia di Prokofiev c'è non soltanto la rievocazione della stagione classica come viatico di verginità linguistica, ma anche la deformazione ironico-grottesca, il gusto della parodia come imitazione di una gloriosa tradizione passata. Per esempio, nella Scarlattiana individuiamo un eminente esempio di "pastiche" collagistico che attinge alle sonate di un grande autore barocco. Con questo primo appuntamento di Baccus si vogliono quindi rimarcare alcuni punti fermi, costantemente presenti in ogni edizione: l'apporto interpretativo dei due artisti residenti del Festival, Maurizio Baglini e Silvia Chiesa, l'attenzione per i giovani artisti, emergenti o già ampiamente affermati come il direttore Daniele Rustioni, e l'originalità di programmi che ben di rado vengono presi in considerazione dalla cerchia concertistica tradizionale. La Vivaldiana per orchestra è un brano che ben incarna gli interessi musicologici di Gian Francesco Malipiero su Antonio Vivaldi, veneziano come lui. Era nota la sua passione per l'illustre passato italiano, già manifestatasi con la pubblicazione dell'intero catalogo opere di Claudio Monteverdi. L'attività di "editing" ha sempre occupato un posto molto importante nella vita di Malipiero, in qualche modo è collegata anche alla genesi della Vivaldiana, visto che coincide temporalmente con l'elaborazione di diversi volumi di musica strumentale, in vista della pubblicazione delle opere complete del compositore barocco.

 



Erano i tempi (1947) in cui Malipiero accettò la carica di direttore dell'Istituto Italiano Antonio Vivaldi. In questa composizione, divisa in tre tempi, si ravvisa la tipologia di "patchwork" musicale, dove il compositore utilizza, riorchestrandole, porzioni dei concerti RV.155 e RV.164 (Adagio - Allegro), RV.126 e RV.156 (Andante più lento un poco), RV.123 e RV.126 (Allegro - Allegro molto). In un'atmosfera molto diversa è calato il suo Concerto per violoncello e orchestra, non c'è in questo alcun richiamo al neoclassicismo ma un denso e drammatico linguaggio moderno. Fu terminato ad Asolo il 28 ottobre 1937 ed eseguito per la prima volta a Belgrado il 31 gennaio 1939 dal violoncellista Enrico Mainardi, dedicatario dell'opera. La prima esecuzione italiana avvenne invece a Roma nel 1942, al Teatro Adriano, sotto la direzione di Bernardino Molinari, solista ancora Enrico Mainardi. Buona parte della sua magia, accesa dalla meravigliosa tessitura strumentale, è concentrata nel tempo centrale "Lento". Temporalmente stringati, ma intensi, appaiono i due movimenti estremi, il primo quasi un preambolo al secondo. È tuttavia nel centrale che il compositore esprime tutto il suo sofferto lirismo, sostenuto da un pathos implorante, che avvicina molto il carattere di questo movimento a quello di una preghiera. "Sono orazioni", ebbe a dire lo stesso Malipiero riferendosi ai suoi Concerti in genere, definizione particolarmente calzante in questo caso se è vero, com'è vero, che la voce umanissima del violoncello di Silvia Chiesa si alza sublime come un'accorata supplica. Con estrema sensibilità, intelligenza e rispetto per la partitura, la violoncellista milanese si tiene alla larga da tentazioni retoriche o sentimentalistiche.

 



La sua è una lettura stilisticamente asciutta, rigorosa eppure (o forse proprio per questo) intensamente partecipata. Nel Forum effonde un canto d'inaudita partecipazione emotiva che tiene tutti con il fiato sospeso. Non per nulla, questo "Lento" si distende augusto fra i due concitati "Allegro", rappresentando l'idea liricamente dominante del lavoro. L'intento di recuperare un glorioso passato si manifesta anche nella "Scarlattiana, su temi di Domenico Scarlatti per pianoforte e 32 strumenti Op. 44" di Alfredo Casella. Si potrebbe parlare di un'operazione analoga a quella della Vivaldiana di Malipiero, se non fosse che in quest'opera, dedicata al compositore Vittorio Rieti, Casella ci avesse messo molto del suo. Con grande sagacia ha simpaticamente stravolto le citazioni scarlattiane in un gustosissimo "pastiche", altalenante tra momenti di divertimento puro e intensa tenerezza. Devoto al neoclassicismo, il compositore torinese fu una delle figure più poliedriche del '900, pianista egregio, fecondo compositore, direttore d'orchestra, insegnante, operatore culturale a largo spettro e infaticabile organizzatore di eventi musicali (sue le Settimane Musicali Senesi all'Accademia Chigiana). In un certo senso fu un "illuminista" del neoclassicismo perché credeva e lavorava in direzione della forma, che per lui doveva essere il più razionalmente determinata possibile. Una lucidità geometrica che però mai confliggeva con la piacevolezza, in nessun caso tralignava in una pedanteria alla Reger, tanto per fare un esempio.

