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 16/10/2017 - Musica da Camera al MAC di Milano Riduci

 

 

 

Giuseppe Tartini
Sonata per violino in Sol minore "Il trillo del diavolo"

Wolfgang Amadeus Mozart
Sonata per violino e pianoforte in Sol maggiore K 379

Antonín Dvořák
Quattro pezzi romantici per violino e pianoforte Op. 75

Edvard Grieg
Sonata per violino e pianoforte N. 3 Op. 45

 

 

In una Milano che si conferma come uno dei più importanti epicentri culturali del paese, con il "Sold Out" di ieri sera al recital di Daniil Trifonov, il giorno lunedì 16 ha riservato una graditissima sorpresa ai palati dal gusto più raffinato. Un concerto destinato a consumarsi in un "non-lieu", esulante tuttavia dalla sua accezione di spazio anonimo destinato al grande commercio e alla comunicazione. La struttura semplice e lineare, acusticamente spoglia del MAC (Musica Arte Cultura) può realmente essere accomunata a un non-luogo, di tutti e di nessuno, dove s'incontrano da un lato i portatori del messaggio musicale e dall'altro i suoi recettori. E se il pubblico viene stimolato da due artisti del calibro di Guido Rimonda e Massimo Giuseppe Bianchi, l'alchimia è fatta. Tante volte ne ho parlato, ma non è mai pleonastico ribadirlo, del pessimismo insito nel concetto di disgregazione della civiltà musicale, della disaffezione del pubblico verso la grande musica, un dato che appare irreale davanti all'immagine di sale da concerto affollate, pronte ad applaudire l'artista sul palco sino a spellarsi le mani. Sui due musicisti che ho avuto il piacere di ascoltare non vorrei produrmi in quelle che il grande Pier Paolo Pasolini definì "banalità linguistiche della biografia", al netto ovviamente dell'utilità che rivestono i dati biografici. L'idea che di un artista ci formiamo può essere composta di tanti tasselli, incisioni discografiche, letture critiche, articoli vari e recensioni, ma con il tempo ho capito che la più rivelatrice di tutte non può che essere l'esperienza dal vivo, dove l'interprete è lì davanti a noi, a mani nude e "solo" con il suo strumento.

 



In questo senso Rimonda e Bianchi, due artisti che un'etichetta di assoluto prestigio come la Decca ha preso sotto le sue ali, in questa serata milanese di metà ottobre hanno prima di tutto rivelato al pubblico la natura dell'approccio che hanno con il loro strumento. Nelle note allegate al programma c'è una vera e propria dichiarazione d'amore di Guido Rimonda nei confronti del suo prezioso Stradivari Jean-Marie Leclair (le Noir) del 1721. Uno strumento che reca una macchia scura nel punto in cui il violinista francese, pugnalato alla schiena da mano ignota, lo strinse con forza. "Il mio Leclaire è veramente umano. È vivo e, come tutti gli esseri viventi, cambia umore, soffre; certi giorni è felice e sembra che ti ringrazi. È un violino speciale ed è arrivato a me come un sogno e da un sogno... I primi tempi sono stati però difficili: il violino non rispondeva bene, e aveva, come si usa dire nel gergo violinistico, un suono chiuso... ma aveva bisogno del suo tempo e ci vollero ben cinque anni prima che si aprisse veramente. Come per magia una mattina mi resi conto che era rinato: il suono era diventato affascinante, seducente e pronto a rispondere alla minima sollecitazione come tutti i più famosi strumenti cremonesi... Ogni volta che mi avvicino alla luce, rimango affascinato e incantato dall'iridescente e cangiante riflesso del suo stupendo colore che si anima con i bagliori naturali... Sono sicuro che il colore della sua vernice cambi tonalità a seconda dell'umidità e del clima. Gli ho sempre dato il bacio della buonanotte prima di metterlo a riposare nel suo astuccio, e sono certo che lo abbia sempre fatto anche Jean Marie Leclair, il suo più antico e celebre proprietario".

 



Sono accorate parole di Rimonda che testimoniano del rapporto viscerale che ha con questo straordinario capolavoro di liuteria. Sul palco, durante l'esecuzione, le posture liquide e ondulanti del violinista saluzzese tradivano un'assoluta naturalità di contatto con lo strumento, il viso era concentrato ma non teso, le note scaturivano con cristallina limpidità ora in un sublime cantabile, ora in raffigurazioni oniriche, tal'altra in furiose declamazioni. Ipnotica è stata l'esperienza di chi, come me, ha avuto il privilegio di ascoltarlo a breve distanza. Al pianoforte c'era Massimo Giuseppe Bianchi, interprete di vasti orizzonti che ho conosciuto per la prima volta in occasione del lancio discografico del suo "Around Bach" e, in seguito, nel recital al MAC milanese dello scorso giugno. Nelle parole di Mirko Gratton, direttore della divisione Classica e Jazz di Universal-Decca, le ragioni di una scelta felice, che va oltre una filosofia editoriale basata meramente sull'immagine. Un concerto annunciato come eccezionale da Gratton, al di sopra delle aspettative, protagonista un pianista ritenuto la più grossa sorpresa dei suoi ultimi due anni di lavoro. Il contratto tra lui e la Decca è stato molto laborioso, si è dovuto prima verificare, prendere in considerazione l'opportunità di fare un album che fosse inusuale nel panorama discografico. È stata data la possibilità a un artista che, secondo Gratton, aveva avuto sin'ora una carriera molto inferiore al suo valore, un occasione di visibilità che oggi sta mostrando tutte le sue potenzialità.