 



Così nella Scarlattiana si va oltre la mera citazione, piuttosto si realizza la fusione tra i temi del compositore napoletano e la poetica di Casella, giungendo a un risultato di grande novità stilistica, un tutto che va oltre la somma dei singoli stili, i quali riconosciamo sapientemente amalgamati a creare un qualcosa di totalmente nuovo. Traspare in quest'opera tutta la brillantezza di orchestratore di Casella, convinto sostenitore della musica strumentale, meno affezionato all'operistica. Non nascose, infatti, di essere in polemica con il melodramma, sicuro assertore del valore formale della Sonata, Sinfonia e Concerto. Da purista, apprezzava il loro non essere condizionate da fattori extra-musicali. La Scarlattiana fu composta nel 1926 e subito accolta con successo, è un'opera che ancora oggi si presenta all'ascolto con un'invidiabile freschezza, in una formula, quella appunto del "pastiche", molto accattivante e riutilizzata più avanti nella "Paganiniana". Dei temi di Domenico Scarlatti, Alfredo Casella sfruttò abilmente quegli elementi per cui sono giustamente considerati dei capolavori: l'originalità melodico-armonica, l'inesauribile vitalità ritmica ma anche la profondità meditativa (si pensi alla raccolta pensosità della L 118). Trapiantò queste qualità in un linguaggio orchestrale tuttavia del tutto personale, non a caso lui stesso dichiarò in un suo libro che: "la tecnica armonica di Scarlatti racchiude infiniti elementi di attualità". Sono considerazioni che s'innestano su quelle, articolate e ben ponderate, espresse da Maurizio Baglini, direttore artistico dell'Amiata Piano Festival.

 



La matrice musicale della "Vivaldiana" si ripete quindi nella "Scarlattiana" di Alfredo Casella, la quale ha il merito di aver portato nella patria dell'Opera, talvolta un ingombrante fardello, un repertorio sinfonico. Si tratta di una composizione dallo spirito squisitamente italiano, nella forma di un concerto per pianoforte e piccola orchestra dal carattere giocoso, a tratti esilarante, dal carattere quasi di fantasia, costantemente sorretto da una ritmica briosa ed elettrizzante. Alcuni famosi temi di sonata sono qui rivisitati in chiave orchestrale, dove il pianoforte è molto esposto, come lo sono i diversi membri orchestrali, spesso impegnati in interventi solistici. Maurizio Baglini ha il compito in questa composizione di suonare poche cose ma molto difficili, la grande confidenza che ha con il repertorio scarlattiano si manifesta nella sicurezza con cui suona, nell'attitudine a una "microchirurgica" tecnica di dito, non disgiunta da una squisita sensibilità "d'insieme" che ha sviluppato grazie alle sue innumerevoli frequentazioni cameristiche e orchestrali. E qui troviamo una felice "mix" dell'una con l'altra. I vari componenti dell'orchestra divengono a loro volta solisti, ognuno di loro è considerato come tale da Casella, non una prima parte quindi ma un vero e proprio solista, scoperto quanto lo è il pianoforte e il direttore stesso nella fittezza della trama musicale. L'organico ha una piccola dimensione sinfonica, tale da farlo apparire piuttosto come un ensemble cameristico allargato. Nel catalogo opere del compositore è infatti incluso nel gruppo delle opere da camera, non si tratta comunque di un brano per pianoforte e orchestra.

 



Nella sua atipicità contiene citazioni anche "extra-scarlattiane", una riconoscibile nel popolarissimo motivo natalizio di "Tu scendi dalle stelle", presente nel quarto tempo "Pastorale: Andantino dolcemente mosso". Ma qual è la sua scaturigine? Alfredo Casella aveva preparato una bozza come compito di orchestrazione da dare ai suoi allievi di composizione, in una sola giornata ne aveva scritto l'ossatura, cosa che la dice lunga sulla sua grande maestria. Elementi spagnoleggianti trapelano qua e là, incrementando il fascino della Scarlattiana e rammentandoci che il compositore visse più di metà della propria esistenza in Spagna, a Madrid, prestando servizio presso i reali di Spagna. Ultima opera di questa prima serata è la Sinfonia N. 1 in re maggiore Op. 25 "Classica" di Sergej Prokofiev. Si offre all'ascolto come una "summa" degli elementi tipici del neoclassicismo, dove tuttavia sembra prevalere l'elemento parodico. La composizione non prende a prestito nessun tema dai compositori classici, è originale da cima a fondo, ma si limita a resuscitare lo stilema di quell'epoca. Una canzonatura, non però impassibile, dato che non manca di coinvolgere il vissuto dell'autore, la sua fanciullezza passata accanto alla madre, buona pianista dilettante, che suonava Mozart e Haydn. Lo stesso compositore definì la sua inclinazione per il grottesco come derivante dalla "capricciosità, ilarità, beffa". E impertinente e capriccioso è l'iniziale "Allegro", in cui risalta uno scintillante tema che avrebbe potuto benissimo appartenere ai citati Haydn e Mozart. Presto però si fanno vedere delle "stranezze" armoniche, il curioso spostamento del tema dal re al do maggiore e il ritorno poi alla tonalità d'impianto, il buffo staccato del fagotto, i caricaturali salti d'ottava "a punta d'arco" preceduti e resi ancora più comici dall'acciaccatura. Il secondo motivo è l'"Intermezzo: Larghetto", in la maggiore, un garbato minuetto in tempo ternario che si anima nella sezione centrale sotto un incedere ritmico tranquillo ma ben cadenzato.

 



Si arriva così al terzo movimento, una magniloquente "Gavotte: Non troppo allegro" che prelude al movimentato "Finale: Molto vivace". La Sinfonia Classica di S. Prokofiev conclude in maniera elegante un programma formulato con il fine di soddisfare un'amabilità tutta neoclassica, qui condita con un po' di pepe in più. Il giovane direttore milanese Daniele Rustioni, attualmente stabile all'Orchestra della Toscana, tra i mille impegni è riuscito a ritagliarsi uno spazio per l'Amiata Piano Festival. Il pubblico non può che essere lieto di questa importante presenza alla serata inaugurale di Baccus. Non è un direttore qualunque, ma s'impone come uno dei migliori tra le nuove generazioni, ha ricevuto importanti riconoscimenti in tutto il mondo, a Tokyo, al Metropolitan di New York. In tutte le opere del programma di sala si è imposto con una forza comunicativa fuori dal comune. Dotato di grande incisività gestuale, sul palco dirigeva non solo con le mani ma con tutto se stesso, modulava la dinamica dispiegando il corpo, protendendolo verso l'orchestra oppure chinandosi sino a rasentare il suolo. Daniele Rustioni è una forza della natura, trascinante, veemente nei momenti più drammatici, brillantissimo nei veloci. Il suo gesto direttoriale testimonia una naturale predisposizione verso la facilità e chiarezza espressiva, amministra con sicurezza ogni moto orchestrale. Un direttore di polso ma anche dalla grande sensibilità coloristica, dote idonea per rendere affascinante la Vivaldiana di Malipiero. La sua arte è proteiforme, si concede quella sana leggerezza che occorre per trasmettere con efficacia i momenti di scherzo e meditazione nella Scarlattiana.

 



Sotto la sua bacchetta, l'Orchestra della Toscana ha risposto come un sol uomo; i salti dinamici, vigorosi e immediati, hanno sorpreso l'ascoltatore con la loro impetuosità, così come è stata presa un po' alla sprovvista l'orchestra nelle prime battute della "Classica" di Prokofiev, attaccata da Rustioni con foga, quasi belluinamente. Nella sua trascinante arte direttoriale è lecito parlare di abilità funambolica nel portare all'acme ogni parametro dell'interpretazione: capacità di cesello, differenziazione dinamica, ha energia da vendere nei frangenti più tumultuosi e intensità espressiva in quelli più lirici. Un momento davvero alto si tocca nel "Lento" del Concerto per violoncello e orchestra di Malipiero: l'unità d'intenti tra solista, compagine orchestrale e direttore eleva questa pagina a vette di coinvolgimento difficilmente superabili.