 



In un sistema musicale che punta molto al glamour, alla seduzione dei grandi nomi, quello di Massimo Giuseppe Bianchi si configura come un caso "anomalo". Un uomo in apparenza medio, dal nome "medio", non uno degli artisti tipicamente in voga oggi, vale a dire giovane rampante, ma che risulta in realtà estremamente affascinante, non solo per come suona ma anche per come parla. Persona di grande cultura, bibliofilo vorace e dall'ampio sguardo, ripone nel suo pianismo la quintessenza dell'equilibrio espressivo. La sintesi operata in quel concerto era la stessa contenuta nella sua prima release discografica per Decca, un viaggio nell'eredità musicale e spirituale che Bach ha lasciato nel tempo. Conoscevo quindi già le sue prestazioni "live", connotate da un'assoluta - e tranquilla - concentrazione, dalla capacità di non tradire quell'ideale di "balance" che rende credibile ogni interpretazione. Nessuna sorpresa quindi nel trovarmi di fronte, anche stasera, a un musicista dalla inusuale profondità di pensiero, completamente a suo agio con l'arte intensa e partecipata di Guido Rimonda, sommamente duttile e flessibile e soprattutto immune da ogni cipiglio esteriore. Possono ingannare queste sue caratteristiche caratteriali, indurre a considerarlo un artista "dimesso". Nulla di più falso. La sua aderenza espressiva al brano che in quel momento suona lo porta a non esagerare, evitando di digrignare i denti in dinamiche impertinenti e una dispersione di potenza pianistica fine a se stessa. Delicato e ponderatissimo quando serve, non è affatto un esecutore a corto di riserve, men che meno dinamiche, in casi opposti.

 



Lo hanno inequivocabilmente dimostrato le esplosioni di suono in un brano tecnicamente temibile come la Toccata e Fuga in re minore BWV 565 di Bach/Busoni, l'impressionante grandiosità con cui il pianista piemontese perviene a sonorità munificenti come le organistiche. La sua tavolozza timbrica riesce ad aprire, con nonchalance, verso terse luminosità o si chiude in frangenti di contrizione dolorosa o melanconica. Era lecito quindi aspettarsi da un duo capace di grande introspezione espressiva, molto naturale e pochissimo costruita, una serata di puro godimento musicale. E così è stato. Una mutazione nell'ordine dei brani riportati nel programma di sala ha dato una veste cronologicamente consequenziale al concerto, non interrotto da alcun intervallo. Nella Sonata per violino in Sol minore "Il trillo del diavolo" di Giuseppe Tartini è contenuta una storia che lo stesso autore ci rammenta: "Una notte sognai che avevo fatto un patto e che il diavolo era al mio servizio. Tutto mi riusciva secondo i miei desideri e le mie volontà erano sempre esaudite dal mio nuovo domestico. Immaginai di dargli il mio violino per vedere se fosse arrivato a suonarmi qualche bella aria, ma quale fu il mio stupore quando ascoltai una sonata così singolare e bella, eseguita con tanta superiorità e intelligenza che non potevo concepire nulla che le stesse al paragone. Provai tanta sorpresa, rapimento e piacere, che mi si mozzò il respiro. Fui svegliato da questa violenta sensazione e presi all'istante il mio violino, nella speranza di ritrovare una parte della musica che avevo appena ascoltato, ma invano.

 