 

Daniele Rustioni, Silvia Chiesa e Maurizio Baglini

 

 

INTERVISTA AL MAESTRO DANIELE RUSTIONI

 

Alfredo Di Pietro: Maestro, La prima domanda è quasi di rito: com'è nata in lei la passione per la direzione d'orchestra e, più in generale, per la musica?

Daniele Rustioni: Quando ero giovanissimo, mia madre m'iscrisse al coro delle voci bianche del Teatro alla Scala. Avevo perciò la possibilità non solo di fare canto di gruppo insieme a dei coetanei, quindi non mi è pesato, ma, a furia di vedere in azione la macchina del teatro dietro le quinte e sentire l'Orchestra della Scala con il suo coro, è nata questa passione. Non sapevo se avrei fatto il direttore d'orchestra, ma sicuramente ero convinto di voler svolgere un ruolo all'interno del Teatro già quando avevo undici, dodici anni. Tutto l'iter dei miei studi è andato avanti in questo senso. Solo intorno ai vent'anni, quando avevo già cominciato a studiare direzione d'orchestra, ho capito che quella era la mia strada. Quando si è giovani, se ne vedono tanti, ma non si comprende cosa realmente faccia un direttore d'orchestra sinché non si prova a dirigere. A ventidue anni mi sono trasferito a Londra per studiare direzione d'orchestra alla Royal Academy of Music approcciandomi, neoventenne, a questo mondo.

ADP: Dopo averla vista e sentita ieri sera dirigere l'Orchestra della Toscana, insieme a due splendidi strumentisti come Maurizio Baglini e Silvia Chiesa, pagine di Malipiero, Casella e Prokofiev non si può non riconoscere la sua grande energia e immediatezza comunicativa. Quanto conta l'istinto e quanto un ricercato studio nell'attività direttoriale?

DR: Questa è una bellissima domanda. La risposta sta esattamente nel mezzo: un carisma è dirigere in maniera istintiva, sentire la musica avendo una comunicativa immediata, non solo con gli strumentisti ma anche con il pubblico, è fondamentale e probabilmente rientra in quel genere di cose che non s'insegnano: o si hanno o non si hanno. La maturità però sta nel mandare in profondità la partitura, nel conoscere la musica, nell'aver studiato ed è per questo che, alla fine, le materie complementari studiate prima di affrontare la direzione d'orchestra, devono essere delle solide basi pianistiche e il corso di composizione. Occorre avere anche una capacità analitica profonda e di comprensione del pensiero degli autori. Un'altra questione importante è avere la sensibilità di lavorare con quello che un'orchestra può dare, non si tratta solo di comunicare a livello istintivo la sua parte sua, ma si deve riuscire a lavorare con quello che dà l'orchestra. Non è solo una parte attiva, ma anche passiva che davvero naviga nel suono della compagine, soprattutto in quelle di livello professionale che hanno già suonato a lungo certe opere e quindi non è giusto neanche arrivare a imporre la propria idea, snaturando quello che un ensemble molto rodato ha raggiunto. Entrambi gli elementi, istinto e studio, sono quindi importanti e, probabilmente, alla lunga l'andare a fondo della partitura, il conoscere, il non fermarsi mai ma essere sempre curiosi, contano molto nell'attività direttoriale. D'altro canto, il possedere molte doti istintive e una notevole facilità nel comunicare può andare contro, essere un "minus", una cosa negativa in quanto fa andare meno in profondità. Invece bisogna essere sempre studioso e aperto alla ricerca.

ADP: Lei è molto giovane ma vanta già un curriculum di tutto rispetto. Nel 2013 ha ricevuto il premio come "Miglior esordiente dell’anno" all'International Opera Award di Londra, nella sua formazione figurano maestri prestigiosi come Gilberto Serembe e Gianluigi Gelmetti. Nel 2007, appena ventiquattrenne, coglie l'opportunità datagli da Gianandrea Noseda di debuttare al Regio di Torino, è assistente alla Royal Opera House di Londra di Antonio Pappano. Quale e quanto valore attribuisce a queste esperienze nel suo percorso di formazione?

DR: Sono state tutte esperienze fondamentali. Sono grato ai miei maestri, a Gilberto Serembe che mi ha aperto le porte della direzione d'orchestra, al maestro Gelmetti, con cui ho fatto cinque, sei estati all'Accademia Musicale Chigiana, che è forse la più prestigiosa che abbiamo in Italia. Anche lui mi ha insegnato molte cose nell'ambito di una masterclass, ho diretto tantissimo repertorio grazie a lui. Gianandrea Noseda mi ha tenuto a battesimo a inizio carriera. Sono stato assistente di Pappano a Londra, da tutti questi maestri ho ricevuto davvero tanto!

ADP: Nell'arte direttoriale, secondo il suo parere, quale dev'essere il giusto bilanciamento tra l'impulso naturale, l'indole, e l'apporto che può provenire da altre personalità incontrate durante il percorso artistico?

DR: In parte ho già risposto ma la questione è che nella direzione d'orchestra, come nel canto, bisogna un po' ritagliarsi il gesto, la musicalità sul proprio fisico, sulle proprie vibrazioni. Quindi, è vero che bisogna essere delle spugne e prendere esempio dai grandi maestri, però il gesto, l'amministrare le energie in un repertorio sinfonico è una cosa talmente personale che può essere addirittura controproducente cercare d'imitare un altro maestro. Molti dei grandi direttori lavorano di più con la propria aura, con il proprio carisma e cercare d'imitare il loro gesto è proprio la cosa più sbagliata che si possa fare, bisognerebbe invece concentrarsi maggiormente sull'etica del lavoro, come ascoltare l'orchestra. In particolare sul respiro, sugli occhi, su come riescono i grandi maestri a plasmare il suono, il tempo e gli impulsi, non tanto con le mani ma quanto con tutto il resto. Più difficile da spiegare è tutta la componente filosofica, di carisma. C'è comunque ancora un alone di mistero che circonda la figura del direttore d'orchestra.

ADP: Mi è molto piaciuto il suo CD "Giorgio Federico Ghedini Music For Orchestra", per la sua magniloquenza, perfezione del cesello orchestrale e l'intensità nei momenti più meditabondi. Impressioni confermate dal concerto di apertura della tranche Baccus dell'Amiata Piano Festival. Si sente particolarmente attratto dal repertorio sinfonico italiano del '900?

DR: Si, anche per una questione personale. Io dirigo in tutti i più grandi teatri del mondo e sono considerato nell'ambiente un po' come un paladino dell'opera italiana. Questo mi riempie d'orgoglio però non dimentichiamoci che la tradizione direttoriale italiana, a partire da Toscanini ha annoverato molte personalità di livello internazionale che hanno affrontato svariati repertori operistici, da Wagner ai francesi, ai russi, oltre ad aver eseguito il grande repertorio sinfonico. Sino ad arrivare ad Abbado, Muti e Chailly. Poi abbiamo i nostri favolosi cinquantenni Abbiati, Luisi e Noseda. L'obiettivo è quello di riuscire a portare avanti questa tradizione, anche se l'Italia ha subito un ostracismo per quanto riguarda i compositori di musica sinfonica, pare associabili solo alla produzione operistica. Riscoprire i grandi autori del ventesimo secolo secondo me è un'operazione culturale doverosa, mi affascina e mi porta a studiare sempre, documentarmi sulle loro partiture. È vero che si può trovare quasi tutto ormai registrato, tuttavia bisogna anche chiedersi quanta qualità c'è e quante energie sono state spese. Si tratta di una rinascita, di un progetto culturale portato avanti non solo da me (è coinvolto anche Gianandrea Noseda). Nel caso di Giorgio Federico Ghedini, almeno due delle quattro composizioni che il CD propone sono veramente delle rarità e quindi riscoprirle con un'orchestra italiana, nella fattispecie da camera, dà anche una dimensione diversa rispetto a delle registrazioni che si trovano in commercio con pezzi di questi autori eseguiti per grande orchestra. Mi muovo in una dimensione dove la ricerca del suono, anche con organico ridotto, può essere veramente molto interessante per il pubblico. Sono autori che con un organico più piccolo offrono delle soluzioni timbriche non conseguibili con organici più grandi, come la grande orchestra sinfonica. È un progetto che attualmente sto portando avanti con l'etichetta discografica Sony.

ADP: Dal 2014 lei è direttore principale dell'Orchestra della Toscana, formazione duttile, in grado di spaziare tra diverse epoche e stili musicali, attiva anche in gruppi cameristici. Vorrebbe parlarci un po' di questa eccellente orchestra e sul suo grande eclettismo?