Il brano che composi è, in verità il migliore che abbia mai scritto, ma è talmente al di sotto di quello che m'aveva così emozionato che avrei spaccato in due il mio violino e abbandonato per sempre la musica se mi fosse stato possibile privarmi delle gioie che mi procurava." Questa sonata, tecnicamente impegnativa, si distende nei tempi di Larghetto, Allegro, Andante-Allegro-Adagio, dove è nel secondo tempo che si raggiunge il culmine virtuosistico. Rimonda suona con vigore e un ammirevole equilibrio formale che non consente mai di trascendere nell'ostentazione. Dal canto suo Bianchi mostra una rimarchevole propensione cameristica nel bilanciamento, nella sapiente gestione del peso conferito a ogni nota. Di una settantina d'anni più giovane è la Sonata per violino e pianoforte in Sol maggiore K 379 di W.A. Mozart, un brano delizioso in cui non è facile per l'interprete mediare le due istanze di una "facilità" galante e lo stile complesso, anche espressivamente, conquistato dall'autore a quindici anni dalla morte. In questa troviamo quella fantastica sintesi tra momenti di allegria, malinconia, ma anche d'ironia e umorismo, tutti fusi insieme nel crogiolo del suo genio. L'interpretazione del duo si concilia con una leggerezza che in Mozart è spesso ingannevole, con l'arma del gusto e di una sopraffina eleganza combinano lacrima e sorriso. Nella loro lettura mai vengono banalizzati i profondi risvolti di umanità, che emergono intonsi e cristallini. La K 379 fa parte del gruppo di sei sonate pubblicate nel novembre del 1781 dall'editore Artaria, due composte a Mannheim e Salisburgo mentre le altre erano state terminate lo stesso anno della pubblicazione, tra cui anche questa.

 



Nel "Tema con 6 variazioni. Andantino cantabile" si entra nella sfera della fantasia, della più alta mobilità d'accenti favorita da un incedere erratico, dove il pacato incanto viene alternativamente spezzato da variazioni più mosse. Il pianoforte di Massimo Giuseppe Bianchi qui abbandona l'estatico per affrescare linee musicali energiche e risolute, mirabilmente embricate con il violino di Rimonda in un sostenuto dialogo che avvince l'ascoltatore con le sue trame. Di oltre cento anni è il lasso temporale che separa la sonata mozartiana dai Quattro pezzi romantici per violino e pianoforte Op. 75 di Antonín Dvořák, quattro miniature che l'autore consegnò alle stampe nel 1887. È evidente il cambio di "passo" armonico (e non potrebbe essere diversamente) che si prospetta nel passaggio dal classicismo al romanticismo, non disgiunto dall'elemento popolare, quasi sempre presente nella produzione dell'autore ceco. Si entra con questa composizione nel novero delle cosiddette "scuole nazionali", esordite prepotentemente alla ribalta negli ultimi decenni dell'Ottocento. Cambia lo scenario e con lui lo spessore sonoro che il duo quasi camaleonticamente produce, più denso e magmatico, ricco di quella "Weltanschauung" romantica "fin de siècle", che tanto seduce noi che ascoltiamo. Si approda così alla Sonata per violino e pianoforte N. 3 Op. 45 di Edvard Grieg, coeva dei Quattro pezzi romantici di Dvořák. Ci sono delle evidenti affinità tra le due opere, giustamente accostate nell'impaginato per non lasciar smarrire quel senso così peculiare di temperie tardoromantica che si è prima percepito.

 



Allegro molto e appassionato, Allegretto espressivo alla romanza e Allegro animato sono i movimenti di cui è costituita. Come giustamente dice il maestro Bianchi nella presentazione dell'opera, Grieg fu indiscusso maestro delle piccole forme, della miniatura melodica, ritenuto però inadeguato nel trattamento delle più complesse ed elaborate forme classiche. Lo stesso compositore avvertì l'esigenza di colmare questa sua mancanza, in verità più frutto di un'impellenza ispirativa di carattere personale che non di un'incapacità. Che Grieg fosse invece abile a seguire anche forme più articolate, lo dimostra l'impegno che mise nello sconfessare il presupposto limite, con lo splendido Quartetto Op. 27, per esempio. L'Op. 45 ha una notevole estensione nel tempo, circa mezz'ora, e richiede un notevole impegno, anche di tenuta, da parte dei concertisti che la eseguono. La stupefacente freschezza dell'invenzione melodica e la sottigliezza del linguaggio armonico vengono sottolineate da Rimonda Bianchi, che non rinunciano però a trasfondere una carica d'intenso pathos a questa composizione. La luce azzurrina, dalle suggestioni nordiche, che la illumina effonde in ogni momento. Una curiosità... sul pavimento ligneo del palco erano disposti in punti strategici degli strani aggeggi, che io da audiofilo ho riconosciuto subito come dei sistemi risonatori. La loro funzione è di risuonare su frequenze particolari, le quali vanno a contrastare, compensandole, quelle prodotte da un ambiente non trattato acusticamente. Si parla di quelle riflessioni che fanno perdere intelligibilità al suono, e che il risonatore contrasta rendendole meno cariche di energia. Non so come si sentisse in fondo alla sala, le sedie erano state accortamente disposte cercando di tenerle lontane da ogni parete, ma posso dire da seduto in prima fila che nulla mi sono perso delle meravigliose nuances timbriche dello Stradivari Jean-Marie Leclair (le Noir) né di quelle del Fazioli tre quarti.

 



Esco purificato dall'auditorium del MAC, m'incammino verso il centro città assorbendo con grande soddisfazione gli umori e le fascinazioni di questa mite serata ottobrina milanese.


Alfredo Di Pietro

Ottobre 2017


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