DR: È un onore e un piacere poter lavorare con lei. È considerata una delle migliori orchestre da camera italiane, composta da quasi tutte doppie prime parti, quindi tutti solisti. Nella sezione fiati abbiamo degli elementi che tutt'Italia ci invidia. L'organico ridotto degli archi fa si che siano tutti sempre molto esposti. Il pericolo della "routine" quindi non c'è, non è mai esistito in quest'orchestra. A partire dalla sua storia, dalla fondazione avvenuta nel 1980 per opera di Luciano Berio, ha subito dato una forte impronta al repertorio moderno e contemporaneo italiano. Berio è una personalità di grande rilievo esistita a cavallo tra il ventesimo e ventunesimo secolo, forse il più grande esponente in quel periodo. Da subito l'Orchestra ha suonato il repertorio classico: Mozart, Haydn, Schubert, ma anche Tartini, Spontini, Vivaldi. Solo dopo un'intensa frequentazione di questo repertorio, affiancandolo al contemporaneo, è andata oltre accogliendo gran parte degli autori romantici e tutte le sinfonie di Beethoven. Io stesso ho diretto l'integrale delle sinfonie di Mendelssohn. Insomma, ormai l'Orchestra della Toscana ha un repertorio molto vasto, presentato anche nell'ambito di "tour" dove un programma viene presentato anche tre, quattro volte. Certamente è la protagonista di un'operazione culturale importantissima, portata anche in centri molto piccoli. Se sei a Poggibonsi e ti arriva l'Orchestra della Toscana che suona "Musica per archi, percussioni e celesta" di Bartok, una sinfonia di Mendelssohn nella seconda parte, anche un pezzo solistico nella prima parte, come la Suite-Concertino per fagotto e orchestra di Wolf-Ferrari, senti che stai facendo un'operazione culturale forte. Noi pensiamo sempre a dei programmi arditi, con una prima parte sempre abbastanza "difficile" sulla carta e poi una sinfonia di Beethoven, di Mozart, di Mendelssohn nella seconda. Dal 2014 sono direttore principale di quest'orchestra, ma già dal 2011 ero ospite principale. A livello numerico, anche quando ero ospite dirigevo tre, quattro concerti all'anno con loro. In tutti questi anni, tra repertorio particolare, del novecento e "standard" classico, ho diretto parecchio. Mi posso anche permettere d'invitare solisti facenti parte dell'Orchestra, come i fiati, proprio perché c'è questa propensione al solismo. Siamo una famiglia eclettica, duttile.

ADP: Un'ultima domanda maestro. Impressioni, suggestioni, colori e profumi che ha ricevuto da questa bellissima kermesse musicale che si chiama Amiata Piano Festival?

DR: Ero già venuto un paio di volte come spettatore quando ancora non c'era l'auditorium. Avevo subito capito che si trattava di una cosa particolare. Avevo visitato la cantina e l'altra sala dove si suonava. È una cosa bellissima, un'atmosfera fantastica, conosco bene la Toscana. Per noi che suoniamo sempre in tutte le realtà più importanti di questa regione, al 100% enti pubblici, esibirsi invece in quest'occasione, in questo nuovo auditorium, è un'occasione un po' speciale. Maurizio Baglini e Silvia Chiesa sono riusciti a costruire una realtà di altissimo livello, grazie a un mecenatismo illuminato che veramente riempie d'orgoglio anche l'Italia. Io giro tantissimo all'estero, vedo la realtà americana, però difficilmente è dato incontrare un livello simile, questo gusto, l'inserimento in un contesto quasi idilliaco, l'acustica perfetta della sala e le sue giuste dimensioni. Mettiamoci anche l'ottima organizzazione e il rinfresco, che rientra nell'eccellenza dell'Italia, fra moda e cucina. La parola più giusta per definire tutto questo è "armonia", in tutti i sensi, ed è quello che ho trovato nella serata del 22 giugno qui all'Amiata Piano Festival. Tutto ciò è molto confortante, sia dal punto di vista del progetto artistico che da quello della partecipazione di una compagine Toscana che suona nella sua regione, con tutto quello che di meglio può offrire anche a livello paesaggistico, culinario e di calore del pubblico. Credo di poter dire con orgoglio che il pubblico abbia apprezzato, emozionandosi con la musica. Credo pure che il livello elitario del pubblico di questo Festival sia un elemento da non sottovalutare.

Alfredo Di Pietro

Giugno 2017

Segue alla Seconda Serata...


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